Giovane poesia latinoamericana (I) (a cura di Mario Meléndez)

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Giovane poesia latinoamericana

Selezione di Mario Meléndez

Traduzione di Gianni Darconza

Raffaelli editore, settembre 2015

 

 

 

Il presente libro riunisce alcuni tra gli autori più significativi della nuova poesia scritta in questo continente. I diversi immaginari e tessiture che sfilano attraverso queste pagine, le loro eredità e derivazioni, testimoniano una realtà necessaria, che si avvale di una tradizione la cui impronta rimarrà nella memoria collettiva come una testimonianza vitale. I poeti qui inclusi manifestano influssi diversi, che vanno dal classico al neobarocco, allo sperimentale, al ludico, all’aneddotico, avendo come base un ambito teorico e referenziale che si sorregge sulle diverse letture nelle quali si inserisce tale processo. Tutto ciò si vede riflesso nell’apertura verso altre estetiche, nella convivenza con molteplici fonti che vengono a completare la loro scrittura. Si tratta di autori che sono riusciti a produrre opere significative, riflesse in un senso di ricerca permanente, in un lavoro con la parola che si avvale del rigore e della sintesi, in una visione aperta al dialogo con altre lingue che hanno ampliato il proprio campo d’azione, risultando funzionali nel momento di confrontarsi con la pagina bianca. La pubblicazione di questo libro permetterà al pubblico italiano di interagire con queste voci, i cui echi derivano, a loro volta, da altre voci maggiori che hanno nutrito il nostro patrimonio letterario in modo decisivo.

 

 

Mario Bojórquez (Messico, 1968)

 

BROOKLYN BRIDGE

 

Desde la otra orilla de lo que digo

se tiende un puente para llegar a mi palabra.

Cada vez que pronuncio mi nombre,

mi nombre vuelve a mí desfigurado.

Cada que digo agua, el agua vuelve viento,

el viento fuego, el fuego mi nombre exacto

pero mucho más pleno, y más desconocido.

 

Tiro palabras, nombres, versos a la otra orilla

cada vez

y cada vez anuncia nuevas intensidades

de lo que no conozco.

 

Habría de arrojar sobre este puente

aquello que no digo, mi silencio,

para que alguna vez vuelva poema.

 

BROOKLYN BRIDGE

 

Dall’altra sponda di ciò che dico

si protende un ponte per arrivare alla mia parola.

Ogni volta che pronuncio il mio nome,

il mio nome torna a me sfigurato.

Ogni volta che dico acqua, l’acqua ritorna vento,

il vento fuoco, il fuoco il mio nome esatto

ma molto più pieno, e più sconosciuto.

 

Lancio parole, nomi, versi sull’altra sponda

ogni volta

e ogni volta annuncia nuove intensità

di ciò che non conosco.

 

Bisognerebbe gettare su questo ponte

quello che non dico, il mio silenzio,

affinché qualche volta ritorni poesia.

 

 

 

María Montero. Poetessa e giornalista originaria del Costarica ma nata in Francia (1970)

 

LA ÚLTIMA ISLANDESA

 

Soy la última de las mujeres islandesas

que jamás vivió en Islandia

ni supo pronunciar Reykjavik

ni mandó siquiera una carta a ningún amigo islandés

y de hecho no llegó a poner un pie más allá del paralelo 60.

 

Pero soy la última de esas mujeres que barren el viento con la cabeza y van llenas de escarcha a cualquier parte, insoportablemente lívidas, y dicen lo que tienen que decir y hacen lo que tienen que hacer en el fondo del único abismo rocoso de su barrio. Y ven la fuga de las cosas con devoción. Y casi se mueren de frío alrededor de sus hijos. Y añoran la planicie despavorida más que ninguna promesa.

 

Soy la última de las mujeres islandesas que jamás aceptó (pero entendió) la ley de un clima incompatible con el aburrimiento entre el Atlántico Norte y el océano Glacial Ártico, la combinación más generosa de las corrientes abruptas, la geografía abrupta y la irrupción permanente.

 

Soy la última de las mujeres islandesas sin código genético que tampoco experimentó la soledad en medio de la nada y aún así arriesgó todo en ese punto ciego y blanco de los confines. Soy la última de las mujeres heladas que desde lo profundo de los trópicos siempre supo que daba pasos en falso. Porque hay paisajes que no son lo que uno es.

 

Yo fui una mujer islandesa sin saberlo.

Ahora soy una mujer islandesa sin hogar.

Es decir, una piedra, la última ficción del hielo.

 

L’ULTIMA ISLANDESE

 

Sono l’ultima delle donne islandesi

che vissero mai in Islanda

e non sapevo pronunciare Reykjavik

e non ho mai mandato una lettera a nessun amico islandese

e di fatto non ha mai messo piede più in là del 60esimo parallelo.

 

Però sono l’ultima di quelle donne che spazzano il vento con la testa e vanno piene di brina in qualunque posto, insopportabilmente pallide, e dicono quello che devono dire e fanno quello che devono fare in fondo all’unico abisso roccioso del proprio quartiere. E vedono la fuga delle cose con devozione. E muoiono quasi di freddo attorno ai propri figli. E sentono nostalgia della pianura impaurita più di qualunque promessa.

 

Sono l’ultima delle donne islandesi che non ha mai accettato (però ha capito) la legge di un clima incompatibile con la noia tra il Nord dell’Atlantico e l’oceano Glaciale Artico, la combinazione più generosa delle correnti aspre, l’aspra geografia e l’irruzione permanente.

 

Sono l’ultima delle donne islandesi senza codice genetico che non ha sperimentato neppure la solitudine in mezzo al nulla e nonostante ciò ha rischiato tutto in quel punto cieco e bianco dei confini. Sono l’ultima delle donne gelate che dal profondo dei tropici ha sempre saputo che faceva passi falsi. Perché vi sono paesaggi che non sono quello che uno è.

 

Io sono stata una donna islandese senza saperlo.

Adesso sono una donna islandese senza dimora.

Vale a dire, una pietra, l’ultima finzione del gelo.

 

 

Victoria Guerrero Peirano (Perù, 1971)

 

EL CICLISTA

 

para el que sueña

para los ciclistas de corazón

 

Para el que cierra los ojos a través de la mañana

Solo un sueño una magnífica luz

ha sido dispuesta para él el soñador el juntaalmas

Aquel que se sumerge en la locura bienhechora y se eleva pedaleando

en su hermosa bicicleta

roja

Yo soy una ciclista mediocre

–he de reconocerlo–

Me angustia pensar en la soledad de los transeúntes

En el oblicuo resplandor de la mañana

Y en los miles de automóviles que apenas rozan el pavimento

Ah mi vieja bicicleta roja

comprada un domingo en la Feria del Mauer Park

Hace más de quince años podría haber pedaleado

por uno u otro lado del Muro

y mi sueño se soñaría distinto

Para mi guía berlinés soy un permanente fastidio

Él va siempre delante mío como un Príncipe indiferente

manejando su enorme bicicleta azul

–azul como los ojos de mi abuela–

No puede entender mi extraña ensoñación ni mi angustia

Ha adquirido la confianza del que lleva kilómetros de pedaleo constante

Hoy que voy montada en bicicleta

Recuerdo el color de sus ojos

Su ingreso en la locura Su permanente exilio

Cierro los ojos como cuando era niña

Suelto el timón Lo dejo a la deriva

Caer a tierra es siempre una posibilidad del ridículo o la Muerte

Quizá cierta locura materna

me humaniza entre tanto cadáver que junté en mi adolescencia

Mi centro: La pequeña Lu se ríe de mí

Sabe que tengo miedo

Y goza y hace fiesta cuando ve la fotografía

“Es una bicicleta para niños”—dice

Y nos reímos juntas

Y berlín ya no es más Berlín ni sus perfectas ciclovías

Ni sus cientos de museos en honor a la Muerte

Hoy es Lima y en Lima no se montan bicicletas tan seguido

porque te las roban o te atropellan en cualquier esquina

Y no existen museos para honrar a los cadáveres

de mis diez, de mis quince, de mis veinte años

Mas este poema lo escribí para el que todavía sueña

Para el que atraviesa las fronteras feliz e indocumentado

Para todo aquel que se rebela contra los asesinos del mundo

Para el ciclista que escribe un poema en cada vuelta de pedal

 

IL CICLISTA

 

per chi sogna

per i ciclisti del cuore

 

Per chi chiude gli occhi attraverso il mattino

Solo un sogno una magnifica luce

è stata disposta per lui il sognatore il congiungianime

Quello che si immerge nella pazzia benefattrice e si eleva pedalando

sulla sua bella bicicletta

rossa

Io sono una ciclista mediocre

‑devo riconoscerlo‑

Mi angoscia pensare alla solitudine dei passanti

Nell’obliquo splendore del mattino

E alle migliaia di automobili che sfiorano appena il pavimento

Ah la mia bicicletta rossa

comprata una domenica nella Fiera del Mauer Park

Più di quindici anni fa avrei potuto pedalare

attraverso un lato o l’altro del Muro

e il mio sogno sarebbe stato diverso

Per la mia guida di Berlino sono un permanente fastidio

Lui va sempre davanti a me come un Principe indifferente

manovrando la sua enorme bicicletta azzurra

‑azzurra come gli occhi di mia nonna‑

Non può capire la mia strana fantasticheria né la mia angoscia

Ha acquisito la sicurezza di chi ha percorso chilometri di pedalate costanti

Oggi che vado in sella della biciletta

Ricordo il colore dei suoi occhi

Il suo ingresso nella pazzia Il suo permanente esilio

Chiudo gli occhi come quando ero bambina

Lascio il timone Lo lascio alla deriva

Cadere a terra è sempre una possibilità del ridicolo e la Morte

Forse una certa pazzia materna

mi umanizza tra i molti cadaveri che ho raccolto nella mia adolescenza

Il mio centro: La piccola Lu ride di me

Sa che ho paura

E si diverte e fa festa quando vede la fotografia

“È una bicicletta per bambini” ‑dice

E ridiamo insieme

E Berlino non è più Berlino né le sue perfette ciclovie

Né le centinaia di suoi musei in onore della Morte

Oggi è Lima e a Lima non si va in bicicletta così di continuo

perché te le rubano o ti mettono sotto in qualunque angolo

E non esistono musei per onorare i cadaveri

dei miei dieci, dei miei quindici, dei miei vent’anni

Ma questa poesia l’ho scritta per chi ancora sogna

Per chi attraversa le frontiere felice e non documentato

Per tutti quelli che si ribellano contro gli assassini del mondo

Per il ciclista che scrive una poesia ad ogni giro di pedale

 

 

 Xavier Oquendo Troncoso (Equador, 1972)

 

Mi abuelo y mi abuela

tenían un caminar maduro.

Ella, pausada en el galope;

él, acelerado y discurrido.

 

Caminaban, mirando la última huella

que había dejado el animal de turno.

Ella seguía el paso del hombre

como una secuencia natural.

 

El río de mi abuelo

y de mi abuela

no se parece al Guadalquivir

ni al Guayas.

Es un río de piedra que desciende

sobre las sendas

que faltan por conocer

y adentrarse.

 

Mi abuela nada tiene que ver

con la abuela de Perencejo.

Perencejo no tiene esos senderos

ni ese paso seguro y lento.

El abuelo de Fulano

no conoce el camino que mi abuelo guarda

en el bolsillo:

sendero extraviado

entre la menta y el “king” sin filtro

que olían sus pantalones.

 

Mi abuelo se parece a los astros.

Mi abuela es un astro.

Mi abuelo se parece a mi abuela

y los dos a las estrellas.

 

Nada tienen del Guayas ni del Guadalquivir.

Ni de los viejos Fulano y Perencejo.

Los miramos

a través de las radiografías de sus huellas.

Miramos sus sendas como esfinges

que heredamos para practicar la fe.

Nada tienen que ver con mis zapatos torcidos.

 

Caminaron, los dos, el valle hasta la muerte.

Son un río que esconde a las aguas

debajo de las piedras.

 

Mio nonno e mia nonna

avevano un incedere maturo.

Lei, tranquilla nel galoppo;

lui accelerato e riflessivo.

 

Camminavano guardando l’ultima impronta

che aveva lasciato l’ultimo animale di turno.

Lei seguiva il passo dell’uomo

come una sequenza naturale.

 

Il fiume di mio nonno

e di mia nonna

non assomiglia al Guadalquivir

né al Guayas.

È un fiume di pietra che scende

sui sentieri

ancora sconosciuti

e inesplorati.

 

Mia nonna non ha nulla a che vedere

con la nonna di Caio.

Caio non ha quei sentieri

né quel passo sicuro e lento.

Il nonno di Tizio

non conosce il cammino che mio nonno conserva

nella tasca:

sentiero smarrito

tra la menta e il “king” senza filtro

che esalava dai suoi pantaloni.

 

Mio nonno somiglia agli astri.

Mia nonna è un astro.

Mio nonno somiglia a mia nonna

ed entrambi alle stelle.

 

Non hanno nulla del Guayas né del Guadalquivir.

Né dei vecchi Tizio e Caio.

Li guardiamo

attraverso le radiografie delle loro impronte.

Guardiamo i loro sentieri come sfingi

che ereditiamo per professare la fede.

Non hanno nulla a che veder con le mie scarpe ricurve.

 

Hanno percorso, i due, la valle fino alla morte.

Sono un fiume che nasconde le acque

sotto le pietre.

 

 

Gabriel Chávez Casazola (Bolivia, 1972)

 

VUELO NOCTURNO / ARTE POÉTICA 1

 

Esa luz que se apaga

no es un imperio

ni una luciérnaga.

 

Antoine lo sabía, lo supo volando sobre la Patagonia.

 

Esa luz que se apaga es una casa que cesa de hacer su ademán

al resto del mundo,

una mansión

 

—una humilde mansión si cosa cabe: todas las casas del hombre

son una mansión, todas las mansiones del hombre una cabaña—

 

una mansión, decía Antoine, que se cierra sobre su amor. O sobre su tedio.

 

Una luz vacilante a la que

—frío al calor—

unos labriegos reunidos

se aferran

 

náufragos que balancean un fósforo

ante la inmensidad

desde una isla desierta.

 

VOLO NOTTURNO / ARTE POETICA 1

 

Quella luce che si spegne

non è un impero

né una lucciola.

 

Antoine lo sapeva, lo seppe volando sopra la Patagonia.

 

Quella luce che si spegne è una casa che cessa di fare il suo gesto

al resto del mondo,

una mansione

 

—un’umile mansione se la cosa è possibile: tutte le case dell’uomo

sono una mansione, tutte le mansioni dell’uomo una capanna—

 

una mansione, diceva Antoine, che si chiude sopra il suo amore. O sopra il suo tedio.

 

Una luce vacillante a cui

—freddo al calore—

alcuni lavoratori riuniti

si ostinano

 

naufraghi che fanno oscillare un fiammifero

di fronte all’immensità

da un’isola deserta.

 

 

 Claudia Masin (Argentina, 1972)

 

PARÍS, TEXAS

 

Me gustaría contarte lo que veo,

hablarte de los hoteles abandonados

apareciendo de la nada en el medio de la carretera,

como castillos solitarios cuyos puentes levadizos

fueron dinamitados hace tiempo. Me gustaría

contarte lo que veo pero es imposible

hallar un dolor que condescienda

a ser narrado. ¿Vale la pena entonces,

emprender tan largo viaje para ir de un extremo

a otro del silencio? También es imposible

callar por completo: sé que terminaré por llamarte,

como se llama a alguien cuando se está a oscuras,

sin el auxilio de la voz, un estremecimiento

semejante al de esas luciérnagas

que al chocar contra un parabrisas en la ruta

se deshacen esparciendo una nube pequeña

de polvo y luz, y ésa -quizás- es su idea

de un encuentro.

 

PARIS, TEXAS

 

Mi piacerebbe raccontarti quello che vedo,

parlarti degli hotel abbandonati

che appaiono dal nulla in mezzo alla strada,

come castelli solitari i cui ponti levatoi

sono stati fatti esplodere da tempo. Mi piacerebbe

raccontarti quel che vedo ma è impossibile

trovare un dolore che consenta

di essere narrato. Vale la pena allora

intraprendere un viaggio così lungo per andare da un estremo

all’altro del silenzio? È anche impossibile

tacere completamente: so che finirò per chiamarti,

come si chiama qualcuno quando si sta al buio,

senza l’aiuto della voce, un sussulto

simile a quello di quelle lucciole

che quando urtano contro il parabrezza sulla via

si disfano spargendo una nube minuscola

di polvere e luce, e quella –forse‑ è la loro idea

di un incontro.

 

 

Jorge Galán (El Salvador, 1973)

 

EL OLOR DEL CAFÉ

 

El olor del café viene de abajo, de ahí donde un perro

ladra a la oscuridad, no hay nadie ahí,

eso quiero creer pero no importa,

el viento se ha aquietado, las aves

no han vuelto con la tarde,

el silencio ha crecido en las paredes

como un mapa del cielo, todo acaba y empieza,

no obstante, la tristeza es la misma,

por ello, confundido, me asomo al mundo,

es nuevo, y sin embargo nada

me parece distinto o más hermoso.

Me siento en el balcón y observó la ciudad,

oscurece, el frío suelta sus trineos,

la oscuridad se mueve, dentro de mí la siento,

de pronto avanza en mí como otra sangre.

Nada parece estar con vida. Los edificios

parecieran vacíos. Las calles,

como ríos que se volvieron látigos

debido a la sequía, se estrellan en la espalda del viento.

De lo que debía venir nada viene, salvo el aroma

del café que me hace pensar en la otra casa,

en el olor de la vainilla, en el lujo

de unos zapatos nuevos, en las voces alegres de los tíos

y el calor de la madre y al beso de la madre

y el padre de mi madre, y el dolor que crecía

entre todos nosotros como una gran penumbra

y a toda la claridad de esa penumbra, a todo eso

vuelvo a través de esta inútil memoria,

cuando veo sin quererlo hacia atrás, hacia el centro

de ese paisaje de árboles raquíticos

donde no queda bosque, ahí donde las épocas del mundo

se volvieron memoria de la dicha

para dejarnos solos.

 

L’ODORE DEL CAFFÈ

 

L’odore del caffè viene da sotto, da laggiù dove un cane

latra nell’oscurità, non c’è nessuno lì,

questo voglio credere ma non importa,

il vento si è calmato, gli uccelli

non sono tornati con la sera,

il silenzio è cresciuto nelle pareti

come una mappa del cielo, tutto finisce e comincia,

ciononostante la tristezza è la stessa,

per questo, confuso, mi affaccio al mondo,

è nuovo, e tuttavia nulla

mi sembra diverso o più bello.

Mi siedo sul balcone e osservo la città,

fa buio, il freddo libera le sue slitte,

l’oscurità si muove, dentro di me la sento,

improvvisa avanza in me come altro sangue.

Nulla sembra essere vivo. Gli edifici

sembrerebbero vuoti. Le strade,

come fiumi tramutati in fruste

a causa della siccità, si scontrano sulla spalla del vento.

Di ciò che doveva venire nulla viene, eccetto l’aroma

del caffè che mi fa pensare all’altra casa,

all’odore di vaniglia, al lusso

di un paio di scarpe nuove, alle voci allegre degli zii

e al calore di mia madre e al bacio di mia madre

e il padre di mia madre, e  il dolore che cresceva

tra tutti noi come una grande penombra

e a tutta la chiarezza di quella penombra, a tutto questo

ritorno attraverso questa inutile memoria,

quando guardo indietro senza volerlo, verso il centro

di quel paesaggio di alberi rachitici

dove non resta alcun bosco, lì dove le epoche del mondo

si sono tramutate in memoria della felicità

per lasciarci soli.

 

 

Federico Díaz-Granados (Colombia, 1974)

 

NOTICIA DEL HAMBRE

 

Me habita el hambre. Y todos me lo dicen.

No es el miedo ni la duda

apenas un ritmo intacto que no toca con su sal la orilla.

Es el hambre, quizá un leve testamento

o esta insistencia en destruir la casa

y renovar la piedra en sueño.

 

Es poco lo que recuerdo de mí a esta hora, el disperso,

el que a la intemperie es un poco de hierba,

una palabra sin traje con olor a otras tierras

y que mira con cara de extranjero todas las prestadas alegrías.

 

Llega el hambre con su mismo azar y su idéntico augurio.

La lluvia está debajo de la carne

y pocas cosas recuerdan al viejo amor

que ya no cuenta.

 

Es el hambre. Y todos me lo dicen.

No es el leve testamento ni la tristeza de las noches.

No es la poesía

ni la música que traduce el tiempo.

 

Un poco de hambre

y el cansancio de llenar la estantería de ausencias.

 

NOTIZIA DELLA FAME

 

Sono abitato dalla fame. E tutti me lo dicono.

Non è la paura né il dubbio

appena un ritmo intatto che non tocca col suo sale la spiaggia.

È la fame, forse un lieve testamento

o questa insistenza a distruggere la casa

e rinnovare la pietra in sogno.

 

È poco quel che ricordo di me a quest’ora, il disperso,

quello che all’intemperie è un po’ d’erba,

una parola senza vestito che odora di altre terre

e che guarda con faccia da straniero tutte le prestate allegrie.

 

Arriva la fame con il suo stesso caso e il suo identico augurio.

La pioggia sta sotto la carne

e poche cose ricordano il vecchio amore

che ormai non conta.

 

È la fame. E tutti me lo dicono.

Non è il lieve testamento né la tristezza delle notti.

Non è la poesia

né la musica che traduce il tempo.

 

Un po’ di fame

e la stanchezza di riempire gli scaffali di assenze.

 

mm3Mario Meléndez (Linares, Cile, 1971). Ha studiato Giornalismo e Comunicazione Sociale. Tra i suoi libri si segnalano Autocultura y juicio, Poesía desdoblada, Apuntes para una leyenda, Vuelo subterráneo, El circo de papel e La muerte tiene los días contados. Nel 1993 ottiene il Premio Municipale di Letteratura nel Bicentenario di Linares. Le sue poesie appaiono in diverse riviste di letteratura ispanoamericana e in antologie nazionali e straniere. Parte della sua opera è stata tradotta in italiano, inglese, francese, portoghese, olandese, tedesco, rumeno, bulgaro, persiano, catalano, macedone e greco. Per quattro anni ha vissuto a Città del Messico, dove ha diretto la serie Poetas Latinoamericanos per la casa editrice Laberinto e ha realizzato diverse antologie di poesia cilena e latinoamericana. Attualmente vive in Italia. All’inizio del 2013 riceve la medaglia del Presidente della Repubblica Italiana, concessa dalla Fondazione Internazionale don Luigi di Liegro. Una selezione della sua opera è stata pubblicata di recente nella prestigiosa rivista Poesia di Nicola Crocetti. All’inizio del 2015 è stato incluso nell’antologia El canon abierto. Última poesía en español (Visor, Spagna). È considerato una delle voci più importanti della nuova poesia latinoamericana.

 

Selezione dei testi a cura di Mario Meléndez.

Foto dell’autore e copertina del libro gentilmente concesse da Mario Meléndez.

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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