IL FREAK & CHIC (Simone Guerra)

freak

Un tempo l’Estremo Oriente era un’entità geografica vaga e misteriosa. Come uno scrigno di cui pochi possedevano la chiave, racchiudeva in sé tutto ciò che era diverso rispetto alla cara e rassicurante Europa.

Era la terra degli enigmatici giardini zen giapponesi e dei colorati templi hindu; dell’infinita Grande Muraglia cinese e delle viuzze odorose di Hanoi; della gentile miseria dello splendido Laos e dei volti scolpiti nei templi Khmer nascosti nel fogliame in Cambogia; delle spigolosità dorate dei templi di Myanmar e delle pigre spiagge malesi.

Era la Terra dove si recavano avventurosi, mitomani o semplicemente tipi strani.

Era la Terra che, a questi avventurosi, mitomani o semplicemente tipi strani, forniva inesauribili argomenti per stupire parenti e amici in pizzeria oppure ai pranzi di Natale.

Era la Terra a cui secoli di filosofie che insegnano la sopportazione avevano dato la forza di non incazzarsi nemmeno più, se solo la metà di quanto veniva detto era vera.

 

Oggi l’Estremo Oriente è diventato l’ultimo terreno di conquista del turismo di massa. E di questo vanno ringraziati i viaggi organizzati, il tam-tam tra amici e le agenzie che promettono, senza mezze misure, l’avventura all’Indiana Jones oppure comodità da albergo a sei stelle perfino nel Deserto di Gobi.

Sulle vetrinette dei salotti di Napoli i maneki neko giapponesi non fanno più notizia.

A voler essere pignoli fa un po’ strano vedergli fare ciao ciao con la zampetta accanto al servizio buono da caffè ricevuto in regalo per il matrimonio.

Non è per niente strano, invece, imbattersi nella stessa famiglia napoletana a Yangshuo mentre cerca con tenacia mediterranea e imprecazioni da Cavalieri dell’Apocalisse un bar che abbia il Limoncello, per chiudere in bellezza una cena troppo piccante.

Il compianto Tiziano Terzani – grande conoscitore di Estremo Oriente – scrisse un giorno che avrebbe volentieri ripristinato l’antica usanza di garantire l’accesso ai Paesi solo tramite un invito ufficiale.

Che avesse ragione anche su questo?

 

Che Terzani avesse ragione o no, lo scopriremo in seguito.

O magari anche no. Perché nel frattempo è arrivato il vostro momento.

Già.

È sera.

Siete in Indonesia.

O in Malesia.

Oppure in Vietnam.

Insomma: fate voi.

Il tassista – maledetto – vi ha lasciato a cinquanta metri dal ristorante occidentale. Dopo dieci giorni a riso fritto avete tutte le migliori intenzioni di fare la mangiata della vita. E non vi serve Vissani: andrebbe bene perfino un’imitazione locale di MacDonald. Nessun eventuale senso di colpa per esservi lasciati sfuggire memorabili esperienze gastro-culturali vi tratterrà dal raggiungere il vostro meritato obiettivo.

Cinquanta metri sono poca cosa, pensate. Ma se tocca percorrerli scavalcando pozze di liquido strano (… si è mosso?) intervallate a un tappeto di cartacce, cicche e cose che per fortuna non conoscete l’indonesiano, o il malese, oppure il vietnamita, beh … in questo caso ringraziate i weekend giovanili passati a montar tende con i Lupetti e vi incamminate lesti con i vostri scarponcini impermeabili.

Quand’ecco che una coppia di occidentali vi affianca. Età tra i diciotto e i quarant’anni. Sorridono, mentre i loro pantaloni etnici a zampa larghetta lambiscono la prima pozza scura. La sciarpina di seta è intonata alla perfezione. I capelli sono dorati. Al massimo, castano chiari.

Ricambiate accennando un saluto mentre vi superano, ma il loro sguardo vi passa attraverso. Vi siete sbagliati: non sorridevano a voi. Sorridono all’Universo.

I loro occhi buoni vedono lontano, ben oltre la materialità del vostro corpo un pelino – ammettiamolo – sovrappeso. Tradiscono l’immensa gioia di essere a passeggio per un Paese dell’Estremo Oriente.

Colti da un vivissimo sospetto, sbirciate sotto i loro pantaloni e ricevete la conferma che in fondo vi aspettavate. Il colore originale è coperto, ormai, dallo scuro liquame su cui stanno sguazzando, ma è evidente che i piedi inforcano un paio di ciabattine infradito.

Infradito … Infradito … Riflettete per un istante.

Quell’istante, per quanto breve, basta e avanza a farvi comprendere come questo particolare cambi tutto. La cena può attendere.

Percorrete gli ultimi metri che vi separano dalla porta del ristorante con passo baldanzoso. La vostra soddisfazione è evidente. Trattenete a malapena la voglia insopprimibile di chiamare subito l’Italia.

Preparate i soldi, ho vinto la scommessa! – volete dire ai vostri amici appena alzeranno la cornetta – Altro che il rinoceronte di Giava cavalcato da Paolo. Che poi la foto è pure venuta mossa. Paolo: dimmi quello che vuoi ma io continuo a pensare in realtà fosse un bufalo con un corno solo, poveraccio.

E, scusatemi tanto, ma mi fa ridere pure Giulio che ha scovato l’ultimo soldato giapponese barricato in una casa di riposo nel fitto della giungla di Mindanao. Simpatico come sempre, lo riconosco, Giulio che gli ha fatto lo scherzone di dirgli che la guerra è finita. Simpatico sì, anche se … No, Giulio, no: non voglio tornare su quella interminabile polemica. Soprattutto durante una telefonata intercontinentale che pago io. Però ricordo bene che per l’emozione il veterano – ahimè – ci ha lasciato. Quindi mi dispiace, ma per me a rigore saresti pure da squalificare.

Insomma ragazzi: stavolta, appena sentirete cosa c’ho per le mani, dovrete mettervi il cuore in pace.

Mettiamo anche che fosse stato un vero rinoceronte. Anzi: facciamo addirittura un unicorno. E che l’ultranovantenne samurai si sia ripreso per miracolo e che stia tuttora impallinando giulivo contadini filippini dall’alto di una palma.

In ogni caso non c’è storia. Zitti e muti. Stavolta la scommessa la vinco io. E pure a mani basse.

Perché stavolta il sottoscritto ha avvistato un Freak & Chic. E pure in coppia.

 

Chiariamo subito un equivoco molto diffuso: l’Estremo Oriente non è quella parte di mondo sovrappopolata e compresa tra India e Giappone. E neppure è il luogo immaginario ove imbattersi in uomini con la testa nel petto, Preti Gianni o tribù terribili in attesa di devastare il mondo.

Ma nemmeno per sogno.

L’autentico Estremo Oriente è qualcosa di più piccolo e, allo stesso tempo, infinitamente più vasto di tutto questo: è una porzione morbida e profonda del cuoricino del Freak & Chic.

Nello stesso pezzetto di cuore in cui noi tutti, fin da bambini, conserviamo la Barbie e i soldatini e il Natale con mamma papà e tutti i nonni e i brividi sulla moto con quel matto dello Zio Piero e le mattine col finto mal di gola a casa da scuola a guardare la tv, egli cela qualcosa di molto diverso.

Lì il Freak & Chic ha edificato con tempo e pazienza una Grande Muraglia che custodisce pagode nei cui giardini zen un sikh ride – sotto la barba molto seria – per le pantomime del teatro delle ombre che si gode stando in sella a un tenero maialino vietnamita.

In effetti anche il Freak & Chic, ripreso fiato dopo lo sforzo di pronunciare tutta la frase, ammette che si tratta di un’immagine un po’ confusa. Ma – ehi! – l’Estremo Oriente non è famoso per la sua logica ordinata, no?

Il Freak & Chic culla questo suo sogno fin da piccolo. Fin da quando, a chi gli chiedeva cosa volesse fare da grande – invece di rispondere come gli altri bambini: l’astronauta! il medico! il pilota che fa i rally! – lui annuiva con un sorriso silenzioso e uno sguardo lontano.

E tutti nella loro mente udivano forti queste parole: andare in Estremo Oriente.

 

Ora il Freak & Chic è cresciuto. È tempo che affronti il suo destino.

Niente paura: lui è giunto preparato a questo momento. In previsione del viaggio della vita custodisce da sempre nello zaino gli strumenti fondamentali per questa avventura: una vecchia copia di Lo Zen e l’arte del tiro con l’arco, di Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta e, soprattutto, il manoscritto di Lo Zen e l’arte delle ciabattine infradito. Un giorno o l’altro dovrà decidersi a proporlo a un Editore.

Le ciabattine – meglio se nere e di provenienza brasiliana – non ha avuto bisogno di infilarle nello zaino: le ha indossate già sull’uscio di casa. Anche se è gennaio e la temperatura esterna è di meno venticinque gradi Celsius.

Va detto che il Freak & Chic calza le infradito non perché gli piacciano, ma perché ritiene siano un tassello necessario a completare quella vera unità fisica e spirituale con le popolazioni asiatiche a cui anela. È consapevole della rude semplicità, caratteristica della vita nel Paese di destinazione e desidera immedesimarsi fin dal suo arrivo con i simpatici indigeni. Loro, i semplici ma simpatici indigeni, lo osservano perplessi, dal momento che – simpatici? Certo. Semplici? Pure. Scemi? No – preferiscono farsi strada nel pantano di fango e immondizia delle viuzze di Siem Reap calzando delle Adidas. Tarocche ma impermeabili.

Sempre per meglio immedesimarsi con i costumi locali, il Freak & Chic si rivolge a tutti con le mani giunte davanti al volto e facendo un mezzo inchino in avanti. Non si perde una puntata di Alle falde del Kilimangiaro e sa che questa è la forma di saluto tipica dell’Estremo Oriente. La usa con chiunque abbia un taglio degli occhi dal vago sapore di mandorla.

Ha fatto così da seduto anche con la hostess di Frascati che si era appena fatta ritoccare le sopracciglia e era scivolata col mascara. Purtroppo, ha finito per rovesciare il pranzo dal tavolinetto e sbattere la fronte contro il sedile davanti.

A onor del vero, comunque, ciabattine infradito e gesti di saluto sono banali dettagli materiali. In quanto tali gli interessano ben poco. La sua divorante passione nasce da altri motivi: interiori e ben più profondi.

Sì, perché dell’Estremo Oriente il Freak & Chic invidia il misticismo e la religiosità. Ne ama il profumo di incenso, il fatalismo, i fiori, l’ingenua semplicità, i sorrisi. Insomma: adora la sua struggente spiritualità. L’Occidente materialista e senz’anima, in una parola, lo disgusta.

È stato ben felice, perciò, di togliere dallo zaino il MacBook Air. L’iPad, invece, ha deciso all’ultimo momento di portarlo con sé: trova un che di taoista nello starsene lì a scagliare Angry Birds mentre aspetta l’imbarco per Narita.

Il carattere semplice e mistico del Freak & Chic mal si adatta all’Occidente senza valori. A casa sua non va a messa dal giorno della prima comunione e la vista delle chiesette di Gubbio gli provoca sempre una fastidiosa eruzione cutanea. Tuttavia è in grado di restare immobile per delle ore seduto nella dolorosissima posizione del loto completa, le mani poggiate sulle cosce, con un sorriso gentile e gli occhi buoni in contemplazione del cartello i cui ideogrammi indicano la direzione per la toilette del tempio.

Ma d’altronde il Freak & Chic crede con fermezza nella Potenza Primigenia della Scrittura. È certo che quei sottili tratti neri custodiscano qualcosa di più profondo delle semplici parole. Specie nel caso in cui non si sia in grado di leggerli.

Snobba i caratteri alfabetici. Quei ventuno segni tristi? Così brutti che paiono sbozzati con l’accetta? Troppo semplici. Troppo utilitaristici. Troppo pochi.

Adora – invece – il cuneiforme, i glifi maya, gli ideogrammi cinesi e lo hangul coreano. Non l’ha mai confessato a nessuno, ma è convinto che vivremmo un nuovo Rinascimento, se solo gli si desse ascolto e si cominciasse a usare anche in Italia i geroglifici egiziani.

Così, ha riso sprezzante agli amici del bar quando han detto che Johnny Depp ha ancora tatuato sul braccio destro il nome della sua antica fiamma, Winona Rider. Ha giurato che mai più andrà a vedere un film che abbia come protagonista questo becero emulo di Braccio di Ferro.

Per calmarsi ha bevuto l’ultimo sorso del suo mojito ormai tiepido. Ha posato il bicchiere. Guardato l’orologio. Quindi è balzato in piedi, ha salutato tutti ed è corso a farsi iniettare sulla nuca con degli aghi Giandomenico Vittorio Maria Adelaide Brambilla – i suoi genitori, per non fare differenze, avevano deciso di dargli i nomi di tutti e quattro i nonni – trascritto in caratteri tibetani.

Lui ne va giustamente fiero. Anche perché gli amici del bar, in fondo, gli vogliono bene e nessuno di loro ha avuto cuore di informarlo che si leggono a rovescio. Mannaggia al tatuatore di Cesena che ha sbagliato a posizionare il foglio trasparente.

 

Ma tutto ciò appartiene al passato.

Ora il Freak & Chic ha messo piede in Estremo Oriente. Con lo zaino sulle spalle si aggira all’esterno dell’aeroporto alla ricerca di un taxi per il suo Hotel.

La scelta dell’hotel è un momento cruciale per il Freak & Chic. Questo aspetto, unito al numero sempre maggiore di essi tra i turisti in Estremo Oriente, ha fatto sì che le maggiori case editrici di guide di viaggio abbiano da tempo annusato l’affare. Fatte le debite ricerche di mercato e presi accordi con gli interessati, hanno inserito nelle loro opere categorie di alberghi destinati a attirare proprio quella particolare clientela.

Le stelle? Solo crassa banalità borghese. Ben altri sono i parametri da tenere in considerazione.

I responsabili marketing delle case editrici hanno presto capito che ciò che spinge il Freak & Chic a scegliere un hotel piuttosto di un altro non sono camere eleganti, piscine riscaldate o il richiamo di categorie come budget o midrange.

No.

Sono, piuttosto, delle sfumature delicate. Vibrazioni e sensazioni impercettibili ai più. Le quali, per una persona sensibile quale egli è, possono rappresentare la scorciatoia per un viaggio memorabile.

Questi dettagli si possono riassumere in: Posizione, Camera, Bagno, Gestori e Informazioni.

Per il Freak & Chic un hotel asiatico degno di questo nome deve possedere due qualità: essere veloce da raggiungere e situarsi vicino alla zona dove si trovano le bancarelle di cibarie. Meglio se sono quelle dove ti cucinano al momento gustosi mangiarini a base di genuini prodotti locali e E. Coli.

Perciò lo cercherà nei pressi della stazione. L’ideale è sopra.

Solo in questo modo l’hotel darà garanzia di rapidità negli spostamenti e occasioni di incontro con altri Freak & Chic. Soprattutto, certezza di rumorosità.

Per quanto situato sopra i binari della linea più trafficata o con le finestre che danno sullo smog dei pullman che scaldano i motori, un hotel non è ancora degno dell’attenzione del Freak & Chic se non garantisce servizi ben precisi. Un hotel che si rispetti non deve offrire camere, ma – rigorosamente per lo stesso prezzo – stanze in comune. Le quali, se con meno di otto letti, non verranno neppure prese in considerazione. Chiaro che, qualunque sia il numero delle brande per metro quadro, gli hotel più gettonati saranno quelli con le camerate descritte come piccole e con luce un po’ scarsa ma tutto sommato pulite.

Nulla vieta all’hotel di disporre anche di camere singole, ma ciò rende tutto più complicato. In questo caso va tenuto presente che per ottenere l’attenzione del Freak & Chic esse dovranno essere sul retro, prospicienti una discoteca locale aperta 24/7 e richiedere decisamente dei lavori di ristrutturazione ormai improrogabili.

 

Il problema della camera ha trovato soluzione. Tocca adesso agli altri dettagli.

Perché i dettagli sono importanti e un hotel che possa fregiarsi di offrire bagni in comune al piano stuzzicherà senz’altro l’interesse del Freak & Chic. L’acqua calda dovrà essere disponibile solo in alcune ore del giorno, meglio se dalle quattro alle sei antimeridiane.

La tipologia di gestione di un hotel, ai più, sembra un particolare trascurabile. Così non è per il nostro amico. La gestione non è solo ciò che di solito fa la differenza tra un hotel di successo e uno a ore. Comprende pure in sé un elemento umano fondamentale, visto che spesso è occasione di incontri e scambi necessari per la crescita emotiva del Freak & Chic.

In particolare, tutte le Case Editrici di guide sanno bene, ormai, che se un hotel è gestito da una coppia mista i freni inibitori del Freak & Chic cominceranno a cedere. Lui non lo ammetterà mai, nemmeno sotto la minaccia di un borghesissimo weekend a Vienna, ma il suo sogno è trovare, grazie alla Guida del nord-est della Cambogia, un hotel gestito da una simpaticissima coppia mista, lui masai e lei ainu.

Ma nella vita non si può avere tutto e la piena felicità non è cosa di questo mondo. Una scelta alternativa foriera di grandi soddisfazioni è proprietari marito e moglie: lei tibetana, ma di genitori malesi e della setta del Berretto Giallo; lui americano ex operativo CIA con dodici anni di esperienza di controinformazione in Xinjiang.

Va da sé che, fenomeno inspiegabile anche per gli ufologi più smaliziati, qualunque sia la tipologia delle coppie miste di gestori dell’hotel descritte nella Guida nessuno li ha mai visti.

Il Freak & Chic cerca con ostinazione di incontrarli. Desidera ascoltare impagabili aneddoti di vita vissuta oppure, se ciò non fosse possibile, scattare almeno la foto ricordo. In realtà vuole vederli e farci la foto insieme perché è certo che la coppia, dati i presupposti, sarà vestita in uno stile a metà tra Jubeeka e il Mago Otelma

Purtroppo i gestori, sono sempre e comunque irreperibili. Di solito perché son giusto partiti la sera prima. I motivi? I più svariati: se ci si trova in provincia – destino beffardo – per sbrigare faccende in qualche ufficio governativo della capitale; se invece si è scovato l’hotel proprio nella capitale, allora – vita crudele – per far provviste in provincia.

A questo riguardo, qualche anno fa fece sensazione la notizia di un Freak & Chic che asseriva di aver non solo incontrato, ma addirittura fotografato una coppia mista di gestori di un hotel suggerito dalla Guida. E, per amor di verità, bisogna ammettere che i due immortalati nella foto ricordavano il Mago Otelma e Jubeeka in modo impressionante.

Tutto si sgonfiò quando il presunto fotografo fortunato accusò il Mossad di avergli rubato la scheda di memoria che conteneva, oltre a quella, pure le foto con il Mostro Aniba l’ultima volta che erano andati a farsi un giro in Corso Como a Milano.

Se gli hotel gestiti da coppie miste si rivelano un buco nell’acqua, un’ottima alternativa sono le pensioncine gestite da bonzi oppure i templi stessi che dispongono di camere.

Purtroppo, entrambi sono rari. Così rari che i pochi Freak & Chic che hanno la buona sorte di soggiornarvi vivono in un’aura di leggenda.

In quei pochi casi, comunque, di solito la convivenza con i bonzi è serena.

Si ricorda solo un caso sfortunato: quello di un Freak & Chic che pernottò per alcuni giorni presso i monaci dello Eiheiji perché, a suo dire, interessato allo zazen mattutino. Tutto andò bene finché i monaci non si accorsero che il simpatico giovane si svegliava alle 5 non tanto per meditare di fronte a una parete bianca, ma più che altro per ricevere l’unica e improvvisa bastonata sulla spalla, tipica proprio di quella pratica meditativa. A tradirlo pare sia stato il fatto che, oltre a pretenderla più volte per sessione, si fosse portato allo scopo il suo bastone personale, di una decina di chili più pesante di quelli in dotazione ai monaci.

Voci diffuse nella vasta comunità Freak & Chic dicono che abbia aperto un ashram in India. In esso, abbandonata l’antica passione per la bastonatura, sarebbe riuscito a fondere le tradizioni locali con l’amato zen. E così offre a se stesso e agli altri Freak & Chic che affollano il suo piccolo centro l’impagabile occasione di meditare davanti, sì, alla classica parete bianca, ma seduti su un letto di chiodi da fachiro.

Infine, ultima della lista ma non per questo meno utile a solleticare l’interesse del Freak & Chic è la possibilità che l’hotel offra fondamentali informazioni.

Qualcuno si starà chiedendo: informazioni riguardo cosa?

Oh bella: informazioni un po’ su tutto. Non solo questioni semplici come cosa vedere, dove mangiare degli hamburger decenti o dove acquistare ricordini senza essere rapinati.

Ma anche dritte imperdibili tipo dove affittare un cammello per un trekking di quindici giorni nel deserto del Taklamakan senza mappe o acqua a sufficienza.

Oppure dove prendere l’unico pulmino il cui autista chiude entrambi gli occhi ed è così gentile da portarti a fare un’escursione su un ghiacciaio del Karakorum in agosto. Il coscienzioso indigeno, come ulteriore segno di cortesia, non vuole allarmarti. Così tace il dettaglio che lì le temperature non cambiano mai e tanto valeva, allora, andarci in gennaio. Inutile aggiungere che ti ci porta anche se il tuo equipaggiamento consiste in infradito, pantaloni alla zuava da ballerino di sirtaki e spiritosa camiciona di lino fantasia con legacci al posto dei bottoni.

Se poi l’autista ti trova proprio simpatico, con un piccolo sovrapprezzo ti offre l’estensione, molto popolare tra voi Freak & Chic, che include il salvataggio in extremis dalle temperature polari del ghiacciaio grazie alla scaltra guida uigura. Il cliché, benché ormai conosciuto, riscuote sempre apprezzamenti sinceri e entusiasti. Ciò che accade di solito è presto detto.

Gli spuntoni di ghiaccio sono affilati come ghigliottine, ma per fortuna si alternano a improvvisi e profondissimi crepacci dal cui abisso occhieggia l’ultimo T-rex intrappolato al calduccio. Ti aggiri in questo ambiente ostico con passo fermo e sicuro da terzo giro di spritz, ma purtroppo questo non basta e finisci per scivolare a valle trascinandoti dietro pure la guida. Niente di drammatico, per fortuna. Ma se non fai qualcosa – e in fretta -, quei pochi metri basteranno a renderti protagonista della prossima stagione di Chi l’ha visto?

Si sa: l’emergenza si supera solo col gioco di squadra. Così vi dividete i compiti: tu resterai in infradito tra i ghiacci eterni lisci come specchi a provare e riprovare il moon-walk, mentre l’ingegnoso giovanotto si aprirà una via di scampo su per le pareti verticali scavando con il suo coltellino multiuso svizzero. Raggiunta in qualche modo la Karakorum Highway semideserta, in soli cinque giorni, passati per lo più a schivare i posti di blocco dell’esercito cinese, tornerà indietro con i soccorsi.

Ti troveranno ancora sorridente verso il grandioso spettacolo delle cime tutte superiori ai seimila metri. L’entusiasmo impavido e il contagioso ottimismo che stai così dimostrando ti faranno guadagnare diversi punti con quei burberi figli di pastori. Magari ora si pentiranno di aver passato ore a ridere dei tuoi pantaloni.

Chiarirai ben presto l’equivoco spiegando loro che, in realtà, la mandibola è bloccata da evidenti sintomi di assideramento. Pure i piedi ce li hai più stanchi degli astronauti dell’Apollo 11. Al che ti verrà offerto con gentilezza di sedere accanto all’autista, così da poter allungare le gambe. Tu accoglierai con piacere e riconoscenza questa proposta. Riconoscenza del tutto inutile perché, anche se tu non lo saprai mai, non avevi molta scelta: il vano posteriore è occupato da due bombe artigianali che guida e autista uigure devono consegnare a Urumchi in tempo per la visita del Presidente cinese.

Un ultimo tradizionale esempio di informazione che si rivela ghiotta per il Freak & Chic è quella relativa a dove gustare la migliore happy pizza. Ovvero, una quattro stagioni con un più accentuato gusto di cannabis sativa e altre spezie che al momento ti sfuggono.

Per una volta il consiglio si rivelerà utile: la pizza non solo è ottima, ma pure tagliata con la più alta percentuale di mercurio di tutta l’Indocina. Il che spiega le spezie misteriose, certo, ma ti permette anche di farti bello con i tuoi amici al bar in Italia dicendo loro: sballare? No: non ho sballato tanto. Però, in compenso, per due giorni ho avuto una consapevolezza della mia temperatura corporea costante e precisa alla seconda cifra decimale.

Infatti il Freak & Chic, tanto prudente, a casa, da aprire gli allegati delle email calzando guanti da chirurgo per timore di prendersi un virus, appena arriva in Estremo Oriente si trasforma in un Avventuriero. A voler essere precisi la trasformazione è avvenuta già non appena il comandante ha annunciato la discesa per l’aeroporto. Lo sguardo alla Jack Sparrow con cui il Freak & Chic ha congedato la hostess che lo ringraziava per aver volato con loro lasciava pochi dubbi al riguardo.

I suoi familiari lo conoscono. Nel corso delle veloci telefonate mamma gli suggerisce con paziente ingenuità di stare attento alle correnti d’aria e di chiudere quella benedetta zip sul collo della felpa. Non è solo la salute a preoccuparla: non si è ancora ripresa dallo spavento provocatole dal racconto del celebre Mistero del Barcone Cambogiano.

In quella occasione si verificò qualcosa di misterioso. Un Mistero le cui cause attendono ancora una spiegazione plausibile.

Era una bella giornata di sole. Mostrato il biglietto e superata la passerella, tutti i passeggeri si erano divisi come per magia in due gruppi, anche se il prezzo del biglietto era comunque il medesimo: i passeggeri indigeni e parte degli occidentali avevano preso posto in cabina, mentre tutti i Freak & Chic si erano catapultati come un sol uomo sul tetto del barcone.

Mentre scalavano le pareti dell’imbarcazione, nei loro occhi lucidi era evidente l’entusiasmo per la tipica esperienza di vita cambogiana che li attendeva. Qualche osservatore malizioso, comunque, vi lesse anche una rivincita morale nei confronti di quel cancaro de biglieter de l’ostrega che in vaporetto gli aveva intimato di scendere subito di lì.

Vociando e ridacchiando l’un l’altro, si erano sparpagliarti come foche sugli scogli. Qualcuno si era sfilato le infradito per lasciar respirare i piedi al fresco venticello che presto li avrebbe accarezzati. I maschietti si erano subito messi in gran parte a torso nudo, tutti intenzionati a sfruttare quelle tre ore di navigazione per rinfrescare la tintarella. Alcune ragazze – certo tutte le tedesche – li osservavano con una certa invidia e la chiara intenzione di fare altrettanto non appena avessero raggiunto il largo.

Il barcone si mise in moto, accompagnato da un urlo di incitamento emesso all’unisono e da altrettanto sincronici movimenti. Movimenti in effetti particolari. Alcuni dei testimoni all’epoca seduti in cabina ricordano ancora che furono tanto particolari da fargli ritenere, a torto, che il Brasile avesse segnato e tutto lo stadio stesse festeggiando con la ola.

Il barcone uscì lentamente dal porticciolo tra le grida di incitamento provenienti dal tetto. Arrivò a distanza di sicurezza e cominciò ad accelerare.

Ogni tacca in più raggiunta sul tachimetro era accompagnata dal tamburellare di mani e piedi degli entusiasti Freak & Chic. Più alta era la tacca e maggiore era il frastuono proveniente da quella bolgia dantesca. Pareva fossero ormai decisi a usare il barcone per una personalissima sfida con il vecchio dio del lago: coraggio – sembrava significare quel loro ritmico battere sulle lamiere – vediamo se ci puoi impedire di separare le tue noiose acque fendendole col nostro battello ebbro!

Cercando a fatica di sovrastare quel casino, uno dei passeggeri in cabina chiacchierava col rispettivo vicino di posto. Entrambi non erano certo ingegneri navali, ma si trovarono d’accordo nel ritenere strana la conformazione di quel barcone. Non che avessero timore per la propria incolumità, ma restava il fatto che fiancate come quelle non le avevano mai viste prima.

Fatto inosservato dai più, intanto, ogni tacca raggiunta sul tachimetro, oltre a un aumento del suono emesso dai tamburi, era accompagnata anche da onde sempre più alte e evidenti dagli oblò della cabina. Qualcuno se n’era accorto perché aveva dovuto prendere il ritmo allo sciabordio per riuscire a scattare qualche foto del paesaggio lacustre circostante. Ben presto tutti avevano smesso di scattare fotografie perché l’istante in cui l’esterno si rendeva visibile era sempre più breve e l’oblò ormai cosparso di troppe gocce d’acqua.

Quando le onde raggiunsero intensità e elevazione tali da rendere del tutto impossibile osservare il paesaggio, fu ormai evidente ai passeggeri in cabina il fatto che sotto i loro occhi stava succedendo qualcosa di misterioso: non tutta l’acqua portata in alto dall’onda poi riusciva a scendere. Non scendeva. Un momento: come, non scendeva? Ma allora se non scendeva, se non tornava nel lago, dove andava a finire tutta quell’acqua? E perché quell’improvviso silenzio dal tetto del barcone?

 

A differenza della madre, il Freak & Chic si è ripreso benone dalle conseguenze del Barcone Cambogiano. Ne è una prova il fatto che è arrivato da soli cinque minuti al villaggio sul fiume nel cuore del Laos e cosa medita di fare?

Non sveliamo subito le sue intenzioni. Cerchiamo, invece, di capirle dal suo sguardo.

Dunque. Vediamo.

Ipotesi 1: guarda in lontananza là dove cominciano le prime colline?

Ma sì: forse progetta di rilassarsi e contemplare il sole al tramonto, quel sole inghiottito da colline così verdi che si vorrebbe star lì per sempre. O almeno il tempo necessario – magari qualcosa di più, aspetta, un minuto ancora – a fissare senza possibilità che fugga quel dolce dolore a cui è inutile opporsi, già ci sta inumidendo gli occhi, e provare a vedere se ci riesce di metterlo nello zaino, portarlo a casa, viverlo almeno una volta dove ne avremmo più bisogno.

 

Mmmh … no, pare proprio di no.

 

Ipotesi 2: fa spaziare lo sguardo tutto intorno e si sofferma sulla fila di palafitte che nell’unica stanza ospitano tutta una famiglia?

Certo: magari fantastica di infilarsi nelle stradine del villaggio di fango e legno lurido e splendido, dove – lui ancora finge di non saperlo – l’attende l’immeritata fortuna di condividere un sorriso muto e amichevole con qualche persona del luogo, alla quale un lunedì mattina di settembre tra vent’anni, fermo al semaforo, riandrà col pensiero chiedendosi che starà facendo adesso per poi ripartire, scordare, accelerare, non pensarci mai più.

 

Mmmh … macché.

 

Ipotesi 3: scruta il placido affluente del fiume e si scioglie in un sorriso all’apparire di un barchino e di un uomo vecchio come il mondo che, nella penombra, lo sta spingendo lento e sapiente con una pertica?

Ma allora di certo estrarrà il taccuino sepolto chissà dove nello zaino per scrivere di getto su una singola pagina emozioni che sa già si riveleranno banali, perfino imbarazzanti o peggio ancora: adolescenziali, se rilette a casa mentre riordina il cassetto e non sa se lasciare cadere o no nel cestino quella pagina accartocciata, ma emozioni proprio per questo necessarie, perché lui – lo stesso lui che per tutto un interminabile giorno adolescente lo fu e quanto odiò esserlo, quante volte chiuse gli occhi sperando il tempo accelerasse e quante volte nel riaprirli si rese conto che aveva davanti a sé sempre la stessa identica mezzora liscia e insopportabile -, proprio lui adesso, mentre soprapensiero cerca di stirare le pieghe della carta – la quale resiste e mostra, così facendo, quanto gli oggetti a volte ne sanno più di noi -, chiude gli occhi un’ennesima volta, sicuro che, in fondo, sarebbe da sciocchi rinunciare alla possibilità di riaprirli e trovarsi davanti ancora quella mezzora deliziosamente liscia e insopportabile.

 

Mmmh … no.

 

Niente di tutto questo.

 

Arrivato al villaggio laotiano sul Mekong gonfio della stagione delle piogge, il Freak & Chic avrà una smania tutta diversa: lui – che sempre quella volta a Venezia non volle, invece, salire in gondola perché di una barca tutta storta e con un remo solo non c’è da fidarsi – sentirà l’insopprimibile urgenza di scendere quel tratto di fiume, che schiuma fango tra scogli imprevedibili e vorticosi mulinelli, facendo rafting.

 

Esatto: tutto ciò che chiede è di poter pagaiare spensierato e in tondo con altri cinque sciamannati Freak & Chic fuori esercizio come lui su una solida zattera di bambù. Zattera tenuta insieme da tenaci pezzi di nastro adesivo donato trent’anni fa dai magnanimi consiglieri americani ai medici delle milizie amiche Hmong per tamponare le emorragie.

L’apparizione tra le onde di questa Nave dei Folli sarà degna solo di una veloce occhiata da parte delle persone del luogo. Un misto di sorpresa, curiosità e costernazione. Ma anche avidità, visto che tutto il villaggio è in fermento per la tradizionale scommessa: se siamo riusciti a metterli su quella bagnarola e stanno ancora girando in tondo tutti contenti mentre le rapide si avvicinano, quanto mi dai se stasera gli faccio mangiare quel piatto di maiale bollito e larve del bambù che continua a girare dal 2003? Sempre se sopravvivono, certo.

Il Freak & Chic, ebbro di adrenalina e a forte rischio di amebiasi, non se ne accorgerà. In fin dei conti è ormai a pieno titolo un cittadino del suo personalissimo Estremo Oriente. Senza contare che, stando a Alle falde del Kilimanjaro, maiale bollito con larve del bambù è il piatto tipico della regione. E a ciò che è tipico il Freak & Chic non sa resistere.

 

Sì, perché il Freak & Chic è un cultore dell’aggettivo tipico e lo usa il più spesso possibile.

Tipico. Tipico. T-i-p-i-c-o. Quelle due i lo intrigano proprio. Gli ricordano i tetti aguzzi dei templi di Luang prabang. Mentre la o finale è un’evidente citazione del cerchio zen.

Tipico. Tipico. T-i-p-i-c-o. Mastica e rimastica la parola con evidente piacere. Per poi espellerla con serietà alla prima occasione. Si trova in Estremo Oriente solo da qualche minuto e deve ancora recuperare le valigie. Tuttavia, grazie alle letture e ai programmi televisivi sa già che cosa è tipico di ciascun paese.

Tipico. Tipico. T-i-p-i-c-o. Lui non solo sa che cosa è tipico di ciascun paese, ma si premura di farlo sapere a tutti, compresi gli ingenui expat che vivono laggiù da decenni e hanno la fortuna di farci due chiacchiere mentre aspettano il bagaglio. E allora: eccolo apprezzare lo sticky rice, tipico del Laos; decantare l’attaccamento al lavoro, tipico dei giapponesi; lamentarsi del traffico di motorini, tipico del Vietnam; ridere della confusione, tipica della Cambogia.

Tipico. Tipico. T-i-p-i-c-o. Lui sa che cosa è tipico di ciascun paese e fa uso di questa conoscenza anche al momento dello shopping. Abile e coriaceo nel contrattare, se ne tornerà in Italia contento come un cucciolotto per aver strappato, a un prezzo da Rotoli del Mar Morto, il tipico souvenir laotiano: una teiera di stile cinese prodotta in Thailandia da profughi cambogiani.

 

Lo shopping è solo un’incombenza inevitabile nel viaggio in Estremo Oriente del Freak & Chic, perché lui, come dicevamo, è soprattutto un Avventuriero. Dell’Avventuriero ha l’istinto, le motivazioni e – pensa lui – l’abbigliamento.

Quando si è in Estremo Oriente quale momento migliore del Pasto per mettere alla prova il vero Avventuriero? La reazione a tutti quegli strani colori, strani sapori e strani – accidenti è appena passata di qui una comitiva di Romulani? – odori costituisce una vera e propria cartina di tornasole. Grazie a essa si rivelano la saldezza dei propri nervi e la personale capacità di adattamento.

Anche nel caso del Freak & Chic il suo spirito d’avventura lo accompagna ardito fino al momento del pasto. Ed è allora che egli più commisera i tristi cinquantenni che si affidano ai viaggi organizzati. Osserva con un misto di compassione e disprezzo la folla che scende dal pullman e si infila nel ristorante etnico nel Vietnam centrale.

Lui? Lui no. Lui è un Avventuriero. Perciò preferisce fare tutto da solo e scovare il medesimo ristorante usando l’avventurosa Lonely Planet.

La fatica è stata premiata. Ora è seduto in terrazzo, lontano dalla tavolata vociante che sta per assaggiare il set menu di piatti locali. Scorre veloce l’avventurosa lista delle cibarie. Raggiunge l’ultima voce – Bibite analcoliche: VietCola – e sorride benevolo, scuotendo solo un poco la testa. Torna indietro alla prima pagina. Rilegge con più attenzione e chiude il menù.

Quindi si ordina un avventuroso sandwich al pollo accompagnato da un bicchiere di Chateau Laffitte del 1958. Anno in cui è stata aperta la bottiglia.

Naturalmente, questo è ciò che accade in Estremo Oriente.

In Italia, invece, stupirà parenti e amici gloriandosi di epiche scorpacciate di Papaya Salad condita con ampie dosi di odorosa pasta di gamberi secchi, di Chou Dofu o tofu puzzolente (e se lo chiamano così i cinesi …) oppure ika natto, cioè un nipponico puré di fagioli di soia fermentati dallo spiccato sapore di terra bagnata esaltato da bei pezzettoni di seppia cruda.

Assumerà il tono dell’antropologo seduto in bagno col giornale il quale, alla moglie che caccia un urlo mentre gli disfa la valigia, ricorda paziente di fare attenzione a come appoggia le fragili teste umane rimpicciolite del Borneo e confiderà agli amici del bar le sue imprese. Dicendo, più o meno, quel che segue:

Credetemi, ammetto che non è da tutti, ma giuro che in fondo il gusto non è per niente male. Sì, certo: come per tutte le cose nuove un po’ di coraggio ci vuole, all’inizio. Ma non è eroismo, andiamo! Io lo chiamo spirito di adattamento. E poi da quelle parti bisogna sempre fare molta attenzione a non urtare la tipica sensibilità di chi ti invita a cena. Si, perché la cortesia è tipica della loro cult … Ah, l’avevo già detto? In effetti … forse sto parlando sempre io, scusate. Ma allora ditemi un po’ di voi, invece: Jesolo anche quest’anno?

La sottile goccia di sudore apparsa sulla sua fronte durante il racconto sarà l’unica indicazione che quella volta, in realtà, un vero atto di eroismo ci fu. E fu di mantenere il sorriso tutto il tempo, pur con l’intero bolo tra le fauci. Sputandolo solo due ore dopo, quando raggiunse un Pizza Hat distante una decina di chilometri.

Quando non beve vino al bicchiere, il Freak & Chic si fa un punto d’onore di tracannare quante più bibite con ghiaccio fatto con l’acqua del fiume possibile. Se si tratta di un Freak & Chic anglosassone, poi, la sera sarà sempre possibile trovarlo fuori dall’unico bar per occidentali.

Al bar può chiacchierare con gli altri Freak & Chic, bere mojito rinfrescati da copiosi cubetti di ghiaccio e darsi tutta l’aria di chi bazzica quelle parti da vent’anni. Se il paese si trova in Indocina, il gruppo sarà ancora più riconoscibile grazie alle sciarpine di seta colorata fatte svolazzare con nonchalance come indossatori sulla copertina di Vogue.

Attenzione, però: questa immagine frivola non deve trarre in inganno.

Il Freak & Chic anglosassone è in realtà una persona di notevole spessore e indubbia preparazione. Ma si sa: in quanto Italiani badiamo troppo all’apparenza e siamo abituati da sempre a farci avanti nella vita confidando nell’italico Stellone.

Altre e più mature culture, invece, credono nel merito e nel lavoro duro. Nella fatica.

Perciò limitarsi a dire solo che i lunghi anni di studio, le notti passate sui libri e le esperienze all’estero hanno reso il Freak & Chic britannico o americano un vero uomo di mondo sarebbe oltremodo riduttivo. Siamo sinceri: ciò che è giusto è giusto e va ricordato con onestà, senza nascondersi dietro sciocchi provincialismi. E poi dai migliori si può solo imparare.

Per una volta, allora, soffochiamo l’invidia causata dall’impari confronto tra il protestantesimo operoso e il pigro Mediterraneo. In fondo lo sappiamo bene: sarebbe potuto capitare anche a noi qualche cosa di buono nella vita se non fosse stato per tutte quelle mattinate trascorse nella dannata Sala Biliardi di Via Verdi.

Sorridiamo della gioia pulita che la Verità sa donare e diciamolo a voce alta: la fatica, lo studio ininterrotto e le innumerevoli nottate in bianco hanno potuto fare ben altro per il Freak & Chic anglosassone che il solo renderlo un uomo di mondo. Hanno fatto sbocciare e plasmato in lui proprio la sua massima, invidiata e unica competenza: l’ottima pronuncia della lingua inglese.

Grazie a questo fondamentale talento, il Freak & Chic britannico o americano è a suo agio ovunque si trovi. Anche se spesso, colto da slanci di generosità, apostrofa i barman locali con formule di saluto indigene scandite in allegria. E con le vocali storpiate.

Loro sorridono.

D’altronde si sa: gli orientali sono pazienti.

Se potessimo sbirciare il loro cuore, però, vedremmo che si è fatto molto serio. Un velo di tenebra è sceso a oscurare quella luminosa spensieratezza che traspare dai sorrisi immancabili nelle foto dei cataloghi di viaggio.

Ciò che incupisce i barman locali – una volta così ciarlieri – sono alcune grandi domande. Sono i grandi perché dell’umanità. Dubbi comuni un po’ a tutte le culture e che noi stessi nutriamo, anche se formulati in una lingua diversa.

Come noi, anche i barman custodiscono i loro perché da tempo. Con loro si svegliano al mattino ed è sempre a loro che la sera, tornando a casa dal lavoro, pensano e ripensano. Ma ancora non sono riusciti a darsi una risposta soddisfacente.

Così, sempre più perplessi e angosciati, giocheranno l’ultima carta e l’indomani si recheranno dall’abate del tempio del villaggio. Si rivolgeranno alla sorgente di conoscenza e serenità spirituale della piccola comunità. E gli chiederanno:

 Perché la ruota del karma ci ha fatto rinascere così in basso?

Perché il nostro bar è frequentato solo da stranieri biondi con le ciabattine infradito, la Lonely Planet e la sciarpetta di seta colorata che si ostinano a inchinarsi a mani giunte mentre farfugliano borborigmi incomprensibili?

Soprattutto, perché tutti quei mojito?

 

Purtroppo per loro, la saggezza del canuto bonzo non basterà a trovare la risposta.

E nemmeno il vecchio proverbio locale riuscirà a consolarli. Quello per cui chi parla tre lingue è poliglotta, chi ne parla due è bilingue e chi ne conosce una sola è anglosassone.

Così non gli resterà altro da fare che ringraziare l’abate, congedarsi e fare un mesto ritorno al villaggio.

 

Il Freak & Chic, intanto, tutto questo non lo sa.

La zattera si è sfasciata, ma lui è sopravvissuto alle rapide ed è sicuro che domani troverà il modo di recuperare l’infradito rimasta sul fondo. L’altra, con un po’ di pazienza, è riuscito a liberarla di tutto il fango raccolto mentre arrancava verso riva.

È tornato in camera giusto in tempo per la partenza del pullman del tardo pomeriggio e ha chiuso subito la finestra. Ha preso la biancheria pulita. Si è incamminato verso i bagni al piano con passo alternato per via del piede scalzo. Visto che non viaggia con cose di valore ha lasciato la porta della camera aperta per fare uscire un po’ del gas di scarico dell’autostazione.

Si è fatto una doccia veloce. Ne aveva decisamente bisogno e l’ha trovata proprio bella rinfrescante. È tornato in camera gocciolando sul corridoio. Con l’asciugamano ancora legato in vita ha scambiato due chiacchiere con i vicini di letto. Loro, la doccia, l’avevano già fatta un’ora prima, ma hanno confermato di averla trovata proprio bella rinfrescante. Anche se di nazionalità diversa, nel corso della conversazione si sono trovati tutti d’accordo nel giurare che la prossima volta cercheranno un posto con lo scaldabagno in funzione per due ore anche il pomeriggio.

Si sono salutati e lui è rimasto solo in camera a vestirsi. Ha indossato una maglietta gialla, dei pantaloni di lino color viola chiaro, scelto la sciarpina intonata.

Sta per recarsi al bar. Dove lo aspettano il gruppo di amici Freak & Chic e quel fresco mojito prima di cena. Mangeranno presso un ristorantino scovato sulla Lonely Planet il cui autore suggerisce con entusiasmo di provare una specialità locale a base di maiale bollito e larve del bambù.

Nulla sa dei dubbi dei barman locali. Della loro conversazione con l’abate del tempio del villaggio o di cosa è stato detto. Nulla del loro mesto incamminarsi verso casa.

Soprattutto: nulla sa di ciò che accadde dopo.

 

Ma noi sì.

E cioè, più o meno questo.

Mentre i barman parlavano col bonzo il tempo era passato veloce. Fuori, il sole era un orizzonte che abbaglia.

Incuriositi, i bufali sollevarono il muso e osservarono per un attimo i barman percorrere a capo chino lo stretto sentiero ai bordi delle risaie. Lo stesso sentiero su cui si rincorrevano da bambini quando l’unico pensiero era cercare di non finire in acqua – sai quanto si sarebbe arrabbiato il nonno per le pianticelle di riso appena trapiantate.

Quei bimbi allegri e sudati mai avrebbero pensato di finire un giorno per invidiare i bufali e la loro vita tranquilla. Di sicuro lontana da questo mondo problematico e da quei difficili perché?

Nella testa dei barman risuonò ancora l’unica raccomandazione sicura che l’abate avesse ritenuto opportuno fargli.

Risposte certe non ne ho – aveva detto loro il bonzo – Tuttavia nel Dubbio solo la Tradizione è un porto non toccato dalle tempeste. Perciò rifugiatevi sempre nella nostra gentile arte della sopportazione e fate ciò a cui siamo abituati da secoli.

All’improvviso e senza dire una parola rallentarono tutti l’andatura.

Si fermarono.

Muti.

Si guardarono negli occhi.

L’orizzonte lontano era ormai una rossa esplosione, ma non sentirono il bisogno di socchiudere le palpebre. Un sorriso rischiarava i loro volti. Più luminoso del sole declinante.

Finalmente avevano compreso che tutto conduceva con ineluttabile semplicità a quel preciso momento. A quelle risaie. A quei bufali. A quella sera. Al loro bar.

Ora ne erano certi: quella sera nel loro bar quei perché avrebbero avuto risposta.

E così fu.

Ma non avvenne solo in quell’occasione speciale.

Perché a partire proprio da quel giorno – e per lungo, lungo tempo – i barman sarebbero tornati ogni sera con rinnovata energia al loro posto dietro il bancone.

Avrebbero ripetuto come un mantra le parole dell’abate: gentile sopportazione, fare ciò a cui si è abituati da secoli.

Avrebbero accolto i gorgoglii provenienti da quello straniero in infradito – ma non dovrebbero essere due? – agghindato come il phaw thao del villaggio e con le mani ancora giunte avanti a sé nei modi che la Tradizione aveva insegnato loro.

Avrebbero stretto le spalle.

Avrebbero sorriso.

E avrebbero aggiunto un altro cubetto di ghiaccio fatto con l’acqua del fiume in quel cazzo di mojito.

 

per gentile concessione dell’autore LogoCC

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Simone Guerra  Nato nel 1969, dopo la laurea in Lingue e Letterature Orientali a Venezia, si interessa di ricerca linguistica e lessicografia giapponese e la loro gestione informatica. Ha vissuto a lungo in Giappone, Cina e, attualmente, Emirati Arabi gestendo gli uffici locali di diverse aziende sempre a stretto contatto con l’Estremo Oriente e le sue culture (parla giapponese e cinese) e mantenendo intatti i propri interessi di ricerca. Nel 2015 pubblica per Zanichelli Kanji. Grande Dizionario Giapponese-Italiano dei Caratteri, primo vero dizionario dei kanji (ideogrammi giapponesi) pubblicato in Italia.

 

Foto in evidenza di Lucia Grassiccia.

Riguardo il macchinista

Sana Darghmouni

Sana Darghmouni, Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università di Bologna, dove ha conseguito anche una laurea in lingue e letterature straniere. E' stata docente di lingua araba presso l'Università per Stranieri di Perugia ed è attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all'Università di Bologna.

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