Il levitatore, di Adrián N. Bravi

pandemia

Adrián Bravi, Il levitatore, Quodlibet Compagnia Extra, 2020

il levitatoreAnteo Aldobrandi è l’uomo medio della provincia italiana, divide il suo tempo tra le stranezze della sua famiglia, le discussioni con la sua ex-moglie, la sua amata cagnolina, e la sua levitazione.

È lo stesso Anteo che, nelle primissime pagine del libro, spiega l’origine della sua levitazione. Una ossessione, una caratteristica, un punto di forza… lui levita. E la lentezza prende il sopravvento sulla sua vita, o meglio ancora la leggerezza, uno sguardo dall’alto verso i problemi, verso quelle insicurezze che ogni individuo sa di avere. È nella levitazione, arte affinata negli anni, che Anteo trova la sua libertà, il suo ordine, e la sua accettazione della realtà.

La levitazione è la sua certezza, il suo porto sicuro, fino alla comparsa della questione Ginetta. L’arrivo di un postino e la consegna di una busta colorata bastano a farlo piombare in una realtà diversa, ostile, che lo risucchia e lo tiene a terra. È l’inizio di un controverso dialogo tra leggerezza e pesantezza, leggerezza ricercata e pesantezza della realtà; tra ordine e assurdo, l’ordine della sua vita da levitatore e l’assurdo delle conseguenze che la questione Ginetta portano con sé.

Adrián Bravi, ancora una volta, tesse la trama di un racconto giocato sul filo dell’ossessione, che diventa normalità, dell’imprevedibile e dell’ironia (la cagnolina di Anteo è protagonista di uno degli episodi migliori del libro). All’interno del libro si mescolano la provincia italiana e una soffusa irrealtà che arriva dall’America Latina, il tutto raccontato con un linguaggio pulito, leggero, che ormai non è più solo frutto di una ricerca di ordine dell’autore ma ne è il suo tratto distintivo.

Maria Rossi

 

Estratto dal libro:

 

I.

Le storie delle mie levitazioni sono iniziate quasi trent’anni fa, in un modo del tutto incidentale. Avevo compiuto da poco quattordici anni ed ero un ragazzo piuttosto gracile, sempre con il mal di testa e il raffreddore addosso. A casa, in particolar modo mia nonna materna, mi aveva vietato di fare qualunque tipo di esercizio fisico per via dello streptococco, di cui credo di non aver mai sofferto, salvo un paio di polmoniti e una lontana scarlattina che mi aveva lasciato il torace simile a una fragola. Lei se la prendeva con quei ragazzi della strada che tossivano o starnutivano senza mettersi la mano davanti alla bocca. Diceva che non poteva uscire niente di buono da quei denti pieni di batteri. Certe volte, quando andavo in cucina o in sala, prima di farmi vedere da mia nonna, mi asciugavo bene la fronte e le ascelle e mi cambiavo la maglietta. Lei aveva la strana abitudine di annusarmi, diventava un segugio quando mi vedeva, come se cercasse con il fiuto qualche male nascosto nei recessi del corpo; altre volte, invece, mi sentiva la fronte con le mani e diceva: “Tu non mi piaci per niente”. Per mia nonna, che era mezza molisana e mischiava i dialetti quando si arrabbiava, rischiavo di prendermi la febbre in qualsiasi momento; anzi, ce l’avevo lì sulla fronte, a fior di pelle, es è per questo che non voleva che andassi a giocare per strada all’aria aperta. Mi controllava le unghie, esaminava con un pezzo di cotone bagnato tra le dita gli angoli remoti delle orecchie, verificava i calzini alla ricerca di qualche buco e stava attenta persino alle mie inflessioni dialettali. Quella vecchia era una forza della natura con un radar incorporato che individuava ogni minima imperfezione. Mia madre, nel frattempo, chiudeva la porta della cucina dove c’era la nonna e scivolava silenziosa nella mia stanza. Si avvicinava al mio letto e mi baciava sulla fronte. Io sentivo le sue labbra strette e poi la sua voce che al buio mi suggeriva di non fare caso alle ansie di sua madre: “La nonna ti vuole bene, è solo che a volte ha paura”.

A me dispiaceva molto non poter disporre della stessa libertà che avevano i miei amici, soprattutto quando sentila dalla finestra della mia stanza il baccano dei ragazzi che si rincorrevano l’un l’altro. Erano cannoni di parolacce che rimbombavano da un portone all’altro lungo la strada. Correvano sempre come quadrupedi inselvatichiti dietro un pallone e il più delle volte concludevano il pomeriggio con una scazzottata, con tanto di labbra insanguinate, occhi neri e clavicole fuori posto. Soffrivo quando li ascoltavo dietro la finestra perché, per quanto quegli echi sembrassero usciti dai cassonetti della spazzatura, mi piacevano. Quando, però, tempo dopo, avevo scoperto la levitazione e mi ero visto sollevare da terra da una misteriosa forza cosmica, mi verrebbe da dire oggi, in una circostanza del tutto inattesa, mi ero convinto anch’io che quelle sudate improvvise, quelle zuffe e quella sporcizia tra le unghie non facessero per niente bene, né alla salute né allo spirito.

 

Adrian N. Bravi nasce a Buenos Aires (Argentina) nel 1963. Si trasferisce in Italia alla fine degli anni ’80 e si laurea inAdrian Bravi, Cantiere di scrittura filosofia all’Università degli studi di Macerata. Vive a Recanati e lavora come bibliotecario a Macerata. Nel 1999 pubblica in lingua spagnola il suo primo romanzo, Rio Sauce, e nel 2000, con Restituiscimi il cappotto, comincia a scrivere in italiano. Collabora con varie riviste e ha scritto numerosi romanzi, editi da Nottetempo. I suoi ultimi lavori, Variazioni straniere e La gelosia delle lingue sono editi da EUM, Edizioni dell’Università di Macerata. I suoi testi sono stati tradotti in inglese, in francese e in spagnolo.

 

 

 

 

 

Immagine di copertina: illustrazione realizzata da Giovanni Berton.

 

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

Pagina archivio del macchinista