IL FARMACO CHE SI CHIAMA POESIA – di Paolo Polvani

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Nota di lettura a Cielo e terra, di Daniele Giancane, Genesi editrice, 2016

 

 

Non ero nuovo a rapide incursioni nelle riflessioni intorno alla poesia di Daniele Giancane, e neanche alla forma del diario. Questo ultimo libro, Cielo e terra, si affida a una forma di diario ancora più intima se possibile, si tratta di un dialogo interiore, di una serie di colloqui su temi legati alla poesia. Si apre con una amara constatazione: tutto perisce nell’oblio. Forse per questo, conclude l’autore, alla fine, scriviamo: per un disperato tentativo di trattenere la memoria anche dopo di noi. Sarà ricordato Dante tra diecimila anni? E tra centomila? No, l’oblio è un frullatore magico e non risparmierà nessuno. Ogni cosa mi diventa poesia, confessa Daniele, ogni avvenimento è la rappresentazione del grande mistero dell’esistenza, e compito del poeta non è di svelare il mistero, ma di alludervi, di sfiorarlo, di sintonizzarsi con lui. L’aspetto interessante, avvincente, di questo libro, è che tratta in maniera semplice argomenti fondamentali legati alla poesia, li rende accessibili e li mostra nella loro nudità. Non credo sia vitale che le singole visioni siano condivisibili o meno, perché la poesia rimane comunque un terreno scivoloso, è impossibile ingabbiarla in formule, incanalarla in codici precisi buoni una volta per tutte, perché la materia stessa di cui è fatta si presta soltanto a guizzi improvvisi, a deragliamenti, a subitanei cambi di direzione. Del resto si può dire lo stesso della realtà, che pare inafferrabile. Tuttavia provare a dare delle risposte plausibili ha affascinato tanti poeti. Qual è il compito del poeta? Si chiede Giancane. E’ mettere in discussione gli schematismi del mondo, mostrare che la vita non si può incasellare, si può solo intuire. Per questo motivo il poeta non può che essere nemico dell’ideologia, di qualsiasi ideologia, perché l’ideologia schematizza, categorizza, offre a poco prezzo l’interpretazione del mondo. Invece compito del poeta è mostrare che ogni uomo è un mondo, avvolto dal mistero, e solo la poesia può accennare a quel mistero, non può svelarlo, non ne possiede né gli strumenti né la volontà, il suo compito è di sottolineare, di evidenziare l’aspetto misterioso di ogni uomo. In definitiva quello che la poesia può insegnare è la molteplicità, la complessità dell’essere umano. È un libro che regala pagine molto belle, per esempio quelle dedicate alla tenerezza. La tenerezza tra coniugi, ma anche la tenerezza nei confronti degli animali, con esperienze insieme toccanti e divertenti:

Avevo diciott’anni quando, accettando l’invito di un compagno di classe, lo seguii in un paesino lucano, Tursi (ne avevo già sentito parlare come il paese natio di Albino Pierro, il formidabile poeta dialettale più volte candidato al premio Nobel). Restammo lì tutto il mese di giugno, per prepararci all’esame di stato, che allora era durissimo. Una sorta di prova del fuoco. Fu in quel mese memorabile, tra scarpinate lungo stradine tortuose e pranzi succulenti, che un giorno un corvo entrò, forse per sbaglio, nella stanza dei nostri studi. Gli parlai con parole dolci e sussurrate, per non spaventarlo, e lui riuscì a riprendere la via del cielo. Ma il giorno seguente, eccolo di nuovo! Gli misi delle molliche di pane sul davanzale della finestra. Il corvo, dopo molti sospettosi svolazzi, beccò il pane, con una grazia che mi colpì. Il giorno dopo, ancora il corvo si presentò. Ormai era divenuto di casa: entrava nella stanza, poi si fermava sul davanzale a mangiare le molliche. Un giorno, volli provare: misi le molliche sul palmo della mano e lo invitai a venire a beccare lì. Ebbe qualche momento di titubanza, poi, con circospezione, si avvicinò, mi volò sulla mano e fece il suo pasto quotidiano. Il giorno seguente gli accarezzai le piume. Mi lasciò fare. Così, per giorni, mangiava e si lasciava accarezzare, con un brivido di piacere. Poi, uno di quei giorni, improvvisamente mi salì sulla spalla. Fu la svolta. Da quella volta, lo ebbi sempre sulla spalla. Andavo per casa, prendevo un libro, mi spostavo, e lui sempre sulla spalla. Eravamo diventati un duo inseparabile.

 

Nel capitolo “Io & Jimenez” si lancia nella seguente dichiarazione d’amore: “Lo ammetto: sono rimasto “sotto” Juan Ramon Jimenez. I giovani intendono – per restare sotto – una sorta di incantamento, provocato dalle droghe o da avvenimenti tragici della vita”. A questo amore, totale, definitivo, sono dedicate diverse pagine che avvincono il lettore, perché vi trabocca questo sentimento della passione di una vita intera, e non può che coinvolgere, ammaliare, o almeno incuriosire. Segue una riflessione dedicata al seguente argomento: Conoscere i poeti. Il cui esito è questo: No, meglio così, i poeti vanno conosciuti e amati solo attraverso le loro pagine. Per evitare terribili delusioni. Seguono riflessioni su alcuni autori che costituiscono una pietra miliare, come Pirandello, Leopardi, ed altri che sono un fertile terreno di confronto: Pasolini polemista: “Mi ha sempre affascinato Pasolini intellettuale a tutto campo. Quello che mette in crisi continuamente gli schemi prefissati, la retorica, le abitudini intellettuali, i pregiudizi”. Infine una domanda cruciale sulla “chiamata”, sulla vocazione alla poesia: “Sarà Dio o il caso. Sarà una ipersensibilità del temperamento. Sarà una combinazione chimica che ti spinge più a guardarti dentro che a guardare fuori. Non so da dove viene. Chiedo spesso ad altri poeti, se hanno individuato la fonte della scrittura della prima poesia, ma nessuno sa rispondermi davvero. Solo ipotesi, memorie, domande irrisolte. È il mistero della vocazione.”

Ci sono brani dove sembrerebbe che la riflessione ricalchi e dia forza a soluzioni stereotipate, a vecchi luoghi comuni, come quando parla delle persone che vivono accanto al poeta, dei suoi familiari, e dichiara subito che trattasi, il poeta, di persona anomala, e ripercorre strade abusate: la distrazione, la tensione costante a seguire il corso dei suoi pensieri, ad assecondare una specie di vita parallela, tutte visioni che fanno parte di una ormai consolidata mitologia popolare e che forse andrebbero trattati con maggior distacco, con un minimo di ironia. Però poi leggo la seguente affermazione: “Il poeta è uno che –quando sta scrivendo versi – è inavvicinabile, se no vi azzanna alla gola: guai a toglierlo dalla sua solitudine.” E allora mi dico che si, luoghi comuni, ma che nascono da un terreno su cui germogliano verità incontrovertibili. E infine trovo tanta consolazione in queste riflessioni: “In ogni caso, al di là della energia estetica dei suoi versi, il poeta vive la vita come se fosse essa stessa una poesia. Non è il migliore dei progetti possibili?”

In definitiva un libro in cui ci si può riconoscere, si possono individuare tanti motivi di confronto, a volte di perfetta identità, altre di somiglianza, vicinanza, analogia, più raramente, forse quasi mai, di lontananza. Un libro utilissimo per tutti i maneggiatori di versi, gli artigiani della parola sperimentati o in corso di sperimentazione, gli ammaestratori di ritmi e rime, poeti rifiniti o semplici aspiranti.

 

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Foto di Daniele Giancane, a cura dell’autore.

 

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste italiane quali Nuovi Argomenti, Fili d'aquilone, Irisnews, Versante ripido, Sagarana, Carmillaonline, Le Voci della Luna e internazionali come La otra, Círculo de poesía, Bitácora pública, Vallejo and company, La Jornada, Monolito. Ha pubblicato: "Mar di Tasman" (Isola, Bologna, 2014), "Non ha tetto la mia casa" (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue, italiano-spagnolo. Ha tradotto e curato "43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos" (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Co-curatrice di "Muovimenti. Segnali da un mondo viandante" (Terra d'Ulivi, Lecce, 2016). Cofondatrice della rivista La macchina sognante, con la quale prende parte a eventi culturali in Italia e all’estero. Ha curato l'edizione italiana del documentario brasiliano "Fiore brillante e le cicatrici della pietra" sugli indigeni Guarani-Kaiowà. A varie latitudini ha svolto ricerche universitarie e antropologiche incentrate su mondo indigeno, educazione e transizione sociale.

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