IL CACO – Laura Brunelli

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Cogito ergo sum. Penso, quindi sono: in uno dei tanti percorsi che con frequenza più o meno quotidiana, in compagnia di me stessa e del mio cane, affronto nelle prime campagne vicino a casa. Oggi la mia mente è stata rapita da qualcosa che non avevo considerato nella sua magnificenza prima d’ora.

Camminando in una quasi uggiosa mattinata d’autunno, con l’aria così fresca che inebria le narici e commuove gli occhi, decido di prendere un piccolo sentiero di campagna, una zona al limite,  a metà fra la campagna vera e propria e la città. Alla destra e alla sinistra di questo piccolo percorso, vi è qualche casa colonica ma ciò che cambia e fa perdere la vista usuale è il verde lussureggiante dell’erba che sta attorno, quasi fossimo già in primavera.
E’ un’erba strana, provocatrice, che solo a guardarla potrebbe istigare i più nostalgici del clima estivo a pensare ad un imminente arrivo della bella stagione; si fa beffa della pioggia, del cielo coperto da cumuli, pieno di nembi minacciosi e, chissà, ha pure voglia di sfidare il direttore d’orchestra, il vento, Eolo, per stabilire una volta per tutte chi è il più forte tra i due. Nella mia fantasia i prati, forti del loro essere eterni, con quel movimento poco percepibile delle piccole foglie, dialogando con il dio dei venti, lo incitano a soffiare più forte e, per quanto lui si impegni a fondo, le erbette rimarranno attaccate con le loro radici alla terra, già ne sono un tutt’uno. A un certo punto Eolo, stanco di soffiare, decide di placare le sue folate, ammettendo che nulla si può contro qualcosa che possiede radici così minuscole ma forti.
La stanchezza del vento, il suo arrestarsi, lo sento anch’io; proseguendo nel mio cammino, con lo scriccchiolio dei sassi sotto i piedi, prodotto dalla gomma delle scarpe che a volte pestano e altre invece spostano i ciottoli, non si sente più il fruscio del vento tra gli alberi . Nemmeno volteggiare una foglia l’occhio può percepire.
Passo dopo passo, continuando a guardare i prati, le canne fumarie delle case coloniche restaurate che mandano il fumo bianco della legna bruciata nei camini, unitamente a un lieve profumo antico, Eolo, proprio quando mi trovo dinnanzi a due piccolissime fila di alberi di cachi circondati da cespugli, ricomincia a sospirare, lievemente, facendo cadere, timidamente, qualche foglia ormai secca, priva di linfa. Ne colgo qualcuna mentre cade volteggiante, come  stesse danzando, un’altra posata a terra, oramai esausta.
A pensarci bene, ho usato il termine corretto, esausta. Quella foglia che, per diversi mesi, ha protetto l’albero, con il quale ha instaurato un’intima relazione, è stata protettrice anche di tante specie di animali che a causa del troppo sole, pioggia o vento, sotto di lei hanno trovato riparo. Tramite lei, han riscoperto un amore quasi materno.
Lei è caduta a terra, stanchissima, e si è adagiata su un letto morbido di altre sue sorelle che, per un periodo di tempo variabile, hanno svolto lo stesso lavoro. Guardando quel materasso in rovina di foglie , l’istinto porta subito a dare un volto alla morte, la fine della vita e all’inizio del nulla.
Quella foglia, fedelissima amica e figlia premurosa della sua genitrice, esaurito il suo ciclo vitale, per come noi comunemente lo intendiamo, si decomporrà diventando humus che, piano piano, verrà assorbito dalla terra per dar cibo e nuova speranza di vita ad altre foglie che, come lei e prima di lei, dovranno rinnovare, col prossimo ciclo stagionale, la fioritura degli alberi.
Quando si guarda una foglia, non si può non considerare chi la genera, ovvero l’albero. Nel mio caso, come detto, si tratta di un caco; non lo nego, mi incuriosisce tanto poterne vedere la magnificenza da vicino per cui, scavalcando un piccolo fossato, mi dirigo verso la sua direzione. Girandogli attorno, non mi accontento di ciò che l’occhio può mostrarmi per cui, considerate le mie capacità di semplice essere umano, mi siedo con la schiena appoggiata al tronco e alzo la testa, cercando di vedere o captare il ramo più alto che possiede.
Non mi resta che affidarmi ai sensi. Ascolto la mia schiena. Mi descrive un tronco duro, molto duro, che mi rende l’idea di un “qualcosa” di difficile da abbattere e, anche se Eolo volesse liberare tutti i suoi venti, non riuscirebbe a far muovere neppure una delle sue radici!
Il legno così rugoso, a tratti spigoloso e appuntito, a volte mi fa male. E’ un dolore sopportabile, che non sconvolge, che non dilania l’anima, che non fa piangere. Anzi, è un dolore pungente che da protezione, mi fa sentire al sicuro, penso che lì, accanto a lui, nulla e nessuno potrà mai e poi mai farmi del male. Penso che allontanandomi di un solo passo, di un qualche millimetro, il senso di protezione sparirebbe, disintegrato da tutto il male che ci circonda.
E’ un piacere stare li a sedere!
Guardando verso l’alto, inizio ad osservare i rami. Forti e di notevole spessore alla parte vicina al tronco per poi, piano piano, diventare sempre più sottili alle estremità. Ognuno di essi ha circa una decina di rami minori e, questi, a loro volta, ne posseggono una quindicina di più piccoli. Ovviamente il mio calcolo non è esatto. E’ solo un’ approssimazione, data dalla difficoltà di vederli perfettamente tutti. Di conseguenza, considerato il numero notevole di rami primari e secondari che l’albero può avere, ritorno a ragionare sullo spessore del tronco. Penso a quanta linfa il mio amico deve produrre per mantenere in vita tutti quei rametti. Per produrre le gemme che porteranno alla formazione delle foglie e dei frutti.
Andando con la mente nel suo intimo, con la speranza di non offenderlo troppo, penso anche alle sue radici: le immagino molto molto più forti del tronco. Quasi sadicamente, scavano nel profondo del terreno. Cercano la zona migliore per potersi alimentare e quella dove l’acqua è più pura per poter risollevarsi dalla sete.
Visto? Ecco perché la fogliolina è morta! Dovrà diventare humus! Per far sì che il mio amico, ad ogni stagione, possa rinascere più forte, sano e variegato nei suoi colori. A primavera, quando le nuove foglie spingeranno verso l’alto per aprirsi e farsi coccolare timidamente dai raggi del sole, il mio amico non sarà né come l’anno precedente, ne tanto meno come quello di prima.
Ogni anno si mostrerà diverso: l’intensità del verde delle sue foglie sarà variabile, la robustezza della corteccia muterà come sarà diversa la qualità (come i contadini dicono, il “grado zuccherino” ) dei suoi frutti. Ogni anno ci stupirà e ci renderà omaggio di una sua bellezza unica!
Questo è l’autunno. L’autunno non è morte, desolazione, tristezza, depressione e malinconia. L’autunno è la stagione che prepara la vita alla rinascita, sonda il terreno per vedere se tutti gli elementi sono al loro posto per poter cominciare da capo. E questo avverrà in primavera, per trovare il suo massimo splendore durante l’estate.
Questo è quello che volevo. Mi sono fermata a pensare e ho avuto fortuna. Ragionando sul ciclo della vita di un albero, ho pensato anche al mio e a quello di tanti altri. Credo che sia arrivata l’ora di considerare una quinta stagione. Voglio chiamarla “il sentire autunnale”. Mi sono fatta anche una promessa: ogni anno, in questo periodo, mi fermerò a pensare, e forse il sentimento che mi accompagnerà sarà la malinconia. Ma non quella malinconia a cui tutti resistono, che tutti considerano negativamente, legata a uno stato depressivo, devastante, che va curata; quella a cui mi riferisco è una piccola sosta, un raccoglimento interiore, profondo. Un dialogo tra me e me stessa; intimo, sincero, senza inibizioni e senza paura di giudizi, finalizzato a cercare la realtà di colei che sono, la mia via per una trascendenza.
Cogito ergo sum, penso quindi sono. Ecco cosa sono. Passato, presente e futuro sono dei limiti temporali, usati per scandire una esistenza, per darle degli intervalli, per l’appunto, di tempo. Esempi ne sono il limite di età imposto per raggiunge la maggiore età, quando ssarà possibile prendere la patente, l’età giusta per sposarsi e, secondo alcuni, anche quella giusta per morire. Se anche questi non sono piccoli  intervalli, allora cosa sono?
Ma io non sono  solo questo. Rappresento l’evoluzione di ciò che ero ieri e, domani, sarò l’evoluzione di come sono stata oggi.
Tornando al mio albero, ho deciso di non lasciarlo senza nome, l’ho battezzato “rèverie” che, tratto dalla filosofia francese, indica un raccoglimento profondo dei sensi, che ci avvicina alle cose, ancor prima che il pensiero concreto le concettualizzi. Si potrebbe tradurre questo termine con “fantasticheria” ma, vista l’importanza del dialogo interiore, mi sembra una traduzione banale, ridicola.
Rèverie è il nome del mio nuovo amico e ne sono orgogliosa. D’ora in poi, quando passerò lì vicino, lo andrò a trovare per  coglierne ogni mutamento. Visto l’avvicinarsi della nuova primavera ormai sarà pronto, per poi raggiungerlo nel massimo del suo splendore durante il grande caldo che verrà.
A dire il vero, altre riflessioni mi sono passate per la mente, per esempio quelle connesse ai vari modi di cadere delle foglie, ai “caratteri” degli alberi o al rapporto tra questi e i loro vicini di terra. Anche loro hanno dei vicini. Ma quì non posso più proseguire pertanto mi limito a sottolineare, per chi avrà voglia di leggermi per intero, magari iniziando da questo caco, di considerare l’autunno non come la fine di ogni cosa ma, piuttosto, l’inizio di una nuova vita che si accinge e può essere più virtuosa di prima.

Cesena, gennaio 2019

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Laura Brunelli, nata a Cesena nel 1981, si è laureata in Scienze Infermieristiche e collabora con diverse riviste e blog di medicina, dove affronta le problematiche relazionali nel campo medico e scientifico fra medici, personale addetto e pazienti. Ha intrapreso un percorso di studi a Firenze, durato diversi anni,  dove si è specializzata in medicina narrativa, etica e bioetica. Amante della riflessione filosofica, sta attualmente studiando “Filosofia morale” per conseguire un master presso l’Università degli Studi di Torino.

 

 

 

Immagine in evidenza: Foto di Tracy Allen.

 

 

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015; Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2017); Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2018)., Collabora alla rivista Teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge.

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