Il naso triste di Bartali – di Tullio Bugari

loto

 

 

Ho amato questa canzone di Paolo Conte fin dalla prima volta che l’ho ascoltata. Anche il naso di mio padre mi sembrava triste come una salita, e anche le sue pedalate erano una specie di gara, ma con la vita, quella vita che da sempre reclama la sua fatica: infiniti saliscendi dentro le polverose strade di sassi, che dalla nostra casa di campagna arrancavano su, scollinando, fino a Macerata, quaranta chilometri più in là. Alle prime ore dell’alba di ogni lunedì, come a marcare il via di una nuova settimana di lavoro. O di fatica!

Mio padre. Lo immaginavo già vagabondo della strada ancor prima della mia nascita, maturo nell’età ma con le forze ancora intatte, lanciato verso spazi a me ignoti.
Di giorno guardavo quella strada che saliva sulla collina, e si adagiava sul crinale, prima di nascondersi… chissà dove!

Da bambino, nei pomeriggi d’estate, quando nel lettone dei miei genitori fingevo di riposare, vedevo riflessa, nello specchio in fondo al letto, una di quelle stampe popolari con la madonna e il bambino. Ciò che mi attraeva, era una stradina sullo sfondo, che girava a destra e si nascondeva tra gli alberi. Mi ha sempre intrigato! Immaginavo che una magia mi facesse entrare nel quadro, per incamminarmi su quella strada nascosta.

Da adulto, mi hanno sempre attirato i quadri del rinascimento, con i paesaggi sullo sfondo. Nessun pittore li disegna a caso, ciascuno vi ripone, alla vista di tutti ma mai proprio del tutto, i suoi legami con il mondo, gli accenni alla vita di cui ha bisogno per sorreggere il soggetto centrale della sua opera.

La strada di mio padre era vera, ma io preferivo immaginarla come un’avventura. Lo vedevo alle prime luci dell’alba, che s’inoltrava dietro quella curva sulla collina infilando una pedalata dietro l’altra, su quella bicicletta dai cerchioni imbottiti con un tubo di gomma, perché dopo la guerra avere un copertone e una camera d’aria era un lusso, e avevi solo quel tubo per ammorbidire i colpi della ruota nelle buche.

Negli ultimi anni, quando le sue gambe erano troppo stanche per reggere ancora il peso di un cammino qualunque, faceva come me da fanciullo, al posto dello specchio con la stampa della madonna col bambino, aveva la finestra della sua casa di città. Stava seduto lì per delle ore, con la sedia girata all’indietro e i gomiti appoggiati alla spalliera. Gli ho scattato una foto in quella posizione.
Ricordo, un giorno, la sua smania improvvisa di uscire e incamminarsi per la strada, come un tempo.

Accetta infastidito che lo accompagni e gli sorregga il braccio. Quando varca la soglia, ripete come un tic il gesto antico dei contadini: un veloce sguardo al cielo a controllare il tempo e l’incedere delle stagioni. Poi per un attimo assapora sul viso il calore del sole e quindi via, verso l’ultima fuga.

Bastano pochi passi e le gambe si arrendono: non è il timore di non farcela, no, è proprio la fatica a vincerlo.

Chissà quante volte nella vita ha avvertito lo stesso desiderio di fermarsi, la voglia di un riposo? Il riposo che cerca ora invece è l’ultimo, come un respiro a cui tolgono l’aria.

Vede un muretto e si siede, sembra tranquillo mentre ammette ciò che non vorrebbe: tornare indietro.

Ecco, è così che in quei pochi metri consuma i suoi ultimi passi, non ce ne saranno altri. Torna alla sua sedia davanti alla finestra e fa come facevo io da fanciullo, con il mio quadro allo specchio. Immagina anche lui una magia che lo riporti su quella strada che ora gli sfugge, perché lui c’è stato davvero, un tempo, su quella strada, arrancando come un forsennato in sella a quella bicicletta dall’equilibrio incerto, scavalcando colline e pendii, gettandosi giù, incosciente, dentro le discese polverose.

Era una specie di lotta, condotta a colpi di manubrio e ben dosati scatti di spalle e di anche. O di danza, come un mimo che da il meglio di sé, aggrappato a quel manubrio ingombrante e delicato, sul punto di saltare via da un momento all’altro.

La sua bicicletta non era una macchina elegante, forgiata su misura per il suo eroe di turno. Era una biciclettaccia qualunque, una delle tante in circolazione allora, ineleganti e goffe, frenetiche solo quando è la forza di gravità a trascinarle in fondo alle discese, e allora deve affidarsi alla sorte se vuole arrivare tutta d’un pezzo.
Due ore, tre, questo il tempo del suo viaggio una volta alla settimana. Per il resto di quei giorni era il lavoro ad attenderlo, o la fatica, e non c’erano più strade su cui pedalare ma sentieri e prati arrampicati sulle montagne, e rocce e buche da scavare con pale e picconi, e poi pali di legno da trasportare in spalla e innalzare dritti verso il cielo come tanti minareti piangenti piantati nell’aria, e fili del telegrafo da appendervi sopra, un po’ come da ragazzo aveva addobbato gli alberi della cuccagna.

S’arrampicava su quei pali calzando ganasce chiodate, conficcando i piedi nel legno. Ad ogni passo doveva strattonare il piede, liberarlo con dispetto dalla presa, dondolarlo nel vuoto per fargli recuperare forza ed equilibrio, e poi via a conficcarlo di nuovo nel legno qualche centimetro più in alto.
Per restare intero doveva procedere un pezzo di corpo alla volta.
Erano invece le spalle e le braccia che aggrappate strette al palo si conquistavano la strada verso il cielo.

Lo sguardo correva avanti e indietro, mentre fissava veloce la punta del palo sempre più vicina, sullo sfondo delle nuvole.

A noi che stiamo qui, comodamente seduti, quel palo potrebbe sembrare la penna di un disegnatore che traccia viaggi nel cielo, là dove il nostro sguardo di solito non arriva.

Il suo, di sguardo, indugiava appena e poi subito si volgeva di nuovo alle ganasce chiodate dei suoi piedi, non appena il colpo assestato sul legno scuoteva tutto, lui il palo e il cielo, in un’unica vibrazione.

Ma trovava sempre anche un barlume di tempo, come uno scatto, per volgersi all’ampiezza del paesaggio che s’allargava giù in basso. Questo lo so per certo, l’ho sempre capito dal modo in cui lo raccontava.

Come erano ampi quegli spazi, così pieni di aria, e delle voci degli amici che si trovavano lì sotto, vicino a lui.

Era così che nel dopoguerra, quei piccoli uomini ricostruivano il sistema di telecomunicazioni del nostro paese, e la fatica non pesava perché tutto questo, non scordiamolo, era normale per loro. Non avevano capito di vivere in realtà dentro al mito, con quel loro naso triste come una salita di Bartali.

Nel paesaggio di quel mito loro non occupavano la scena centrale, s’erano invece incamminati su quella stradina nascosta tra gli alberi, disegnata da quel pittore proprio per loro, fino a togliersi dallo sguardo, dove nessuno più li vede, e lì erano diventati loro l’accenno alle cose reali, alle grandi idee e sogni, quelli di cui l’artista cantore del nostro mondo ha bisogno per sorreggere l’intera storia.

Poi, una volta alla settimana, la stessa strada, questa volta nella direzione inversa, quella del ritorno, del racconto che si prepara ad essere narrato.
Le discese polverose dove s’era gettato all’andata ora l’attendevano dall’alto, e dunque ancora ad arrancare con tutto il corpo, le spalle e le anche, e quel manubrio che ogni volta sembra volersi spezzare con un colpo solo, così come potrebbe spezzarsi la schiena, che si agita lenta e tesa come una corda, di mandolino o di violino, sotto il sole del tardo pomeriggio.

L’ultima immagine che ho è una surplace gesticolante, sul crinale della collina, ferma per sempre come un mimo silenzioso, che trattiene solo per sé la sua musica, senza più scricchiolii di alcun tipo a scorrergli dentro. Rasserenato.

 

Per gentile concessione dell’autore, un brano è stato pubblicato precedentemente in Sagarana.

 

Tullio Bugari è nato a Jesi nel 1952, in una casa di campagna che oggi non c’è più: tolta di mezzo per far posto ad una strada. Laureato in filosofia a Roma a metà degli anni Settanta, nella sua vita reale si è occupato per molti anni di ricerca sociale, formazione, intercultura e raccolta di storie; negli ultimi anni ha pubblicato: nel 1999, insieme a Giacomo Scattolini, “Izbjeglice/Rifugiati, storie di gente della ex-Jugoslavia”, con un racconto di Predrag Matvejevic (ed. Pequod, Ancona); nel 2000, “Itinerari, storie di viaggio dentro al mondo”, racconti di migranti raccolti nelle Marche, in Catalogna, in Svezia e in Germania (programma europeo Comenius); nel 2004, “Parole condivise” (Franco Angeli, collana La Melagrana), il racconto a più voci di un’esperienza di accoglienza scolastica dei minori stranieri nelle scuole di Ancona; nel 2007 e nel 2008 le due antologie Alfabetica, dedicate ai poeti e scrittori migranti che hanno partecipato a Jesi ad “Alfabetica, incontri letterari con i nuovi autori in lingua italiana”; nel 2011, il romanzo “La ragazza che corre” (affinità elettive, Ancona); nel 2011, insieme a Giacomo Scattolini, “Jugoschegge, storie e scatti di guerre e di pace” (Infinito edizioni); nel 2013, “In bicicletta lungo la Linea Gotica”, in viaggio con la Staffetta della Memoria dal Tirreno all’Adriatico (Infinito edizioni), del 2017 invece il suo ultimo romanzo “E riavulille”. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista on line Sagarana diretta da Julio Monteiro Martins.

 

Immagine in evidenza: Foto di Melina Piccolo.

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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