Fotogallery

DA EX MATTATOIO A OPEN SPACE D’ARTE:
LA FONDAZIONE PINO PASCALI (Polignano a Mare)

 

La nascita del Museo Pino Pascali risale al 1998, a seguito di un importante lascito da parte della famiglia di opere e cimeli appartenuti all’artista. In quell’occasione fu organizzata una mostra retrospettiva e antologica su Pascali e, da allora, è incessante l’attività di eventi ed esposizioni. Nel 2010 il Museo si trasforma in Fondazione Pino Pascali, compartecipata dalla Regione Puglia e dal Comune di Polignano a Mare. Dal 2012 la sede della Fondazione è un ex Mattatoio comunale restaurato, a strapiombo sulla scogliera di Polignano, la casa sul mare che Pascali tanto desiderava, luogo fortemente suggestivo ed evocativo. L’attività della Fondazione muove i suoi passi dalla figura artistica di Pino Pascali, uno dei più importanti esponenti dell’Arte italiana e internazionale durante gli anni Sessanta, scomparso a soli 33 anni a Roma, punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo dell’attività espositiva museale.

Da questo punto di partenza, per mezzo della sua struttura polifunzionale e multimediale, accessibile a chiunque e priva di barriere architettoniche, la Fondazione mira a valorizzare assieme all’opera di Pascali l’arte contemporanea e moderna in tutte le sue forme, inserendosi nel dibattito internazionale sull’arte contemporanea e moderna, attraverso la ricerca, la sperimentazione, la promozione e diffusione di nuovi linguaggi multimediali, spaziando dalle arti visive alla fotografia, dal video alla performance, fino alle installazioni ambientali e spettacolari. La Fondazione è strutturata in modo da lavorare per contenitori al fine di offrire una visione dell’arte quanto più eclettica e in linea con le principali ricerche linguistiche d’avanguardia del momento. Tra gli obiettivi della Fondazione vi è anche l’esposizione, conservazione, manutenzione e valorizzazione dei beni culturali ricevuti o acquisiti a qualsiasi titolo, rendendoli noti e fruibili ai fini di studio, educazione e ricerca, nonché quello di assicurare continuità al Premio Pino Pascali, sostenendo e potenziando l’iniziativa, anche con il reperimento di adeguate risorse.

Oltre a un consistente numero di opere di Pino Pascali, la Fondazione espone le opere degli artisti pugliesi più significativi e degli artisti vincitori del Premio Pino Pascali. La collezione permanente e le mostre temporanee restituiscono al pubblico un’offerta culturale in linea con gli standard museali più apprezzati al mondo, motivo per cui ha ricevuto, nel 2013, il Primo Premio come Miglior Fondazione d’Arte Contemporanea d’Italia.
La Fondazione collabora con numerosissime istituzioni pubbliche e private, italiane e internazionali, al fine di migliorare lo scambio e la fruizione delle opere d’arte di Pino Pascali. Fondamentale è stato il contributo offerto alla Galleria Nazionale di Roma per restaurare alcune tra le opere fondamentali dell’artista: 32 mq di mare circa, Dinosauro Riposa, Tela di Penelope e Botole (ovvero lavori in corso), adempiendo pienamente, così, alla sua missione statutaria.
Il 2014 segna il primo appuntamento con la rassegna Dialoghi che ha messo in relazione le opere di Pino Pascali con alcuni dei più importanti maestri dell’arte italiana e internazionale, segnando un’innovazione dal punto di vista del racconto narrativo e della ricerca scientifica, oltre che sotto il profilo metodologico.

Un’attività di riferimento è senza dubbio l’assegnazione, ormai annuale, del Premio Pino Pascali: istituito nel 1969 e interrotto dieci anni dopo, viene ripreso dalla direttrice Rosalba Branà che, confermando lo stesso regolamento, premia dal 1998 sino ad oggi numerosi artisti e critici d’arte di fama internazionale: Achille Bonito Oliva, Giovanni Albanese, Marco Giusti, Studio Azzurro, Lida Abdul, Adrian Paci, Jan Fabre, Jake&Dinos Chapman, Bertozzi&Casoni, Nathalie Djurberg, Mat Collishaw, Fabrizio Plessi, AES+F, Christiane Löhr, Hans Op De Beeck e Fabio Sargentini, sino al 2018. Il Premio, che negli anni ha acquisito prestigio internazionale, è assegnato a quegli artisti o critici che con il loro lavoro hanno saputo dare importanti contributi alla ricerca e all’innovazione, sviluppando un personale e originale linguaggio artistico. Proprio come era solito operare Pascali. Per ciascun vincitore del Premio Pino Pascali, la Fondazione acquisisce un’opera d’arte significativa dello stesso, contribuendo ad arricchire, ogni anno, una collezione d’opere d’arte, già prestigiosa con la presenza di quelle di Pino Pascali.

Per rendere esaustiva la propria attività, la Fondazione partecipa e sviluppa progetti internazionali con i paesi europei e di area mediterranea, tenendo fisso l’obiettivo di condividere conoscenze e visioni, facilitare l’incontro di artisti di diversi ambiti e così creare un clima di scambio culturale. In tal senso, si ricordano i progetti IPA ArTVision e SAC, con l’ultimo dei quali sono state attivate sul territorio pugliese diverse residenze per artisti provenienti da una vastissima area geografica continentale.

Il 2018 è stato un anno denso di attività poiché è coinciso con il 50° anniversario della scomparsa di Pino Pascali. La Fondazione ha introdotto numerose novità, prima fra tutte una mostra di Pascali in dialogo con Claudio Cintoli e due giorni di convegno con ospiti illustri, ricordando Pino tra memorie e prospettive future. In estate, Carla Ruta Lodolo ha donato alla Fondazione 166 fotografie, realizzate da Pascali in occasione dello spot Carosello che Cirio gli aveva commissionato, così come tutti i Caroselli da lui realizzati e prodotti con Lodolo Film, azienda nella quale lavorava come grafico e scenografo. A questa donazione, diventata presto la mostra Pino Pascali. Fotografie, nonché pubblicazione e prima ricerca scientifica sulla fotografia di Pino Pascali, fa seguito l’avvenimento più importante della storia della Fondazione Pino Pascali: l’acquisizione dell’opera Cinque bachi da setola e un bozzolo, le sculture simbolo di Pascali, realizzate nel 1968, acquistate con il fondamentale contributo della Regione Puglia.
Questo evento diverrà presto un film e vedrà Walter Fasano, il montatore di Call me by your name che ha vinto un Oscar per la sceneggiatura, nelle vesti di regista.

Nel 2019 la Fondazione è stata selezionata con un progetto intitolato Pino Pascali. Dall’Immagine alla forma tra gli Eventi Collaterali della 58° Biennale di Venezia; proprio in occasione della Biennale di Venezia, durante la cerimonia di opening, è stata annunciata l’ultima edizione del Premio Pino Pascali, tutt’ora in corso, assegnato all’artista cinese Zhang Huan. La mostra, aperta il 7 marzo, è stata sospesa subito dopo a causa delle disposizioni in materia di Covid-19 per riaprire il 26 maggio, registrando oltre un migliaio di visitatori solo nelle prime due settimane. Durante la fase di lockdown, la Fondazione Pino Pascali ha mostrato tutta la sua attitudine e capacità produttiva, implementando una serie di mostre virtuali e creando, in collaborazione con il portale Myphotoportal, il museo virtuale (www.museovirtualepinopascali.it) che ha sviluppato mostre a tema fotografico di grande successo, da Camera con vista a Pino Pascali. Fotografie sino alla personale di Gianni Leone.

La Fondazione è uno spazio vivo e che chiama a raccolta numerosissimi visitatori e amanti dell’arte o più semplicemente della cultura, offrendo loro qualsiasi supporto a sostegno della didattica per un’esperienza coinvolgente, al limite del sensoriale, con sussidi tecnologici d’avanguardia e sempre nuove strategie di comunicazione.
Degna di nota è l’attenzione che il museo e i suoi collaboratori dedicano anche ai più piccoli: la Fondazione, dotata di un’aula didattica, oltre ai corsi d’arte per adulti, lavora a tempo pieno con i bambini di tutte le fasce d’età, proponendosi di promuovere, attraverso l’arte, la sensibilità per il bello, la formazione e la crescita personale.
La Fondazione Pino Pascali è la casa di Pino Pascali, quel pezzo di terra che si specchia nel mare che tanto Pascali desiderava.

Fondazione Pino Pascali
Via Parco del Lauro 119
Polignano a Mare
www.museopinopascali.it


Opere grafiche di Francesca Brà – Foto di Francesca Brà

 

Presentazione di Francesca Brà

Mani che curano e che salvano,

Mani come azione creativa,

Mano in quanto vita che genera vita

Mano che prende e mano che dà,

Mano come un’estensione dell’anima.

 

Le mani 

 

Custodi di molteplici significati e suggestioni.

Come la mancanza e il desiderio

nascoste nelle mani tese

l’una verso l’altra a trovare

un contatto per non scoprirsi soli.

 

Questo è la ricerca artistica a cui mi sono dedicata per la macchina sognante

Motivata ancor di più da questo periodo storico che costringe, domina le distanze ma allo stesso tempo  CI unisce.

 

Come le mani, torneremo a stringerci TUTTI.

 

Francesca Brà.

Illustratrice,componente del collettivo “le braccianti di euripide”

 

Francesca Brà classe 91 di origini salentine, spinta dalla passione per la ritrattistica si avvicina al mondo del tatuaggio facendone la sua professione. Si trasferisce a Bologna per affinare la tecnica e fare nuove sperimentazioni. Entra a far parte dello storico studio Black Market Tattoo e si unisce al collettivo artistico “Gli infanti” partecipando a varie mostre. Ne “Le braccianti di euripide” è illustratrice e, ispirata dal gruppo, occasionalmente, performer.

 

Foto di Francesca Brà

Opere grafiche di Irene De Matteis – Foto di Irene De Matteis

 

Presentazione di Irene De Matteis

Per molti anni il mio approccio all’immagine é stato estremamente purista. Scattavo in analogico, sviluppavo le foto in camera oscura e rifiutavo ogni tipo di intervento digitale in post produzione. In questo periodo ero affascinata dalla possibilità di giocare con elementi fisici (luce, prospettive, riflessi) per creare immagini oniriche. Poi, in un momento in cui non avevo accesso alla camera oscura mi sono trovata ad utilizzare programmi digitali in funzione di questa.  É dunque grazie ad un ostacolo che sono nate le sperimentazioni successive. Di base utilizzo le immagini scattate in analogico, ma a queste ne sovrappongo altre.  Le immagini che presento qui in bianco e nero si ispirano ai Tarocchi, ai loro elementi grafici e ai loro fondamenti quali la ripetizione dei simboli, la progressione, l’antitesi, il dualismo, la complementarietà, la contemplazione. Sono tratte dal mio libro, dove le immagini si relazionano alla parte narrativa creando una storia parallela, tutta visuale. Nelle immagini a colori ho sovrapposto prevalentemente altre foto, interventi grafici, collage. Quello che accomuna le immagine da me realizzate nei vari periodi creativi è l’avvicinarsi alle visioni che ho nei sogni.

 

Foto di Irene De Matteis


La Varia di Palmi 2019 – Foto di Marvin Collins

 

Foto di Marvin Collins


Disegni recenti di Giacomo Cuttone in inchiostro o china

 

Biografia di Giacomo Cuttone

Ricordo mio padre tornare dal lavoro con i pantaloni e il basco colorati di bianca calce; il cielo, a quell’ora, era sempre rosso e lo scirocco continuava a sibilare.

Ricordo mio padre sotto il “tocco” di fresco dipingere su una sedia-cavalletto paesaggi della memoria dai colori di miele; accanto, io imbrattavo cartoni e masonite.

Ricordo il canto continuo delle cicale nelle umide sere d’estate e mio padre raccontare di “dammusa” decorati con terre colorate e colla di ritagli di cuoio, di angeli, putti e finti cornicioni.

Ascolto, ancora, volentieri i suoi racconti popolati di personaggi modesti, umili ma che credevano fortemente nella dignità del proprio lavoro.

Inizia così, forse in maniera un po’ romantica e crepuscolare, il mio cammino con la pittura.

La scuola ha fatto il resto, il Liceo Artistico prima, l’Accademia di Belle Arti poi. La grande città, Palermo, con i suoi musei e gallerie, chiese arabe e ville liberty ma, anche, con i suoi palazzacci, i suoi rioni-ghetti-dormitori, le sue strade asfaltate di sangue e i suoi lunghi cortei, ha allargato i miei orizzonti, ha consolidato questo rapporto con l’arte.

Timidamente iniziano le prime mostre: verifiche implacabili, necessarie, decisive. Poi l’amicizia con il poeta Antonino Contiliano  fa sì che la mia pittura si accosti alla poesia, diventi momento lirico.

Le velature di nebbia e la cromatica neve del nord, Brescia in particolare con le sue valli e i suoi calmi laghi, arricchiscono ulteriormente la mia tavolozza di nuovi colori; nuovi simboli ed esperienze che si concretizzano in una ricca produzione e alcune mostre: Brescia, Novi Ligure, Firenze e giù giù fino a Salerno (2).

Infine, ancora, la scuola con i suoi ragazzi. Sì, i ragazzi, che giorno dopo giorno, con la loro spontanea ingenuità, mi caricano e mi rinnovano la voglia di “fare”, di continuare a “fare” pittura con la massima libertà espressiva, oscillando tra concetto ed emozione.

 

Presentazione 

E’ possibile sintetizzare la mia attività artistica in tre grandi momenti:

1° – il “realismo poetico” (fino al 1989), dove esprimevo in modo lirico il reale dell’immaginario come dimensione essenziale della vita e dove ricercavo l’immediatezza espressiva del viaggio, della gioia, della forza; un linguaggio che rivendicava l’impegno civile dell’arte;

2°– l’”astrattismo ideogrammatico” (fino al 2009), segni magici che abbracciavano lo spazio infinito e lo irradiavano, dove tessevo la mia tela infinita, un labirinto della memoria e della creatività; una pittura improvvisa e piena di cromatismi, proiettata nel mondo del fantastico, frantumato in figure geometriche irregolari;

3° – l’”espressionismo segnico-allegorico” (fino ad oggi) dove non abbandono la mediazione simbolico-critica e il contatto con la realtà degli eventi, i suoi livelli e le sue lacerazioni; cerco di lavorare dentro le trasformazioni segno-simboliche con direzione sintomatica che incammina la forma/immagine quale “allegoria differenziale”.

Mi sono dedicato, inoltre, con giusta attenzione all’attività grafica, che, in tutto il mio percorso non ho mai abbandonato (grafiche che hanno arricchito copertine e pagine di sillogi poetiche, romanzi ed opere saggistiche, oltre che quelle di alcune riviste letterarie). Attività che, via via è andata a privilegiare, piuttosto che l’individualità dell’artista, il “noi”: nascono così lavori per testi di poesia collettiva a montaggio intersemiotico (arte, poesia, musica, video, ecc.); nel 2013 ho pubblicato, insieme a Gianmario Lucini, “Canto dei bambini perduti”  (Edizioni CFR, Piateda,SO); né quella della ceramica, intesa non come decorazione ma come “Kintsugi altro”, oggetti realizzati con frammenti e cocci assemblati in forno, una sintesi tra la pratica giapponese dello “kintsugi” e quella del “conzalemmi” siciliano; nasce, cioè, dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.

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Nota 1: dalla brochure della Rassegna d’Arte Triquetra, tenutasi nel Centro Polivalente di Cultura di Mazara del Vallo nel 1993;

Disegni di Giacomo Cuttone


Dipinti di Hassan Vahedi

 

[…] Il percorso artistico di Hassan Vahedi è mosso dall’inarrestabile ricerca di nuove espressioni formali che si realizza nell’elaborazione di opere che mostrano contenuti sempre nuovi, pitture sature di immagini che derivano dal mondo che lo circonda, tra le quali affiorano i colori e le istanze caratteristiche della nativa cultura iraniana.
In bilico tra astratto e figurativo, Hassan Vahedi propone un linguaggio artistico molto evocativo, che dà forma alle idee e alle suggestioni per mezzo di un alfabeto pittorico in cui ben si colloca la scelta espressiva di non titolare le opere, come espressione di una pittura che parla da sé e che non necessita di strutture verbali.
La Fondazione Ducci è lieta di presentare la sua ultima collezione di opere [tra cui quelle comprese in questa foto gallery] , in cui l’artista esplora la ricerca della luce attraverso l’uso del colore e scavalca i dettami e le costrizioni artistiche, elaborando un linguaggio personale che sperimenta con ogni mezzo formale. Pittura, scultura e ceramica rappresentano bene una frammentaria visione del mondo in cui il bagliore della luce interviene per illuminare l’occhio e la mente umana. Continua a leggere: https://frontierenews.it/2017/05/luminanze-hassan-vahedi-palazzo-cisterna/

Dipinti di Hassan Vahedi


Il progetto fotografico di Ginevra Cave

 

Ginevra, come nasce il tuo progetto fotografico e qual è il suo filo conduttore?

Il mio progetto fotografico è iniziato nel 2016 con l’intento di indagare e documentare la solitudine. Prediligendo la street photography, mi insinuo tra i passanti e i luoghi urbani, cercando di cogliere quante più forme possibili di solitudine ogni persona possiede. Ognuno di noi è una solitudine diversa, ognuno di noi la vive in modo personale. Scorrendo le immagini scattate emergono queste differenze, si comprendono quanti diversi significati può assumere la solitudine: può essere condivisa, può essere un ponte tra due mondi, un momento di riflessione, sintomo di disagio interiore oppure un invito a superare il confine fra “io” e “tu”e rispecchiarsi meglio l’uno negli occhi dell’altro. Quello che fotografo è anche il risultato della mia inadeguatezza emotiva nell’affrontare alcune forme di solitudine.

Dietro all’obiettivo quali sono le tue emozioni, i tuoi pensieri, prevale il distacco “tecnico” o la compartecipazione umana?

Trovo assolutamente catartica e assolutamente necessaria la possibilità di rispecchiarmi e immergermi nella vita degli altri, specialmente nella loro solitudine. Ci sono momenti in cui provo il loro stesso dolore, e alcune volte vorrei potermi avvicinare per sussurrare loro: non sei invisibile, io ti vedo e ti sento dentro. Ma non posso, perché rimane una cosa intima: o la si condivide in maniera consapevole, oppure stai invadendo uno spazio sicuro, e io in qualche modo già lo sto facendo. Quando soffri, o non sei perfettamente a tuo agio in solitudine, è come se fossi senza pelle, puro nella tua essenza, puro nel tuo dolore. E io lo devo rispettare e devo viverlo in altrettanto silenzio. Questo vale soprattutto nei casi in cui la persona non sa di essere fotografata. In generale, credo che chiunque fotografi o venga fotografato perde la propria pelle per una o più frazioni di secondo, nei quali è completamente esposto, sensibile. Quando ci si accorge di essere fotografati, invece, la pelle non c’è più consapevolmente: per poter lasciare una traccia del proprio passaggio o della propria esistenza bisogna essere disposti a mostrarsi per ciò che si è, completamente nudi, e io per prima mi metto in questa condizione fotografando spazi urbani in cui non son presenti persone. Lì sono io – anche se poi in questo “io” può immergersi chiunque- che faccio i conti con la mia di solitudine e non posso scappare da me stessa. In generale credo che fotografare mi permetta di essere più attenta verso gli altri, più umana. Spesso si nota una certa distanza fra me e il soggetto e anche se potrebbe sembrare, non è una mancanza di coraggio, ma un distacco necessario: nel mio lavoro c’è tanta compartecipazione umana, ma sento che ancora è necessario che io ponga una sorta di confine, un confine che però intendo superare un giorno.

Ginevra Quali sono le tue regole, i tuoi atteggiamenti nei confronti dei soggetti fotografati?

Cerco di essere il più discreta possibile e cerco di non riprendere frontalmente il soggetto, anche se non sempre ciò è possibile. In altri momenti, invece, capita l’esatto contrario: trovo persone che non vivono la solitudine come una sorta di isolamento, ma come un momento per stare semplicemente con se stessi serenamente. Ammetto che a volte mi ha anche spiazzato la loro sicurezza, e il modo disarmante con cui si lasciavano fotografare. Era come se dicessero: fotografami pure, entrami dentro, tutto quello che senti è qui davanti a te, non c’è niente da nascondere.

Scorrendo insieme la fotogallery che hai individuato per LMS, mi ha colpito l’unica foto proposta che hai scattato a un animale, esattamente un corvo. Ci racconti la genesi di questo scatto?

È una fotografia che ho scattato in Irlanda: ho avuto la netta sensazione che quel corvo mi stesse aspettando e non so bene per quale motivo. Ma qualunque fosse il motivo, il fatto era che il suo stormo volava non troppo distante e questo non sembrava importagli molto. Ho passato dei minuti lunghissimi in cui il corvo mi fissava dritto negli occhi ed io ero paralizzata, incapace di prendere la macchina. È stato come se quello fosse il momento in cui la mia tempra venisse messa alla prova per la prima volta. Non potevo fare davvero niente, perché era come se qualcosa mi impedisse sia di fotografare che di allontanarmi e allora ho capito che dovevo semplicemente stare in silenzio aspettando il momento in cui lui mi avrebbe concesso lo scatto. Alla fine è successo, si è lasciato immortalare nella sua composta e assoluta solitudine, con la differenza che questa volta ero davvero provata emotivamente. È evidente che in alcuni casi io non sia davvero pronta per quello che mi accade, non si può esserlo sempre. Credo che emergano sempre certi limiti personali quando si fa arte, la differenza sta nell’accettarli e scegliere di superarli o meno. A parole è davvero difficile da spiegare, ma in quella foto sono concentrati stati d’animo e momenti successivi. Il primo è il momento in cui mi sono sentita inadeguata, spiazzata e paurosa di fronte a quella vista; mi sono sentita messa alla prova perché quel corvo ha toccato un mio limite personale. Dopo questo impatto è seguito il momento della comprensione, dell’accettazione di questo limite e, alla fine, il conseguente slancio che mi ha sbloccato lo scatto. Si è realizzata in questa consequenzialità di stati d’animo e situazioni una sorta di doppio riflesso: devo ancora capire se io ho fotografato il corvo o se il corvo ha fotografato me.

Foto di Ginevra Cave


Amazzonia ecuatoriana – OMAR COLOMA

 

OMAR COLOMA è un fotografo e regista di Puyo, città dell’Amazzonia ecuatoriana. Pensa che per fare una buona foto “bisogna capire la luce”. È approdato al cinema per caso, sebbene fin da bambino amasse la fotografia, perché lo ricorda chiaramente, quando suo cugino di ritorno dalla Francia portò una macchina fotografica. Negli anni Novanta, dice Omar “Puyo era come il Macondo di Gabriel García Márquez”. Un luogo perduto tra spazio-tempo e pioggia.

Ha fatto teatro e l’eccesso di città nell’università lo avrebbe portato a perfezionare la sua passione per le arti contro corrente. Anche se in fondo dice: “Nel cinema ci sono tutte le arti”. Ora a casa, Omar fa l’agricoltura, alternandola con la fotografia e i suoi viaggi, in cui porta con sè l’amore per la foresta e mostrare che ci sono altre forme di linguaggio, in fotografia è più analitico, ma lavorare la terra è il suo modo di meditare.

In definitiva Omar guarda l’angolo esatto di fronte alle montagne blu. Tra la foresta, la gente e il volo degli uccelli. Con nostalgia per i momenti che cattura con la sua macchina fotografica

Foto di Omar Coloma


Reading di poesia a Berkeley

 

Nella Fotogallery alcuni momenti dalla lettura di poesia che si è svolta a Berkeley il 25 marzo, con la presentazione di alcune poesie tratte da “I canti dell’Interregno di Pina Piccolo, con l’intervento dei poeti Zack Rogow, Andrew Joron, Amos White e Ximena Soza. Parte della lettura è stata dedicata al poeta palestinese Ashraf Fayadh, con lettura di sue poesie e foto di cartelli a suo sostegno e di sue opere.

Foto di Marvin Collins


Utu yanomami e la foresta amazzonica

 

Testo e foto di Loretta Emiri

Utu significa ombra, ma è anche il corrispettivo di spirito. Nella cultura yanomami ogni cosa possiede uno spirito, quindi anche gli oggetti, gli animali, gli elementi della natura. Animata, o inanimata come una pentola, ogni forma possiede uno spirito che ha le fattezze della forma stessa. Per estensione, il termine è passato a significare fotografia, diapositiva, immagine riprodotta.
Nella cultura yanomami, tutto ciò che è appartenuto al morto deve scomparire. I beni materiali a lui appartenuti vengono bruciati o messi fuori uso, distrutta è la sua piantagione, incendiate le tettoie di caccia dove ha pernottato, cancellate le impronte dagli oggetti toccati e le orme dai sentieri percorsi. Sopraggiunte dopo il contatto con l’uomo bianco, le fotografie non fanno eccezione; se anche una sola ne rimanesse in circolazione, lo spirito del morto non potrebbe raggiungere la “terra di sopra”. Condizionata dal tabù culturale, all’epoca fortemente sentito dagli yanomami, ho scattato relativamente poche foto durante i quattro anni e mezzo vissuti in mezzo a loro.
Le nove immagini qui riunite risalgono alla fine degli anni settanta e inizio degli anni ottanta del secolo scorso. Si potrebbero guardare con interesse scientifico essendo un registro storico-etnografico, ma le propongo per ragioni sentimentali: io decisi di andare a operare tra e con gli yanomami dopo essere stata sedotta da artistiche, intriganti diapositive che li riguardavano. Spero che gli osservatori delle mie foto vadano oltre l’apparenza, al di là delle forme. Mi piacerebbe che vedessero gli yanomami come io li vedo: donne, bambini, uomini, vecchi in atteggiamenti semplici, quotidiani, consequenziali al sistema sociale da loro forgiato; esseri umani sempre minacciati di genocidio perché la società occidentale vuole abbattere la loro foresta, saccheggiarne il sottosuolo.
Ogni tanto, caritativamente, la stampa si ricorda degli yanomami, ma finisce per aggredirli a sua volta attraverso la banalità dei luoghi comuni, la superficialità delle locuzioni fritte e rifritte, l’inadeguatezza delle parole d’ordine, la perversione dei termini sensazionalistici. Ritenuti i maggiori responsabili delle invasioni del territorio yanomami, a essere criminalizzati sono sempre e solo i cercatori d’oro; ma non si dice che i garimpeiros esistono perché l’oro c’è chi lo compra, lo vende, lo accumula, lo sfoggia, lo ruba, in riserva aurea lo trasforma.

Foto di Loretta Emiri


Italiana

 

Foto di Giulio Rimondi – Antologia italiana recensita da Salvatore Piermarini


 

Milano. L’Armonia nascosta

 

Per Konrad Fiedler “Il valore artistico di un’opera d’arte non ha a che fare col suo grado di bellezza né col suo contenuto di pensiero […] Quanto è universalmente valevole, … il suo contributo alla conoscenza”.

Oggi la fotografia consente quello che non è stato possibile per tutti gli uomini che ci hanno preceduto: vedere com’è fatto il mondo, ovunque.

Collezionare fotografie è collezionare il mondo ha scritto Susan Sontag nel suo famoso saggio Sulla fotografia. La Sontag cita il film Les Carabiniers di Godard, nel quale ai due protagonisti viene concessa dal re il potere di saccheggiare il mondo. Quando essi ritornano a casa, il bottino conquistato è null’altro che una valigia colma di cartoline illustrate, di monumenti da tutto il mondo, di edifici, di automobili di lusso, donne bellissime, animali, bellezze naturali. Lo sberleffo provocatorio di Godard viene adoperato per mostrare l’equivoco di come la fotografia, scrive la Sontag, possa dare il senso di appropriarsi della cosa fotografata ed insieme offrire un senso di conoscenza e di potere.

Per lo studioso tedesco Fiedler, che ha data avvio alla rivoluzione del linguaggio figurativo e che pensava più alla pittura che alla fotografia, l’opera d’arte ha però poco a che fare con l’imitazione della natura, che altro non sarebbe che un’operazione meccanica. Per Fiedler l’arte è il mezzo invece per esprimere qualcosa che esiste indipendentemente dall’apparenza, nel regno dell’invisibile piuttosto che in quello del visibile (Estetica e critica d’arte in Konrad Fiedler di Maria Rosaria De Rosa).

Dopo Cezanne, alla luce della teoria della pura visibilità di Fiedler che influenzerà gli studi successivi di Lipps e Worringer, le avanguardie pittoriche dei primi del 1900 si sono allontanate dalla rappresentazione del reale per sperimentare un diverso uso di linee, colori, forme e geometrie sino ad arrivare all’astrattismo di Mondrian, che ricerca la forma pura attraverso l’uso di giusti rapporti tra colore e misura.

La pittura crea l’armonia, la fotografia è chiamata invece ad individuarla nel reale.

Nella presente galleria sono proposte 9 foto, parte di una più ampia ricerca che ritrae Milano nella sua Armonia nascosta. Le immagini sono ottenute attraverso una contemplazione del reale che non guarda gli oggetti nel loro fenomeno ma negli elementi linguistici che li costituiscono quali linea, colore, forma, posizione, valore. Eliminando il contorno si estrapola nell’inquadratura una struttura, ossia un insieme di elementi organizzati secondo dipendenze interne: l’armonia si realizza in uno stato di quiete, nell’equilibrio di rapporti equivalenti.E’ Milano per chi riconosce i luoghi; forse potrebbe essere ovunque. Il fotografo dell’Armonia nascosta è continuamente stuzzicato dall’idea di riuscire ad offrire una nuova visione, di unione, di pace, soprattutto agli abitudinari dei luoghi fotografati.

Attraverso la magia del linguaggio riconoscere l’armonia e, per il principio di equivalenza, risvegliare la consapevolezza di una presenza armonica in noi stessi.

 

Foto e testo di Giorgio di Maio – sito web: www.giorgiodimaio.it


Natura scozzese. Impressioni.

 

Foto di Micaela Contoli