Fuga di cervelli? estratto da “Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna” (Fabrizio Lorusso)

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Quest’articolo è una traduzione liberissima e aggiornata di un testo-elucubrazione pubblicato in Messico su La Jornada Semanal, supplemento settimanale del quotidiano La Jornada, del 10 maggio 2015. Vuole essere una riflessione sulla condizione di tanti di noi “espatriati” che non si sentono cervelli fuggiti o italiani all’estero, ma che provano a pensarsi come migranti e lavoratori nel e del mondo]

Perché un cervello fugge? Ha forse paura o manifesta la sua rabbia con tale gesto? O non sta bene dove sta? Forse perde il giudizio e accarezza la follia. Si separa da se stesso e dalle materie grigie che gli pulsano intorno. Che cos’è un cervello in fuga? E’ una donna, un uomo, una persona, identificati con la loro parte ragionante, metonimicamente. Il loro cervello li definisce, si proietta al di fuori del cranio e della sua città d’origine. E’ un frutto acerbo della mondializzazione che va maturando durante il suo lungo pellegrinaggio per le lande del villaggio globale. Durante quasi un ventennio in Italia, Spagna, Portogallo e in altre realtà dell’Europa mediterranea è venuta a crearsi un’epica della cosiddetta fuga dei cervelli. Tant’è che in Italia il poco efficace programma che prevede il rimpatrio dei ricercatori in esercizio all’estero si chiama “rientro dei cervelli”.

La mistificante etichetta del cervello in fuga è stata idealizzata e trasformata in mito. I mass media e il discorso politico imperante hanno evitato di parlare di una nuova emigrazione italiana all’estero. Si dà invece rilievo a storie individuali di presunti eroi e personaggi di successo grazie alle capacità acquisite nella loro ingrata terra d’origine che, dopo anni di sudati studi e lavori, non li riconosce come dovrebbe. E allora ecco che all’estero è tutto più bello e più facile, ecco che si sceglie di andare via e di restare fuori felicemente. Parallelamente sono minimizzate e occultate le storie difficili, le povertà, gli insuccessi e le precarietà dei nuovi lavoratori-migranti-italiani globalizzati che, anche se collegati virtualmente all’universo intero in tempo reale, risultano sempre più dispersi e sperduti. L’opinione pubblica nel “bel Paese” crede dunque che il loro viaggio sia una parentesi romantica, sempre cercata, agognata e prodotta dalle irrefrenabili eredità genetiche di Marco Polo e di Cristoforo Colombo. Vedere il declino inesorabile e repentino del tanto acclamato “sistema paese” è troppo complicato. Leggere nella fuga, oltre a un’eventuale realizzazione di un astratto spirito intraprendenza, anche e soprattutto una necessità fisiologica del sistema è forse troppo difficile? Troppo pessimista?

Sono milioni, infatti, gli individui che lasciano territori considerati ricchi o “sviluppati” o un’area del cosiddetto “primo mondo” per via del declino socioeconomico e non per inseguire sogni lontani o “fare fortuna”, come si suol dire. I nuovi migranti che l’Italia espelle sono più formati accademicamente di quelli del secolo scorso, nel senso che posseggono un livello di studi formali medio-alto, ma fondamentalmente tanto a casa loro quanto all’estero vanno spesso a integrare le file di un bracciantato intellettuale che si vende al miglior offerente, se e quando questo è possibile, e presta servizio, cioè lavora, in condizioni precarie o in un intorno problematico, come accade nei Paesi come il Messico in cui ci sono anche possibilità lavorative, ma il selvaggio mercato del lavoro, l’insicurezza sociale, il welfare inesistente e la precarietà generale rendono il sistema nel suo insieme pericolante, tossico e iperindividualista.

A volte evasione significa libertà, altre smarrimento, menzogna, finzione. Può voler dire vestirsi di idiomi e costumi diversi, stranieri, come in un’opera teatrale improvvisata quotidianamente. E’ un’opera di vita libera, ricca, ma anche pericolosa. E’ il cervello che emigra e si cambia gli abiti. Ci sono luoghi, come il Messico o in generale l’America Latina, in cui agli italiani pare più facile farlo: gli spazi sono immensi, le società variegate, frammentate e con vuoti da riempire. Lo straniero spesso gode di lusinghe e attenzioni, pure eccessive e fittizie, che possono tradursi in vantaggi concreti o addirittura in vertiginose impennate dell’autostima oppure, a seconda dei casi e delle inclinazioni personali, della presunzione e dell’egocentrismo. In parole povere ci sono coloro vivono l’illusione d’essere e d’avere, sanno recitare e vendersi al meglio, pur non avendo nulla di speciale da mostrare, e ci sono quelli che più umilmente s’inseriscono in queste contradditorie e accoglienti realtà per godere gratamente delle possibilità che in certi casi offrono. O per formarsi, apprendere, avvicinarsi all’interculturalità ed esplorare le diversità mediante doti che nella loro terra avevano accantonato. E ci sono quelli che mischiano all’occorrenza un po’ delle due attitudini.

La fuga dei cervelli è una metafora potente, un’etichetta di successo da decostruire, affascinante e drammatica, la quale sottende l’idea che l’emigrazione, più o meno permanente, sia una scelta tanto coraggiosa quanto non obbligata che porterà sicuramente a successi e soddisfazioni. E’ una narrazione tossica che delocalizza il problema dalla sfera della cultura materiale e del lavoro, dall’analisi strutturale dei motivi della migrazione e delle precarietà italiane concrete, a quella delle idee e delle ideologie, delle scelte e delle omologazioni mediatiche. Siamo tutti cervelli, noi. I lavoratori del primo mondo s’amalgamano in un’etichetta unica che li riabilita e li rende pionieri, capitani coraggiosi. Sono tutti immigrati, loro, quelli che vengono dal terzo mondo. I lavoratori del Sud della Terra sono omologati anch’essi e ingabbiati in una categoria dalla semantica negativa e discriminatoria. E’ una strategia del divide et impera che funziona e ci rende diversi, mentre siamo solo pezzi diversi di un ingranaggio globale e di una classe sociale lavoratrice in spostamento costante.

In un ottimo articolo, intitolato “Per una critica del cervellone in fuga” e pubblicato in aprile sul blog Il Lavoro Culturale (http://www.lavoroculturale.org/critica-del-cervellone-fuga-un-punto-vista-working-class/) lo scrittore Alberto Prunetti riflette su una generazione globale, anzi delocalizzata e terziarizzata, di viaggiatori e precari del mondo che finiscono per farsene una ragione senza “storicizzare” questa condizione. Sono lavoratori e intellettuali, schegge di classi sociali frantumate ma esistenti, immersi, e quasi annegati, nel marasma della contemporaneità (postmoderna? iper-capitalista?). Il sottotitolo “Appunti sui percorsi centrifughi del lavoro culturale migrante da un punto di vista working class. Per smontare la retorica euforica della “fuga dei cervelli” in opposizione all’etichettatura che varrebbe solo per gli emigrati del Terzo Mondo” è eloquente. Prima di proseguire, vale la pena citarne due passaggi fondamentali.

 

La “fuga dei cervelli” è una delle “narrazioni tossiche” sulle emigrazioni dei giovani italiani (emigrazioni “italiane” che ormai superano gli arrivi dei migranti stranieri nello stivale, creando un saldo demografico negativo che si associa a un invecchiamento della popolazione residente). È una narrazione tranquillizzante e compiacente, alternativa a quella più disforica dei “bamboccioni”, che è stata subito stigmatizzata. “Bamboccione” era chi rimaneva, “cervello in fuga” chi partiva. Il cervello in fuga è in realtà una grossolana rappresentazione caricaturale: la caricatura enfatizza un elemento, in questo caso “il cervello”, per dare l’idea di un’emigrazione nobile di lavoratori cognitivi, da opporre agli emigrati stranieri (perlopiù definiti disperati o poveracci, se non criminali o terroristi). In realtà può anche capitare che la casa del genitore sia il punto di ritorno del cervello in fuga da un periodo di lavoro all’estero. Si può essere quindi allo stesso tempo “cervelli in fuga” e “bamboccioni”. O nulla di tutto questo, respingendo le etichette al mittente, o parodiandole con l’accrescitivo “cervellone”, come sto facendo adesso io, o cercando definizioni e forme d’essere più dinamiche e relazionali, più dense e conflittuali.

 

La narrativa del precariato descrive i figli del ceto medio in veloce fase di precarizzazione. Racconta anche la fine del mito dell’ascesa sociale per i figli della classe operaia, un mito diffuso negli anni del boom economico. A ragione, queste retoriche denunciano alcune banalità di base: che i figli sono più poveri dei genitori, o che i lavoratori sono working poors che non riescono a comprarsi casa o a mettere su famiglia. Spesso il lavoro di questi precari non è altro che una ricerca del lavoro: là dove c’è il lavoro, si va; quando non si lavora, non si è disoccupati ma si lavora a cercare un lavoro (ad esempio, nella progettazione o nella ricerca di borse internazionali). Ne consegue una tendenza a vivere e a lavorare soggiornando temporaneamente in città sempre diverse, spesso in nazioni diverse, alla ricerca di una borsa universitaria, un contratto di docenza di 39 ore da spalmare su tre mesi, un tirocinio semiretribuito, un voucher e così via. Se vogliamo, questa condizione esistenziale è l’esempio di come il miraggio della flessibilità e del postmodernismo si sia trasmutato in un incubo. È l’eterno ritorno del Capitale alle condizioni di lavoro che nel dopoguerra l’estensione della produttività e delle lotte operaie sembravano aver destinato al dustbin della storia: il cottimo, il lavoro nero legalizzato, i lavori non retribuiti.

 

Oggi emigrano, a volte armati di titoli universitari ed esperienze precedenti di studio e lavoro oltreconfine, e magari con qualche sostegno familiare o risparmio in più, migliaia di lavoratori “cognitivi”, ma anche masse di cittadini euromediterranei, più o meno equipaggiati di expertise e fondi, senza prospettive reali o eternamente alla ricerca di chimeriche stabilità. Sebbene molti di questi (e mi includo) siano in fin dei conti dei braccianti intellettuali che vendono sul mercato a differenti padroni la loro forza lavoro, per esempio le ore d’insegnamento o gli articoli che scrivono, non s’identificano come tali e, anzi, sembrano volersi distinguere a tutti i costi dagli altri e preferiscono visualizzarsi e definirsi con classificazioni più “politicamente corrette” e cool come “freelance” o “imprenditori di se stessi”.

Ad ogni modo oltre il cervello non si possono dimenticare le braccia. I lavoratori che espatriano coprono praticamente ogni professione che può venirci in mente, non solo quelle strettamente intellettuali. Più di 4 milioni di italiani vivono fuori dal loro Paese, secondo dati ufficiali. Molti altri non sono registrati e mantengono la residenza in Italia ed è plausibile pensare che un 10% della popolazione italiana totale viva all’estero. Una fetta consistenze di questa è fuori dal sistema sanitario e pensionistico. Sono “cervelli” e braccia che i mezzi di comunicazione nazionali trattano come fenomeni e motivo d’orgoglio, non come sottoprodotti di fattori macroeconomici come la disoccupazione giovanile, che in Italia ha superato il 40%, o il graduale deterioramento socioeconomico per cui ci sono quattro volte più poveri oggi (oltre 4 milioni di persone) che prima della crisi del 2007-2009. Mentre si cercano o spuntano storie di talenti riconosciuti all’estero, vincitori di concorsi e innovatori della silycon valley, sempre felici e speranzosi, immuni da nostalgie e straniamenti tipici dei migranti, le vere piaghe del Paese passano in secondo piano e la politica non prevede veri piani e stimoli pubblici per far tornare tutte queste “preziosissime risorse umane”.

Le masse migranti sono funzionali al mantenimento dell’equilibrio interno nel mercato del lavoro, ad alleggerire le pressioni su di esso e addirittura a migliorare la bilancia dei pagamenti. Sono “capitale umano” flessibile, ricattabile e semovibile. La Spagna, l’Italia e il Portogallo decrescono infelicemente e s’impoveriscono umanamente, dato che ormai il saldo netto delle entrate e delle uscite gioca a loro sfavore. Perdono abitanti, e chi resta posticipa o elude la decisione di avere figli. La tendenza è comune a vari paesi ad economia “matura”, come il Giappone, la Germania o la Francia, ma nell’Europa meridionale si palesa in modo più netto ed è aggravata dalla mancanza di visioni e politiche di Stato serie e lungimiranti per invertirla o limitarla.

Allo stesso modo il modello neoliberista egemonico sferza duri colpi all’ottimismo di chicchessia: lo stato del benessere impallidisce e languisce, i salari perdono potere d’acquisto dall’inizio degli anni ’90 e la privatizzazione delle mentalità e della vita ha svilito, parcellizzandolo e sfiancandolo, il tessuto sociale. Interrogato da una giornalista della CNN sulla disoccupazione rampante in Italia e sul tema del “drenaggio dei cervelli” il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha risposto, cinico ed elusivo: “Non so se sia un gran problema; ci sono moltissimi italiani fuori, molto intelligenti, capaci e preparati, che stanno cambiando il mondo e non gli chiedo di tornare nel nostro paese, gli chiedo che mi diano una mano per portare l’Italia nel futuro”. Ma mentre Renzi aspetta di ricevere una mano, è inarrestabile l’emorragia di braccia, cervelli, energie, speranze (e mani) che lasciano il Paese nel contesto di una nuova divisione internazionale del lavoro e della falsa contrapposizione tra precari interni, immigrati, migranti e cervelli in fuga.

*Cos’è Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna?

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.

Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta. La procura e il governo di Enrique Peña Nieto sono in affanno. La loro immagine internazionale è compromessa dalla sequenza di menzogne, incoerenze, manipolazioni delle indagini e delle informazioni che hanno condotto negli ultimi due anni.

Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico, lega tra di loro fenomeni apparentemente dispersi, cercando spiegazioni regionali e globali alle mille sfaccettature del conflitto nazionale messicano.

Questi scritti dall’ombelico d’America e della luna raccontano anche storie di vita, come quella delle donne di casa Xochiquetzal, prima casa di riposo per ex prostitute, e di precariato, parlando delle condizioni dei professori di linguacultura italiana in Messico, così come di altre esperienze di italiani migranti e viaggiatori. Uno spazio speciale è dedicato alla decostruzione di alcune narrazioni tossiche: quella dei “cervelli in fuga” e quella del neoliberalismo, inteso come sistema di vita, pensiero ed egemonia economico-culturale. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte e sul tema dei legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano i pensieri del libro.

Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.

 

Testo estratto dal libro di Fabrizio Lorusso “Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna”, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2016,   http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=244&controller=product e pubblicato in  Fabrizio Lorusso – http://lamericalatina.net

 

Fabrizio Lorusso

 

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di geopolitica dell’America Latina all’università UNAM di Città del Messico, dove vive da 14 anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, END, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (Stampa Alternativa, 2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (Agenzia X, 2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (Alegre, 2011). Collabora con vari media tra cui il quotidiano messicano La Jornada e la rivista Variopinto, Il Reportage, Radio PopolareGlobal Project. E’ blogger di Huffington Post, redattore della web-zine Carmilla On Line e il suo sito è LamericaLatina.Net.

 

Foto della copertina e dell’autore a cura di Fabrizio Lorusso.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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