FRECCE PER UNA FARETRA, Parte II – Mario Eleno

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L’obiettivo del teatro? Eccolo: tirare fuori dallo spazio emozionale dell’uomo e della donna, dalle acque del loro inconscio, dal mallo delle loro sensazioni, la realtà del gesto poetico inteso come atto d’innamoramento scenico. L’idea è di riuscirci attraverso l’intreccio di due corpi volti a diventare un fiore senza contorni. L’esito auspicabile sarà un evento di fiducia senza riserve tra il compagno sacro e la compagna che disincarna l’incanto sulla pedana del teatro.

 

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L’innamoramento scenico è come mettere alla rovescia il proprio corpo e donarlo al compagno sacro, alla compagna che disincarna l’incanto nella ramificazione infinita del teatro; è come consacrare un corpo rivoltato dal corpo quotidiano, consacrarlo come un fiore interno nel momento eterno e immediato del teatro; è dare un corpo messo alla rovescia, senza cinta murarie, senza scudi né falangi, ignudo, privo di cortine di ferro, con tutti i suoi pensieri nudi, non avendo paura di spogliare le emozioni, nel pieno ritmo della sensazione, nel suo fiotto sguarnito, al largo sul mare dell’inconscio, ergendo assieme lo spirito sul cuore delle onde, nella buriana e nella perturbazione, fino al fiat della calma asperso dalla luce; è un corpo come un fiore senza orli che assomiglia a una placenta, una placenta attaccata al cordone ombelicale, ovvero un loto che si apre dallo stelo, sulle acque: è questo il corpo esoterico di cui parlo, che arreca nutrimento al compagno sacro, alla compagna che disincarna l’incanto nello spazio che si gonfia, nel tempo che si curva del teatro.

 

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Il teatro? Che fatica, che grande fatica, che lotta svolta interamente in solitudine, nel silenzio sottomarino del palcoscenico.

 

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Il computo dell’attore è di sprigionare la forza tellurica che preme dietro all’epidermide.

 

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Voglio un teatro con un’architettura simile a quella della Terra, un teatro sulla montagna più alta, con due emisferi inviscerati nell’Universo.

 

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Nell’anello vuoto della scena dovrebbe risuonare magicamente, tutto d’un colpo, lo spirito di tutte le montagne, di tutti i laghi, di tutti i pianori e di tutti i bassopiani, di tutti i fiumi, di tutti gli alberi, di tutte le rocce, di tutte le vie gremite di gente, di tutti i sentieri desolati, di tutti i marosi rampanti, di tutte le giungle e di tutte le bestie, di tutta la vegetazione selvatica, di tutti gli abissi e di tutti gli esseri salmastri, di tutti i cieli e di tutti gli albatri, di tutte le piccole creature svolazzanti e striscianti, di tutti gli esseri viventi nel blu mistico di questo globo terrestre ed equoreo.

 

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La sola cosa che vorrei possedere nella mia arte teatrale è la potenza sublime della Natura. Ma so che ciò che io vorrei possedere è infinitamente più grande delle mie capacità di possederlo.

 

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Questo teatro di cui vado parlando, vorrei fabbricarlo idealmente negli organi vitali dell’uomo, e vorrei farlo trepidare lì dentro, come una campana perfetta sconquassata da un impeto di passionalità.

 

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C’è un ordito di voli d’angelo nelle sillabe che strabordano dalla tua bocca, oh ragazza, quando parli!

 

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Dico che siamo capitati su questa terra per destinare un’opera a qualcuno, o a qualcosa, e dico che l’opera che siamo venuti a destinare siamo noi stessi. Non risparmiamoci allora! Sarebbe un peccato lasciare l’opera insoluta sulla punta della lingua, sarebbe terribile non osare, non darla tutta, per intero, senza sprecare nulla. Il teatro è il posto indicato per sputarla fuori, per sputare tutto ciò che siamo, per sputare sopra ciò che siamo se non facciamo abbastanza. In teatro dobbiamo sputare il rospo, rendere pubblica la nostra intimità, denunciare le nostre schifezze, o diffondere come un cantico i nostri affetti.

 

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Di frequente in teatro sono i gesti a cantare. Cosa contano le parole, quando sono i gesti a cantare?

 

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Quando mi trovo nel mezzo dello spazio scenico come un fantasma solitario invocato dal mio stesso spirito, parlo in segreto con tutte le persone che sono venute per me. Parlo ai loro fantasmi, alla moltitudine che gli sciama dentro. È come se mormorassi nelle loro orecchie, ad uno ad uno.

 

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Sulla porta di ogni teatro bisognerebbe scrivere queste righe: – Se avrai bisogno di un posto dove andare quando avrai paura, paura di non farcela, eccoti un rifugio sicuro. Vieni, entra, l’ho tirato su apposta per te.

 

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Quando le mie parole sfioreranno le tue orecchie, sarà come se fossero le mie labbra a sfiorare le tue orecchie.

 

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Fare teatro significa avvitare nelle vite degli altri continue rotazioni di gioia.

 

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Talvolta penso che soltanto la bellezza di un corpo malato di sifilide, o di cancro, riuscirebbe a esprimere con pienezza il senso tragico del teatro.

 

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La mia idea di teatro è questa: – Occorre demolire tutta l’educazione che abbiamo subito, quella inferta dalle scuole dell’obbligo e dalle istituzioni statali. Parlo di quell’educazione che ci ordina di risistemare ciò che non può essere sistemato, che ci impone di acquietare il carattere ribelle, dionisiaco dell’universo. Come hanno potuto cancellare dalla nostra natura la sua tempra imprevedibile che è regina dell’indeterminazione, la sua entropia, e la capacità che ha di trasformarsi partendo dal di dentro? Ecco cos’abbiamo perduto: la capacità di trasformarci partendo dal di dentro. Abbiamo smarrito la capacità di vivere la nostra vita interiore. Siamo solo esteriori. Ci riduciamo a decorare l’esistenza con immagini vuotamente esteriori, icone da strapazzo, altari fittizi sotto cui stupidamente inchinarsi. Questo non va, questo depotenzia la nostra sensibilità, le nostre facoltà sensuali, il moto perpetuo delle nostre emozioni, e di fronte a tutto ciò il teatro ha il compito di calarci nuovamente nel rovescio della vita, restituendoci la possibilità di recuperare il senso interno delle cose. Il cosmo che ci gira dentro.

 

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C’è un modo di svanire, di diventare soffio di luce, o alone sonoro lontano dalla carcassa umana che si fa spesso pesante; ed è una sorta di ascolto, di ebbrezza dell’ascolto che scioglie le membra e le alleggerisce.

Mi succede tutte le volte che ascolto poesia (poesia pura che pulsa dall’aorta come un’amplificazione), e musica (musica autentica che erompe dal reticolo della nervatura o dell’anima).

Quando invece musica e poesia sono omelie false predicate da falsi preti dell’arte, allora la mia carcassa si fa ancora più pesante, e io invoco, come Romeo, l’intervento di uno speziale che mi venda un dolce veleno per farla finita.

 

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Il mio atto poetico e teatrale è una trazione verso le forze della Terra.

Spesso guardo il mare che inarca grandiosamente i suoi tendini liquidi, o l’andamento inaudito delle montagne che cantano le loro sinfonie rocciose, o l’irraggiamento simultaneo dei rami che schizzano da tutte le parti come un delirio di toni, spesso osservo questi fenomeni per comprendere appieno lo spirito di una rapsodia che devo pronunciare davanti a una platea di persone.

 

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Esiste una civetteria dell’artista benestante che consiste nello spaccio di arte frivola, inconcludente.

Questo tipo di artista capitalistico, ricco, straborghese, può permettersi il lusso di trafficare con quest’arte piatta, soltanto perché vive sfarzosamente in un luogo del pianeta dove la sua incolumità non viene minacciata, la sua vita non viene messa in pericolo, la sua sopravvivenza non è assolutamente un problema di cui preoccuparsi.

Gli artisti che al contrario nascono e arrancano e tirano a campare in zone misere della Terra, bombardate, insanguinate, invase, saccheggiate, violentate, distrutte, destituite, oltraggiate, deteriorate, affamate, assetate, calpestate, fatte a pezzi e scarnificate, rivolgono il loro interesse urgente ad altre questioni, forse più tormentose, forse meno estetiche, forse un po’ tronche, però più dense, significative e di gran lunga più profonde rispetto alle operazioni culturali vacanti, senza senso, dell’artista vacanziero, incivilito, che naviga nel benessere della sua società.

 

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Ci sono parecchi modi sconosciuti di vivere e pensare, tutti valenti, che dovremmo andare a scovare. Sono i modi di vivere non ufficiali, minori, banditi; sono le isole dei paria, di cui nessuno ci ha mai parlato nella fanciullezza.

Non possiamo accontentarci e accettare quell’unico modo di vivere (che poi è il contrario di vivere) che le istituzioni (Stato, Scuola, Famiglia) ci hanno insegnato; quell’unica maniera di stare al mondo che ci hanno affibbiato fin dalla nascita, completamente basata sull’annientamento della propria indimenticabile personalità.

Andare invece alla ricerca di quei tanti modi di vivere volutamente emarginati dalle facce arroganti del Potere, vuol dire scoprire ciò che possiamo diventare; vuol dire ripescare il proprio genio, la propria guida intellettuale, prima che venga affogata del tutto.

Il teatro offre la mappa per seguire queste rotte trascurate.

 

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Si parte sempre da un movimento, un solo movimento di generosità, che poi cresce, si allarga, si espande e si ripete, si moltiplica, poi si divide, apporta miglioramenti alla vita presente, è un movimento generoso che lancia la sua resonance nei secoli futuri, per la gente che verrà. Un numero smodato di persone potrà giovarne, intere popolazioni avranno la possibilità di migliorare la propria esistenza grazie a questo tenace movimento di affetto, di abnegazione, di caparbietà, ed è importante che venga compiuto totalmente, senza essere mozzato da correnti di pensiero dominanti, da mode, da interessi che finirebbero per schiaffarlo dietro le sbarre, imprigionato, impedito a liberarsi interamente; e quando il gesto sarà completo, dobbiamo accertarci che ogni goccia del suo fluido si sia messa a fluire fuori di noi, poiché non dobbiamo farci marcire dentro nessun residuo di questo gesto.

Statene pur certi, amici, esso è un gesto semplice e reale, semplice e profondo, come l’uomo che piantò gli alberi e generò una foresta.

Bisogna piantare un gesto del genere nel teatro.

 

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Erigere con la voce le architetture pensate dai poeti è uno fra gli atti più sensati che un essere umano possa compiere; è pari a salvare un destino o a donare un organo vitale a una persona bisognosa, è un atto che non guasta mai, non decade mai, non si consuma mai, è generato e genera, è fecondo in chi lo fa e in chi l’ascolta, è un atto che non abiura mai e continua per sua natura a salvaguardare l’accorato spirito del mondo.

 

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Non credo che le devastazioni cesseranno, non succederà facilmente, prima della partita finale ci saranno altre devastazioni, l’essere umano non risolverà domani i suoi problemi, ed è per questo che il poeta o la santa, o la persona di teatro, o semplicemente la creatura caratterizzata da grandezza d’animo, ha il dovere incessante di rendere vasti gli animi a discapito della cattiva abitudine di devastare; ha l’obbligo di prendere al laccio il sogno e portarlo dentro la vita, nella realtà, costi quel che costi, e deve creare uno spazio dove ci si alleni a questo, dove la gente possa allenare i propri pensieri, la rosa dei sentimenti e tutta la galassia emotiva.

Immagino un luogo dove si possa apprendere e mettere in pratica il trasognante moto della rivoluzione interiore, dove si dica una volta per tutte che la distruzione gratuita è una cosa da archiviare, dove si squarci la pancia dell’uomo oscuro per rimettere in libertà la luce che aveva trangugiato; un campo libero dove si possa parlare con franchezza, dove ogni parola sia capace di schiarire la vita, dove lo sguardo venga abituato a protendersi elastico e scandagliante fino alle Orse, per poi ridiscendere e sbrogliare i crucci dell’esistenza; favoleggio uno scenario dove ci si stringa da veri amici, dove la slealtà d’amico venga abrogata, dove l’amicizia sia pari all’amore affinché venga suggellata l’alleanza contro la perfidia sanguinaria; è un teatro delle chimere dove tutti saremmo uguali fratelli di tutti, nessuno escluso; qui il ragno abdicherà a stritolare la mosca, il lupo e l’agnello diventeranno compari, e il gatto rinuncerà al topo, accetterà perfino di prendere lezioni di volo dal passerotto, invece di artigliarlo; donne e uomini di ogni natura forgeranno aria, respiro e animosità per altre donne e uomini di ogni natura; sarà il reame di tutti quelli che vivono il qui e l’ora, e di tutti quelli che verranno dopo, molto dopo.

 

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Sempre più spesso mi capita di sentirmi diverso dagli artisti, estraneo alla categoria degli attori, lontano dagli ambienti dove ci si sollazza e ci si consola con l’arte.

Mi sento piuttosto come un uomo-animale, una sorta di fauno perturbante dei boschi che rapisce le saggezze del firmamento portandole crudamente in scena.

 

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Voglio trovare nel fondo dell’essere umano qualcosa di buono, provo a volergli bene, nonostante tutto.

 

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Certe volte penso che le persone possano vivere anche senza la mia poesia, il mio teatro. Passo fra di loro e mi dico: – Ma che se ne fanno di me?! Sono tanto contenti così! Guardali come festeggiano il finimondo! Che se ne fanno della mia gioia sporca di dolore?… Farei meglio a lasciarli in pace. Non so.

 

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Voglio ripartire dallo spiazzo dove è stato ammazzato Pasolini. Voglio ripartire da lì. Con tutto quello che comporta. Con la mia ebbrezza teatrale e la mia ragione poetica.

 

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Il teatro è necessario poiché serve a scrollare le persone. Le persone devono essere scrollate, svegliate. Basta ad aver paura di scrollare le persone!

 

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Un artista di teatro dotato di indiscutibili qualità etiche ed estetiche è quello che sa parlare liberamente dell’affilatezza della luce, degli effetti altisonanti del colore, del buio che tende a insinuarsi nella luce, di come fermarlo, di come rompere un seme di buio per far tracimare luce, della voluttuosità dei corpi, della sofferenza e dell’alacrità degli esseri viventi, della violenza nell’accoppiamento, della delicatezza sensuale negli amanti, del tentativo infaticabile di catturare qualcosa di estremamente reale, di estremamente sincero, di molto concreto, e di gettarlo nella propria opera d’arte; un artista del genere va al bar a bere con gli operai e con gli ex detenuti, ascolta le loro storie, si allontana dagli ambienti asettici e contraffatti della cultura ufficiale di massa, o di élite, perché sono ambienti dove si ciancia molto, si fanno spuntini, aperitivi, e si combina poco, sono ambienti dove non si contribuisce a salvare il cuore del mondo dall’arresto; un artista del genere, un uomo o una donna di questo calibro, guarda con il proprio sguardo, non inforca sguardi altrui, ma racconta ciò che sente dal fondo più fondo dell’anima sua, senza timore, e crea arte con tutto ciò che gli si muove intorno e gli va a finire dentro, senza calcoli; racconta ciò che vede senza doppi fini, disinteressato; non ha obiettivi legati alla materialità della sua arte, e guarda ciò che succede in giro seguendo il proprio istinto, sbagliando anche, inciampando, in maniera goffa, sbilenca, con «caparbietà zoppicante», ma cosa importa?! Spesso dall’errore rampolla la sacralità e la magia delle cose.

Un artista del genere è una persona con tanto sale in zucca che non sta più di tanto a pensare alle grandi rivoluzioni compiute dai maestri del passato, pensa piuttosto alla sua di rivoluzione, quella che deve innescare nel presente in cui agisce.

 

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La vibrazione dionisiaca dei corpi viene dalla realtà, dalla lotta reale, non è finzione della lotta, è necessaria in teatro, e avrà sicuramente delle frequenze più alte in un corpo dilacerato che cerca terra, a cui la terra è stata negata, che non in un corpo di un’attrice borghese e benestante e piena di agi, perché è solo attraversando il dolore che si sprigionano i canti più resistenti.

 

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Ci hanno detto che dobbiamo rispettare la forma e le buone maniere? Beh, freghiamocene di quello che ci hanno detto.

Sentite questa: se siamo poco spontanei, se il nostro spirito tira le cuoia asfissiato, se siamo lontanissimi da ciò che veracemente avremmo potuto essere, è perché la forma, i comportamenti decorosi, il compitino svolto regolarmente, ci riempiono la bocca di pozzolana e ci fanno diventare muti, ci trasformano in amebe chetate.

E allora che ne dite di fare tutto il contrario?! Assecondiamo le nostre mosse birichine, maleducate, discole e capricciose, piuttosto! Fidiamoci del nostro fare da Pinocchi senza quel guastafeste del Grillo, o peggio ancora della Fata moralista, e lasciamo Geppetto nella pancia della Balena! Scagioniamoci dalla bella forma, dalla bella copia, dall’abecedario che è una gogna!

Perché dovrei fare il bravo burattino?! Ah già, m’hanno promesso che un giorno, se sarò bravo, diventerò di carne e di ossa come tutti i bambini, mezzo rincitrullito come loro. No, grazie. Meglio di legno, ma rivoltoso.

 

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La «bellezza» di certa arte decorativa, basata unicamente sulla parvenza tutta superficie e mediocrità, è soltanto una scatola di sardine sotto sale destinata a scadere.

 

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Il problema di molti teatranti è che sono gonfi d’ignoranza, e il problema dell’ignoranza è che vuole sempre vincere.

 

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Nel DNA umano esiste da sempre una cricca di malvagi che mastica e addirittura ingoia le coscienze più vaste e illuminanti. Cambiano i secoli, essi muoiono ma poi rinascono, in questo ciclo continuo di rinnovamento del male, con la medesima malvagità in corpo. Assomigliano tutti un tantino a Caifa, guarda un po’. Hanno ucciso molti genî con la loro perfidia. Dopo Jeshua, anche il grande Mejerchol’d ha fatto una brutta fine per colpa loro. Negli anni ‘30 dello scorso secolo venne preso di mira dal regime sovietico, probabilmente perché era un’anima libera che non aveva timore di esprimere i suoi pensieri attraverso la sua arte, il suo teatro; e il 1° febbraio 1940venne condannato a morte. Il giorno dopo, una raffica di pallottole gli sforacchiò tutto il corpo. Mejerchol’d aveva inventato la biodinamica. Finì come un colabrodo, come un pupazzo spappolato dalla fucilazione. Proprio lui, che aveva reso mitologico il corpo dell’attore. Sono le beffe del caso maledetto. Pure la moglie di Mejerchol’d, Zinaida Rajch, attrice sempre presente nelle sue incredibili elaborazioni teatrali, venne ammazzata, accecata e massacrata a coltellate.

 

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Il mestiere del teatro è un po’ come il mestiere della luce.

 

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Non è importante come lo dici, l’importante è che lo dici, anche se il tuo lessico è spurio e pieno di pus, ma dillo, di’ quello che vuoi dire.

 

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Posso riassumere la mia vocazione teatrale con queste parole: – Andare dalla Terra alla Candida Rosa, tornare indietro, e riportarne notizia.

 

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La scrittura scenica è naturalmente frutto di ciò che vedi, ma anche di ciò che non vedi, di quello che ti fluttua affianco, invisibile, e che capti con la moltiplicazione dei tuoi sensi.

 

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C’è qualcosa di segreto in tutto ciò. La vita ci ha dato tutto, tranne quella parola che manca. Sicché, noi cosa possiamo fare se non provare stupore e sgomento? Dobbiamo muoverci però. Dobbiamo innescare il meccanismo dello slancio all’incanto. Dobbiamo intraprendere un’esplorazione continua.

A caccia di quella parola che manca dobbiamo andare. Quella parola che risolverebbe tutto. E il teatro è una buona navicella su cui viaggiare per portare avanti questo attraversamento totale. Quella parola la prenderemo, prima o poi.

 

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Il teatro è un modo per trarre vita dalla terra.

 

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Il teatro dovrebbe tornare a interessarsi degli elementi semplici della Natura, poiché essi sono giornali di chiesuola pieni di significazioni universali.

Soffermarsi davanti a un campo di girasoli, fra le lande, come van Gogh per esempio, e da esso cavare dinamiche nascoste, da esso intuire le forze che governano l’universo sconfinato che non vediamo, qualcosa che sta fuori e non vediamo, per poi passare al di dentro, nello spazio dell’esistenza, mi sembra un’azione a cui un attore dovrebbe pensare.

Come van Gogh, incalcare fin sulle sopracciglia un umile cappello, di notte, con dodici candele accese sulla tesa per fare luce, e recarsi con colori, pennelli, tela, cavalletto in spalla, sulla collina più vicina e da lì rivelare in un’opera terrestre il movimento delle forze misteriose della vita… van Gogh aveva la risoluzione dell’occhio, quello che non hanno le nostre macchine fotografiche, o il telescopio più potente.

Comunque, il suo fu un atto di solidarietà verso tutti gli esseri viventi, solidarietà pura, e il mondo è stato aiutato da questa delicatezza, una delicatezza cardiaca.

 

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Non mi sconfinferano proprio questi teatranti che si tappano dentro sale polverose e stanno lì a provare svogliatamente, stanno lì a fumare sigarette e a buttare cenere e cicche sul palcoscenico, passando il tempo a chiacchierare del più e del meno come si fa dal parrucchiere, prendendosi una pausa ogni ora e facendosi portare caffè già zuccherato; lo tracannano, lasciano il bicchierino zozzo dietro le quinte e pretendono addirittura che il ragazzo indiano che fa le pulizie lo raccolga al posto loro.

Non mi garbano affatto perché guadagnano barche d’oro e non valgono nemmeno uno spicciolo di latta. Sono astuti, come tutti i ribaldi.

E poi trascorrono tutta la giornata chiusi come topi nel loro buco, ignari di quello che succede fuori. Sono dei tappati.

L’essere umano è fatto per gli spazi aperti, e serrarsi nella propria tana per convenienza e comodità, anche se la tana è un teatro, equivale a tumulare la propria intelligenza.

 

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Bisogna lottare per le cose buone che ci circondano, è vero, perché le cose buone stanno ovunque, e mi sembrano continuamente messe a repentaglio, minacciate, sempre in bilico, in procinto di cadere.

 

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Sono un ingenuo, e la mia ingenuità consiste nella voglia di rinascere instancabilmente alla vita. Anche se il mondo gira andando a rotoli non ho intenzione di demordere. Mi carico il mondo sulle spalle e cerco di ballare, leggerissimo, su questa scena.

 

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Non si può far tacere una voce, sarebbe come perdere una ricchezza.

 

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Ehi fratello, c’è una cosa che puoi fare ed è questa: sentirti libero, il teatro esiste per questo, per sentirsi liberi! E allora perché non ti butti? Qualsiasi cosa può andare bene. E allora buttati! Fai un bel tuffo nella materia fluida della scena, e poi sguazzaci, nuotaci, fatti portare, ci si sente liberi, garantito, è uno spasso. Il teatro è il campo sgombro da cui puoi effondere la tua più carnale spiritualità, e allora dai! Cosa aspetti?! Abbatti le tue inibizioni, dacci dentro, rompi i freni, non stare a pensare alle mode, ai pensieri perversi dei critici borbottanti, ai dogmi, qualsiasi cosa può andare bene! Non sentirti ingabbiato da quelle cagate accademiche, da quello che i cervelloni vanno insegnando, in teatro puoi sentirti libero, esiste per questo, il teatro può essere una catarsi anche per te, serve a liberarsi dai mostri, a liberare dai mostri e non a imbottirsi di mostri, sicché vai lì sopra e divertiti, e provaci gusto a sperperare la tua anima, a darla a manate, come pane quotidiano alla gente! Mi piacerebbe vedere la tua anima, a tutti piacerebbe vedere la tua anima, siamo qui per questo, per vedere la tua anima, e ti giuro, quando succede che qualcuno mostra la propria anima fa scacco matto, è una cosa da urlo e te ne vai a casa riscattato da tutto, poiché vedere l’anima fuoriuscire dalla bocca, dalle unghie, dal petto villoso, dalle ciglia, dai polpacci, dall’ombelico, dalle punte dei capelli, è questione di arte vibratoria, è un cenno che viene dall’assoluto, oh sì! È il viaggio dell’anima ciò che m’interessa, non m’interessa la produzione di uno spettacolo, voglio che tutto il baraccone si trasformi in un viaggio dell’anima, in un viaggio delle anime, quindi partiamo!

 

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Trovo tutte le creature della Terra estremamente belle. La loro bellezza consiste nella loro caducità. Le trovo estremamente belle perché un giorno moriranno. Percepisco la loro bellezza attraverso il senso della morte e difendo questa loro mortalità, questa loro bellezza mortale. La rammento ripetutamente nelle mie operazioni teatrali, poiché penso che l’amore, nella sua ondulazione più intensa, nasca dalla sensazione precisa della perdita.

 

 

Mario Eleno

Inedito, per gentile concessione dell’autore.

 

Prima parte di “Frecce per una faretra” in la Macchina Sognante n.13

 

 

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Mario Eleno nasce nel 1983 a Montecelio, in provincia di Roma. Comincia a studiare teatro come autodidatta intorno ai 17 anni. Si trasferisce a Milano nel 2007 e studia alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Inizia un’intensa attività come scrittore dopo la morte prematura di sua madre, avvenuta nel gennaio 2009. Da allora porta avanti con costanza il suo lavoro di scrittore intrecciandolo spesso a quello di attore e regista teatrale.

 

 

 

 

 

Immagine in evidenza: tessuto ricamato realizzato dall’artista iraniano Seyed Mojtaba Vahedi.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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