I bambini vedono buchi e notano le prigioni? (a cura di Sana Darghmouni)

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Non ero sicura che i bambini prestassero attenzione ai vicoli del campo profughi, sapevo che li vedevano, ma forse non a tal punto di leggere una storia al riguardo. Le storie che essi cercavano erano diverse, come se fossero alla ricerca di un altro luogo, quindi ho posto loro la domanda durante la mia ultima lezione di arte, nel momento in cui la loro unica ossessione era quella di tornare a casa dopo un’intera giornata faticosa. Le loro risposte non erano chiare, ma dopo avergli chiesto di immaginare un buco nel muro come i buchi nelle miserabili case del campo profughi, hanno tratteggiato il buco e vi hanno disegnato dentro ciò che vorrebbero sognare. Il sogno era ciò che vedevano chiaramente, non il buco. Così ho scritto il mio racconto “Un buco nel muro”, e l’ho ritratto dalla realtà di queste domande che mi giravano in testa quel giorno. Non sapevo esattamente quali fossero le impressioni reali dei bambini, ma ho notato che il loro sogno lo sentivano diverso dalle storie delle principesse e lo percepivano con colori scuri. Quindi, ho notato che conoscevano questo luogo di cui parlava il racconto, era forse il campo profughi o forse un altro luogo dentro di sé, volevo avvicinarmi alla loro domanda sulla vita attraverso quel luogo, che era una delle domande della mia infanzia.

Forse per questo mi chiedo qui fino a che punto abbiamo davvero bisogno di una letteratura dell’infanzia che ci riguardi? O che riguardi la nostra realtà, o forse la Palestina? La risposta potrebbe essere una lunga ricerca, sociologica o psicologica, che ci porti al nostro rapporto, quello di noi adulti con la letteratura della tragedia o della realtà. Ma a mio avviso, e attraverso quella piccola esperienza, potrei avvicinarmi a quella domanda e farne altre. Fino a che punto questa letteratura si avvicina alla domanda del bambino su se stesso e sul suo luogo? Le due domande sembrano portarmi all’esperienza de “La piccola lanterna” scritta da Ghassan Kanafani per la nipote Lamis. Questa storia mi ha accompagnato a lungo nella mia infanzia e l’ho letta molto spesso ai bambini. Non parlava di un luogo, ma era la storia della libertà che vogliamo che i bambini imparino a cercare. Non possiamo fare separazioni qui tra libertà e Palestina, e sebbene la sua protagonista sia una principessa, tuttavia essa pone la domanda di qualsiasi ragazza o ragazzo al mondo.

Qui giungo alla conclusione che non possiamo trascurare l’innocenza o la freschezza che riempie il mondo dei bambini quando si tratta di Palestina, o di una causa che li preoccupa davvero, così mi sono detta leggendo “Il segreto dell’olio” di Walid Daqqa. Mi sembrava di leggere per la prima volta del carcere ad adolescenti o bambini; per me, il tratto distintivo in questa storia non era il solo fatto che lo scrittore fosse detenuto, ma scrivere di prigionia con uno spirito infantile trascende la sua domanda indirizzandola verso una questione più profonda, ovvero la questione della libertà. Questo romanzo può essere per i giovani, ma presenta anche una visione importante e ci porta a interessarci alla realtà nella letteratura dell’infanzia, e allo stesso tempo all’immaginazione come parte di questa realtà, soprattutto perché il romanzo inventa personaggi partendo da animali e alberi per essere parte della storia, come se la domanda sulla realtà fosse inevitabilmente ampia ed estesa per diventare simile alla domanda: chi siamo? Come ci liberiamo?

Le coincidenze mi hanno portato a supervisionare un workshop per giovani artisti che vogliono scrivere e disegnare una storia su Gerusalemme, quindi ho chiesto loro: cosa vogliamo da questa storia? Dare informazioni? Parlare di Gerusalemme? O sentire i bambini laggiù?

Ci hanno dato molte risposte, ma abbiamo tanto desiderato che fossero i bambini ad amarle per motivarli a chiedere di Gerusalemme anche indirettamente e senza entrare nel linguaggio degli slogan, e, perché no, allo stesso tempo in modo poetico. In questo esperimento, abbiamo cercato di avvicinarci a queste domande e ispirarci alle nostre domande infantili per scrivere qualcosa di nuovo e diverso da ciò che i bambini guardano in TV o da ciò che sentono dai genitori. Ma quel che ho notato è che i giovani cercano sempre di essere vicini all’argomento e hanno molta paura di allontanarsi dal contenuto palestinese al suo interno. Ciò faceva parte della storia che tentavamo di raccontare loro che volare lontano dall’argomento non era destinato necessariamente a danneggiarlo se sapessimo come contenerlo, digerirlo e affrontarlo.

Sulla domanda: perché scriviamo storie? ed è il titolo di una poesia della poeta Lisel Mueller che avevo letto loro e che tra le varie frasi si chiede: “perché i nostri figli credono di poter volare”, una delle risposte delle ragazze è stata: per conoscere la storia. Forse combinando le due risposte nella storia, l’impossibile diventa possibile, la speranza una via, e la luce della storia presente senza raccontarla. O forse, come disse Mueller nella stessa poesia: “Nessuno racconta la storia nello stesso modo due volte”. Forse sceglieremo di dire la poesia nel nostro modo diverso, o a volte proveremo ad afferrarla ed affrontarla da altri lati per renderla chiara, o in modo tale che il bambino possa sentirla. Il workshop ha generato molti spunti, spunti che mi hanno portata a pensare alla letteratura in generale, a una domanda sul suo rapporto con la realtà e alla sua fragilità che non sopporta di confinarla ad essere solo uno specchio.

E qui ricordo un bel racconto scritto e illustrato da Helmy al-Tuni, edito da Dar al-Fata al-Arabi, un esperimento di cui bisogna rileggere le pubblicazioni e l’esperienza per avvicinarsi all’idea di trattare la “tragedia ” nelle storie per bambini. Nella storia, che si intitola “Lei”, scopriamo alla fine che tutto ciò di cui parla lo scrittore è la Palestina, lo dice con frasi poetiche e cita la Palestina in un’ultima parola alla fine. A volte non abbiamo bisogno di spiegare, ma piuttosto di menzionare il nome che i bambini non vedono altrove nelle storie.

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Taghrid Abdelal, palestinese nata nel campo profughi di Nahr El Bared in Libano nel 1984, è un’artista visiva, saggista, autrice di tre raccolte di poesie e recentemente vincitrice del Young Poets of Palestine della Fondazione Qattan.

Immagine di copertina: Dipinto di Tagrid Abdelal.

Riguardo il macchinista

Sana Darghmouni

Sana Darghmouni, Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università di Bologna, dove ha conseguito anche una laurea in lingue e letterature straniere. E' stata docente di lingua araba presso l'Università per Stranieri di Perugia ed è attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all'Università di Bologna.

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