Fotogallery

Il progetto fotografico di Ginevra Cave

 

Ginevra, come nasce il tuo progetto fotografico e qual è il suo filo conduttore?

Il mio progetto fotografico è iniziato nel 2016 con l’intento di indagare e documentare la solitudine. Prediligendo la street photography, mi insinuo tra i passanti e i luoghi urbani, cercando di cogliere quante più forme possibili di solitudine ogni persona possiede. Ognuno di noi è una solitudine diversa, ognuno di noi la vive in modo personale. Scorrendo le immagini scattate emergono queste differenze, si comprendono quanti diversi significati può assumere la solitudine: può essere condivisa, può essere un ponte tra due mondi, un momento di riflessione, sintomo di disagio interiore oppure un invito a superare il confine fra “io” e “tu”e rispecchiarsi meglio l’uno negli occhi dell’altro. Quello che fotografo è anche il risultato della mia inadeguatezza emotiva nell’affrontare alcune forme di solitudine.

Dietro all’obiettivo quali sono le tue emozioni, i tuoi pensieri, prevale il distacco “tecnico” o la compartecipazione umana?

Trovo assolutamente catartica e assolutamente necessaria la possibilità di rispecchiarmi e immergermi nella vita degli altri, specialmente nella loro solitudine. Ci sono momenti in cui provo il loro stesso dolore, e alcune volte vorrei potermi avvicinare per sussurrare loro: non sei invisibile, io ti vedo e ti sento dentro. Ma non posso, perché rimane una cosa intima: o la si condivide in maniera consapevole, oppure stai invadendo uno spazio sicuro, e io in qualche modo già lo sto facendo. Quando soffri, o non sei perfettamente a tuo agio in solitudine, è come se fossi senza pelle, puro nella tua essenza, puro nel tuo dolore. E io lo devo rispettare e devo viverlo in altrettanto silenzio. Questo vale soprattutto nei casi in cui la persona non sa di essere fotografata. In generale, credo che chiunque fotografi o venga fotografato perde la propria pelle per una o più frazioni di secondo, nei quali è completamente esposto, sensibile. Quando ci si accorge di essere fotografati, invece, la pelle non c’è più consapevolmente: per poter lasciare una traccia del proprio passaggio o della propria esistenza bisogna essere disposti a mostrarsi per ciò che si è, completamente nudi, e io per prima mi metto in questa condizione fotografando spazi urbani in cui non son presenti persone. Lì sono io – anche se poi in questo “io” può immergersi chiunque- che faccio i conti con la mia di solitudine e non posso scappare da me stessa. In generale credo che fotografare mi permetta di essere più attenta verso gli altri, più umana. Spesso si nota una certa distanza fra me e il soggetto e anche se potrebbe sembrare, non è una mancanza di coraggio, ma un distacco necessario: nel mio lavoro c’è tanta compartecipazione umana, ma sento che ancora è necessario che io ponga una sorta di confine, un confine che però intendo superare un giorno.

Ginevra Quali sono le tue regole, i tuoi atteggiamenti nei confronti dei soggetti fotografati?

Cerco di essere il più discreta possibile e cerco di non riprendere frontalmente il soggetto, anche se non sempre ciò è possibile. In altri momenti, invece, capita l’esatto contrario: trovo persone che non vivono la solitudine come una sorta di isolamento, ma come un momento per stare semplicemente con se stessi serenamente. Ammetto che a volte mi ha anche spiazzato la loro sicurezza, e il modo disarmante con cui si lasciavano fotografare. Era come se dicessero: fotografami pure, entrami dentro, tutto quello che senti è qui davanti a te, non c’è niente da nascondere.

Scorrendo insieme la fotogallery che hai individuato per LMS, mi ha colpito l’unica foto proposta che hai scattato a un animale, esattamente un corvo. Ci racconti la genesi di questo scatto?

È una fotografia che ho scattato in Irlanda: ho avuto la netta sensazione che quel corvo mi stesse aspettando e non so bene per quale motivo. Ma qualunque fosse il motivo, il fatto era che il suo stormo volava non troppo distante e questo non sembrava importagli molto. Ho passato dei minuti lunghissimi in cui il corvo mi fissava dritto negli occhi ed io ero paralizzata, incapace di prendere la macchina. È stato come se quello fosse il momento in cui la mia tempra venisse messa alla prova per la prima volta. Non potevo fare davvero niente, perché era come se qualcosa mi impedisse sia di fotografare che di allontanarmi e allora ho capito che dovevo semplicemente stare in silenzio aspettando il momento in cui lui mi avrebbe concesso lo scatto. Alla fine è successo, si è lasciato immortalare nella sua composta e assoluta solitudine, con la differenza che questa volta ero davvero provata emotivamente. È evidente che in alcuni casi io non sia davvero pronta per quello che mi accade, non si può esserlo sempre. Credo che emergano sempre certi limiti personali quando si fa arte, la differenza sta nell’accettarli e scegliere di superarli o meno. A parole è davvero difficile da spiegare, ma in quella foto sono concentrati stati d’animo e momenti successivi. Il primo è il momento in cui mi sono sentita inadeguata, spiazzata e paurosa di fronte a quella vista; mi sono sentita messa alla prova perché quel corvo ha toccato un mio limite personale. Dopo questo impatto è seguito il momento della comprensione, dell’accettazione di questo limite e, alla fine, il conseguente slancio che mi ha sbloccato lo scatto. Si è realizzata in questa consequenzialità di stati d’animo e situazioni una sorta di doppio riflesso: devo ancora capire se io ho fotografato il corvo o se il corvo ha fotografato me.

Foto di Ginevra Cave


Amazzonia ecuatoriana – OMAR COLOMA

 

OMAR COLOMA è un fotografo e regista di Puyo, città dell’Amazzonia ecuatoriana. Pensa che per fare una buona foto “bisogna capire la luce”. È approdato al cinema per caso, sebbene fin da bambino amasse la fotografia, perché lo ricorda chiaramente, quando suo cugino di ritorno dalla Francia portò una macchina fotografica. Negli anni Novanta, dice Omar “Puyo era come il Macondo di Gabriel García Márquez”. Un luogo perduto tra spazio-tempo e pioggia.

Ha fatto teatro e l’eccesso di città nell’università lo avrebbe portato a perfezionare la sua passione per le arti contro corrente. Anche se in fondo dice: “Nel cinema ci sono tutte le arti”. Ora a casa, Omar fa l’agricoltura, alternandola con la fotografia e i suoi viaggi, in cui porta con sè l’amore per la foresta e mostrare che ci sono altre forme di linguaggio, in fotografia è più analitico, ma lavorare la terra è il suo modo di meditare.

In definitiva Omar guarda l’angolo esatto di fronte alle montagne blu. Tra la foresta, la gente e il volo degli uccelli. Con nostalgia per i momenti che cattura con la sua macchina fotografica

Foto di Omar Coloma


Reading di poesia a Berkeley

 

Nella Fotogallery alcuni momenti dalla lettura di poesia che si è svolta a Berkeley il 25 marzo, con la presentazione di alcune poesie tratte da “I canti dell’Interregno di Pina Piccolo, con l’intervento dei poeti Zack Rogow, Andrew Joron, Amos White e Ximena Soza. Parte della lettura è stata dedicata al poeta palestinese Ashraf Fayadh, con lettura di sue poesie e foto di cartelli a suo sostegno e di sue opere.

Foto di Marvin Collins


Utu yanomami e la foresta amazzonica

 

Testo e foto di Loretta Emiri

Utu significa ombra, ma è anche il corrispettivo di spirito. Nella cultura yanomami ogni cosa possiede uno spirito, quindi anche gli oggetti, gli animali, gli elementi della natura. Animata, o inanimata come una pentola, ogni forma possiede uno spirito che ha le fattezze della forma stessa. Per estensione, il termine è passato a significare fotografia, diapositiva, immagine riprodotta.
Nella cultura yanomami, tutto ciò che è appartenuto al morto deve scomparire. I beni materiali a lui appartenuti vengono bruciati o messi fuori uso, distrutta è la sua piantagione, incendiate le tettoie di caccia dove ha pernottato, cancellate le impronte dagli oggetti toccati e le orme dai sentieri percorsi. Sopraggiunte dopo il contatto con l’uomo bianco, le fotografie non fanno eccezione; se anche una sola ne rimanesse in circolazione, lo spirito del morto non potrebbe raggiungere la “terra di sopra”. Condizionata dal tabù culturale, all’epoca fortemente sentito dagli yanomami, ho scattato relativamente poche foto durante i quattro anni e mezzo vissuti in mezzo a loro.
Le nove immagini qui riunite risalgono alla fine degli anni settanta e inizio degli anni ottanta del secolo scorso. Si potrebbero guardare con interesse scientifico essendo un registro storico-etnografico, ma le propongo per ragioni sentimentali: io decisi di andare a operare tra e con gli yanomami dopo essere stata sedotta da artistiche, intriganti diapositive che li riguardavano. Spero che gli osservatori delle mie foto vadano oltre l’apparenza, al di là delle forme. Mi piacerebbe che vedessero gli yanomami come io li vedo: donne, bambini, uomini, vecchi in atteggiamenti semplici, quotidiani, consequenziali al sistema sociale da loro forgiato; esseri umani sempre minacciati di genocidio perché la società occidentale vuole abbattere la loro foresta, saccheggiarne il sottosuolo.
Ogni tanto, caritativamente, la stampa si ricorda degli yanomami, ma finisce per aggredirli a sua volta attraverso la banalità dei luoghi comuni, la superficialità delle locuzioni fritte e rifritte, l’inadeguatezza delle parole d’ordine, la perversione dei termini sensazionalistici. Ritenuti i maggiori responsabili delle invasioni del territorio yanomami, a essere criminalizzati sono sempre e solo i cercatori d’oro; ma non si dice che i garimpeiros esistono perché l’oro c’è chi lo compra, lo vende, lo accumula, lo sfoggia, lo ruba, in riserva aurea lo trasforma.

Foto di Loretta Emiri


Italiana

 

Foto di Giulio Rimondi – Antologia italiana recensita da Salvatore Piermarini


 

Milano. L’Armonia nascosta

 

Per Konrad Fiedler “Il valore artistico di un’opera d’arte non ha a che fare col suo grado di bellezza né col suo contenuto di pensiero […] Quanto è universalmente valevole, … il suo contributo alla conoscenza”.

Oggi la fotografia consente quello che non è stato possibile per tutti gli uomini che ci hanno preceduto: vedere com’è fatto il mondo, ovunque.

Collezionare fotografie è collezionare il mondo ha scritto Susan Sontag nel suo famoso saggio Sulla fotografia. La Sontag cita il film Les Carabiniers di Godard, nel quale ai due protagonisti viene concessa dal re il potere di saccheggiare il mondo. Quando essi ritornano a casa, il bottino conquistato è null’altro che una valigia colma di cartoline illustrate, di monumenti da tutto il mondo, di edifici, di automobili di lusso, donne bellissime, animali, bellezze naturali. Lo sberleffo provocatorio di Godard viene adoperato per mostrare l’equivoco di come la fotografia, scrive la Sontag, possa dare il senso di appropriarsi della cosa fotografata ed insieme offrire un senso di conoscenza e di potere.

Per lo studioso tedesco Fiedler, che ha data avvio alla rivoluzione del linguaggio figurativo e che pensava più alla pittura che alla fotografia, l’opera d’arte ha però poco a che fare con l’imitazione della natura, che altro non sarebbe che un’operazione meccanica. Per Fiedler l’arte è il mezzo invece per esprimere qualcosa che esiste indipendentemente dall’apparenza, nel regno dell’invisibile piuttosto che in quello del visibile (Estetica e critica d’arte in Konrad Fiedler di Maria Rosaria De Rosa).

Dopo Cezanne, alla luce della teoria della pura visibilità di Fiedler che influenzerà gli studi successivi di Lipps e Worringer, le avanguardie pittoriche dei primi del 1900 si sono allontanate dalla rappresentazione del reale per sperimentare un diverso uso di linee, colori, forme e geometrie sino ad arrivare all’astrattismo di Mondrian, che ricerca la forma pura attraverso l’uso di giusti rapporti tra colore e misura.

La pittura crea l’armonia, la fotografia è chiamata invece ad individuarla nel reale.

Nella presente galleria sono proposte 9 foto, parte di una più ampia ricerca che ritrae Milano nella sua Armonia nascosta. Le immagini sono ottenute attraverso una contemplazione del reale che non guarda gli oggetti nel loro fenomeno ma negli elementi linguistici che li costituiscono quali linea, colore, forma, posizione, valore. Eliminando il contorno si estrapola nell’inquadratura una struttura, ossia un insieme di elementi organizzati secondo dipendenze interne: l’armonia si realizza in uno stato di quiete, nell’equilibrio di rapporti equivalenti.E’ Milano per chi riconosce i luoghi; forse potrebbe essere ovunque. Il fotografo dell’Armonia nascosta è continuamente stuzzicato dall’idea di riuscire ad offrire una nuova visione, di unione, di pace, soprattutto agli abitudinari dei luoghi fotografati.

Attraverso la magia del linguaggio riconoscere l’armonia e, per il principio di equivalenza, risvegliare la consapevolezza di una presenza armonica in noi stessi.

 

Foto e testo di Giorgio di Maio – sito web: www.giorgiodimaio.it


Natura scozzese. Impressioni.

 

Foto di Micaela Contoli