IL NOME – Valentina Mmaka

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Quando la morte taglia tutti i legami, resta sempre il nome -J.M. Coetzee

 

La luce fredda del neon le trafisse le pupille. Dapprima non riuscì a distinguere il luogo in cui si trovava. Un bip bip ritmico penetrava il suo udito con sadica insistenza mentre una sottile linea verde scorreva sul monitor nero posto sopra la sua testa.

L’uomo alto e bruno, avvolto nel camice bianco, le si avvicinò e con mano gentile le afferrò il polso per misurarglielo. Chiuse gli occhi e sprofondò lontano senza più sentire.

“Gesù!” Esclamò l’impiegata allo sportello dell’ufficio sanitario non appena ebbe aperto la carta d’identità. “Un nome un po’ più facile no!” Yasirah non poté fare a meno di notare la profonda oscillazione dell’arcata sopraccigliare e la fronte della donna corrugarsi in un’innaturale contrazione nervosa nonché una smorfia di disgusto che aveva accentuato le rughe attorno alle labbra cariche di un rosso magenta. Indossava due enormi orecchini a forma di goccia, che facevano capolino tra i capelli tagliati alla francese di uno sbiadito color mogano.

Il vetro che le separava, dove solo una fessura a mezzaluna posta in basso, come le fauci aperte di uno squalo, permetteva la comunicazione verbale quel tanto necessario a mantenere le distanze che si richiedono a due perfette sconosciute. Da una decina d’anni la tutela della privacy era diventata il cavallo di battaglia di gran parte delle società ai quattro angoli del globo! Una pretesa di civiltà che aveva tuttavia, senza calcolo, accentuato le distanze tra le persone.

Mentre gli occhi dell’impiegata scorrevano sullo schermo del computer cercando di riportare i dati contenuti nel documento, Yasirah non riusciva a smettere di pensare all’esclamazione di poco prima e a quella smorfia burlesque, bruciante come un graffio appena inferto.

Dopo averle comunicato la data dell’appuntamento, l’impiegata le porse il foglio della prenotazione stampato senza tentare di incontrare il suo volto, distrattamente presa a scorrere il tasto del suo cellulare in cerca di messaggi che la liberassero dal tedio di quell’impiego.

Tornando a casa, Yasirah continuava a pensare all’impiegata. Un nome più facile… mormorava tra sé. Era davvero il suo nome così osceno da giustificare un’ imprecazione simile? Cosa poteva aver contrariato l’impiegata a tal punto da evitare il suo sguardo al momento di andarsene? Non era certamente la prima volta che il suo nome destava perplessità soprattutto negli della pubblica amministrazione, tuttavia quella mattina la reazione dell’impiegata le parve eccessiva.

Si tolse il cappotto e la sciarpa buttandoli con gesto sicuro sulla poltrona. Non si accorse da subito che la sciarpa era scivolata sul tappeto. La gola secca le impediva di rilassarsi e dopo due bicchieri d’acqua si sentì sollevata. Rigirava tra le mani la posta del giorno: due biglietti di auguri, una cartolina di Fernando da Toronto, tre lettere e una bolletta ma, diversamente dal solito, Yasirah non assecondò la sua curiosità, posò la posta continuando a pensare all’impiegata. Si sedette sul bordo del divano con i gomiti puntati sulle cosce e le mani sospese nel vuoto, le spalle contratte come se volesse proteggersi da un pericolo imminente.

Restò sprofondata in un sordo torpore fino a tarda sera, quando era ormai troppo tardi per ipotizzare nuove congetture su quanto era accaduto quel giorno e andò a letto.

Yasirah era nata dopo tre aborti. Spossata dalla tensione di perdere nuovamente il bambino, sua madre decise di non programmare nulla che riguardasse il nascituro fino al giorno del parto. Lei e suo marito non avrebbero eletto una rosa di nomi maschili e femminili tra cui scegliere, come era usanza fare. Del resto era quello che avevano fatto in precedenza. Era già successo tre volte e per tre volte la madre di Yasirah era sprofondata in un pozzo profondo da cui ogni volta sembrava destinata a non risalire più. Perdere un figlio non nato con un nome da abitare ad attenderlo, era stato un cattivo presagio. Quella volta sarebbe stato diverso. Avrebbero aspettato. Il primo vagito avrebbe messo a tacere le loro paure e il nome sarebbe emerso come un segnale divino nutrito dal calore della speranza.

L’indomani mattina, indugiò più del solito sotto le coperte per attenuare l’effetto delle ore insonni che precedettero l’alba. Guardò l’orologio, Momo doveva essere già uscito. Con il pigiama sgualcito dal tormento della notte, camminò trascinando i piedi fino in salotto e aprì le tende. La luce penetrava discretamente, filtrata da una coltre di nubi roseo celesti. Diede un’occhiata alla poltrona dove il cappotto giaceva esattamente dove lo aveva lasciato. Raccolse la sciarpa e stancamente si sedette sul divano.

Prese alcuni fogli dalla risma di carta per fotocopie e una penna e cominciò a scrivere il suo nome. Yasirah Fatoumata Ali. Prima scrisse le lettere singolarmente, in caratteri cubitali, poi suddivise il nome in sillabe. Ritagliò le lettere e le sillabe e mise i pezzi di carta sul tavolino di vetro davanti a lei cominciando a spostare quei quadrati di carta, invertendo la posizione delle lettere, cercando di comporre un altro nome. Dalle partite a scarabeo con Fernando, ne usciva quasi sempre vittoriosa. Ma questa volta non ci fu verso. Sospesa su quei fogli, non era certa di cosa stesse cercando e cosa l’avesse spinta a quel gioco ameno.

Momo, intanto, si strusciava sul vetro della porta finestra che dava sul giardino. Yasirah lo fece entrare prendendolo in braccio con una sola mano e tornò alle sue tessere di carta da fotocopie cercando una combinazione diversa con le lettere a disposizione. Ignorava il senso di quel gioco enigmistico inventato col pretesto di cercare una logica alla frustrazione che l’episodio del giorno prima le si era incrostata addosso come le alghe sulla carena della nave.

“Eh, Momo!” Esclamò a voce alta cercando uno sguardo complice in quella creatura che sembrava colma di un amore così vicino alla compassione, tanto assente era il suo giudizio. “Vedi, alla fine, gira e rigira il nome che salta fuori è il mio, non c’è modo di cambiarlo. Ci hanno insegnato che il nome è una di quelle certezze inviolabili sacrosante. Non c’è modo di modificare ciò che la tua nascita ha sancito come la prima verità fondamentale, il nome.” Questo glielo ripeteva sempre il nonno, quando appena adolescente s’era presa il ghiribizzo di impersonare le eroine dei racconti di Checov letti e riletti in una vecchia edizione dalle pagine sgualcite e la copertina mezzo strappata, così ogni giorno si faceva chiamare in modo diverso, talvolta Anja tal’altra Masa o Irina.

In quinta elementare, Yasirah interpretò il ruolo di Dorothy ne Il Mago di Oz nella recita di fine anno e tanto commovente era stata la sua interpretazione, che il giornale cittadino le dedicò un trafiletto nella diciannovesima pagina complimentandola per aver dato una voce nuova al tanto amato personaggio. Per festeggiare, la mamma e il papà pensarono di portarla a teatro, un vero teatro. In quella settimana mettevano in scena un adattamento di Alice nel paese delle Meraviglie.

Per l’occasione la nonna Asha sistemò l’abito color nocciola che aveva usato al matrimonio di suo fratello Ahmed. Tolse il pizzo all’orlo e alle maniche, tondeggiò la scollatura, lo accorciò e aggiunse un nastro giallo in vita.

Quella sera si consacrò il suo amore per il teatro a tal punto che era diventato un rituale farsi chiamare a seconda dell’umore o della circostanza, Alice o Dorothy o Mary Lennox… talvolta quando la chiamavano Yasirah non rispondeva… sospendeva il suo nome per una frazione di tempo vestendo abiti diversi e abitando un nuovo nome come si abita una nuova casa o un nuovo paese.

Ignorava, a quel tempo, il senso di incertezza che l’assenza del nome provoca in chi ne viene privato.

Abbandonò quei pezzi di carta sul tavolino mentre Momo giaceva languido sul cuscino azzurro al centro del divano, immerso nel suo sconosciuto mondo onirico, ignaro del dramma che stava lentamente consumando la sua padrona.

Una doccia avrebbe forse rafforzato la speranza di una riconciliazione con il mondo e magari sciolto l’enigma in cui era penetrata, sciacquato via come una macchia indesiderata sul poprio libro preferito.

L’acqua scorreva calda sul suo corpo di cinquantenne, immune al tempo, diceva Fernando. La loro relazione durava da tre anni, solida e senza l’urgenza di impegni ufficiali tipici degli amori giovani. Cresciuta nel rispetto reciproco e nella comune intenzione di non cedere alla tentazione di idealizzare un sentimento così duttile come l’amore.

Momo dormiva, quando il telefono prese a squillare. Avvolta nell’accapatoio consumato dai lavaggi, Yasirah andò a rispondere scalza con le gambe ancora gocciolanti.

“Signora Ali?”
“Sì, sono io…”
“Ecco signora, la chiamo dall’ufficio prenotazioni dell’azienda sanitaria. Ieri mattina lei è andata a prenotare una visita medica e ora abbiamo dei problemi con la sua prenotazione”.
“Davvero? Non capisco… può essere più precisa?”
“Vede, il problema sta nel sistema operativo che ha rilevato un’anomalia segnalando due persone con lo stesso nome, ovvero il suo. Un evidente caso di omonimia.”
“Omonimia? Ma com’è possibile… l’impiegata ieri…”
“Sì, purtroppo l’altra signora Ali ha anch’essa una prenotazione a suo carico con lo stesso medico, infatti è stato lui a porci la questione. Sfortunatamente oltre ad avere lo stesso nome avete anche la stessa data di nascita. Ma non si preoccupi, ora provo a reinserire i suoi dati.”

“Continuo a non capire…”
“Stia tranquilla, mi ridia i suoi dati e vediamo cosa possiamo fare.”
“Va b… bene.”
“Potrebbe farmi lo spelling del suo nome per cortesia?”
“Lo spelling…”
“Si, mi dica lettera per lettera.”
Perché l’operatrice telefonica le stava chiedendo il suo nome se già lo conosceva. Non era forse stata lei a chiamarla dicendo che c’era un problema di omonimia?

“Y di Yassir (il suo amato fratello troppo lontano per ascoltarne le storie che la incantavano da piccola), A di Amore (quello tenero e sensuale che la legava a Fernando), S di Sahara (luoghi familiari in cui aveva lasciato il suo sguardo bambino)…”

“Grazie, un momento, attenda in linea che verifico subito.”

Attendere? Verificare cosa? Non bastava che avesse fatto lo spelling?

Dall’altra parte del telefono una musica d’ambiente, suoni senza spessore, s’era frapposta tra lei e la sua interlocutrice, momentaneamente scomparsa per verificare.

“Eccomi signora, è ancorà in linea? Mi dicono dall’ufficio interno che per semplificare il problema occorrerebbe che facessimo una lieve modifica al suo nome, ad esempio, scriverlo senza la H finale. Può andare bene per lei?”

“La H?”

“Sì, fino a quando il sistema operativo non verrà cambiato con la soluzione necessaria a non creare confusione tra omonimi, sarebbe consigliabile.”

“E perché lo chiedete a me?”

“Perché l’altra signora Ali è iscritta al sistema sanitario nazionale da tredici anni, semplice questione di precedenza, nulla di personale.”

Nulla di personale!

“Quindi va bene se togliamo la H signora?”

Togliere la H, in definitiva non si trattava forse di un semplice compromesso tecnologico?

“No, il mio nome è scritto con la H finale, non si può cambiare.”

“Vede, si tratta solo di un cambiamento momentaneo, in attesa di un miglioramento del sistema. Diciamo che non sarà ufficiale.”

Non ufficiale? Che significava quell’espressione?

“No, non è possibile. Non posso cambiare il mio nome. È così fin dalla mia nascita”.

Mentre l’operatrice tentava di persuadere Yasirah della facilità con cui avrebbe sistemato la questione, pensò a suo padre. Che il nome sia il frutto di una decisione condivisa tra i genitori è vero, ma nella sua famiglia è il padre che dichia alle autorità anagrafiche il nome del nascituro. Facendolo lui sancisce una realtà irrefutabile. Sarebbe stato come tradirlo, accettare quel compromesso.

“Come vuole signora. Allora non posso aiutarla. Lasceremo la pratica in sospeso. Le ricordo che dovrà recarsi entro le prossime ventiquattro ore alla sede centrale dell’azienda sanitaria per sistemare la sua posizione. Al mattino dalle 9 alle 12.30, stanza 13, primo piano. Va bene?”

“S… sì.”

La telefonata terminò e Momo non s’era ancora mosso dalla sua posizione. Yasirah ammirava la determinazione con cui i gatti riuscivano a restare immobili, fedeli alle loro intenzioni, mentre l’ambiente circostante mutava.

“Hai sentito Momo!” Esclamò Yasirah con un ghigno di amarezza. “Vogliono scrivere il mio nome senza la H!”

Andò al tavolino di vetro, tolse la H dalla composizione del nome. Che effetto faceva? Ora il suo nome era monco, mutilato come un corpo alienato da una parte di sé, in quel caso un nome privato dalla sua ovvia conclusione, perfettamente pertinente alla logica del luogo comune, sfuggente alla logica della verità.

La conversazione con l’operatrice telefonica sembrava essere il secondo capitolo di un’odissea dell’assurdo cominciata il giorno prima allo sportello, quando l’impiegata dai capelli mogano e il sorriso altezzoso esclamò l’ imprecazione che l’aveva tenuta incollata tutta la giornata ai fili del dubbio.

Altre domande cominciarono ad affollarsi nella sua testa. Pure speculazioni verbali, quasi una temporanea via di fuga dal reale disagio che quella chiamata aveva sortito in lei e così presero a infilarsi come gli anelli di una catena domande pretestuose: che aspetto aveva la ragazza al telefono? Come si chiamava? Come ce li aveva tagliati i capelli? Era bionda, mora o si tingeva i capelli come fanno tante ragazze, per il emplice gusto di cambiare? Era alta? Bassa? Era etero o lesbica? Era di sinistra o di destra? Oppure era figlia dell’era dell’incertezza che, nel dubbio, votava centro? Di che marca aveva il cellulare? Dove andava a fare la spesa? Era figlia unica? Sposata o fidanzata?

Le tessere con le lettere del suo nome la osservavano dal tavolino di vetro, orizzontale come quel minuto che seguì la telefonata, piatto, completamente privo della sua naturale spinta orizzontale verso l’attimo seguente.

Aveva iniziato quel gioco e occorreva portarlo a termine. Non si arriva a cinquant’anni per lasciare incompiute quelle che lei definiva assurdità del quotidiano.

La fila davanti alla stanza numero tredici era sufficientemente lunga per prevedere che avrebbe trascorso tutta la mattinata chiusa tra quelle mura asfissianti. Chissà se quella gente era lì per un problema analogo al suo. Forse no… quante persone potevano avere un caso di omonimia così estremo?

L’attesa del proprio turno arrivò a placare una parte delle sue ansie, immaginandosi vicina alla lieta conclusione del caso. Entrare nella stanza numero tredici era un po’ come entrare nello specchio di Alice, terra incognita, sebbene Yasirah non avesse la stessa spensieratezza e audace della piccola protagonista di Carrol.

Signora, vediamo cosa possiamo fare per lei.
“La ringrazio”. Le labbra si distesero in una sottile linea curva e la pelle del volto si illuminò di una speranza.

L’ uomo, dall’altra parte della scrivania, prese ad esaminare l’incartamento che la riguardava.
I minuti avanzavano sul quadrante dell’orologio con lentezza, e l’ansia le montava dentro, intollerabile. Più l’ansia cresceva, più il tempo le sembrava scorrere lento. Questa era la sua ultima illusione!
Yasirah aspettava che l’uomo dinnanzi a lei finisse di parlare al telefono con quello che doveva essere il suo superiore. Girava e rigirava tra le dita, con un certo pudore per non essere notata, il bottone della giacca fin quasi ad allentarlo. Quanto avrebbe voluto poter vedere cosa stava accadendo là fuori. Trentacinque minuti erano passati e il presentimento che la gente avesse cominciato a lamentarsi stava scavado un profondo tunnel nel suo senso di colpa. Perché i casi difficili non vengono smistati ad uno sportello a parte immaginò di sentir dire. È quello che probabilmente avrebbe pensato lei stessa in circostanze analoghe.
Il caldo non facilitava l’attesa. I caloriferi erano accesi al massimo, le finestre sigillate ermeticamente, un potos asfittico giaceva abbandonato sulla scrivania in un vaso leggermente incrinato su un lato, l’odore chimico del toner della macchina fotocopiatrice e la luce del neon, ne avevano disegnato il luogo perfetto dove si consumava quotidianamente l’inequivocabile macchina della burocrazia.
“Allora, signora”, irruppe l’ uomo destandola dalle sue meditazioni. “È un problema alquanto nuovo per noi, al momento non possiamo fare altro che proporle la soluzione prospettata dalla nostra collega ieri al telefono. Scriveremo Yasira anziché Yasirah in attesa, quantomeno, che si possa integrare nel sistema operativo dell’azienda di salute pubblica l’opzione di due omonimi con la stessa data di nascita.”
Era andata fin lì per sentirsi ripetere la stessa cosa che aveva ascoltato il giorno prima? Davvero non c’era altro modo? Davvero doveva rinunciare alla sua H per poter fare una visita medica?
Con il bottone in mano e gli occhi appena lucidi, Yasirah si congedò in fretta. Aprì la porta e a passi svelti si incamminò verso l’uscita dell’edificio con lo sguardo rivolto al pavimento di gres, come farebbe un colpevole di fronte a un testimone oculare. Le occhiate malevole della gente in attesa, i commenti mormorati senza troppo riguardo alla sua presenza, la trapassarono come aghi sotto la pelle irrigidita dal gelo.

La strada la liberò dal giudizio altrui, ignara che presto un giudizio più grande l’avrebbe inchiodata ad una condizione ben più severa.

L’autunno nelle strade aveva cominciato quel suo reiterato lavoro di sottrazione visiva. Niente più foglie, niente più margherite nei parchi, niente più chioschi delle bibite, niente biciclette, non più i colori brillanti ma solo tenui tinte grigio brune, con le ultime sfumature rossogialle.

Lei, ora, camminava per la strada senza la H nel suo nome. Nuda. Così si percepiva. Camminava con vergogna, come se la gente potesse notare l’assenza della H nel suo nome. Occorreva porre rimedio prima che se ne accorgesse qualcuno.

La strada inghiottiva i suoi passi. Non indossava scarpe rumorose. Non ne aveva mai avute. Troppo presuntuose quando risuonano sull’asfalto di prima mattina, mentre le finestre sono ancora chiuse a custodire l’intimità degli abitanti, troppo inquietanti alla sera, tra i vapori della nebbia, durante la stagione più fredda.

I pensieri si consumavano rapidamente, non restavano a lungo, non si sedevano ad aspettare che lei li potesse ascoltare. Avevano fretta. Si sentivano traditi da lei che, alla fine, aveva ceduto al compromesso proposto dall’operatrice telefonica.

Se ne andava in giro senza la H nel suo nome. Temeva che qualcuno potesse scoprirlo. Che la gente, camminando, potesse vedere lo spazio vuoto alla fine del suo nome. E se per punizione la H, avesse deciso di appiccicarsi al suo volto come il marchio di Caino, condannata per tradimento?

Yasirah nacque senza un nome da abitare che l’attendesse, che fosse stato questo il cattivo presagio visto che ora le avevano rubato una parte di esso?

L’indirizzo era esatto. Prese l’ascensore e salì al terzo piano, su indicazione dell’usciere. Le pareti di un bianco opaco e il pavimento di linoleum grigio verde ricoperto di toppe di colore diverso, segno del tempo e dell’incuria, difendevano fedelmente l’aspetto di vecchio ospedale dimenticato rispetto alle moderne strutture futuristiche sorte nella periferia, frutto della speculazione edilizia che stava consumando il paese.

Si era resa conto di essere allergica ai corridoi lunghi più o meno all’età di sette anni, quando tentando di raggiungere suo padre con le braccia spalancate pronta ad accoglierla, dopo una lunga convalescenza, cadde malamente ferendosi la lingua. L’incidente le valse una sutura che le tolse la parola per le successive sei settimane. Era diventata improvvisamente muta… rimbalzare la lingua sul palato equivaleva a un supplizio troppo grande per quell’età.

Le porte erano tutte uguali, cambiava il numero e il nome del medico. Davanti a una di quelle porte Yasirah si arrestò verificando sul foglio della prenotazione che fosse quella giusta. I suoi occhi inciamparono in quello spazio vuoto… la H non c’era.

Come un grumo di sangue appiccicoso, cominciò ad addensarsi in lei un’inquietudine difficile da gestire in quel luogo claustrofobico. Allentò la sciarpa attorno al collo fino quasi a liberarsene, le mani abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo perso nel vuoto e voltandosi di scatto, si lanciò in una violenta corsa verso l’esterno. Sentiva soffocarsi. Il corridoio sembrava non finire e anche quando riuscì a mettere mano alla maniglia della porta d’uscita, continuò nella sua corsa come se non si fosse ancora resa conto di essere libera di respirare. L’aria fredda trafisse i suoi occhi umidi, sotto i piedi l’asfalto vacillava risucchiandole i pensieri e il suo corpo sollevato con improvvisa violenza, scaraventato in un urto fragoroso che immobilizzò l’aria per un istante. Sospinta in una bolla non sentì più niente.

L’ora dopo il risveglio fu un intercalare di domande e risposte appena accennate. Il medico tentava di spiegare cosa le era capitato sei settimane prima. Aveva avuto un incidente.
È stata investita da un’automobile, Signora. Ha riportato un trauma cranico che le ha provocato un coma.

“Coma?”
“Si, signora, purtroppo si è verificato come conseguenza del trauma, una perdita della memoria, quella che in anamnesi si chiama amnesia. Al momento non sappiamo dire se si tratta di una perdita temporanea o permanente. Potremo saperne di più dopo un periodo prolungato di osservazione.” “Trauma cranico? Amnesia? Permanente? Periodo di osservazione?”
Yasirah stava scivolando in un buco buio e profondo.
“Non si spaventi, se non ricorda il suo nome, dove e quando è nata o l’indirizzo di casa. Abbiamo trovato nella sua borsa una carta di identità, il foglio di prenotazione di una visita medica e sul suo cellulare diverse chiamate da parte di un certo signor Fernando Navarra. Lo abbiamo rintracciato e informato sulle sue condizioni mentre era a Toronto ed è subito venuto.”
Yasirah sembrava divorare il volto del medico col suo sguardo avido di cane rabbioso in cerca di una preda da annientare. Tentava di penetrare nelle sue intenzioni. Perché le stava raccontando tutto questo? Perché si trovava in quella stanza di ospedale senza memoria? Chi era Fernando Navarra? Il medico non glielo spiegò… come avrebbe potuto saperlo!
Lo stato di catatonica rabbia si placò un po’.
“Come mi chiamo dottore?”
“Yasirah Fatoumata Ali, guardi lei stessa su questo foglio.” Il medico le porse il foglio della prescrizione.

Yasirah guardò il foglio e poi lentamente aprì la carta d’identità e vide il suo nome scritto diversamente. Nella prescrizione mancava la H al nome di Yasirah. Si accigliò destando l’attenzione del medico.

“Tutto a posto signora?”
“Qui”, indicò con il dito sul foglio, “vede, proprio qui, manca la H”.
“Sarà stata sicuramente una svista. Un errore che capita spesso. È bene che la informi ora sul suo quadro clinico completo. A seguito dell’incidente, ha perso molto sangue. La sua gamba destra è rimasta schiacciata nell’impatto. Abbiamo tentato di salvargliela ma non c’è stato nulla che potessimo fare. Abbiamo dovuto amputargliela.”
La voce del medico si estinse nel silenzio della sua testa. Osservava con sguardo inebetito le labbra del dottore muoversi ma non riusciva a sentire alcun suono. Era entrata in una bolla. Una sensazione che sentiva di aver già provato. Chiusa al mondo esterno fino a quando d’istinto cercò la sua gamba sotto il lenzuolo bianco e trovò nient’altro che un fagotto bendato… la coscia monca fin sopra il ginocchio. Ecco che la bolla scoppiò e la voce del medico diventò assordante, una raffica di suoni la trafisse facendola sprofondare sul cuscino e scoppiò in una franosa risata. Rideva e cantava. Cantava una filastrocca in una lingua antica. Non speva neppure da quale ameno luogo della mente provenissero quelle strofe. Cantava battendo il ritmo con le mani fino a quando l’ago della siringa penetrò nelle sue vene.
Il sedativo roseo era entrato in circolo e le congelò i pensieri e con essi la sua vita prima del 24 novembre, data dell’incidente. Spossata indugiò con lo sguardo sul comodino accanto al letto dove, appoggiata ad un bicchiere stava la fotografia di un gatto addormentato su un cuscino azzurro.

SI LEGGE DALLA CRONACA DEI GIORNALI DEL 25 NOVEMBRE

Cinquantenne corrispondente al nome di Yasirah Fatoumata Ali, sopravvive ad un incidente stradale in pieno centro. L’autista, un ventisettenne neo laureato in ingegneria, è morto sul colpo.

Valentina A. Mmaka | scrittrice, attivista ed educatrice valentinammaka.blogspot.com

 

Immagine in evidenza: Foto a cura di Mujeres en travesìa scattate nel corso della mostra “Sotto le suole” progetto dell’artista Ximena Soza,  nell’ambito di Imola in musica, tamburi africani  a cura  da Associazione Senegalesi Imola.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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