Il neurocapitalismo e la nuova servitù volontaria – di Giorgio Griziotti

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(per gentile concessione di Effimera che ha pubblicato la traduzione italiana dell’articolo di Giorgio Griziotti uscito in francese per AOC il 3/12/18).

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Vivete in modo tale che nulla più vi appartiene. Eppure questo padrone ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di più di quanto abbia l’ultimo abitante dell’infinito numero delle nostre città. Ciò che egli ha in più sono i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite. 

Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, trad. di Giuseppe Pintorno, Milano, LaVita Felice, 1996. Pag. 31 (e 30 nel testo francese a fronte)

Il neurocapitalismo è la fase bio-cognitiva della valorizzazione: la connessione mente, corpo, dispositivi e reti appare inestricabile e definisce la onnipervadenza della mediazione tecnologica. Il soggetto, i suoi desideri, le sue potenzialità, sono integralmente “messi in valore” dentro la dimensione di iperconnessione globale in cui tutta l’umanità, dalle savane
alla metropoli, con gradi differenti, è ormai pienamente immersa.

Giovanni Iozzoli[1]

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Molti testi, studi e analisi del ruolo delle reti informatiche e dei media digitali sostengono che lo sviluppo del capitalismo contemporaneo sarebbe il risultato di una o più scoperte tecnoscientifiche piuttosto che delle condizioni materiali e politiche già formatesi all’interno del capitalismo industriale. Questa ipotesi pone quindi una discontinuità tra le diverse forme di capitalismo.

La Ford T e Linux, due oggetti tecnici universalmente noti, possono quindi essere presentati come simboli delle due epoche del capitalismo contemporaneo: l’era industriale e quella attuale, che alcuni economisti chiamano cognitiva perché pone lo sfruttamento della conoscenza al centro della produzione. Partire da questi due oggetti rappresentativi permette di rendere più chiari, anche per i non iniziati, i percorsi e i passaggi che hanno guidato la nascita di realtà come il software libero, o che hanno facilitato la diffusione così rapida della telefonia mobile, una delle tecnologie che ha maggiormente influenzato i cambiamenti nella soggettività.

Bioipermedia: cosa fa il digitale alla mente umana e viceversa

Il passo successivo in questo approccio ci porta al concetto di ” bioipermedia” come  dimensione attuale della mediazione tecnologica che ci circonda. Reti e tecnologie connesse e mobili, compreso l’Internet degli oggetti, ci sottopongono a una percezione multisensoriale in cui spazi reali e virtuali si fondono, estendendo e amplificando gli stimoli emotivi. Il bioipermedia si può definire come l’ambito in cui il corpo nella sua integralità si connette ai dispositivi di rete in modo talmente intimo da entrare in una simbiosi in cui avvengono modificazioni e simulazioni reciproche. Il concetto di bioipermedia si costituisce nel momento in cui stanno emergendo la decostruzione dell’antropocentrismo, l’ecologia politica, la neuroeconomia ed il tentativo generalizzato di sussunzione vitale.

È sia una nuova frontiera del capitalismo, che è passata dallo stadio cognitivo a quello biocognitivo, sia uno strumento euristico per leggere le trasformazioni antropologiche.

Come conseguenza di questa compenetrazione anche gli affetti e i sentimenti sono coinvolti in questo continuum tra vita e macchina. Il jeu d’influence esercitato dal neurocapitalismo nel bioipermedia con le tecniche di marketing sensoriale o di “customer experience” si concentra quindi sulle emozioni. Le principali linee guida di queste metodologie di manipolazione neurale prevedono di saturare la vita quotidiana con emozioni che favoriscono il consumo, la superficialità, i legami deboli e cercano di prevenire la loro cristallizzazione in sentimenti realizzati.

La mercificazione, la videogamizzazione e la disneyzzazione del reale ci spingono verso lo stato degli organismi semplici che sono in grado d’avere un comportamento senza processi mentali; le emozioni ma non i sentimenti…

Sorgono allora domande inquietanti sulla nostra società, nella quale gli affetti sono così fortemente e continuamente influenzati, manipolati e provocati in una prospettiva ossessiva di razionalità finanziaria e di meritocrazia ora esplicitamente vantata in Italia dal ministro dello Sviluppo e del Lavoro (Luigi Di Maio, M5S) negli spot pubblicitari martellati a spese del contribuente sulle reti pubbliche.

La servitù volontaria, una manna per il neurocapitalismo

Nel giro di due generazioni si è verificata una profonda trasformazione antropologica, e i legami di appartenenza (operai, proletari, locali e di molte altre categorie) che avevano caratterizzato il capitalismo industriale si sono dissolti, proiettandoci in un mare aperto dove tutto è possibile. Esistono percorsi e processi reali ed esistenti, dove il comune e la cooperazione diffusa potrebbero ritrovare la loro autonomia? Assistiamo all’emergere di una società di attraversamenti, costituita da nomadismi esistenziali, derive, negazioni di appartenenza che tratteggiano il profilo di individui senza porti di attracco, che vivono nella sfera bioipermediatica. I loro sensi sono sempre più saturi, in uno spazio costantemente ridefinito da algoritmi e automatismi volti a classificare e valorizzare miliardi di singolarità e le loro pratiche.

Col costituirsi delle megalopoli (o giga-cities) la socialità comunicativa è trapassata cioè nella rete. Questo però è un fenomeno diffuso ovunque. Il punto è come questo si rapporta allo spazio dei flussi sociali nella post-città. Una socialità aggregativa che non si risolve in una socialità comunicativa: praticamente l’apoteosi della folla solitaria[2].

In tale contesto si può innestare il sistema di credito sociale (SCS) istituito dal governo cinese per classificare la reputazione dei propri cittadini a cui viene assegnato un punteggio che va da 350 a 950 punti (scoring). Il sistema si basa su strumenti di monitoraggio di massa e utilizza le tecnologie di analisi dei big data. Il SCS è un esempio estremo di neurocapitalismo di Stato basato sia sull’assoggettamento sociale che sull’asservimento macchinico indotto da algoritmi di classificazione sociale che ricorda Black Mirror o 1984. Il SCS è un sistema imposto dallo Stato mentre nei sistemi di scoring privato come Sesame o Zhima Credit[3] l’utente aderisce volontariamente, e spesso con fierezza ad una forma contemporanea di servitù volontaria massificata ed algoritmica, per ottenere dei benefici tutto sommato irrisori. In Occidente la situazione non è necessariamente molto diversa: Facebook (FB) è un buon esempio di un divenire-macchina nel capitalismo neoliberista, con la sua capacità di trasformare due miliardi di “amici” in servo-elementi di una megamacchina mumfordiana[4].

Chi può negare che FB sia un territorio globale di stimoli comportamentali, emotivi, affettivi e neurali che costruisce processi di simbiosi tra oggetto tecnico e corpo umano? I videogiochi fanno parte della stessa dinamica e hanno in comune con FB un’adesione generalizzata. Tuttavia, vi sono differenze sostanziali e in particolare il quasi obbligo delle giovani generazioni di aderire a FB come luogo di cooperazione e di lavoro, pena l’esclusione produttiva e sociale. Inoltre, nessuno degli editori di videogiochi può affermare di avere, per ora, l’influenza di Zuckerberg.

Cinque secoli fa La Boétie denunciava la “servitù volontaria” al “tiranno” in un mondo in cui i soggetti di questa servitù erano i cortigiani e gli strati intermedi del potere. La “servitù volontaria” promossa da Facebook o dai sistemi cinesi di scoring obbedisce, amplificandola, alle regole dominanti della soggettività.

Fare insieme e disfare il neurocapitalismo

I movimenti attuali, a differenza di quelli degli anni Settanta o Ottanta, sembrano dare priorità all’azione e al “fare”, e questa è anche una conseguenza logica della dinamica dell’attraversamento, sopra citata. Il “fare” è direttamente politico e c’è la convinzione diffusa che in ogni attività, dall’espressione artistica alla ricerca di reddito, sia possibile esprimersi politicamente. D’altra parte, le relazioni all’interno di questi movimenti hanno sviluppato un morfismo della struttura di Internet, nel senso che le entità autonome e le iniziative che la costituiscono sono collegate in modo flessibile e spesso effimero e costituiscono una “rete di reti” di vari tipi di istanze.

Questo stesso “fare”, dispiegandosi sul territorio, è in grado di inventare il futuro in un remix di oggetti tecnici e di saperi della natura globale. Può quindi funzionare come mezzo prioritario di accesso a una riformulazione dell’ecologia-mondo, come definita da Jason Moore, nella continuità di Gorz e Guattari.  Il “fare” reinventa forme di cooperazione autonoma basate anche sui risultati più avanzati della tecnologia, per sottrarle al dominio dell’ideologia neoliberale e del controllo finanziario.

Queste pratiche sociali ed economiche diffuse e virali hanno ormai ricreato “quell’humus in grado di fermentare una nuova possibilità di resistere all’entropia e alla sconfitta definitiva della nostra avventura di umani”[5].

Ora però siamo arrivati ad un bivio, generato dal collasso istituzionale, economico e ecologico nel quale siamo pienamente entrati e questo ci mette di fronte ad una scelta, forse un’ultima imprevedibile e reale possibilità del comune autonomo di prendere la mano.

 

Giorgio Griziotti è stato uno dei primi ingegneri informatici usciti dal Politecnico di Milano. Ha acquisito in seguito una lunga esperienza nel campo delle TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione). La sua partecipazione al movimento autonomo italiano negli anni Settanta lo ha posto nella condizione di svolgere gran parte della sua attività professionale all’estero. I suoi più recenti saggi sono apparsi nelle opere collettive: Creative Capitalism, Multitudinous Creativity, Lexington Book, Londra, 2015, La Moneta del Comune, Alfabeta2-Derive&Approdi, Roma, 2015. È uno degli animatori del collettivo internazionale “Effimera”.

 

Note

[1]Giovani Iozzoli Neurocapitalismo. Dalla sussunzione reale alla sussunzione vitale https://www.carmillaonline.com/tag/giorgio-griziotti/

[2]Roberto Terrosi, Tokaido giga-city. Il Giappone tra post-città e CPS society, https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/tokaido-giga-city-il-giappone-tra-post-citta-e-cps-society/?fbclid=IwAR2OkXihG_zYtSlb6M_TB-pYnudzrquc8eHleFw8agIHqvfmSG80S8TNOvUil 24/11/2018

[3]Il Zhima Credit system ha riscosso un grande successo in termini di diffusione – i partecipanti mostrano persino i loro punteggi più alti come distintivo di prestigio sui social media. Oltre all’accesso a prodotti finanziari migliori, gli high scorer hanno anche diritto a vantaggi come la prenotazione di una camera d’albergo senza deposito o il noleggio gratuito di ombrelloni.

[4]Lewis Mumford, Il Mito della macchina. Il saggiatore. Nel 1967, Mumford ha introdotto il concetto di megamacchina come complesso sociale e tecnologico che modella grandi organizzazioni e progetti in cui gli esseri umani diventano parti intercambiabili o servo-unità.

[5]http://www.labottegadelbarbieri.org/neurocapitalismo-e-cura/

 

 

Immagine in evidenza: Collage di Basseck Mankabu.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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