FRANCO FORTINI: CREDIBILITÀ, da I Quaderni di Cary (a cura di Walter Valeri)

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Nel 1944, a Zurigo, mi capitò di leggere un volantino poligrafato che con accenti di terrore e furore denunciava quello che i nazisti stavano facendo patire ai popoli dell’Est europeo. Vi sentii nominare per la prima volta le camere a gas. Non era credibile. Non credetti. Ragionavo come quell’avvocato ebreo che, dicono, con eloquenza persuadeva i suoi correligionari della razionale impossibilità del massacro pochi istanti prima di subirlo assieme a costoro.

Lo scarto fra credibilità e incredibilità ha sempre garantito, d’altra parte, larga impunità agli speculatori storici: ancora al tempo della Guerra di Corea ero così poco esperto delle tecniche di manipolazione delle notizie che con pazienza mi ero accinto, solitario cercatore d’oro, a distinguere verità da menzogne, per concludere che si distribuivano equamente fra le due parti in conflitto. Credevo ancora alla credibilità.

Per adottare un atteggiamento di cecità volontaria e di attenta sordità intellettuale nei confronti delle informazioni di massa, e quasi di voluttà dell’inganno, bisognava venire sino ai nostri anni. Quell’inganno non si fonda soltanto, come molti credono, sulla prevaricazione dei poteri economici e politici, ma sulla onnipervasività dei mezzi di informazione. Impossibile una notizia non mediata dai media: il sole, com`è noto, sorge ormai per volontà del bollettino metereologico. Quel che mena la gerarchia delle credibilità è insomma la sua crescita medesima, la sua smisurata dilatazione. Le autorità politiche ed economiche di una nazione europea come la nostra non sanno quasi mai a chi e che cosa credere; ma le superpotenze che, per definizione, dovrebbero avere delle informazioni credibili finiscono col nutrirsi dei medesimi prodotti che hanno confezionato per gli altri e intossicarsi di menzogne. Lo provò la Guerra del Vietnam.

“ La coscienza cela nel suo essere un perpetuo rischio di malafede…” scrisse Sartre alla fine del capitolo di L’essere e il nulla che appunto si intitola “La malafede”. E “ogni credenza non è abbastanza credenza , non si crede mai a quello che si crede”. Parlandone a Gesù la pensava così anche il padre dell’Epilettico, secondo la narrazione evangelica: “Pistèuo, boèthei mù tè apistìa” (“io credo, soccorri la mia incredulità”, Marco, 9, 24); nè aveva torto l’Apologeta che distinguendo fra scienza e credenza, esaltava la verità cristiana di questa seconda contro la scienza pagana, fondando fede e credibilità sulla apparente stoltezza: “Ineptum prorsus credibile”.

Credibilità pretende autenticità. Nel nostro spazio di vita che è dell’inautentico, ogni atto di fede, fosse anche il più superstizioso, rammenta l’esigenza dell’autenticità. La credibilità ha questo o quel contenuto particolare; ma il suo vero presupposto è il riconoscimento reciproco fra chi crede e chi vuole essere creduto. Ecco perché l’età della fiducia è quella del riconoscimento tramite il dono; e l’economia monetaria è quella della sfiducia ossia del diniego dell’identità. Quando quest’ultima, con la borghesia capitalistica, attinge alla sua astrazione massima, conseguenza della non credibilità è che la menzogna si fa fondamento del valore di tutti gli scambi e del mercato. Si scrive “Credito”, “Credit”, “Kredit” sulle facciate delle banche a caratteri tanto più grandi quanto maggiore è la organizzata sfiducia che legittima il sistema dell’interesse bancario. Quella che al tempo delle sètte riformate fu credibilità come verità e virtù umana divenne anche il punto in cui l’economia trionfò sulla teologia e la credibilità si fece capacità di credito, solvibilità.

Col passare degli anni la cerchia di coloro che crediamo di conoscere meglio si restringe proprio fra le persone cui siamo uniti per fraternità e affetti. Non andiamo più cercando verità ulteriori anche perché sappiamo che le cicatrici sono loro e nostre, le aderenze e le calcificazioni nevrotiche, renderebbero impraticabile o inutilmente doloroso qualsiasi altro percorso. Con la passione demolitrice del suo personaggio centrale, Proust ci ha insegnato quel che hanno saputo anche le sapienze maggiori, e cioè che: nei rapporti fra gli esseri umani più che verità da scoprire ci sono realtà che devono essere condotte ad esistenza.

Questa certezza non ha nulla di desolante; non più dell’incavarsi delle nostre guance o del rallentarsi della nostra andatura. La verità o la credibilità delle persone cui abbiamo chiesto di rimanerci vicine è nell’immagine fondamentale, nella sigla che in un momento breve o lungo, irripetibile o ripetuto, ma sempre identico a se stesso, hanno quasi pattuito con noi. Una immagine è assolutamente vera; giovanile, anche. E fede degna, inalterabile, come quella che rappresenta l’immagine della Vergine o del donatore che in figura del piccolo idolo sta nelle mani del Salvatore, o di qualche grande angelo figurato in antichi quadri o mosaici.

Non si propone qui una capitolazione o una rinuncia, ma una intensificazione, invece, della credibilità. È nel progetto ininterrotto che ognuno ha significato per sé e per gli altri; ininterrotto quand’anche la corruzione o la morte avessero cancellato la sua apparenza visibile; e che non possiamo attenderci di vedere riapparire in un luogo deputato della mappa umana, con la fedeltà dei corpi celesti. L’apparenza, del corpo e delle parole, può essere tantomeno pervia quanto più stanca o stravolta; ma noi continuiamo a scorgere oltre quella il luccichio della nostra icona giovanile.

E anche con gli esseri che non ci consentono la sapiente tolleranza e il finto distacco praticabili verso i nostri coetanei – voglio dire, con i figli – abbiamo rinunciato, sebbene più dolorosamente, ad essere credibili e creduti, come pure a crederli e conoscerli direttamente. Così avevamo dovuto da giovani ignorare, e quasi non voler sapere, fin dove fossero credibili i nostri genitori e avevamo loro celato la nostra identità o quella che credevamo fosse.

Accettiamo di rimanere ora incredibili per i nostri figli e di considerarli incomprensibili e sconosciuti. Perché siamo certi che la parte di noi più degna di essere creduta sarà inevitabilmente ricevuta da loro, quando che sia, anche in incognito; e quella meno credibile, respinta invece o giustamente condannata. Tutti sappiamo che c’è qualcosa di atroce e di insostenibile nella fiducia e confidenza che il bambino pone nell’adulto, sapendo noi che quelle non possono non essere tradite dalla successiva esperienza. Ma tanto accade anche perché tale fiducia è dovuta ad una debolezza e ad una condizione di inferiorità; a ledere la credibilità del padre, quando siamo cresciuti, è il ricordo di quella. E questo è sufficiente a farci concludere che la credibilità nell’uguaglianza non può non essere qualcosa che oltrepassa l’individuo. Ancora una volta: non si può e non si deve credere in una persona, bensì in quella parte che ha in comune con altre parti di altre, e che insieme formano una ipotesi. Un progetto, una verità comune. A quella possiamo credere. Che d’altronde non si verifica se non partecipandovi.

Più l’esistenza trascorre e meno si è certi della possibilità di distinguere fra esseri umani autentici e inautentici, fra credibili e non credibili. E non per scetticismo, anzi perché persuasi che la verità esiste; tanto più evidente quanto più separabile dalla discretezza di ogni corpo individuo: col suo enigma, che i giovani pretendono disperatamente di penetrare. Sempre meglio ci si rende conto che la credibilità non è dell’individuo e della sua unità apparente, ma di una sua parte credibile nel senso di verificabile. Quella che certifica e mostra un progetto dominante, una linea di proiezione che è, e non può che essere, in comune con gli altri. Riconoscere e favorire intorno a noi la stabilità, la normalità e il verosimile, è, va da sé, sempre necessario, com’è necessaria l’ipocrisia; ma questo non significa avvallare l’illusione psicologistica che: o accetta per verità i caratteri della convenzione, o pretende di oltrepassarli, anzi di giungere ad una verità e ad una credibilità ulteriore, celata in qualche luogo profondo degli esseri, ma sempre dentro gli individui. È quello che fa il teatro comico tradizionale, con i suoi demoni meschini, istituito sulla convenzione fra pubblico e autore, dove i personaggi non sono quello che sembrano. Così facendo il commediografo si comporta come il cattivo psicanalista, quando nega ogni credibilità alla consapevolezza cosciente e la raggira, alla ricerca di una vera verità, ossia di una illusione.

Per illustrare queste considerazioni si dovrebbero dare esempi di credibilità ordinaria; ma non è indispensabile, ve ne sono di continuo. I singoli o i gruppi, nelle peggiori condizioni, riescono a [produrre difese della propria credibilità, cioè di solidarietà, nei confronti dell’aggressione continua portata dalle menzogne e dalla loro industria. Quelle difese non evitano la distruzione quotidiana di intelligenze e di volontà, si limitano a resisterle. Penso alla incredulità ostinata che le classi oppresse oppongono alla altrettanto tenace e prepotente richiesta dei loro aggressori, di essere creduti, anzi, presi in parola.

Più interessanti gli esempi di credibilità straordinaria, che testimoniano a favore di una realtà non normale, non abituale, e non di meno accessibile a chiunque. Si tratta di realtà alle quali possiamo credere, nel senso latino di affidarsi: “se credere coelo”. Esse non parlano con la voce di una persona; sono disincarnate dai propri autori, i loro nomi possono essere omessi o sostituiti. Ne trascrivo quattro; che questi giorni mi hanno per caso recato, contigui l’uno all’altro. Il primo è la brechtiana battuta di Charlot, nell’ultima inquadratura di Luci della Città. “Puoi vedere ora?”, dice lui, con sorriso e fremito. E la fioraia risponde: “ Sì, ora posso vedere”.

Il secondo è nel profilo delle foglie di vite ‘cinesi’, e quindi anche di ascesi ironiche, cupe e ricche, sul fondo luminoso e distruttivo, nella metà inferiore destra della natura morta del Caravaggio, alla Ambrosiana. Il terzo esempio è nella risposta che avrebbe dato Wittgenstein, in difesa della preghiera mattutina dei propri scolari durante i suoi anni di maestro elementare in Austria, replicando al collega che deplorava una orazione tanto a fior di labbra quanto poco spirituale “Ma anche i baci si danno con le labbra”. E l’ultimo è nella frase mormorata da Lukas morente e riferita dalla Heller; dove il credibile e l’incredibile si uniscono perfettamente, nella forma negativa del non-capire e del non-sapere, che è invece capire e sapere: “All’improvviso disse: ‘La cosa più importante, la cosa più importante io non l’ho capita’. Domandammo che cosa fosse questa cosa importante. E lui: “È questo che ancora non so”.

 

Per gentile concessione di Walter Valeri, ripubblicato da Il Taccuino di Cary, n.1, Londra, aprile 1985.

 

Immagine in evidenza: Foto a cura di Mujeres en travesìa scattate nel corso della mostra “Sotto le suole” progetto dell’artista Ximena Soza,  nell’ambito di Imola in musica, tamburi africani  a cura  da Associazione Senegalesi Imola.

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015). Collabora alla rivista teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge. Vive negli Stati Uniti e insegna al Boston Conservatory e MIT.

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