Identità plurime e dinamiche, Africa e Europa oggi: Lo scrittore Kossi Komla-Ebri intervistato da Matilde Sciarrino

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‘Perché lasciare la propria terra se si potesse restare?’

 

  1. MS: Lo scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins propose la distinzione fra scrittore-migrante e migrante-scrittore, fra autori che decidono di migrare e migranti che decidono di scrivere. Al di là delle etichette, Lei di quale dei due gruppi sente di far parte?

KKE: Julio Monteiro Martins aveva ragione; lui scriveva già prima di migrare. L’esperienza della migrazione, a lui come a tanti altri autori, ha fornito un’ulteriore spinta. Ma la scrittura è scrittura. Il migrante-scrittore è spesso autore di un solo libro, di solito la sua autobiografia, e non va oltre. Il corpus letterario diventa importante per capire chi è veramente uno scrittore. È pur vero che l’autore de ‘Il giovane Holden’ non ha scritto nient’altro ed è ricordato tuttavia come l’autore di un capolavoro della storia della letteratura. Tutto è relativo.  Per quanto mi riguarda, ho sempre scritto per la necessità di comunicare. Sento il bisogno di comunicare con gli italiani e far conoscere me, la mia cultura, il mio paese. Questo è sostanzialmente la molla che fa scattare la mia pratica letteraria.

 

  1. MS: Infatti la sua è una letteratura di testimonianza delle radici, del passato, ma è anche una scrittura che parla dell’oggi, della Sua vita in Italia. In che modo le radici africane confluiscono nel presente italiano?

KKE: Mi posso definire un nostalgico perché la lontananza amplifica il sentimento di appartenenza. Sono emotivamente africano, razionalmente impregnato anche di cultura francese, però oggi mi scopro passionalmente italiano soprattutto nel modo di vivere le emozioni. Queste tre componenti, l’Africa, la Francia e l’Italia coesistono e fanno parte della mia identità, che è, appunto, plurima, mosaica, arcobaleno, in divenire, non statica. Le nostre identità non sono mai statiche, ma dinamiche. Un tema ricorrente della mia scrittura è il discorso dell’alterità che io trovo fondante nella mia vita. Mi nutro di incontri con persone, con culture diverse. La mia vita quotidiana è fatta di sentieri che si incrociano, di percorsi che confluiscono l’uno nell’altro. Nel mio romanzo breve ‘Neyla’ l’africano torna a casa per trovare se stesso. I racconti della raccolta ‘Imbarazzismi’ non sono altro che storie imperniate sul tema dell’incontro-scontro. Quello che mi muove nella scrittura è sempre l’altro, il fondamentale rapporto con il mio prossimo.

 

  1. MS: Negli aneddoti raccolti nel volume ‘Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero’ Lei racconta con ironia e voglia di sorridere situazioni al confine fra l’imbarazzo e il razzismo. Sono situazioni vissute in prima persona da Lei, medico di colore, in trent’anni di attività lavorativa in Italia. Trova che in questi anni il rapporto degli italiani con gli immigrati sia cambiato? Persiste ancora l’imbarazzo verso il diverso?

KKE: Si parla sempre delle forme di razzismo violento, non si parla mai di queste forme di razzismo che io chiamo ‘banale’. Si tratta di atteggiamenti che fanno sorridere o anche ridere, ma che feriscono non meno degli atti più eclatanti che fanno scalpore e di cui si occupano i media. Queste sono, invece,  frecciatine quotidiane che ti fanno capire che tu sei diverso, non appartieni a loro. È un atteggiamento di esclusione che pesa. Quando negli anni settanta studiavo a Bologna medicina non percepivo queste forme sottili di esclusione; allora c’era curiosità, interesse per l’Africa che si voleva conoscere. In quegli anni l’immigrazione in Italia era sostanzialmente di tipo intellettuale. I rapporti erano più sinceri, più veri. Gli africani erano rispettati e venivano accolti. Andavo a Piazza Maggiore, a Bologna, chiedevo informazioni e la gente addirittura mi accompagnava. Adesso molti cambiano strada quando mi vedono. L’aumento degli immigrati e l’aumento della delinquenza ha reso le persone diffidenti. Non voglio fornire giustificazioni, voglio solo cercare di capire le cause dell’acuirsi del razzismo. La società è cambiata. Oggi non ci sono  più imbarazzismi. Purtroppo ci sono solo razzismi. Non potrei più riferire di situazioni imbarazzanti semplicemente perché esistono solo atteggiamenti provocatori anche, purtroppo, da parte di coloro che ricoprono ruoli istituzionali. Si parla addirittura di leggi che vogliono deliberatamente escludere gli stranieri. Quindi in Italia si è verificato un peggioramento in relazione al rapporto con il diverso. Ciò è triste, molto triste. Avevamo l’illusione di un paese accogliente e mai avremmo immaginato che questo paese arrivasse a chiudere i porti. Si prega ancora il Cristo sulla croce, ma si lasciano morire tanti poveri cristi nel Mar Mediterraneo.

 

  1. MS: Lei spesso incontra i giovani nelle scuole per diffondere il Suo messaggio interculturale di apertura verso il diverso. Qual è il compito che gli educatori, docenti e genitori insieme, devono svolgere per mettere a tacere le voci che seminano diffidenza, chiusura, avversione e odio verso gli stranieri, voci che trovano ascolto soprattutto fra le giovani generazioni?

KKE: Oggi si tende ad attribuire tanta, troppa responsabilità alla scuola. Nonostante il suo innegabile ruolo nella società, la scuola non può essere responsabile di tutto. I giovani sono molto influenzabili e la scuola ha questa responsabilità, di renderli consapevoli del loro valore, delle loro qualità. Io incontro sempre molti giovani e confesso che in loro vedo solo positività. Non è vero che non hanno voglia di lavorare; al contrario. Essi, però, vivono in un mondo più pericoloso del nostro in quanto sembra che abbiano tutto, ma in effetti non hanno molte scelte. Non hanno tutti gli sbocchi che avevamo noi. La scuola deve insegnare a credere nelle utopie, a sognare, ad avere senso critico; deve fornire speranza, fiducia e valori positivi. Bisogna credere in loro e comunicare questa fiducia e non tarpare loro le ali. Le riforme scolastiche e quelle universitarie hanno avuto l’effetto di appiattire, invece di promuovere le eccellenze. Abbassare i livelli non ha senso. La scuola e l’università dovrebbero spingere al merito, alla valorizzazione delle eccellenze. Fra l’altro esistono, a differenza che nel passato, tante agenzie formative che hanno tolto credibilità alla scuola. Essa, per restare credibile e affidabile agli occhi dei giovani e delle loro famiglie, non deve fornire più informazioni, deve, invece, assolvere ad un compito unico che è quello di fornire gli strumenti per approfondire le informazioni, valutarle, leggerle in maniera autonoma e consapevole. In breve, deve insegnare il senso critico. Google e tutti i mezzi di informazione a disposizione dei giovani informano, ma la scuola deve educare a recepire queste informazioni, a non accettarle passivamente. Molti credono che sia tutto vero quello che si trova in rete, ma sappiamo bene che così non è. Quello che manca è la capacità di giudizio autonomo e critico. Per esempio, quando si parla di invasione di migranti, cosa significa? È proprio vero quello che ci viene detto? Ecco, dobbiamo avere gli strumenti per capire la realtà. E la scuola ha sostanzialmente questo ruolo. I giovani sono menti vergini e sono molto influenzabili. La scuola deve buttare semi per far crescere idee positive; è quello che cerco di fare io andando nelle scuole perché credo nei giovani e nella loro voglia di fare. Purtroppo, come detto, vivono in un mondo pericoloso, sono più sfortunati di noi perché non hanno tante scelte, tante possibilità di realizzare i loro sogni. Non esistono più le utopie, sogni da realizzare, speranze su cui contare. Dunque, diventa necessario che la scuola creda in loro e nella loro unicità, dia loro fiducia e forza per realizzare i loro sogni.

 

  1. MS: Karen Blixen ha scritto “La mia Africa”. Qual è la Sua Africa, quella che, attraverso le immagini letterarie, Lei vorrebbe che i Suoi lettori vedessero?

KKE: Il romanzo che sto scrivendo al momento si intitola “La loro Africa”. Questo titolo rappresenta l’idea che la gente ha dell’Africa, l’Africa miserabile descritta dai missionari, l’Africa che tende la mano, quella che ci viene mostrata alla televisione dove i bambini con le mosche in faccia tendono la mano allo scopo di intenerire i cuori e raccogliere fondi alla vigilia di Natale o a Pasqua. Non è questa la vera Africa. La Rete della Diaspora Africana Nera in Italia, associazione di cui faccio parte, ha promosso una campagna contro questa immagine negativa dell’Africa dal titolo ‘Anche le immagini uccidono’. Cerchiamo di combattere l’immagine pietosa che si offre del continente africano al fine di raccogliere il Cinque per Mille. Non è vero che il fine giustifica i mezzi. Se è vietato mostrare le immagini dei  bambini italiani per tutelarli, perché i bambini africani devono avere meno dignità? I soldi raccolti spesso servono per mantenere le associazioni. La ‘negrofobia’ che noi constatiamo  nella società occidentale è legata molto alle immagini che vengono proposte, all’immaginario che si viene a creare come conseguenza. Nessuno pensa all’Africa come un continente in marcia, ricco, che intende affrancarsi dal giogo coloniale. Molti lo vedono come un unico paese e ignorano che si tratta di più di cinquanta paesi diversi fra loro. L’Africa non è povera, è impoverita. È stata e continua ad essere sfruttata: oro, petrolio, coltan li vogliono, ma non vogliono gli africani. Sfruttare il sottosuolo va bene, ma accogliere chi cerca fortuna qui, questo no. C’è da dire che questa è colpa anche dei nostri governanti che svendono il nostro sottosuolo. Esso, invece di essere la nostra ricchezza, è diventato la nostra maledizione. Oggi ci sono molte iniziative di microcredito, cooperative di donne e di giovani che ideano, realizzano e portano avanti dei progetti interessanti. L’Africa cammina sulle gambe delle donne che sostengono molte iniziative. Oggi con internet i giovani africani possono restare in Africa e accedere a progetti restando in loco. Ecco quello che i giovani africani dovrebbero imparare a far fare: restare nei loro paesi e impegnarsi a realizzarsi lì. I presupposti ci sono.

 

  1. MS: Queste Sue parole rimandano a quello che è diventato un vero e proprio slogan più volte sentito in Italia negli ultimi anni fra critiche e approvazioni: aiutiamoli a casa loro. Che significato attribuisce Lei, dal Suo punto di vista di uomo del Sud del mondo, a questo che per alcuni è un auspicio e per altri una mascherata forma di rifiuto.

KKE: I cooperanti che vengono in Africa pagati dai governi europei non aiutano realmente gli africani.  Il denaro investito torna indietro in Europa. Per aiutare l’Africa bisogna aiutare gli africani ad aiutarsi. Aiutiamoli a casa loro può significare investire per il proprio personale tornaconto.  Bisogna, invece,  fare in modo che l’Africa diventi indipendente. Per esempio, in occasione dell’Expo, il governo togolese aveva votato per Milano e aveva presentato dei progetti per finanziare l’empowerment femminile con progetti di cucito e altri laboratori. Questo va bene, ma non è sufficiente. Ciò che deve essere fatto è importare il ‘know how’ italiano, aiutare e insegnare a fare da sé. Da noi, per esempio, il pomodoro in eccesso, quello che non viene venduto al mercato la mattina, la sera viene buttato; ecco, se si imparassero le tecniche di conservazione del prodotto tramite l’essiccazione, la  pastorizzazione o altre tecniche con l’utilizzo di olio o sale si riuscirebbe a fare investimenti, a creare imprese redditizie.  Cose da fare ce ne sono tante: agricoltura, pescicoltura, apicoltura. Però è necessario essere in grado di occuparsi di questi progetti in modo concreto e redditizio. L’Africa offre molto e i giovani potrebbero realizzare tanti progetti, se solo venissero messi in grado di farlo. Di questa Africa che vuole fare da sola, che vuole emanciparsi e crescere non se ne parla. Il presidente ghanese ha affermato recentemente che non vuole più aiuti internazionali che diventano palla al piede. Con i prestiti gli interessi lievitano; i nostri governi devono affrancarsi da queste dipendenze. Lo stesso Obama ha detto che l’Africa non necessita di grandi uomini, ma di grandi istituzioni che portino avanti ideali democratici e progetti economici. Oggi, invece, si assiste alla svendita delle nostre terre ai cinesi. Ettari ed ettari di terra svenduti! Prendiamo il coltan, per esempio; qui il discorso si fa delicato. Perché si  parla di smartphone insanguinati? Perché il coltan è causa di guerre e di sfruttamento di bambini. I bambini vengono usati facilmente in Africa: uccidono senza fare domande, lavorano per poco e si accontentano di poco. E poi in Europa ci si lamenta dell’invasione dei migranti. Ma vi siete mai chiesti perché mai uno deve lasciare la propria casa, la propria terra, i propri affetti per andare via se potesse restare? La questione è creare le condizioni affinché i giovani si realizzino in Africa, trovino un lavoro dignitoso, guadagnino e possano crearsi una famiglia. Quando io dico ai giovani africani che devono restare, loro non si fidano di me. Mi guardano sorpresi come uno che qui in Europa ha trovato quella gallina dalle uova d’oro che loro vanno cercando. Mi guardano come se io non volessi fornire loro la chiave per facilitarne la ricerca. Io oggi, se avessi vent’anni, non sceglierei più di lasciare l’Africa. Mi arrabbio quando vedo giovani africani elemosinare. Chi viene qui poi torna in Africa e si atteggia a uomo di successo, a persona che ha fatto i soldi nel paese dei balocchi. È questa l’idea che trasmette ai suoi congiunti in Africa, di persona che è riuscita, che ha sfondato, che ce l’ha fatta nonostante tutto. È un’idea distorta che viene trasmessa e che spinge gli altri a venire in Europa con una montagna di illusioni dietro. Molti giovani africani qui in Europa sono invischiati in traffici di droga, molte ragazze entrano nel giro della  prostituzione, ma nessuno parla di queste cose in Africa. Oppure le famiglie fanno finta di non sapere. Ecco, nessuno affronta queste contraddizioni. Le voci che si sentono sono, da un lato, quelle di un’Africa povera che chiede e, dall’altro, di un’Europa che dà. Ma le voci autentiche degli africani non le ascolta nessuno.

 

  1. MS: A proposito di voci dell’Africa, parliamo degli autori migranti che riescono ad esprimersi attraverso le loro opere letterarie. La rivista online ‘El Ghibli’ è una presenza importante nel panorama della letteratura migrante, un esempio significativo di come tramite la letteratura ci si possa far ascoltare anche in terra straniera utilizzando la lingua italiana come lingua franca.

KKE: L’esperienza di ‘El Ghibli’ è nata dall’idea di fondare una casa editrice per facilitare la pubblicazione dei nostri testi. Ci siamo ritrovati insieme a cercare un portale che ci accogliesse. E lo abbiamo trovato a Bologna. All’inizio è stato molto impegnativo, ma siamo andati avanti con tenacia e perseveranza. Inizialmente abbiamo voluto pubblicare solo testi inediti, poi, con il tempo, abbiamo accolto anche altri testi. Il lavoro di Raffaele Taddeo è stato ed è encomiabile: leggere tutti i testi ricevuti, selezionarli, adattarli, formattarli è un lavoro pesante. All’inizio avevamo numerose sezioni, poi ci siamo aperti di più verso la critica letteraria. Un aspetto importante è il lavoro svolto per preservare ed arricchire costantemente il database creato dallo scomparso Prof. Armando Gnisci dell’Università La Sapienza di Roma. ‘El Ghibli’ resta, in ogni caso, un punto di riferimento per chi si occupa di letteratura migrante, la migliore rivista esistente in Italia, la più aperta e ricca. Persone come Raffaele Taddeo, Pap Khouma, Mia Lecomte e  Candelaria Romero hanno lavorato e lavorano in modo instancabile per mantenere e continuare ad ampliare il patrimonio letterario degli autori migranti. Ma la rivista si avvale anche dall’apporto di tanti collaboratori esterni come Abdelmalek Smari, Adrian Bravi, Anna Belozorovitch, Anna Fresu, Christiana de Caldas Brito, Raffaella Bianchi, Simona Wright, Sis Lav e Ugo Fracassa.

 

  1. MS: Che spazio ha la produzione letteraria degli autori migranti nell’Italia di oggi dove, in paragone a paesi quali la Francia e il Regno Unito, è ancora vista come fenomeno letterario e non ancora come una realtà letteraria alla pari di quella nazionale degli autori autoctoni?

KKE: In Italia c’è un certo provincialismo. Tuttavia, credo che molto dipenda anche dalla qualità di quanto gli autori migranti producono. Molti si sono lamentati perché posti in una nicchia come oggetti di studio. Ma io dico che questo essere considerati ‘migranti’  ci ha dato, comunque, una certa visibilità. Molti autori italiani scrivono, forse anche meglio di me, ma non hanno la stessa visibilità che ho io in quanto migrante. Dunque, dico, meglio essere oggetto di studio che essere ignorati.

 

 

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Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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