FAR FIORIRE PERSONE – INTERVISTA A CLELIA BARTOLI (a cura di Elena Cesari)

farfiorire

                                             

 

Educatrice, ricercatrice, attivista per i diritti umani, impegnata da anni nella progettazione di percorsi educativi interculturali e plurali, prima con Maestri di Strada a Napoli poi in Sicilia nei Cpia. Attualmente coordina una sperimentazione educativa dedicata ai minori stranieri non accompagnati e non solo.

 

  1. Vorrei parlare con te di che cosa è razzismo (di cosa possiamo chiamare razzismo) e di quali forme (vecchie o nuove) assume oggi in Italia.

La tesi di fondo del tuo libro mi pare essere quella dell’esistenza in Italia di un razzismo istituzionale, sistemico, di gran lunga più pervasivo e subdolo del razzismo messo in atto dai singoli individui. Secondo te è solo il razzismo delle istituzioni a influenzare e fomentare le pratiche razziste dei singoli o l’influenza è reciproca?

 

L’omicidio di Emmanuel a Fermo è un fatto gravissimo che ha suscitato condanne piuttosto unanimi da ogni fronte civile e politico, per quanto non siano mancati commenti beceri e assolutori del killer. Questo genere di episodi palesemente razzisti, per fortuna, sono piuttosto eccezionali, facilmente biasimati e soggetti alla giustizia penale.

Tuttavia esiste un razzismo di altra natura, in cui non c’è un individuo che offende o colpisce un altro, ma un sistema politico, delle prassi diffuse, un insieme di leggi, un comune sentire che escludono, depauperano e perfino provocano la morte di molti esseri umani.

Si pensi ad esempio all’attuale politica di controllo delle frontiere europee, supportata da norme e discorsi. Essa ha causato la morte accertate di circa 30.000 persone. Questo genere di razzismo, definito di sistema o istituzionale, è più arduo da riconoscere, quasi impossibile da perseguire ed ha un impatto estremamente più grave, per grandezza e pervasività. Inoltre questo genere di razzismo prepara il campo ad atteggiamenti e comportamenti razzisti interpersonali.

 

  1. Fanon in apertura di Pelle nera, maschere bianche scrive: “il linguaggio ha un’importanza fondamentale” e “parlare significa […] soprattutto assumere una cultura, sopportare il peso di una civiltà”. Vorresti commentare quest’affermazione in relazione al discorso razzista (ma anche al discorso antirazzista) nella società contemporanea?

 

Ovviamente sono d’accordo con Fanon e sono d’accordo pure con Vygotskij che ritiene, semplificando, che prima si impara a parlare e poi a pensare, che il linguaggio costruisce le nostre categorie cognitive, il nostro modo di relazionarci al mondo. Nuovamente è abbastanza facile condannare un’offesa apertamente razzista, ma vi è un uso del linguaggio che sfugge all’attenzione e che però allestisce la gerarchia tra gruppi sociali o la loro separazione.

Provo a fare degli esempi. Il linguista Federico Faloppa, che molto si è occupato del linguaggio che discrimina, nota come l’aggettivo “etnico” si applica solo a prodotti gastronomici e culturali provenienti dal Sud del Mondo. Come se il gruppo dominante e maggioritario costituisse il neutro: ciò che è senza etnia, libero dall’appartenere a una categoria in cui si esaurisce tutto il proprio essere.

Un altro uso linguistico a mio dire preoccupante, ma diffusissimo anche tra gli antirazzisti, è usare il “noi” per intendere gli autoctoni. Nel mio libro non ho mai usato espressioni come “noi” o “i nostri” per riferirmi agli italiani. Intanto perché le persone con cui condivido il mio quotidiano e che sento far parte di un “noi” affettivo e amicale hanno origini varie. Pertanto il gruppo di persone care a cui sento di appartenere, il mio personale “noi”, non è caratterizzato dalla nazionalità dei suoi membri.

Ma anche quando si dice qualcosa del tipo: “noi abbiamo molte colpe” per denunciare le responsabilità dell’occidente rispetto ai mali attualo o quando si dice “loro sono una risorsa” per dire che i migranti possono contribuire allo sviluppo dell’Italia, comunque con questi pronomi si sta rimarcando una distinzione, una linea di demarcazione che contribuisce a impedire la costruzione di un’identità veramente più aperta, inclusiva e plurale.

 

  1. Nel tuo libro Razzisti per legge. L’Italia che discrimina, in uno dei passaggi a mio avviso più interessanti, ti riferisci agli studi della Critical Race Theory per affermare il ruolo del diritto nella creazione delle identità ( e delle razze). Cosa significa “la razza è una bugia che diventa un fatto”?

 

Come spiegano bene genetisti quali Guido Barbujani, le razze nella specie umana non hanno alcun sostrato scientifico o naturale. Eppure possiamo affermare che le “razze” esistono come prodotto della cultura e del diritto. Per non dare adito a fraintendimenti occorre che mi spieghi con un esempio.

Gli schiavi africani erano un conglomerato spurio di persone originarie dei svariati paesi dove i mercanti di uomini esercitavano il loro crudele mestiere, professavano diverse religioni, parlavano lingue differenti e ritenevano di appartenere a molte etnie, spesso perfino rivali, inoltre presentavano sfumature dell’epidermide e tratti somatici alquanto variegati. Come è potuto accadere che siano stati inclusi e blindati nell’unica categoria di “neri”? Sono state le leggi che, dovendo giustificare una pratica di sfruttamento a vantaggio di una determinata élite, hanno inventato questa categoria forzando arbitrariamente alcune persone a farne parte.

La creazione di una categoria di individui “non pienamente umani”, legittimata legalmente, è sempre stato un escamotage per rendere accettabile e diffusa la diseguaglianza e la prevaricazione di un gruppo su un altro. Un discorso simile si potrebbe fare con la supremazia di genere o con determinate categorie sociali.

A riprova dell’arbitrarietà dell’invenzione del concetto di razza, giova ricordare che gli italiani in America sono stati considerati per un certo lasso di tempo giuridicamente “negroidi” con diritti non assimilabili ai “bianchi” per eccellenza di origine anglosassone.

Si badi che una volta che la categoria è nata, che le persone si sono accomunate in un simile destino, che sono nati legami di solidarietà e forme di riconoscimento, può anche avvenire una rivendicazione e una risignificazione dell’etichetta incriminata. Per cui chi è stato designato come “nero”, ha finito per sentirsi “nero” e per sviluppare un modo di parlare, un gusto, una produzione artistica e culturale identificante (si pensi alla cosiddetta “musica nera”, “letteratura degli afro-americani”, ecc.).

Io credo che questo stesso processo di reificazione di un insieme di individui spuri stia avvenendo con l’etichetta di “migrante”. I “migranti” sono divenuti una neo-razza.

 

 

  1. Nel tuo libro scrivi che il razzismo non scaturisce tanto da un’emozione irrazionale come la paura, quanto dall’elaborazione di una strategia sociale razionale per il raggiungimento di risorse materiali e simboliche. Oggi, dopo gli attentati terroristici nel cuore dell’Europa e il crescere della propaganda islamofoba su tutti i mass media, credi sia ancora marginale il ruolo della paura nel fomentare il razzismo?

 

Come spiegavo il razzismo è inizialmente una strategia sociale utile ad accaparrarsi vantaggi materiali e simbolici: un gruppo disumanizza un altro in modo da poter dominare con poco sforzo e ottenere una sudditanza psicologica dalle sue stesse vittime. Ciò può essere giudicato ingiusto, falso, miserabile, ma non è irrazionale. Come è da considerarsi illecito, ma non privo di logica che qualcuno che intenda arricchirsi decida di rapinare una banca.

Detto ciò, io credo che al momento, coloro che traggono veramente vantaggio dal razzismo non siano i razzisti stessi, ma i fomentatori di razzismo, gli speculatori di odio e gli imprenditori della paura. Mi riferisco, ad esempio, a quei politici e giornalisti che ottengono consenso, dirigono voti, alzano lo share e incassano più pubblicità aizzando i bassi istinti.

In tal modo producono anche l’effetto a loro gradito di deviare l’attenzione dai problemi ben più seri, che sono praticamente scomparsi dal discorso pubblico e dai palinsesti. Mi ricordo come negli anni ’90 si era fatto molto per iniziare a parlare pubblicamente di mafia. Oggi su questo tema si è nuovamente steso il silenzio.

L’immigrazione al confronto dei danni economici, ambientali, culturali e sociali prodotti dalla criminalità organizzata non è affatto un grande problema. Anzi studiosi e analisti concordano che, attraverso una gestione più organizzata e lungimirante, i paesi di accoglienza potrebbe beneficiare dell’arrivo di persone da altrove.

Eppure l’immigrazione come “problema” è al vertice delle agende politiche, tra i punti cardine dei programmi elettorali, in cima ai notiziari, mentre questioni che davvero dovrebbero farci paura restano un brusio inascoltato.

Con questo non voglio sminuire il problema del terrorismo. Ma ci sono altre categorie di killer seriali, che certamente hanno fatto in Europa ben più morti del cosiddetto terrorismo islamico, ma senza suscitare troppo scandalo e perfino dispensati dalla pena. Mi riferisco ad esempio alla fabbrica Eternit che ha ucciso in modo accertato almeno 2000 persone a solo Casale Monferrato. Oppure a chi ha fabbricato case e scuole che crollano ad una prima scossa seppellendo chi vi soggiorna.

Il razzismo quindi è pericoloso non solo per le sue vittime, ma anche per chi lo esercita, è vantaggioso solo per una ristretta élite (che presumibilmente non è nemmeno razzista) e che fa scandalosi profitti dal mettere zizzania tra le persone con il preteso dell’origine o della religione.

 

 

  1. Nel tuo percorso professionale mi ha sempre colpito il continuo intrecciarsi delle attività di insegnamento e formazione a stretto contatto con le persone oggetto di razzismo e discriminazione (richiedenti asilo, ragazzi nei carceri minorili, abitanti di periferie degradate, rom…) con la tua attività di ricercatrice e di intellettuale all’interno di università, organismi istituzionali nazionali ed europei. In che modo il tuo stare in contesti di marginalità ha influenzato la tua attività di ricercatrice ed intellettuale? E, all’inverso, se e in che modo la ricerca modifica il tuo stare in relazione ad altri in contesti marginali?

 

Sono entrata di ruolo nella scuola circa 15 anni fa, mentre all’università sono rimasta fino ad oggi precaria, inoltre mi sono sempre impegnata nell’attivismo sociale. Questa condizione di pendolare tra ricerca teorica e impegno sul campo la considero molto fortunata.

Credo infatti che astrarsi provando ad avere uno sguardo di insieme nutrito da letture, scrittura, confronto e dialettica serva a immergersi nella pratica con più creatività, provando ad essere consapevoli delle trappole in cui si rischia di incorrere. D’altra parte l’attrito che la realtà esercita sulle ipotesi scientifiche le affina e le rende meno scontate. Ammetto, infatti, che tutte le idee che avevo leggendo libri e congetturando sono state felicemente sbaragliate dall’incontro nutriente con le persone in carne e ossa.

Ad oggi ho comunque deciso di dedicarmi in misura prevalente alla scuola, avviando all’interno di un CPIA (il nuovo settore della pubblica istruzione che si rivolge agli adulti) una sperimentazione educativa dedicata principalmente ai minori stranieri non accompagnati. Tra i capisaldi di questa pratica educativa vi saranno degli incontri periodici tra docenti ed educatori basati sulla maieutica reciproca di Danilo Dolci. Lo scopo è che le persone coinvolte nella cura di questi ragazzi diventino un “gruppo di pensiero”, che sappia legare, in modo fertile, teoria e pratica.

 

 

  1. Nel tuo libro, delineavi alcune linee guide per ripensare alle politiche dell’immigrazione. Ad oggi pensi che qualche tua riflessione sia stata condivisa e messa in pratica dalle istituzioni locali e/o nazionali? Quali ti sembrano le sfide e gli scenari presenti e futuri della lotta al razzismo in Italia e in Europa?

 

Tra le idee che proponevo alcune erano ispirate a buone pratiche già messe in atto a livello locale, per quanto minoritarie. Ad esempio i comuni della Locride, di cui Riace è il caso più celebre, che sono rinati grazie ad una gestione illuminata dei rifugiati. Altre politiche che auspicavo sono state messe in atto, non certo però perché ero io a proporle. Ad esempio è stato aumentato il numero delle commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale. Ma sostanzialmente nel sistema di accoglienza si sono cronicizzati molti errori.

Io credo che adesso occorra dismettere il più possibile la categoria di “migrante”, anche tra chi la difende, perché divisoria e riduttiva delle persone. E iniziare a pensare a forme di sviluppo creative e inclusive.

I pusher di razzismo avvelenano e plagiano chi si inocula questa sostanza. I razzisti infatti vedono nemico chi potrebbe essergli alleato e sono servili verso chi li gabba e li sfrutta, beneficiando soltanto di un senso di superiorità a fronte di nessun vero merito.

Ritengo che il diffondersi del razzismo sia il segnale che le doti e la creatività di una popolazione siano sistematicamente sprecate. Quando non si hanno occasioni di mostrare il proprio valore si cerca di appagare il profondissimo bisogno di avere un senso, accontentandosi del vile surrogato della superiorità per nascita (sia essa di genere, ceto, razza, nazione, religione o altro).

Ma quello che dovrebbe preoccuparci è lo spreco di umanità. Ad esempio i miei allievi sono in gran parte giovani rifugiati di recente approdati in Sicilia. Di norma hanno una grande voglia di studiare, crescere e divenire operosi. Possono essere sorgente di energia nuova e invece sono trattati come locuste, da una parte si abituano all’assistenzialismo e dall’altra si teme che divoreranno i raccolti. Al tempo stesso moltissimi giovani italiani, pieni di doti e risorse, vengono avviliti dalla disoccupazione o da forme di occupazione indecenti.

In questo modo viene sistematicamente rimosso che gli esseri umani non sono solo consumatori di risorse, ma sono anche creatori di ricchezza e bellezza tramite l’ingegno e il lavoro. Promuovere l’ingegno e il lavoro autentico arricchisce tutti. Vi è invece uno spreco disastroso di talenti e capacità, sia degli allogeni che degli autoctoni.

Per prevenire il razzismo, ma ancor di più per provare a non soccombere e convivere con gioia, occorre “coltivare l’umanità” edificando contesti che fanno fiorire le persone.

 

28_july_2012_it_37

 

Clelia Bartoli, coordinatrice della sperimentazione educativa “Polipolis” presso il “CPIA – Palermo 1” dedicata ai minori stranieri non accompagnati. Docente di Diritti umani nel dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. Ha ricoperto il ruolo di esperta presso il Ministero per l’Integrazione. Responsabile per l’Italia dell’«Heroic Imagination Project», un percorso di educazione alla resilienza ideato da Philip Zimbardo e indicato dalla fondazione Ashoka come uno degli interventi educativi più innovativi in Italia (2016).

Autrice di svariati volumi, tra cui: Legal clinics in Europe. For a commitment of higher education in social justice (2016); Razzisti per legge. L’Italia che discrimina (Laterza, 2012); La teoria della subalternità e il caso dei dalit in India (Rubettino: 2008); le curatele: Donne migranti e richiedenti asilo in Sicilia (DuePunti Editore, 2010); Sull’universalità dei diritti umani (Firenze University Press, 2003).

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Elena Cesari

Elena Cesari ha fatto parte del gruppo operativo de lamacchinasognante.com fino al numero 5. Elena Cesari abita a Salvaro in un condominio solidale. Nel 2014 esce la sua prima raccolta poetica, Una viola, una pigna, un'ombra (Fondazione Luzi, Roma). A luglio 2015 esce “L'essenziale delle cose perse” (LietoColle) . Educatrice e insegnante di italiano L2 ha condotto e collaborato alla realizzazione di corsi di italiano e progetti sperimentali di teatro e lingua con donne migranti. Attualmente lavora con un gruppo di richiedenti asilo bengalesi. Da tre anni collabora con il gruppo di teatro integrato Magnifico Teatrino Errante, realizzando progetti di teatro integrato e interculturale.

Pagina archivio del macchinista