Ho freddo (Jacopo Maria Genovese)

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Ho freddo

 

Ho freddo.

Le raffiche di vento colpiscono il mio corpo facendomi tremare dalla testa ai piedi. I miei vestiti sono completamente fradici, si sono incollati alla pelle e non fanno altro che aumentare la sensazione di freddo. Indosso solo una t-shirt e un paio jeans consumati. Quando mi hanno svegliato ho dovuto lasciare il giubbotto a terra, sulla sabbia, vicino alla coperta in cui mi ero avvolto; lo tenevo sotto la testa per impedire che di notte mi rubassero i documenti ben chiusi nella tasca. Ma il calcio del fucile non ammette repliche o esitazioni: ti devi alzare e devi lasciare tutto.

“Veloci, pezzenti! Ci si imbarca!”

Pezzenti? Si, è vero. Siamo poveri, non c’è dubbio, ma è solo perché vi abbiamo dato tutto il nostro denaro. E non c’è bisogno di essere presi a calci, svegliati dal legno del bastone o del fucile.

Vi abbiamo pagato per imbarcarci; lo vogliamo anche noi.

Ho freddo.

Ho così freddo che anche il pensiero si spezza, riesco a pensare solo tra un brivido e l’altro.

Sto tremando tutto.

Ho freddo e ho paura.

Forse non è da uomo pensarlo, ma ho paura. L’ho avuta subito quando ho visto il mare così agitato.

“Ma perché dobbiamo imbarcarci ora? Il mare è troppo mosso.”

“Taci ed entra in acqua. Non possiamo avvicinare più di così il gommone alla riva. Voi del Mali non avete mai visto il mare; vi spaventate solo a pensare all’acqua. È tutto normale.”

È vero. Era la prima volta che vedevo veramente il mare, con i miei occhi; prima lo avevo visto solo al cinema. Avevo letto tante storie che parlavano di mare. Avevo sentito i racconti degli anziani, ma forse neppure loro avevano mai visto l’oceano, forse l’avevano solo sognato. Forse l’avevano immaginato guardando il deserto a Nord, con le sue onde di sabbia che cambiano sempre.

Non avevo mai visto il mare, ma avevo già visto la furia dell’acqua, il fiume di fango delle inondazioni. Un torrente scuro, opaco, melmoso: aveva ucciso due miei cugini quasi un anno fa, a Bamako, portandoli via chissà dove. Erano fuggiti con me dalla furia della guerra e sono morti per la furia dell’acqua. Ma forse ora sarà diverso, il mare è un’altra cosa.

Ho freddo e ho paura.

“Col mare mosso è più facile non essere intercettati.”

È vero, ma è anche più facile morire.

Il gommone non è ben gonfio: a ogni onda si piega un po’ e imbarca acqua. E noi siamo in tanti, con appigli precari e le mani bagnate. Io mi tengo stretto a una corda e cerco di prepararmi alla prossima onda.

Un muro; un muro d’acqua. Sei, otto, nove metri, è troppo per il nostro gommone, sgonfio e colmo di gente. Siamo più di cento e il piccolo motore fatica a darci la spinta per affrontare le onde: un motore da 40 cavalli quando ce ne vorrebbero almeno 400. Nonostante tutto puntiamo verso l’onda, non proprio perpendicolari, appena un po’ di traverso ma non troppo, per non ribaltarci. Saliamo quasi in verticale, ho la nausea. Ho i brividi. Ho freddo e ho paura. Trattengo il respiro. Saliamo. L’acqua mi colpisce da tutte le parti. All’ultimo, tagliamo la cresta schiumosa. Tiro un sospiro di sollievo. Anche questa volta ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo superata.

Bagnati dagli spruzzi dell’onda, bagnati dalla pioggia, bagnati dall’acqua che risale dal fondo del gommone. Ma prima o poi arriveremo a terra, dove potremo asciugarci. Asciugarci e riscaldarci.

Ho freddo, tremo tutto e ho paura.

È una paura diversa da quella che ho provato a casa, a Douentza.

Lì la paura era per lo sguardo duro e fiero dei Tuareg che chiamano se stessi “quelli che firmano col sangue”.

Lì la paura era per i Francesi che avrebbero dovuto salvarci, ma che non ci capivano e sparavano.

Lì la paura era per i soldati del nostro stesso esercito che ci guadavano col sospetto di chi teme il tradimento.

Lì la paura era per le onde della guerra: conquistati, liberati, di nuovo conquistati, di nuovo liberati.

E forse ancora un’altra ondata di uomini armati, come una risacca che avrebbe lasciato nuovi morti sulla terra del Mali.

Sangue. Fucili. Sangue. Proiettili.

Sangue. Raffiche di mitragliatrice. Coltelli affilati. Sangue.

Sangue di amici e di nemici. Sangue di uomini.

Anche la montagna degli antenati Dogon, l’Hombori Tondo, sembra macchiata di sangue.

Come può il luogo che gli anziani chiamano “sacro da sempre” impregnarsi del sangue di uomini, donne e bambini? Perché il luogo che per noi Dogon è la culla della vita si è fatto terra di morte?

L’angoscia si radica dentro, nell’anima: sta tutta nella difficoltà di capire, di trovare una ragione, di riuscire a darsi una risposta. E allora si fugge dalle domande. Si fugge dalla guerra. Si cammina, si naviga sui fiumi, in un percorso incerto, tra altre guerre.

Fra tante altre paure.

Ma ora ho freddo. Freddo nel corpo e freddo nell’anima.

Ho freddo, non sento più le mani, faccio fatica a tenere la presa. Cerco di aggrapparmi alla corda puntando i gomiti.

Per scaldarmi penso alla carezza del sole del deserto. A quel sole che asciuga l’argilla delle nostre architetture.

Penso al sole delle terre che ho abbandonato. Ma penso anche al sole della Sicilia, dove maturano frutti succosi, che sfamano e dissetano. Una terra finalmente senza guerre.

Lì, nella luce calda del pomeriggio arriveremo a riva, dove potremo finalmente riscaldarci.

Lì firmerò una richiesta per avere un permesso di soggiorno, per avere il riconoscimento di rifugiato.

Sarà difficile: i miei documenti erano nel giubbotto, non ho più nulla. Non sono nessuno. Sono come nudo.

Ho freddo.

Chissà se qualcuno ha raccolto il mio giubbotto? Qualcuno di un altro gommone.

Qualcuno che ora ha meno freddo di me.

Forse all’arrivo li ritroverò, i documenti e il giubbotto. Forse me li restituiranno. O me ne daranno altri. Si fideranno di me. Sono bravo. Non ho mai fatto male a nessuno e loro, gli italiani, sono bravi anche loro. Sono come noi: mi accoglieranno, mi daranno un lavoro. Vivrò in pace. Non sarò più circondato da sangue. Sarò di nuovo, finalmente, un uomo.

Ecco, non ho più paura.

Ho freddo, ma non ho paura.

 

8 febbraio 2015

Due motovedette della Marina Militare Italiana hanno imbarcato un gruppo di 105 migranti alla deriva su un gommone; gran parte proveniva dalle zone di guerra dell’Africa Sub-sahariana; 7 erano già morti per ipotermia; altri 22 sono deceduti, anch’essi per ipotermia, durante il trasporto verso l’isola di Lampedusa.

Testo vincitore del Premio Astalli, 2015, per gentile concessione del premio Astalli

 

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Nome e Cognome: Jacopo Maria Genovese

Data di nascita: 04/02/1998

Istituto: Liceo Scientifico “Vittorio Veneto”, Milano, III D

 

Link al video basato sul testo  https://it.search.yahoo.com/search?fr=spigot-nt-gcmac&ei=utf-8&ilc=12&type=435714&p=Ho%20Freddo,%20Youtube

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto nel testo a cura del Centro Astalli.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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