“I libri come strumento di lotta” resoconto dell’incontro “Il Bianco e il Nero- le parole per dirlo”, Milano 7 settembre 2019 – di Aroti Bertelli

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“I libri come strumento di lotta”.
Si apre così, con le parole del Dott. Andi Nganso, l’evento “Il Bianco e il Nero – Le parole per dirlo”, organizzato da Festival GOes DiverCity, La Macchina Sognante e ANED, presso la Casa della Memoria Milano.

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Una giornata intensa, divisa in quattro workshop a cui ho avuto l’onore e il piacere di poter prendere parte. La prima sezione è stata caratterizzata dagli interventi della Prof.ssa Angelica Pesarini (Docente universitaria della New York University con sede a Firenze) e da Francesco Ohazuruike (scrittore), su L’Origine degli altri: razza e razzializzazione. Prendendo spunto dal libro di Toni Morrison viene spiegato che il rapporto con l’altro è da sempre stato difficile e il linguaggio può comunicare una dicotomia tra un “noi” e un loro. Viene spiegato infatti che quando descriviamo una persona bianca usiamo un vocabolario ampio lasciando sottintendere che è bianco, ma quando ci riferiamo ad una persona nera, utilizziamo semplicemente nero oppure
nera. Francesco nel suo libro Negro – La verità è che non potete fare a meno di noi, ci porta dentro parole e concetti come
“quelli che sono neri fuori e bianchi dentro” Coconut.

La Prof.ssa Pesarini, docente della New York University che ha una cattedra a Firenze in fatto di studio della razza, ha mostrato il colore e il suo significato tramite un esperimento americano. Questo il link del vide: https://www.youtube.com/watch?v=Kpe30KlqyKo Nel documento visivo, i bambini vedono il colore della pelle, ma ciò che è preoccupante è l’attribuzione che si dà al bianco e al nero.

Parlando proprio del significato delle parole utilizzate nel linguaggio comune, troviamo il termine “mulatto”. Nella storia questo termine viene affiancato a quelle persone nate sotto forzatura o violenze da parte dei bianchi sulle schiave nere. Inoltre è un chiaro riferimento al mulo, un animale sterile nato dall’unione di un asino con una cavalla. Altro termine utilizzato è “meticcio” che si riferisce al contesto coloniale con nascite tra bianchi e i locali, ovviamente non riconosciute.
Passiamo poi a quella parola che forse è la più diffusa e la più “fastidiosa” da sentire: negro. Questo è un termine offensivo tanto
che anche la Legge punisce chi ne fa uso tramite l’Art.549 del Codice Penale. Insomma, l’uso inappropriato e senza dubbio fuori luogo di alcune parole, oltre ad essere offensivo e discriminatorio, può anche essere perseguibile.

L’incontro prosegue e il Dottor Nganso guida i presenti verso il prossimo confronto, invitando ad avere pazienza tra di noi. La
pazienza può aiutare a comprendere le parole dell’altro, i suoi sentimenti, le sue motivazioni. Proprio a questo riguardo, alcuni interventi dei presenti hanno messo a dura la pazienza di coloro che assistevano all’evento, a causa di commenti presuntuosi usciti da persone bianche.

 

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La giornata si snoda con la presentazione di un altro libro “Razzismi nuovi e vecchi: Afrofobia, discriminazione e Xenofobia”. Con il supporto di Kiasi Sandrine Mputu, (attivista per diritti umani ed esperta di comunicazioni) e Pina Piccolo (scrittrice e coordinatrice de “La Macchina Sognante”). Viene introdotto il termine “afrofobia” con cui si fa riferimento ad una specifica forma di razzismo che con i suoi atti violenti o discriminazioni, abusi storici, stereotipi e mercificazione dei corpi, porta ad escludere e a disumanizzare le persone di origine africana. Gli stereotipi sono principalmente legati alla classe economica, allo status sociale che poi sfociano in un razzismo di genere. “La mancanza di parole nuove nel nostro linguaggio o l’uso
inconsapevole delle parole sbagliate, non favoriscono l’evoluzione della lingua stessa e delle persone”. Questo è ciò che sostengono le due relatrici, le quali si soffermano anche sulla mancanza di leggi che tutelino fino in fondo questi atti disumani, verbali e fisici.
“Nello scenario attuale, i media giocano un ruolo importante ed è proprio tra i media e anche la cinematografia, che il razzismo trova spazio. Troppo spesso vengono messe in mostra immagini cariche di pietismo, imbevute di atteggiamenti da White Savior e di White Privilege (interessante notare che queste voci non esistono in italiano in wikipedia) che pongono i bianchi in una posizione di superiorità su tutti gli altri”. Queste parole generano importanti ed interessanti interventi del pubblico che includono anche internet e soprattutto i social come elemento non certo positivo. In rete ci sono molte, troppe immagini di bambini non bianchi e di donne, spesso fotografati nella loro sofferenza, nel loro dolore. Al centro di queste foto c’è sempre la presenza di una persona bianca che diventa la protagonista. Ecco, qui si parla di pornografia della sofferenza, della diversità. Fotografare un minore, pubblicare senza consenso, tutte cose sbagliate che ormai sono divenute consuetudine. Diventiamo consumatori di sofferenza perché non abbiamo intenzione di cambiare una condizione, ma semplicemente si cerca di trarre profitto dal pietismo e dalla mercificazione. C’è necessità di mettersi nei panni dell’altro e chiedersi “In che maniera reagiremmo se fossimo noi ad essere fotografati e pubblicizzati nel momento della nostra fragilità? Dove sarebbe la
nostra dignità?”.

Purtroppo anche nella quotidianità la diversità è spesso usata come garanzia per le nostre azioni, per le nostre parole. Ho un amico nero, disabile, ecc… cerchiamo di spiegare e giustificare frasi o atti, senza però renderci conto che stiamo esattamente esprimendo un concetto contrario.

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Dopo questo interessante dibattito, si passa alla seconda parte del workshop, nella quale Valentina Migliarini e Andi Nganso ci
accompagnano ne “La menzogna dell’Identità:  Bianchitudine, Negritudine, Inclusione”.
Valentina Migliarini (ricercatrice all’università di Bologna), prima di presentare se stessa, coinvolge il pubblico in un esercizio di mindfulness. Un esercizio di postura, di controllo del respiro per ossigenare il nostro corpo. Piccoli esercizi di stretching
per sgranchire la mente, spalancando le porte verso nuove consapevolezze. La Migliarini ricorda ai presenti che per ogni cosa che decidiamo di fare, per ogni lotta che vogliamo abbracciare, è importante comprendere il proprio posizionamento nella società e il rispetto all’argomento e al proprio ruolo. Si parte con la definizione di “bianchezza” in cui il Dott. Steve Garner spiega che “Ciò che è specifico dell’esperienza storica di un paese e dei modi in cui la finzione della razza è gestita collettivamente, non può essere specifica per quella di un altro. I significati legati alla razza dipendono sempre da tempo e luogo e sono parte di ogni visione razziale nazionale”.

La Bianchezza viene intesa come terrore, supremazia e potere. Ancora una volta la Dott.sa Migliarini ci fa riflettere sulle parole di Garner in cui “Il potere di cui si parla qui, è un’autorità incontrollata, esercitata senza ostacoli e neanche il poter di definire
l’altro e di ucciderlo restando impuniti”. L’imposizione arbitraria di vita e di morte è una parte dello spettro delle relazioni di potere che la bianchezza realizza, attraverso le parti del mondo in cui le persone bianche sono preponderanti nelle
posizioni di potere. Dunque, abbiamo la Bianchezza come gruppo dominante. Nella maggior parte del mondo occidentale, ciò implica che i bianchi razzializzino gli altri come meno civilizzati, meno adatti all’appartenenza o l’accesso alla loro nazione, quartiere, istituzioni. Tutto questo, pare calzare a pennello nella quotidianità italiana.

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Non c’è però solo un’analisi pedagogista da parte della Migliarini. Vengono anche citate delle leggi presenti in Italia proprio sul tema dell’integrazione e dell’inclusione. Linee Guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri (MIUR 2014) dice: I minori stranieri come quelli italiani, sono innanzitutto” persone” e, in quanto tali, titolari di diritti e doveri che prescindono dalla loro origine nazionale. Valentina fa notare che due parole sono completamente errate. Ma prima di spiegare gli errori, ci interroga su quali potrebbero essere dei modelli di inclusione per promuovere e portare una visione diversa nelle scuole italiane. Ci fa subito un esempio legato alla musica. I giovani immigrati praticano Hip Hop nei progetti di accoglienza, scrivono e producono musica. I giovani italiani che sempre più amano e si avvicinano al Hip Hop, potrebbero includere i giovani immigrati.

Ma tornando alle Linee Guida, per quale motivo bisogna sottolineare che i minori stranieri come quelli italiani sono delle persone? Ancora una volta ritorna il discorso della supremazia bianca, quello di disumanizzare, razzializzare chi è diverso da noi e lo si mette anche per scritto. Valentina ci invita a riflettere sulla parola integrazione, sul suo significato e cosa intendiamo noi quando usiamo inclusione.

La parola passa ad Andi Nganso, medico della Croce Rossa Italiana e fondatore di Festival Goes DiverCity. Viene introdotta la corrente letteraria della negritudine che vuole riaffermare l’identità dei neri. Questa corrente nasce nelle colonie francofone, tra la diaspora dei neri. La negritudine è stata un’esigenza delle persone afro discendenti nel tentativo di non sentirsi più dietro ai bianchi, di non essere più silenziati. In questo periodo tanti scrittori come Léopold Sédar Senghor, il vate e l’ideologo di Negritudine, con sue parole diede voce ai neri. La “negritudine” dunque, parte dal fondo e chiede alla “bianchezza” di ascoltare.

“E’ importante capire che come viviamo, come sentiamo, chi siamo, qual è il nostro posizionamento nella società; tutto questo cambia moltissimo la percezione del razzismo. I nostri primi luoghi di socializzazione dei nostri primi anni della nostra infanzia, pongono le basi per comprendere o meno la diversità. Oggi è un luogo comune molto potente, quello di pensare che tutti i neri in Italia siano arrivati tramite i barconi, ma anche quello che nero è uguale ad immigrato, oppure che l’immigrato è solo nero”. Prosegue il Dottor Nganso, toccando un punto critico: l’antirazzismo. “L’antirazzismo deve partire chiedendoci chi siamo, qual è il nostro posizionamento nella società. Chi siamo e cosa ci facciamo qua oggi. Perché il movimento antirazzista in Italia è cieco verso il colore. Non si autocritica, non tocca il problema, guarda se stesso e mai si confronta con chi il razzismo lo vive sulla propria pelle”.

Sostanzialmente chi si erge antirazzista senza informarsi, commette due errori: non si interroga abbastanza su quale sia il suo
posizionamento rispetto al razzismo e soprattutto l’antirazzista spesso pecca degli stessi meccanismi razzisti che ripropone inconsciamente. Questo perché non si mette in un atto di ascolto delle persone che subiscono episodi di razzismo quotidianamente. Nganso ci spiega anche il privilegio bianco, che non è certo una colpa ma lo diventa nel momento in cui ci si rifiuta di vedere il nostro posizionamento nella società. “Un posizionamento che offre strumenti a noi e a gli altri nostri simili, per non essere mai la minoranza”.

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Conclusasi questa parte, viene il turno di Filippo Menozzi, Reginaldo Cerolini e Mari Pagani: L’umanità in rivolta: memoria,
decolonizzazione, futuro. Filippo Menozzi, docente al Liverpool John Moores University, ci spiega che “Davanti ad una discriminazione, possiamo essere solidali cioè ci possiamo identificare nella vittima, oppure disidentificarci, in quanto alcune discriminazioni non potranno mai essere capiteidentificandosi. È il caso del razzismo, perchè una persona bianca
non potrà mai identificarsi in una discriminazione razziale. Questo ci porta a dire che chiunque frequenti persone non bianche, non è legittimato, non ha nessuna qualifica e non è autorizzato a mettersi al posto di chi subisce il razzismo per decidere in quale modo debba sentirsi, o vivere. Non deve però, mancare la solidarietà e l’empatia. Ma ogni gesto solidale deve essere animato da un pensiero critico, o autocritico”.

Menozzi per posizionare se stesso nella giornata di oggi cita due critici, l’indiana Gayatri Chakravorty Spivak, la quale sostiene che per poter comprendere le discriminazioni, bisogna disimparare il proprio privilegio, facendo quindi un passo indietro, e il critico palestinese Edward Said dal cui contributo teorico sull’Orientalismo  partono i presupposti per capire che non bisogna mai esprimere la solidarietà prima della critica o dell’autocritica.

“Il concetto di decolonizzazione non ha solo basi storiche in riferimento ai paesi sud-globali che hanno ottenuto l’indipendenza e sono diventati cittadini con i propri diritti. Prima della decolonizzazione, non esistevano cittadini, ma erano parte di un
impero coloniale”. Menozzi ci dice che non c’è solo fattore storico e politico, la decolonizzazione è anche un concetto culturale. “Per esempio in Sudafrica, Stati Uniti e in Inghilterra, esistono movimenti studenteschi che vogliono decolonizzare le università. Cosa significa? Significa capire in che modo viene insegnata la storia del colonialismo nelle scuole e se c’è un diritto di accesso a tutti per l’istruzione”.

Viene il turno di Reginaldo Cerolini, critico e sceneggiatore che sceglie una parola per raccogliere le fila di questa giornata: futuro, quello che mischiandosi al passato produce la sintesi di ciò che diventeremo o ciò che dovremmo diventare.

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Mari Pagani, counselor sistemica e coordinatrice ANED per le scuole, utilizza una parola che dimora in questa Casa: memoria.
“La parola memoria, una parola profondamente abusata nel contesto attuale. Si dice infatti “Se non conosci il tuo passato non saprai dove andare””. Mari però desidera condividere l’esperienza della sua memoria.  Ci dice infatti che la memoria ha una responsabilità. “Ciascuna persona che rievoca alla memoria, esercita questa responsabilità che consiste nel non dare alibi agli errori passati, facendo tesoro della memoria attraverso la storia. Dove invece si omette, non si racconta, non si affrontano determinate tematiche, si crea un terreno fertile su cui appoggeranno le ideologie attuali, come appunto il razzismo e il fascismo”. L’Associazione ANED, di cui la Pagani è coordinatrice per gli interventi nelle scuole, include tutti gli ex deportati nei campi di concentramento, non solo gli ebrei.

 

Disimparare il proprio privilegio, fare un passo indietro, essere consapevoli di non poter, in tutta onestà, sapere cosa significhi
essere una persona non bianca in un mondo razzista. Significa mettersi in ascolto di chi il razzismo lo vive sulla propria pelle in ogni momento, significa essere critico e consapevole nei confronti di qualsiasi vantaggio che si da per scontato.
Si può esprimere una propria opinione, un buon alleato si mette al fianco, senza avere la presunzione di rappresentare le istanze per conto delle persone vittime del razzismo. L’antirazzismo necessita di una narrazione che viene fatta dagli
attori su tema del razzismo e soprattutto con onestà intellettuale. Il razzismo non è legato alla razza, in quanto scientificamente non ha fondamento (il materiale genetico è di 0,2%), è un problema culturale che esiste da secoli.

 

Per gentile concessione dell’autrice.

proponiamo anche un resoconto molto esauriente della giornata, che mette in rilievo anche altri aspetti preziosi, scritto da Amina Abducarim per Frontiere News e rilasciato qualche settimana fa https://frontierenews.it/2019/09/le-parole-per-dire-bianco-e-nero/ . Nelle prossime settimane renderemo disponibili alcune delle riprese della giornata e ci siamo impegnati come gruppo a organizzare occasioni simili anche in altre città italiane.

 

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Aroti Bertelli
34 anni, nata in India nella regione dell’Assam. Adottata italiana. Lavoro nel legale, inoltre mi occupo di diffondere una buna cultura dell’adozione, della diversità, favorendo l’inclusione tra le persone. Collaboro con enti, istituzioni, associazioni come relatrice. Ho scritto il libro Ritorno alle origini, un libro autobiografico. A breve uscirà una nuova pagina e blog che si chiamerà The Blended famiglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagine di copertina: Foto scattata alla fine dell’evento “Il Bianco e il Nero- Le parole per dirlo”, altre foto nell’articolo a cura di partecipanti dal pubblico.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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