“I grilli del Parnaso – Alterne stratificazioni” raccolta poetica di I. Lombardi, E. Marcuccio, L. Spurio e L. P. Carmina – note di lettura a cura di B. Bellanova

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La raccolta poetica “I grilli del Parnaso – Alterne stratificazioni” presenta quattro poeti nati tra il 1974 e il 1985, con diverse esperienze e stili letterari, accomunati da un rapporto di amicizia e collaborazione profondi.

Quella di Iuri Lombardi è una scrittura sofferta, problematica e inquieta nello scorrere della quale l’autore si interroga a più riprese sul significato della storia e della sofferenza nell’esistenza dell’uomo: “Io non vivo di rimpianti, / l’assurdità del vivere lascio al senso lacerato / della storia; la caduta nel tempo ci condanna / Non siamo più noi. Allora cosa?/ I fari sugli stradoni fanno lercio il mondo  / anche egli non più compreso, mentre spiove / sulle miserie dei precari, sulla monotonia / di un ripetersi continuo, del Dio la cui altezza / è indecifrabile, ora come allora: e così sia”.

In altri testi si susseguono immagini, folate lunghe di sguardi e ricordi, nostalgie, sofferenze su un sottofondo comune di malinconia e impotenza verso lo scorrere del tempo: “[…]Ma il più / delle volte consumi il pranzo alla scrivania / e non hai tempo per il mondo: sembri perduta./ Chi ti nega questo possibile amore? Questo / aprirsi alla forsennata lotta? Dimmi il suo nome / Chi? Non è più il sogno di Gobetti a riscaldarti / il petto nell’incedere del filo della corsa degli occhi / della rivoluzione sfumata. Preferivo Levi, si fa / per dire, suo allievo, il suo cristo remoto e indolore, / scalfito e indomito tra le arenarie di una luna /tra corsi d’acqua e scempi  d’arbusti e gelsi: / me è la trama la nostra di una rassegnata /e pur compromessa rassegnazione degli umili /apostolo che siamo. Ed il mare si è aperto: è crollato”. 

Ci sono lunghe descrizioni di luoghi dove echeggia il Pasolini delle periferie romane, come nella poesia A Giovanna: “Mio padre i capannoni – i tetti di lamiera, i plinti d’acciaio – / per anni li misurava a metri; le dita sanguinanti ad ogni / piastrella piantata, mentre fuori non c’era stagione: /(a febbraio gli operai come ramarri si davano al primo / accenno di sole, a torso nudo) faticava una lenta / inesorabile voglia di vivere; scalpitava tra i pantaloni. Ai tempi dei colonnelli in Grecia gli studenti / facevano mercato nero con scatole di Minerva. / La Fiat rastrellava per le campagne i contadini e li / portava a Torino; nelle fabbriche c’era la vita? / In Lombardia oltre Milano c’era solo campagna. / Dopo un po’ il miracolo si spense: la stagione riprese”.

Infine, in Ritratto democratico, l’autore giudica e inveisce contro “Vecchi sozzoni dal culo mencio / appassiti fiori dimenticati / dall’abbraccio a ciondoloni e lercio / siate voi da me sempre dannati! / Falsi profeti, untori di peste e gogna, / dalle pance piene al fiorir di gotta / voi,  portatori di razzismo e vergogna / siete l’insulto dell’infelice lotta, invitandoli ad avere pietà, a liberare le poltrone del potere, terminando con una forte rivendicazione di vitalismo nonostante tutto: “[…] lasciateci al fuoco sacro dell’amato, / al nostro petto già caldo nei mattini, / di noi funesti e giovani di-vini, / per l’eterno cristo addormentato”.

 

Iniziando a leggere le pagine di Emanuele Marcuccio si compie un salto contenutistico e linguistico abissale.  Prevalgono qui la ricerca della classicità, la compostezza, l’intimità dei sentimenti, prosciugati in versi minimi fino all’eliminazione di ogni segno d’interpunzione.

Carpe

 

ammassi

informi

tesi all’invero limite

 

informi

ammassati

 

carpe

 

In Infinito e Mare profondo l’autore  è immerso nella sensibilità di Leopardi:

 

Infinito

Parola di fumo,

sussurrata appieno:

vedi il mare,

il cielo spunta

e il nembo ombroso

si colora d’azzurro

 

Il mare profondo

Vedo il mare solvente fondo

di un’espansione immensa,

continua all’etereo sopor

del mar profondo.

 

In mare della tranquillità il nostro sembra voler dialogare col grande maestro annullando le distanze spazio temporali, tant’é che l’incipit è il  primo notissimo verso di “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”:

 

Mare della tranquillità

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, Silenziosa luna?”

 

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superficie

mari la solcano

in prosciugata tranquillità.

 

L’autore si avvicina ad elementi stilistici della poesia tradizionale giapponese come in:

 

Secondo omaggio a Garcia Lorca

 

Ali di vaporoso verde,

pettini concentrici

si schiantano nel mare

in rigurgito azzurro.

Lorenzo Spurio arricchisce questa silloge con diciotto liriche, raccolte sotto il titolo di Le acque depresse,  dalle quali trasuda la sensibilità etica e sociale dell’autore. Volutamente non definisco le sue come poesie politiche, intendendo con questo termine una poesia che si fa proclama ideologico, usato come bandiera d’appartenenza e ariete per scardinare le difese degli avversari politici. Le liriche di Lorenzo sono animate dall’osservazione della nostra civiltà per portare in evidenzia nei versi le devianze, le storture aberranti, gli errori ai quali ormai siamo assuefatti. Il suo è uno sguardo profondo di compartecipazione e denuncia contro ogni violenza, contro ogni omicidio. Ho selezionato con difficoltà , vista la qualità dei testi, alcune liriche incentrate soprattutto sui drammi collegati di guerre e migrazioni, in particolare sulle tragedie quotidiane nell’attraversare il Mediterraneo. Segue poi un omaggio a due anni dalla scomparsa, a Julio Monteiro Martins, che continua a vivere e a ispirarci all’interno della nostra MacchinaSognante. La selezione termina con un estratto del poemetto Sacchi neri, un vero carme di denuncia e passione civile che si chiude con l’implorazione al sole che lambisce “gli arti atrofizzati dalla motilità ancorata in abbracci impossibili” dei migranti annegati , “di riscaldare anche me”.  Implorazione di grande umanità per nulla scontata mentre il vento di odio e discriminazione ogni giorno soffia più forte e assottiglia le nostre coscienze.

 

 

Polvere e sangue

 

 

Quelle pietre perfette

assorbivano sangue

diventando tumori in metastasi.

 

Un vecchio fumava

stanco dell’oppio

e mugugnava frasi d’odio.

 

I bambini giocavano addolorati

fra le pozzanghere nere

senza fine.

 

Non ho mai avuto tanto freddo;

serravo i pugni con sovrumana forza

con la speranza di polverizzarmi.

 

Alla nuda frontiera del mondo

impavidi cecchini sparavano,

uccidendo soldati amici.

 

 

 

Ora qui, ora là

 

Le promesse stantie

servivano a poco,

se non a farci capire

che tutto è quello che è

e niente è parte del tutto.

Allora bandii le preghiere

da quella terra di pianto,

e deposi i padroni

imbavagliai il terrore

e distrussi comandi mefitici:

volevo accadesse.

Nella traversata

il legno s’incrinò

come le coscienze putride

di chi parla e tace.

Polpastrelli dalle impronte

slavate dal mare

e stinti per sempre

affioravano ora qui, ora là.

 

 

 

Cactus e carioca

 

A Julio Monteiro Martins,

nel giorno del suo ultimo volo

 

 

Una partenza senza annuncio

priva di sentori di briciole.

Migliaia di righi e cartelle,

versi e sillabe ed idee di genio,

una fiamma che scalda e non brucia.

Neppure là era notte quando accadde,

ma la nebbia nostrana, inclemente

rigurgitava ansimi e tormenti.

La migrazione delle onde

nel sonno trovò pace

contaminando un Natale di silenzi

ma l’ultima mareggiata

dall’impeto di pirite annegava

le menti di culture diverse

e il freddo di Dicembre si vedeva,

senza toccarlo.

 

 

Sacchi neri

 

Nell’acqua avete chiesto aiuto e scorto torvi riflessi

di sembianze sfiduciate ed espressioni avvilite

sfidando la legge di Archimede, avete saggiato

che il peso dell’acqua è di un colore selvaggio

negli acquitrini di provincia le rane saltano felici

incitate da ultrasuoni inavvertibili all’uomo

mettendosi sempre al sicuro tra terra e acqua

e acqua e terra

terra e acqua

terra

acqua

ma lì nel mare-canaglia il peso era insostenibile

per annullare la profondità vi siete battuti

sino a che per osmosi contro-natura

gli intestini sono diventati vasi comunicanti

con quell’acqua salata che vi ha riempiti

fagocitando tutti gli organi, ora poltiglia.

Si sono inzuppate le idee e ipersaturati i progetti,

le labili speranze sono affondate con essi.

Tracima acqua in ogni dove

ed è impossibile contenerla:

la vita è una spugna che si sfilaccia

e da lì scola all’infinito la sostanza dell’essere

la coscienza è marcescente negli abissi

nelle conche marine di crepacci che inghiottono

e digrignano la presa con denti algosi d’acciaio.

[…]

Ma quell’acqua che pesa troppo

è a sigillo di un naufragio atroce

che d’Agosto si bagna nel Mediterraneo

non può fingere di non conoscere.

La vostra vita dispersa nelle acque

dimora in ogni molecola di mare.

 

Non si chiudano quei sacchi neri

seppur la vita ha esalato gli ultimi spasmi!

Non si serri il corpo nella plastica

che occulta la vista per sempre

e cosifica la vita d’uomo!

[…]

Ogni storia di morte ha il suo esordio ed epilogo

sconsolatamente identico e inarrestabile

per una massa umana derelitta e sbandata

con il pianto negli occhi che non può fuoriuscire

con il cuore in remissiva lotta contro l’esistenza

ma oggi, sotto quel sole cocente

non chiudete quei sacchi-spazzatura!

Non differenziate la morte dalla vita

e lasciate respirare quei morti,

sfogarli del loro disprezzo

e invocare le proprie divinità.

Beviamo l’acre odore della decomposizione

nauseiamoci di mefitici esalazioni

siringhiamoci gli occhi con virulenza

della morte che gli altri hanno vissuto

e che noi abbiamo osservato afoni.

Non chiudete quei sacchi,

la vita in anerobiosi non è dell’uomo;

nella morte respira la vita che è stata scissa dal corpo.

Non fiori dolciastri a mitigare il disgustoso lezzo:

che si trangugi Flute di morte

e si rimaneggi il cuore dell’uomo insensibile

ché l’indifferenza distrugge nel silenzio

ed esplode in fragori di vizi e impassibilità.

Ed oggi non dovete chiudere quei sacchi:

lasciate i miei fratelli vicini a me.

Sotto il sole che regna imperituro

sadicamente invoco dolori contro i colpevoli.

Mentre i raggi lambiscono gli arti atrofizzati

dalla motilità ancorata in abbracci impossibili

imploro di riscaldare anche me.

 

Nella poesia di Luigi Pio Carmina viene alla luce un mondo pennellato con le tinte dell’ironia e con una freschezza di versi che tradiscono la giovane età dell’autore, accompagnati però dalla maturità del suo sguardo e del suo comporre. Le sue liriche, a tratti oniriche, si soffermano in particolare sui temi del ricordo e del sorriso tante volte amaro. Il suo personalissimo stile mescola con perizia l’uso di assonanze e rime.

 

 

Il buio non attende

 

 Il buio non attende

necessariamente

La notte

Ma la luce attende

Ansiosamente

L’alba.

Che giunse.

In lontananza un bagliore

divenne immensa fonte

Luminosa.

Tornò l’angoscia

Che non conosce futuro

E brancola

Nel buio

Che non attende

 

 

La volta attonita

 

Ti vidi sorridere

Un’altra volta

Del cielo la volta

Era riuscita a non fingere

Così non pianse

L’ultima lacrima cadente

Fu di gioia latente

E così la sua vista ci cinse.

 

Era attonita.

 

 

Nei sogni posteriori

 

Nei sogni,

post mortem,

continuerà

a vivere

e a tormentare,

la tua visione,

di magnitudine stellare

di eccelsa attrazione,

e io partirò,

per ritrovarti,

in un corpo,

che questa energia,

estasiante contenitore sarà.

 

 

Un ragazzo di nome Csaba

 

Zappando la vigna

Vide il Tramonto

La nostalgia rossa

Si riflesse

Ed egli cogitabondo

Sagoma grigia

Su sfondo giallo

Pianse e dormì

Per affrontare il nuovo giorno.

 

 

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Cenni biografici degli autori:

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Iuri Lombardi  nasce a Firenze nel 1979. Nel 2005, dopo anni di costante rapporto con la stampa, sia come free-lance sia come pubblicitario, approda in radio con un programma sul cinema presso Novaradio di Firenze. Nel 2006 esce il primo romanzo, scritto a quattro mani con lo scrittore Vincenzo Labanca, Briganti e Saltimbanchi: una storia antropologica ambientata in Lucania al tempo dei briganti. Nel 2009 dà alle stampe Contando i nostri passi, un romanzo di formazione sugli anni della gioventù universitaria. Nel 2011 esce il terzo romanzo La sensualità dell’erba, una storia complessa e fortemente attuale sugli intrecci tra sesso e potere.  Seguono il racconto manifesto Iuri  dei miracoli (2013) e la raccolta di racconti Il grande bluff  (2013) e la camicia di Sardanapalo (2013). Nel 2014 pubblica il romanzo Il Cristo disobbediente e la raccolta di poesie La somma dei giorni, oltre alla raccolta di saggi La somma dei giorni. Nel 2015 pubblica Soqquadro che raccoglie tre drammi teatrali in versi liberi. Collabora alle riviste “Euterpe” e “Il Filorosso”. Dal 2012 è presidente dell’Ass. Poetikanten, oggi anche etichetta editoriale.

 

Emanuele Marcuccio nasce a Palermo nel 1974, città dove vive. Scrive poesie dal 1990 e nel 2009 esce la sua prima silloge poetica Per una strada. A seguire pubblica la raccolta di aforismi Pensieri minimi e massime (2012) e la silloge poetica Anima di poesia (2014). Ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha” in dittici a due voci dal quale sono state editate due antologie. E’ curatore editoriale e collaboratore della rivista on line di letteratura, “Euterpe”.

 

Lorenzo Spurio nasce a Jesi nel 1985. Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti Ritorno ad Ancona e altre storie (2012), La cucina arancione (2013) e L’opossum nell’armadio (2015). Per la poesia la silloge Neoplasie civili, con prefazione di Ninnj di Stefano Busà  e ha curato l’antologia Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano (2015). È Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”. Quale critico letterario si è occupato prevalentemente di narrativa straniera e ha pubblicato, tra gli altri: Jane Eyre, una rilettura contemporanea (2011), Ian McEwan: sesso e perversione (2014) e Il sangue, no. L’aporia della vita in ‘La ballata di Adam Henry’ di Ian McEwan (2015). Nel 2011 fonda la rivista  online di letteratura “Euterpe”, un periodico tematico di letteratura al quale collaborano poeti e scrittori da ogni parte d’Italia.

 

Luigi Pio Carmina nasce a Palermo nel 1985. Nel 2011 pubblica il suo primo romanzo Racconti Hunderground. E’ redattore della rivista di letteratura on line Euterpe e collaboratore dell’istituto ” Infogestione” e “I caffè culturali”. Organizza eventi artistici e presentazioni per altri autori. Scrive e pubblica recensioni nel proprio blog ”Cultura, comunità, conoscenza, coscienza, curiosità” su libri, musica, pittura, scultura, film e musei.

 

Foto in evidenza per gentile concessione di Priscilla Patel, fotografa professionista. Se siete interessati ad acquistare stampe delle sue foto, contattatela a ll’indirizzo pris16@live.com.au o nel suo sito http://priscillapatelphotography.com/sample-page/. Per l’acquisto di stampe originali firmate dalla fotografa: Dimensioni e 60 x 20 cm dollari australiani $25 +spedizione. <Dimensione 100 x 40 cm dollari australiani $60+spedizione.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il mio cammino di narrativa e poesia. "La fuga e il Risveglio" (Albatros Il Filo- Dicembre 2009) è il mio romanzo d'esordio a cui ha fatto seguito “Ogni lacrima è degna” (Inedit – Aprile 2012). La silloge poetica indedita “Sguardi scomposti e liberati” è risultata vincitrice della dodicesima edizione del Concorso di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo (Savona 6 settembre 2014). Nell’ambito della poesia ho pubblicato in diverse antologie tra cui "Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento" - Rayuela Edizioni Gennaio 2014 e nella successiva antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” Rayuela Edizioni Aprile 2015. La raccolta di poesie e riflessioni scelte composte tra il 2011 e il 2014 "A perdicuore" è stata pubblicata il 30-9-15 da David and Matthaus Edizioni – Collana ArteMuse.

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