Il muto sorvolo delle rondini, poesie da “Liturgia degli anni” (Raffaelli 2017) di Giovanni Perrino

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MAGIA

 

Parole superflue come vecchi soprammobili

Da riporre in cantina con i versi vergati che

Si dichiarano estranei e piovono addosso

Come pioggia a primavera bagnano guardano

Perplessi e silenziosi in verità spiego l’arcano

Rincorro il sogno delle ore prima dell’alba

Aggrappato come naufrago al suo scoglio

La luce di Turner torna ad avvolgere case

E litorali di nere sabbie e cavalli che in fila

Sul bagnasciuga spruzzano acqua sugli zoccoli

Tornano a trotto sulle dune sazi di brezze

Sanno il percorso fino al limite della riserva

Amano terrapieni stretti e l’odoroso mirto

Brillano nelle trasparenze di specchio ove

Un mago si congeda riverente dal proscenio

Con un inchino dopo il gran finale di magia

Torno a rovistare fra le memorie d’infanzia

Umile antidoto al quotidiano smarrimento

 

 

AZIZ DI DANKALIA

 

Il mio nome era Aziz di Dankalia

A scuola sono Fiorella e basta

Con una scodella di latta

Facevo mucchietti di berberè

Mia madre ne faceva cartocci per il mercato

Quel gioco puzzava di spezie alla sera

L’acqua lontana…solo dal pozzo vicino ai rovi

Anche il padre lontano… dicevano Svezia

Io non sapevo pronunciare quel nome di donna

La odiavo gelosa perché era lei a togliermelo

La madre morì nel giaciglio e non giocai più con le spezie

La zia bambina raccolse le povere cose per andare dal padre

Due anni di strade botte e urla e lunghe soste nel sole

Una notte la barca, vento caldo e giusto per prendere il mare

Buio che bruciava di sale la lingua che invocava il nome

La forza del mare dissero che aveva un numero alto

Un uomo bianco mi sollevò dall’acqua e passai tante braccia

Lingue e volti stranieri che guardavo in silenzio

La piccola collina di berberè fu desiderio di madre

Ma ormai compariva la tavola piatta dell’isola

In forma di stelo trasparente nella luce bianca

Su braccia di donna fui Fiorella

Aziz

il mio doppio

per sempre.

 

 

ASPETTANDO LAMPEDUSA

 

Gli occhi chiudili e la bocca come una carezza

Sollevi il lenzuolo e lasci che la luce penetri

Dallo scuro socchiuso come lama che traversa

Scorre lontano il fiume largo ch’altri riceve

Incessante il mare fra stormi e isole incontro

Vedevi nella notte bui di lune e pallori d’albe

Il villaggio pieno di verde lungo strade di bimbi

Dove con la tua gente chiedevi pane e pioggia

Allineata sulla strada esausta e flebile il respiro

Ora un corteo d’ombre porta foto e gocce salse

Che immemori vagano sospese nella breve storia

Sul bimbo fisso lo sguardo nel filo di luce

Ma gli occhi non videro il punto in cui scomparve

Nell’acque scure d’un gorgo che s’avvitò

Come chiodo su legno incurante del martello

 

 

 

HALAB *

 

Su graffiti di grotte e pietre tombali

Paleolitica roccia sul fondale riposa

Un’icona su affreschi di chiese lacustri

Stanca d’anni lunghi di guerre e sangue

Ferma chiede pietà all’antiche pietre

Andando alla deriva nel buio vuoto

Narciso dolente nel gorgoglio di sassi

Come cani che conoscono la preda

Sono l’isola che affiora nel silenzio

Quel tocco che ha paura dei marosi

Ripárati nel sonno rincuora la risacca

Che profughi accoglie da Halab la martire

Al dolore senza tempo degli schiavi

Risponde dallo speco lento compianto

Che nel filo di dolore infilza parole

Che incontrai su un sasso di luna

Incauto tormento del silenzio d’acque

Il mio canto si congiunse nella notte

 

 

  • Il nome arabo di Aleppo, città martire della Siria

 

 

MEMINI

 

Dovrei pensarti non così lontano amico caro

Ma so quale luogo abiti fra lunghi filari di vite

Le betulle qui non hanno prezzo nelle notti urlano

Senza fine alla luna ghiacciata e le terre nere

Hanno paura per molte verste s’odono voci roche

Scricchiolii ch’annunciano imminenti crolli

I lupi fuggono e all’alba i contadini si segnano

Nessuno osa cantare il dolore qui già germogliano

I frutti nel gorgoglio d’acque e tacciono i vicoli

Dove è tutto un mugolio di gatti padroni di pietre

E gerani a guardia delle ore deserte della tua siesta

Attendo il giorno per ascoltare le tue parole

All’imbarco alla stessa ora di oggi in cui voliamo

Al di sopra delle stesse nuvole fra cielo e terra

Ricordi Malastrana metafora del mondo? La corsa

In auto verso i sogni blu e le luci di Turkulimano?

A quel tempo i versi non si scioglievano liquidi

Come su questo treno su cui scorrono abeti storditi

Dall’inverno col ghiaccio che rapprende le radici

Ed io non vedo oltre il vuoto di un mancato sms

Mentre scivola il ricordare fra memoria e nostalgia

In questo vagone semideserto di volti senza nome

 

 

VENTUNO DICEMBRE MILLENOVECENTOQUARANTADUE

 

 

Riconosco la foto nascosta fra la biancheria

Accarezzo il volto sbiadito nei lini ingialliti

Il giovane soldato disperso in guerra insepolto

Inutile martirio nella sacca del Piccolo Saturno

Disperso fu il responso burocratico del distretto

Morto i maghi riferirono con increscioso stupore

Vivo per la madre che rifiutò la messa in scena

Vestiti e scarpe l’attesero per anni nell’armadio

A lungo s’udì i suo passo stanco nell’inverno

Ora il ricordo ignora il pallore smunto delle foto

Chiede il sorriso del corpo le lunghe mani il volto

Lo scodinzolare del cane fra le braccia sulla porta

L’aia ferma nel sole e il muto sorvolo delle rondini.

 

Giovanni Perrino (1946) è nato a Palermo e vive a Mantova. Allievo di Natalino Sapegno all’Università “La Sapienza” di Roma, tesse con passione legami e sintonie fra lingue e culture diverse a partire da quella russa. In qualità di dirigente dell’Ufficio Istruzione presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca, ha dato impulso a molti progetti per la diffusione e l’insegnamento della lingua italiana in Russia. In collaborazione con E.Evtushenko e con E. Solonovich, insigne traduttore di poesia italiana, ha dato vita al premio Lerici Pea-Mosca con l’obiettivo di tradurre e far conoscere al pubblico dei due Paesi gli autori emergenti e le dinamiche in atto nei rispettivi ambienti letterari. Sue poesie sono pubblicate in varie antologie e in riviste italiane, russe e armene.

Ha pubblicato, tra l’altro, le seguenti raccolte: Malastrana, Ed. All’Antico Mercato Saraceno 2004, Ellis Island. Poesie dopo l’11 settembre, Interlinea 2007, Dorso d’asino, possibili rallentamenti, Interlinea 2012; Liturgia degli anni, Raffaelli 2017;  e-mail: pobedy@hotmail.it

 

Immagine in evidenza di Tracy Allen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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