Il Messico ferito dagli assassinii di giornalisti e difensori dei diritti umani (Fabrizio Lorusso)

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Il Messico ferito dagli assassinii di giornalisti e difensori dei diritti umani

Javier Valdez, il reporter che raccontava la terra del Chapo Guzmán

Sono sette i giornalisti assassinati in Messico nei primi cinque mesi dell’anno. E ancora non scoppia nessuna rivoluzione. Certo è che il 15 maggio diventerà per tanti uno spartiacque, un po’ come lo è stata la notte del 26 settembre 2014, data della sparizione forzata dei 43 studenti di Ayotzinapa. Javier Valdez era un giornalista coraggioso, autore di libri come Gli orfani del narcotraffico, Mala-erba, Sequestri: storie reali di desaparecidos e vittime del narcotraffico Narco-Giornalismo. Era stato tra i fondatori del noto portale Río Doce nel suo stato natale, il Sinaloa, ed era collaboratore dell’agenzia internazionale Afp e del quotidiano nazionale messicano La Jornada, tra gli altri. Scriveva di narcos, ma non solo. Scriveva della cultura e della politica che costituiscono il terreno fertile che, nello stato settentrionale del Sinaloa, permette alle mafie di svilupparsi e prosperare. Riusciva nelle sue cronache a collocare il problema delle mafie e della cultura mafiosa in Messico nei termini giusti, quelli della denuncia dei poteri criminali e statali collusi, e si soffermava sulla quotidianità, sulle storie di vita, le biografie e le vittime.

 

Ma raccontava anche quella di parte della società, della gente, che a Culiacán, capitale del Sinaloa, vive immersa nella cosiddetta narco-cultura e, in molti casi, la sostiene e la riproduce. Si tratta della terra de El Chapo Guzmán, attualmente in arresto negli USA, e del “Mayo” Zambada, capo del cartello di Sinaloa, ma anche di altre famiglie storiche del narcotraffico messicano come i Beltrán Leyva o i Coronel.

Valdez è stato freddato in macchina, nei pressi della sede di Río Doce a mezzogiorno, lunedì 15 maggio, giornata che in Messico è dedicata a festeggiare gli insegnanti. Javier ha dedicato la sua vita a indagare i narcos della sua regione ed era molto conosciuto nel Paese e a livello internazionale. Il Sinaloa è attualmente scosso da rivalità e faide tra fazioni dell’omonimo cartello criminale che è considerato tra i più potenti del mondo.

 

Dopo l’uscita di scena del boss Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, l’organizzazione sta sperimentando lotte intestine tra i suoi figli ed eredi, Alfredo e Iván Archivaldo, i fedeli di Ismael “El Mayo” Zambada” e quelli di Dámaso López Núñez “El Licenciado”, boss arrestato il 2 maggio scorso che ha lasciato un vuoto di potere in numerosi territori. Inoltre il cartello Jalisco Nueva Generación, che ormai contende a Sinaloa ampie regioni del Messico e i passaggi della frontiera statunitense, ha aumentato negli ultimi due anni pressioni e ostilità.

“Essere giornalista è come far parte di una lista nera. Loro decideranno, anche se tu avrai la scorta e sarai blindato, il giorno in cui ti uccideranno”, aveva dichiarato Valdez alla stampa in una delle presentazioni del suo ultimo libro Narco-Giornalismo: la stampa nel mezzo del crimine e la denuncia.

Ho seguito il suo lavoro in questi anni, caratterizzato sempre da un alta qualità professionale ma anche da un alto valore letterario e narrativo, e condivido in fondo al post una sua presentazione, realizzata in compagnia della giornalista Lydia Cacho, che registrai alla Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara il dicembre scorso. Un altro “fatto di cronaca”, che rischiava di trasformarsi in una strage, racconta bene la situazione del giornalismo in Messico. Il 14 maggio nello stato del Guerrero, ad Acapatlahuaya, lungo la strada che porta da Iguala a Ciudad Altamirano, sette giornalisti messicani e stranieri sono stati sequestrati e derubati del veicolo in cui viaggiavano e delle loro attrezzature da un centinaio di membri della delinquenza organizzata, forse appartenenti al cartello della Familia Michoacana, sotto la minaccia “di venire bruciati vivi”. Qui il mese scorso l’ex sindaco ed ex deputato locale di Acapetlahuaya è stato assassinato. Solo un chilometro oltre il luogo in cui è avvenuta l’aggressione i giornalisti hanno trovato un posto di blocco dell’esercito.

 

Teloloapan, sito lungo la stessa strada, è un comune in mano al crimine. A fine aprile il sindaco è dovuto scappare via con la sua famiglia e solo l’8 maggio scorso, scortato da esercito e polizia federale, è potuto tornare a casa e al lavoro, ma, come dimostrano i fatti, la sicurezza e la tranquillità sono ancora ben lontane, come nel Sinaloa. Il media di Valdez nel 2009 era stato attaccato addirittura con delle granate, ma i giornalisti avevano continuato a svolgere il loro lavoro.

In seguito all’omicidio di Valdez sono state convocate varie manifestazioni fuori dal Ministero degli Interno a Città del Messico, a Guadalajara e in altre città. Sebbene siano arrivate rapidamente, almeno in questo caso, le condanne dei partiti politici, del governo e della Commissione Nazionale per i Diritti Umani, la sfiducia negli organi inquirenti e nelle istituzioni, come la procura speciale per i crimini contro la libertà d’espressione (Feadle), la quale è nota per attrarre casi che al 99% non riuscirà a risolvere, resta grande e il pericolo che anche questo omicidio rimanga impunito è concreto.

Per questo la comunità internazionale e l’opinione pubblica messicana non devono abbassare la guardia. Sono già state annunciate manifestazioni di protesta in tutto il Paese, nella speranza che non coinvolgano solo i professionisti del giornalismo ma tutta la società che, in genere, è piuttosto apatica e ha normalizzato drammaticamente la violenza, gli omicidi (200mila in 10 anni) e le sparizioni forzate (31mila in 10 anni).

Miriam Rodríguez, la mamma di una ragazza desaparecida che è diventata un simbolo

Pochi giorni prima della morte di Valdez, anche l’attivista Miriam Rodríguez, “colpevole” di aver fondato un collettivo di genitori di desaparecidos e di aver contribuito a far incarcerare gli assassini di sua figlia, era stata assassinata: in Messico la sequenza di mattanze e di violazioni gravi ai diritti umani pare non avere mai fine. Nel Messico dell’ipocrita guerra al narcotraffico il valore della vita umana s’avvicina drammaticamente allo zero. Il 10 maggio, giorno della Festa della Mamma, Miriam Elizabeth Rodríguez Martínez, una delle fondatrici ed esponente in vista della Collettivo dei Desaparecidos nello stato del Tamaulipas, è stata ammazzata dai sicari di un commando armato che, arrivati fuori da casa sua, hanno gridato il suo nome e poi hanno fatto fuoco. Qual era la sua colpa? Fare l’attivista? Denunciare? Parlare troppo con la stampa? Avere avuto una figlia sequestrata, fatta sparire nel nulla e aver condotto da sola le indagini fino a ritrovarla, morta, per poi continuare comunque la lotta per la giustizia affianco ad altre madri come lei?

 

Probabilmente la sua colpa era solo quella di essere una vittima che aveva deciso di reagire, tra le migliaia che ogni anno si sommano al triste e scabroso conteggio della narcoguerra messicana. Il Tamaulipas è al primo posto in Messico per il numero di desaparecidos (oltre 5500), cioè di persone che vengono fatte sparire, con la partecipazione attiva o la complicità delle autorità statali, e di cui non si sa più nulla. Il 10 maggio è una data simbolica ma non più perché è la Festa della Mamma, ma perché dal 2010 migliaia di madri del Messico e del Centroamerica sfilano in corteo a Città del Messico chiedendo verità e giustizia per i loro figli e le loro figlie desaparecidos e, dunque, è una giornata di lotta e protesta in cui, come dice l’hashtag di twitter #NadaQueFestejar utilizzato per convocare alla partecipazione popolare, “non c’è niente da festeggiare”.

 

Proprio in una di queste manifestazioni è nata l’idea di creare un’esposizione artistica per far marciare per il mondo i passi, le orme e le scarpe di questi familiari, stampando sulle loro suole e su dei fogli di carta i loro messaggi di dolore e dignità. La mostra Orme della MemoriaHuellas de la memoria, che fino alla fine di giugno sarà in varie città italiane, racconta cosa significhi per queste persone la ricerca e il ritrovamento dei loro cari, vivi o morti.

Ecco alcuni dei loro messaggi, impressi sulle loro scarpe e oggi in cammino per l’Europa. “Io mi chiamo Lety Hidalgo e cerco mio figlio; Roy è stato fatto sparire l’11 gennaio 2011”. “Sono figlia di Rafael Ramírez Duarte, desaparecido politico dal giugno del 1977. Seguire le tue orme è voler toccare i tuoi piedi coi miei, come il gioco della tana dei conigli tiepida che c’hanno rubato, papà, Tania”.

“Melchor Flores Landa, cerco mio figlio, Juan Melchor Flores Hernández, vittima di sparizione forzata. I fatti sono avvenuti a Monterrey il 25 febbraio 2009. Melchor, detto Cow-boy Galattico; Figlio mio, ti cerco da 7 anni e non mi sono ancora stancato, continuerò a cercarti finché Dio me lo permetterà e le mi forze e il mio corpo resistano, ovunque tu sia ti mando tutto il mio amore di padre, ti amo e ho bisogno di te”.

 

Nel 2010 a San Fernando, la città in cui abitava Miriam e dove è nato il comitato di genitori e vittime delle sparizioni forzate da lei fondato, furono trovati i cadaveri di 72 migranti messicani, centroamericani e sudamericani, trucidati e gettati in una fossa comune dai membri dell’organizzazione criminale degli Zetas. Qui molti casi di sparizioni, violenze e mattanze sono legati alla sanguinosa faida tra questi e il cartello del Golfo, l’altra organizzazione mafiosa che lotta per la supremazia nella regione nord-orientale del Messico. Lo Stato? Assente, se non connivente. Ciononostante i cittadini e le vittime si organizzano, anche a costo della vita.

Un altro caso drammatico e sconcertante, ancora irrisolto, è quello dei 43 studenti della scuola di Ayotzinapa che la polizia locale e il crimine organizzato hanno sequestrato sotto gli occhi dell’esercito e dei federali a Iguala, nel meridionale stato del Guerrero, nel settembre 2014. E sono altri 31mila i desaparecidos nel Paese negli ultimi 10 anni. Sono numeri che ci rimandano alle dittature del Cono Sud negli settanta e ottanta o ai conflitti bellici attuali dell’area mediorientale, mentre invece si tratta del Messico, un Paese che formalmente non è in guerra, ma che vive un conflitto interno gravissimo in cui regnano impunità e corruzione.

 

La popolazione, e specialmente le persone più esposte come gli attivisti, i difensori dei diritti umani e i giornalisti, vivono tra due fuochi: le mafie e le bande delinquenziali, da una parte, e quella parte degli apparati statali che è connivente, indolente e, in certi casi, agisce come un vero e proprio cartello della delinquenza oppure si confonde con questi.

 

Si dice che Miriam abbia avuto un “privilegio” rispetto ad altre famiglie di desaparecidos: era riuscita, dopo due anni di ricerche, per lo meno a ritrovare il corpo della figlia, Karen Alejandra, che era scomparsa nel 2012, e a darle una degna sepoltura. Molti familiari di desaparecidos non cercano nemmeno più la verità su quanto è successo o una condanna per i responsabili, ma lottano per ritrovare almeno i resti dei loro cari. E le magliette che portano durante le ricerche o in manifestazione dicono “Figlio, finché non t’avrà interrato, continuerò a cercarti” e “Ti cercherò fino a ritrovarti”.

Miriam, comunque, era andata oltre, anche dopo aver trovato il corpo di sua figlia. Era diventata un’attivista per i diritti umani e aveva costruito una rete nazionale dei familiari che cercano i loro cari scomparsi. Era stata capace di far aprire l’indagine che condusse all’arresto della banda dei responsabili del femminicidio della figlia. Sapeva di essere sotto tiro, era stata minacciata più volte e aveva pure sventato il sequestro di suo marito, ma il pericolo era aumentato dopo che uno degli assassini era fuggito di prigione il marzo scorso, Miriam aveva quindi chiesto alle autorità una protezione che non è mai arrivata.

L’impiego delle forze armate con funzioni di polizia ha condotto alla militarizzazione del paese e all’aumento esponenziale delle violazioni ai diritti umani, tra cui spiccano le sparizioni forzate, la tortura e le esecuzioni extragiudiziarie come strategie di controllo di massa, e in 10 anni di “lotta” ai cartelli della droga i morti per omicidio arrivano alla cifra di 200mila e i desaparecidos sono oltre 31mila secondo i numeri ufficiali.

Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di vittime innocenti, di gente comune coinvolta in un conflitto armato non riconosciuto ufficialmente, e non di “criminali cattivi” in guerra contro “i buoni” difensori della legge, come invece il governo e la procura cercano di far credere all’opinione pubblica nazionale e ai media internazionali. Le droghe, chiaramente, continuano a fluire massicciamente verso gli Stati Uniti, principale mercato di consumo del mondo, ed anche a restare in Messico, dove l’erosione dei legami sociali e comunitari sta portando a una catastrofe umanitaria e quindi il richiamo dei gruppi criminali, in cerca di manovalanza, di nuovi consumatori o di entrambe le cose, diventa preponderante.

I familiari organizzati in movimenti per le ricerche e per obbligare le autorità a seguire i casi e a riparare il danno sono sotto attacco. La comunità internazionale ha un ruolo importante nel denunciare, mantenere viva l’attenzione e la pressione sul governo messicano e non far dimenticare i casi di coloro che hanno pagato con la vita la loro attività sul campo (di battaglia, letteralmente).

Facciamo memoria

Il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, nato nel 2011 proprio come conseguenza della “narcoguerra” imposta dall’allora presidente Felipe Calderón e continuata dall’attuale, Enrique Peña Nieto, ha stilato una lista, che riporto di seguito, per conservare la memoria delle 17 persone che sono state uccise per avere “osato” cercare la verità.

 

Nello stato del Tamaulipas Miriam Elizabeth Rodríguez Martínez viene uccisa da dei sicari in casa sua. Aveva ritrovato il corpo della figlia, Karen Alejandra, desaparecida e aveva fatto incarcerare i responsabili.

 

In Chihuahua la famiglia Reyes Salazar è stata distrutta, tra il 2008 e il 2011 cinque di loro sono stati uccisi: Josefina, Rubén, Elías, María Magdalena Reyes e María Luisa Ornelas cercavano giustizia per il figlio di Josefina.

A Ciudad Juárez Maricela Escobedo è stata ammazzata il 16 de dicembre del 2010 davanti al palazzo del governo e chiedeva giustizia per la sparizione e l’assassinio di sua figlia.

Nello stato di Sonora Nepomuceno Moreno Núñez, ucciso il 28 novembre 2011, cercava suo figlio di 17 anni, che era sparito un anno prima.

Heriberto López Gastelum, assassinato il 30 de novembre 2016, cercava suo figlio scomparso alcuni mesi prima.

In Sinaloa Sandra Luz Hernández, assassinata il 12 maggio 2014 con 15 spari, cercava suo figlio Edgar Guadalupe Hernández, scomparso nel 2012.

Luis Abraham Cabada Hernández, ucciso il 19 dicembre 2015. Cercava suo fratello e due cugini.

In Guerrero Norma Angelica Bruno è stata uccisa il 13 febbraio 2015 e cerca sua cugina desaparecida.

Miguel Ángel Jiménez Blanco, ucciso l’8 agosto 2015, era il leader delle ricerche dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa.

Bernardo Carreto González, assassinato il 22 dicembre 2015, esigeva la presentazione con vita dei suoi tre figli.

Nello Stato del Messico (intorno alla capitale) Cornelia San Juan Guevara, ammazzata il 15 gennaio 2016 cercava suo figlio desaparecido dal 2012.

 

In Veracruz José Jesus Jiménez Gaona, ucciso il 22 giugno 2016, cercava sua figlia desaparecida di 23 anni.

 

In Jalisco Gerardo Corona Piceno, ucciso il 19 aprile del 2017, cercava suo fratello scomparso nel 2012.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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