FOSCO IMMAGINARIO (Reginaldo Cerolini)

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Leggo su Corriere della Sera, Milano, 19, Maggio, 2017, nella sezione “Primo Piano” (pag. 3), “Il degrado della centrale e la marcia che divide”, interessante articolo firmato da Andrea Senesi. In esso, il giornalista, riporta i fatti di un accoltellamento a danno di due poliziotti, che svolgevano la propria attività di controllo, da parte di un giovane “italo-tunisino”.

A parte l’identificazione geo-politica, dove il termine “italo-tunisino” risulta stridente, sono importanti le conseguenze e implicazioni politiche, di due fronti opposti, che il fatto esaspera. Da una parte Maroni, Gelmini, Salvini e dall’altra Sale e Majorino. Oggetto della discussione è la marcia antirazzista che domani 20 maggio è prevista a Milano (quando leggerete questo scritto l’evento sarà già trascorso), una marcia contro il razzismo e le frontiere nazionali, segno universale di solidarietà umana alle migliaia di persone che transitano in Italia ed in Europa. Concreto auspicio all’integrazione.

È fastidioso, per me, che un fatto grave come un accoltellamento, possa esser usato come scoraggiante ed assoluta verità a favore di scenari di panico geopolitico, ma il mio fastidio è ben poca cosa contro i venti conservatori che l’Europa e, parte del mondo, sta attraversando.

Quello che però mi colpisce del messaggio del Corriere è quello che chiamo “Discorso d’Insieme”, che somma i segni – tutti quanti- del foglio (tra articoli, rubriche, pubblicità) e sembra così portare un discorso più ampio.

Oltre al titolone (scelto da Senesi!?) e agli incisi con eque citazioni Maroni/Salvini Vs Sala, ci sono le Foto, la Pubblicità e il Trafiletto. Andiamo per ordine.

Le tre immagini sotto il titolo “Il degrado della centrale e la marcia che divide” mostrano nella prima foto una ventina di “migranti” (si suppone … essendo negro ed italiano ci tengo a precisare dal momento che, mi è capitato diverse volte di sedermi in centrale senza godere dell’appellativo nobilitante – oggi più che mai, dico senza ironia- di migrante) disposti comodamente su un lato della piazza centrale, nella seconda foto, un corteo di circa 12 poliziotti e cinque volti esotici e in fine, nella terza foto, 25 “stranieri” (insieme a due donne, probabili assistenti sociali o volontarie caucasiche) col sorriso e i cartelli “richiedenti asilo”, come cita la nota.

Al centro della pagina troneggia la pubblicità dell’orologio Mido Automatic (¼ della pagina del Corriere della Sera). La foto dell’orologio svetta sullo sfondo del faro europeo di Gibilterra, cingendo lo scoglio, quasi fosse un polso umano, sicuro e vigoroso. Difficile non pensare all’impetuosità del momento e alla tremenda impellenza del tempo. Quasi a dire, chioso io, “muoviamoci a difendere il baluardo europeo!”. Senza questa chiave di lettura, rimane la triste goffaggine di una pubblicità messa così, a caso: segno che il marketing ha vinto ogni cosa.

Nella stessa pagina, sotto a destra, con uno sfondo grigio, c’è un Trafiletto per le parole di Gino Strada, direttamente citato dalla trasmissione di La7, che esprime con vitalità pragmatica, la sua posizione sulle ONG; c’è spazio nelle ultime battute, del Trafiletto, anche per le parole di Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, il cui tono sulla questione ONG sembra mitigatore, ma chissà … .

Detto ciò, a me interessa, di questi tempi, capire come veicola l’immaginario dei migranti e dei negri. La domanda si presenta, nella mia testa proprio così: “Qual’è l’immaginario descrittivo sui migranti e sui negri, di questi tempi in Italia?”

È una domanda che chiama in causa i poteri forti politici, mediatici e delle associazioni.

Anche l’accostamento “migranti” e “negri” è debitore di un immaginario – improprio – immaginario che riduce e simboleggia nella pelli nere il colore della migrazione.

In sintesi c’è chi è pro o contro la migrazione con le sue conseguenze, effettive, e chi è pro o contro “l’innegrimento” del popolo italiano. Altre associazioni libere e conseguenti che si legano a Immigrato/ Negro, sono Nord Africano o Arabo, a cui può benissimo legarsi lo spauracchio (sic!) del Terrorismo che è diventato – impropriamente- sinonimo di Islam. Ecco perché, come sostenevo all’inizio di questo scritto, marcare l’aggressore dei due poliziotti con la tassonomia “italo-tunisino” è preoccupante, soprattutto in questo esasperato contesto. Per la verità, tra articolo, foto e rappresentazioni, anche l’arma dei poliziotti subisce qui e altrove un significato ambiguo ora col valore di Giustizia, ora di Brutalità, ora di Ordine e Affermazione della Legge.

Senza scendere nella poli-funzionalità di questi termini Migranti/Poliziotti e restando all’accostamento dei vari segni dei fogli del Corriere della Sera, la sensazione che traggo è di un’ ambiguità di pensiero filtrata da una para-oggettività equa e democratica. Mmm… dunque dello Stato di Diritto.

Non so, non mi convince, perché in questo bricolage-grafico (non privo di contenuti, certo!) ho la solita labile sensazione mediatica di un buonismo di maniera, non creduto fino in fondo o meglio che dei migranti, dei negri, dei poliziotti e degli italiani non sappia molto di più. Così come lettore sono abbandonato alle mie sensazioni ed impressioni.

E come un vento insidioso, la domanda ritorna a scuotermi: “Qual è l’immaginario descrittivo sui migranti e sui negri, di questi tempi, in Italia?” Giro pagina, ho la risposta: breve ed assoluta.

E’ la pubblicità di GUCCI: marchio amatissimo dai rappers americani e preso come simbolo del successo. Un immenso rettangolo alzato, mostra la foto di un giovane modello negro, magro e slanciato negli eleganti indumenti GUCCI. I tagli del vestito sono essenziali, accennati. Dal basso vediamo delle lucide scarpe (in pelle?) con fiori – papaveri e/o rose-, indossati dentro a calzini lanosi e candidi. I pantaloni affastellati da una pioggia simmetrica del simbolo GUCCI. Maglioncino quasi salmonato che, alterna fiori verdi a – inquietanti?- teschi verdi ed alati, che finisce con un collo a V con striature, blu, rosso, bianco (quasi da ordine di cavalieri o da massone). Il giovane negro indossa molti anelli, di varia foggia e pesantezza (sembra quasi un santone o uno stregone di Harlem da Back in a days – da ai vecchi tempi) con pietre. Una cravatta.

Il modello sembra essere stato immortalato in un’antica stanza da alchimista. Dietro di lui anfore, boccette, stelle, persino croci su un mobile in legno, mentre sul pavimento c’è il cotto, coperto da un grande tappeto di fiori con l’immagine di un libro chiuso. Sopra queste immagini si stagliano i piedi del giovane negro. Esoterismo a parte, il messaggio è chiaro. È l’immagine del buon selvaggio (il migrante), del negro addomesticato (lo straniero). O almeno così lo vuole il post-coloniale marketing, stampato su un giornale di informazione nazionale che tratta gli scottanti temi dell’attualità: l’immigrazione. A ben vedere un fosco immaginario. Si tratta di un’amara constatazione ossia, che tutti questi poteri e saperi diretti o indiretti non possono certo trascendere, eppure è ciò che disperatamente l’immaginario chiede.

L’immaginario chiede, ai migranti ed ai negri, di non intaccare il sogno colonico di una bianca ed eterna giovinezza (sic!) europea. Sapendo benissimo che tutto ciò non sarà possibile.

 

Reginaldo Cerolini , 19 Maggio Como, inedito, per gentile concessione dell’autore

 

Nato in Brasile 1981, Reginaldo Cerolini si trasferisce in Italia (con famiglia italiana) divenendo ‘italico’. Laureato in Antropologia (tesi sull’antropologia razzista italiana), Specializzazione in Antropologia delle Religioni (Cristianesimo e Spiritismo,Vipassena). Ha collaborato per le riviste Luce e Ombra, Religoni e Società, Il Foglio (AiBi), Sagarana, El Ghibli . Fondatore dell’Associazione culturale Bolognese Beija Flor, e Regista dei documentari Una voce da Bologna (2010) e Gregorio delle Moline. Master in Sceneggiatura alla New York Film Academy e produttore teatrale preso il National Black Theatre. Fondatore della CineQuartiere Società di Produzione Cinematografica e Teatrale di cui è (udite, udite) direttore artistico. Ha fatto il traduttore, il lettore per case editrice, il cameriere, scritto un libro comico con pseudonimo, l’aiuto cuoco, conferenziere, il commesso e viaggiato in Africa, Asia, Americhe ed Europa.

 

Foto in evidenza di Teri Allen-Piccolo.

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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