Il Caco e il Grillo: tra mythos e realtà – Laura Brunelli II parte

Foto per articolo IL CACO

(La prima parte intitolata IL CACO  stata pubblicata sul NUM. 14 del 31/03/2019)

me adora camminare in totale libertà, senza essere in competizione né con gli altri né tanto meno con sé stessa, si ritrova specie con l’estate in uno stato di completo vagabondare. A volte oserei dire di grazia, in luoghi nuovi ma anche in spazi già percorsi. Il lento movimento delle gambe e delle mani è anche un metodo sicuro, un’opportunità per far scoprire cosa c’è di nuovo attorno a me; o far trovare in luoghi già visitati qualcosa di inconsueto e insospettato, di particolare.

E’ in questo modo che, come ho raccontato l’altra volta, ho conosciuto per la prima volta il mio amico Rèverie. Con la buona stagione, durante i nostri incontri quotidiani, è lui che mi ha spinto a pensare, a filosofare, a concentrarmi sui più diversi argomenti. Così, attorno al mio caro ed inseparabile caco, circondato da edera ed erbe di vari tipi, fiori più o meno colorati, s’è creato il mio ‘giardino del pensiero’; tant’è che  a volte mi sembra di sconfinare in un mondo parallelo fingendomi una sorta di Epicuro o  moderno Aristotele, in cui spero di non naufragare.

Ai tempi dell’Antica Grecia questi egregi filosofi insegnavano l’arte del peripatos, del passeggiare discutendo, all’interno delle dimore arboree. Indicavano come fare del cammino una dimora itinerante del pensiero. La mente, nel momento in cui fa fiorire nuove idee, è simile a un giardino; il topos fisico si esaurisce dando spazio al topos mentale, ovvero una forma di pensiero che non ha recinzioni, non è confinato a differenza dei luoghi fisici che, per lo più, sono circoscritti.

Platone dava grande importanza ai kepouroi, i custodi dei giardini, ai quali era affidata  l’archein (la cura) di questi spazi. Solo se ben curati producevano il pensiero; solo se la natura osservata era in ordine dava all’uomo la possibilità, nel suo filosofare, di captare gli elementi costitutivi di Gaia e le sue interazioni col Cosmo, facendo sì che gli dei, molto lentamente, venissero sostituiti e, col tempo, soppiantati dal complesso ragionamento filosofico e dalla sua armonia.

In tempi più recenti, un filosofo italiano parlando di quel giardino ha sottolineato che “l’idea di un luogo gioioso, dove l’anima e il corpo potessero trovare quella serena felicità che raramente s’incontra nella vita quotidiana  è stata, forse sin dalle origini, un’aspirazione dell’uomo (e della donna, aggiungo io) che si è concretizzata in quello che veniva chiamato “locus amoenus”, cioè luogo del piacere, ricco di meraviglie e abitato dagli dei”[1]. Un luogo protetto in cui pensarsi simili agli immortali, esenti come costoro da pericoli e paure, custodi di una antologia di manifestazioni mirabili sia consce che inconsce in cui le tante storie della memoria acquistano modi di sentire e di comunicare diversi dalle vie della logica e delle ragione.

Filosofare dentro il proprio giardino designato, inteso sia come spazio fisico che mentale, dà gioia. Significa innanzitutto aver piena coscienza dei propri sensi: dobbiamo essere bravi a percepire i colori e le loro sfumature, gli odori, i profumi e, perché no, anche i sapori; sia en plein air sia appartandoci nelle zone d’ombra. Prendendo piena coscienza dei nostri stimoli sensoriali, per noi sarà più facile conoscere nuovi miti, oppure riscoprire quelli più antichi e reconditi; il mito e i simboli altro non sono che l’elaborazione mentale e immaginifica dei sentimenti che il nostro giardino ci induce a resuscitare e provare, attraverso un gioco continuo di segnali, di risposte e sintonie come diceva Proust.

 

Gli alberi, il gorgoglio dell’acqua, i fiori, i sentieri, i muschi, i frutti acerbi o maturi e i cespugli sono tutti miti che fanno parte della nostra vita, del nostro giardino. Ognuno di questi elementi suscita in noi ricordi ed emozioni collegate al tempo, a ricordi presenti o passati o, addirittura, eventi che la nostra mente ha nascosto temporaneamente e che, per anni, sono rimasti lì, in attesa di essere rievocati e resuscitati.

Ma cos’è un mito? Perché ricorrere ai miti e ai simboli per evocare i ricordi? I miti appartengono da tempi immemorabili a tutte le culture umane del pianeta. Sono il risultato di vari tentativi che gli uomini e le donne hanno adottato per spiegare il significato della loro vita sensoriale e, soprattutto, di dare una risposta alla loro più grande paura, ovvero la scomparsa e la morte. Da cui tutte le cosmogonie e le religioni che prevedono un ‘al di là’ ma anche un ‘al di qua’ misterioso, come ad esempio la reincarnazione. Sono storie che, nel corso dei secoli abbiamo ereditate, aggiungendovi sempre nuovi particolari che ci appartengono; le conserviamo e le riscopriamo dentro di noi mentre ricordiamo quelle persone che ci hanno preceduto, lasciando così una traccia della loro immagine e delle loro esperienze, del loro passaggio visibile e invisibile nel mondo. I poeti ci dicono che tutto ciò che proviamo è per sempre, dopo ogni nuova o ripetuta emozione nulla è come prima. Ecco perché è salutare e terapeutico scrivere versi.

Sotto il significato di un particolare mito, un racconto in cui il visibile e l’invisibile si intrecciano indissolubilmente, i popoli si sono incontrati e si incontrano. Il modo di pensare di una persona coincide e allo stesso tempo si diversifica da quella degli altri;  o frammenti di realtà che lo hanno preceduto, creando così momenti di interpretazione, rispecchiamento, confronto, fratture o sviluppo e coesione sociale.

Senza rendercene conto, evochiamo continuamente i miti del passato, anche quelli  del giorno prima, perché contengono aspetti di cui la nostra mente avverte il bisogno. Senza di essi la nostra esistenza sarebbe vana: il passato sarebbe nell’oblio, il presente fatto di incerta angoscia, il futuro non auspicabile e fosco.

Ogni mito che abbiamo studiato contiene vicende amorose, tragiche o felici; sono contenitori anche di fatiche eroiche, ore di noia, quelle che Baudelaire chiamava ‘spleen dell’ideale” di luoghi e verità che ora abitano il loro e nostro passato e si svelano, descrivendo i nostri limiti e le nostre possibilità. Prima della nascita della tekné l’essere umano faceva parte e viveva a stretto contatto con la natura: di essa si nutriva con grande timore, non sapeva come spiegare i fenomeni naturali a lui più avversi e nemmeno come giustificare eventi che lo toccavano da vicino, quali la nascita, la malattia o la morte. Il suo istinto di sopravvivenza, di fronte a queste “cose” strane, lo ha portato a credere che ci fosse qualcosa di perfetto e intangibile, al di fuori e al di sopra di lui; un qualcosa che, arrabbiandosi, poteva arrivargli addosso con tutta la sua ira, punendolo per le malefatte compiute.

Così, gradualmente, nacquero le nomenclature divine: il dio del mare, del sole, della fecondità, etc., come ne parla Cassirer nel sul bel libro Linguaggio e mito. Le divinità rappresentavano quella permanenza immortale e azione atemporale  che l’uomo si rendeva conto di non possedere, in quanto soggetto senziente di limiti: la costanza dei fenomeni naturali, la bellezza più sublime, la forza più potente e l’immortalità sono solo alcuni di questi aspetti del divino.

Gli dei e le dee ponevano le persone anche di fronte a una serie di regole pratiche, gliele facevano scoprire,  affinché il loro comportamento li tenesse in vita, fosse accettabile. Seguendo i canoni stabiliti dall’esperienza, l’uomo si ingraziava una specifica divinità, per averne in cambio l’aiuto, l’insegnamento e la protezione. Tra questi atteggiamenti indispensabili, ai fini del sostegno divino, le norme prevedevano che le funzioni pubbliche, quali i riti, la rievocazione di miti ancestrali, i sacrifici, dovessero essere periodici, o realizzati e rinnovati in presenza di imprese eccezionali; tipo guerre, annessione di nuove terre da coltivare, viaggi esplorativi, fecondazioni collettive, migrazioni, ecc.

A seguito della nascita della tecknè che consisteva nella creazione dei primi rudimentali attrezzi per espletare e facilitare i lavori quotidiani, compresi gli armamenti bellici e la costruzione di nuove città, il rapporto con la divinità inizia a modificarsi sostanzialmente. Ed è stato un passo decisivo dell’evoluzione umana, indice di una graduale presa di coscienza dell’evolversi  delle proprie abilità e potere. L’uomo si  è reso conto di poter addomesticare la natura e i propri simili, nella conseguente e progressiva consapevolezza di non aver quasi più bisogno di una presenza costante di divinità protettrici; a seguito di ciò, si è verificato una graduale trasformazione, esclusione e  dimensionamento delle divinità,  in tempi e luoghi diversi, rispetto ai santuari naturali precedenti. Non solo l’uomo ha messo le divinità in fuga, espropriandole dei loro territori naturali, ma, addirittura, le ha umanizzate e mitigate piegandole al suo interesse personale, attribuendo anche a loro le sue proprie passioni, le sue fattezze antropomorfiche. E’ così che i miti, poco a poco, col trascorrere dei millenni sono diventati parte delle nostre autobiografie individuali, insiti nelle nostre memorie soggettive, sempre in attesa di essere rievocati.

Al giorno d’oggi il mythos rappresenta ed è costituito  in gran parte dai nostri ricordi, quelli dell’infanzia e della gioventù, caratterizzati da sogni e utopie che compongono zone feconde di immaturità e maturità che hanno sede nella ‘foresta’ che è dentro di noi; così cara agli dei minori. Se ci rifiutiamo di dar ascolto ai nostri ricordi, ci sacrifichiamo nell’altare metaforico della  paura di ricordare, se ostacoliamo o ci neghiamo l’esercizio del condividere, di scrivere o parlare di loro, quei miti giungeranno all’atto finale, alla loro terrificante scomparsa e quindi rischio morte.

Io questo non l’ho mai voluto. Il mio ‘io’ non lo ha mai accettato. In diverse occasioni ho scritto oppure parlato di me, descrivendo ricordi legati a persone importanti, ad atti mancati. Erano ricordi piacevoli e gioiosi; altre volte talmente dolorosi che inevitabilmente il pianto accompagnava la rievocazione. Questa mia breve riflessione, o rito,  se così lo vogliamo chiamare,  fino ad ora l’ho realizzato sempre e soltanto facendo visita al mio amico Réverie, al mio caco. Eravamo per l’occasione noi due soli.

Mi sono spesso raccontata in un monologo intimo e segreto che mi ha permesso di trovare tracce di ricordi non ancora scomparsi, immortali dentro di me, riconducendomi a una piccola casa soltanto mia, non scrutabile da nessuno, quella che comunemente viene chiamata interiorità. Ebbene, questa casa,  attorniata dal  giardino  dell’anima, non basterà forse una vita per coltivarla e visitarla del tutto.

Durante le ultime visite, è accaduto qualcosa di nuovo. Un qualcosa che ha fatto sì che venissi interrotta nella concentrazione, nel trovare le parole giuste e appropriate per quel dialogo intimo,  per incontrami coi miti della mia vita interiore. Quel qualcosa era il canto di un grillo. Ecco cosa è successo: a sedere sull’erba, sotto l’albero con il sole che quasi tramontava, mentre la calura estiva  mi obbligava ad asciugare la fronte, è spuntato il canto di un grillo che piano piano si faceva sempre più “invadente”. All’inizio il suo canto era flebile, flebile e si alternava a momenti di silenzio assoluto. Quando iniziò a cantare, mi diede alquanto fastidio, visto che ero lì  per cercare un po’ di raccoglimento. Quando poi, secondo la sua naturale consuetudine, taceva, ringraziavo Réverie; quasi fosse stato lui, il suo tronco possente a intercedere per chiedergli di  smettere di disturbare; affinché  il pensiero potesse procedere.  Ma l’alternarsi del canto al silenzio, durante il quale si udiva solo il fruscio dell’erba e il dolcissimo movimento delle foglie del caco, durò ben poco. Il silenzio addirittura scomparve per dar spazio a gorgheggi irrefrenabili, fatto di tonalità alte e continue.

A quel punto mi sono accorta di non essere più in grado di pensare . Sentivo così vicino quel canto che mi riempiva le orecchie, mi penetrava  e deflagrava nella mente. Istintivamente gli ho chiesto, se poteva, gentilmente, cantare altrove o in un tono un po’ più basso; anche se in verità  avrei preferito il silenzio. Lui, il grillo, ha continuato come se nulla fosse. Questo ha scatenato in me una reazione dura e decisa: ho alzato la voce e, in tono aggressivo, ho ribadito: “Potresti cantare più piano per piacere?!”. Niente. Non era mia intenzione iniziare una discussione con un grillo megalomane, invadente e testardo; d’altronde lui era a casa sua, era nel suo giardino. Casomai ero io l’ospite, anche se avevo sempre considerato tutto quello cresceva e ruotava attorno a Réverie il mio mondo, il mio kepos. Così ho deciso di andarmene, sgomberare il campo, visto che non c’era modo di condividere, convivere o trovare un po’ di quiete nel giardino.

Coi primi passi verso il fedelissimo Pongo che zampettava nei dintorni, mentre stavo per mettergli il guinzaglio, da dietro la schiena mi sono sentita chiedere:”Hai capito o non hai capito cosa ti stavo dicendo?” D’istinto mi sono girata verso Réverie e, oltre alla solita vegetazione del giardino, non c’era nessun altro  che potesse parlare, almeno come lo intendiamo noi umani. Stranamente, nel momento in cui mi era stata espressa la domanda, il grillo non cantava. Rimasi attonita, sbalordita, quanto il fragore del silenzio che mi circondava. A quella domanda, però, una risposta cortese andava data; l’ho formulata mentalmente, nella certezza che usare la voce sarebbe stata un’esagerazione, anzi insensato. Se poi qualcuno fosse passato nelle vicinanze e m’avesse sentita, mi avrebbe certamente scambiata per una pazza! Ma, per quanto mi fossi ripromessa di rispondere solo con la mente, non ci sono riuscita, dando così retta all’istinto che m’ha fatto dire ad alta voce :“No, non ho capito.

Potrebbe ripetere, per cortesia?” chiesi a non so chi. A quel punto ricevetti una risposta molto generica: “Sono stato costretto, sono arrivato al punto di dover urlare semplicemente per chiederti di parlarti, di darci voce!”. Ad una richiesta di questo tipo, si supponeva che io dovessi indagare, chiedere innanzitutto a chi dovevo dar voce e, soprattutto, con chi avevo l’onore di intrattenere quella piacevole discussione che, effettivamente, mi rendeva alquanto inquieta.

Di tutto punto, con tono saccente, è arrivata una precisazione che finalmente mi ha aiutata a capire a chi o a cosa si riferiva la domanda di prima: “Devi dar voce non solo a te stessa, ma anche a noi…tutte le piante, non solo Réverie, l’erba, i cespugli, i sassi, la terra e gli animali! Solo così riuscirai e riusciremo a trovare l’immortalità nella mortalità!”. Ma che strano! La voce si era fatta viva in un momento di silenzio totale, in cui l’erba era immobile, il vento non soffiava, i raggi del tramonto stavano dando spazio ai colori della sera e il grillo continuava a non farsi sentire. Di conseguenza mi è passato per la mente che quella voce, così risoluta, nella potenza assimilabile a quella del grillo, non potesse essere che la sua! Visto che il solito cri,cri, cri  non si sentiva già da un bel po’ di tempo.

Improvvisamente mi sono ricordata di un libro affascinante che non molto tempo prima avevo letto, nel quale si sottolineava come i giardini della memoria, spesso, sono dominati da un genius loci, ovvero un’entità soprannaturale legata a un luogo, rappresentante di un  tema specifico nella religione romana, di origine greca. Più precisamente veniva riportato che “i Romani leggevano i luoghi come i volti delle persone: come manifestazioni esterne di un vivente spirito interiore. Ogni luogo ( come ogni persona ) aveva il suo genio individuale che poteva manifestarsi, per esempio, sotto forma di un serpente”[2].

Ecco, in quel momento, il grillo rivestiva proprio bene il ruolo di genius loci perché mi parlava con un tono di voce alquanto forte, impositivo e saccente, proprio come quando ci si trova ad ascoltare una divinità che si rivolge a noi per imporci qualcosa, una sorta di un comando.

Ho accompagnato questo pensiero inusuale a un sorriso, perché mi sono resa conto che non era possibile, non poteva essere vero. Ma ben presto la situazione era cambiata, la mia sensazione non si era sbagliata, si era tradotta in realtà. “Ebbene sì! Hai appena parlato con un grillo! Ritieni che ci sia qualcosa di strano in tutto questo? Fino ad ora Réverie ti ha ispirata parlandoti con ciò, di cui  e su cui solo lui poteva esprimersi. Ora tocca a me!”.

La normalità vuole che quando due creature, in questo caso è meglio parlare di ‘due enti’, interloquiscono tra  loro, nasca anche la possibilità di conoscersi personalmente. Come sul dirsi de visu. Ero curiosa, non lo nego. Volevo vedere quel piccolo animaletto. Ho provato a scrutare in mezzo all’erba, tra le foglie del mio caco, negli alberi vicini, ma non ho visto niente. L’unico risultato ottenuto è stato quello negativo.

Quel grillo aveva anche la possibilità di leggermi nella mente disse, con lo stesso tono di voce possente, che non c’era bisogno m’affaticassi tanto a cercarlo, tanto non si sarebbe fatto vedere, perché non era importante. Ciò mi era dispiaciuto non poco ma, almeno, avevo risolto il mistero. Ora sapevo con chi stavo interagendo. “Signor grillo, al quale prima o poi troverò anche un nome, devo dar voce a tutti questi enti che mi chiedono di definire l’immortalità nella mortalità?”. La sua risposta fu positiva.

L’immortalità nella mortalità: una delle più belle e intriganti espressioni che la filosofia possa contenere. E’ un concetto che, anche se sotto molti aspetti è difficile da spiegare, rappresenta un’ottima indicazione, quasi un segnale e un viatico, sul come procedere per aiutarci a comprendere il significato più profondo del mythos e dell’arché, del mito e della verità, che ognuno di noi sottende nel ricordo.

E proprio da qui che partiremo per un altro viaggio: dal ‘non ricordare’ il ricordo, fino a quando un simbolo, sia esso un odore, un sapore, un fiore o un qualsiasi altro ‘ente’ ci stimolino al punto di riportare alla nostra mente avvenimenti passati, fatti che abbiamo dimenticato; oppure situazioni che riteniamo di non aver mai vissuto. Ed è un percorso coraggioso, un atto di immaginazione e rimembranza importante, che pesca nel nostro profondo e personalissimo universo.

[1]

      M. vwnturi Ferriolo, Giardino e filosofia, Milano, Guerini, 1992, p. 13.

[2]

     C. W. Moore et all, a cura, La poetica dei giardini, 1988, trad. it.: Padova,, F. Muzzio, 1991, p. 1.

Laura Brunelli

Laura Brunelli, nata a Cesena nel 1981, si è laureata in Scienze Infermieristiche e collabora con diverse riviste e blog di medicina, dove affronta le problematiche relazionali nel campo medico e scientifico fra medici, personale addetto e pazienti. Ha intrapreso un percorso di studi a Firenze, durato diversi anni,  dove si è specializzata in medicina narrativa, etica e bioetica. Amante della riflessione filosofica, sta attualmente studiando “Filosofia morale” per conseguire un master presso l’Università degli Studi di Torino.

 

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015; Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2017); Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2018)., Collabora alla rivista Teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge.

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