estratto dal romanzo “L’erba dagli zoccoli” (Tullio Bugari)

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Ho quattro anni. Col naso appiccicato al vetro guardo oltre la finestra sul retro della casa, cerco di indovinare l’arrivo degli uomini che oggi ci portano la luce. Chissà da dove vengono? Dietro a me mia madre sta già spegnendo il lume a petrolio. È più nero della lucerna di Aladino disegnata nelle fiabe. Non so se l’ho mai vista la luce, cerco d’immaginarla. M’hanno raccontato che corre dentro i fili di ferro che gli uomini appendono sui pali di legno, e brucia le mani a toccarli. L’ultimo palo lo piantano oggi, nell’angolo del campo là sulla sinistra, oltre il recinto di canne che delimita il cortile. Immagino già il filo teso tra gli alberi fino alla nostra casa. Mia sorella ha comprato cinque lampadine, non le avevo mai viste, sembrano ovi di vetro e i fili vi arrivano dentro. Sono a incandescenza, questo lo so perché lo sto leggendo oggi, dopo oltre mezzo secolo. (…)

La luce a noi portò il motore elettrico per tirar su l’acqua dal pozzo, e innaffiare i campi senza spezzarsi la schiena tirando su un secchio alla volta, con la catena. Era bella però l’acqua trasparente del secchio, la superficie tremolante, come in movimento. Ricordo anche lo zappare nei campi, per me un gioco: che le schiene dei contadini curvi a terra reggessero da sole il peso del cielo, anche questo l’ho capito dopo. Il cielo a me sembrava leggero, e senza fine, mi ci perdevo, di giorno e di notte. (…)

Gli uomini della luce li vidi all’improvviso. Allacciarono i fili fuori della casa, poi dentro, sui soffitti, vi appesero le lampadine e tramite un interruttore a forma di leva, fissato alla parete, le accesero. Mi distolse mia madre dai fili incandescenti, possono far male agli occhi, mi disse.

Il primo oggetto elettrico in casa fu una radio, con le due manopole per il volume e la ricerca delle stazioni, tra rumori e fischi portati per il cielo da onde invisibili, mi spiegarono. Un po’ come la radio dei partigiani nascosti in soffitta, mi raccontarono. Ricordo con tenerezza quei rumori e l’armeggiare dei miei attorno ad una tecnica che conoscevano già, restava soltanto di servirsene di nuovo. Tutto ciò che allora accadeva aveva un senso ed è attorno a questo che le parole prendevano la forma dei racconti. La radio, e più tardi la televisione, fornivano lo spunto ma poi erano sempre le persone a dare la giusta consistenza, e anche, già abituate negli anni precedenti a decriptare le propagande, verificarne la verosimiglianza. (…)

A casa nostra il mondo di fuori ha sempre destato interesse. Alla radio per primi cercammo i notiziari, come la radio dei partigiani. E in televisione i telegiornali, e poi le trasmissioni d’inchiesta, i reportage ma quelli veri, dove il giornalista ascolta le storie con attenzione e aiuta a ricostruirle, non istiga a sprecare l’occasione per dire sciocchezze. Ed erano tante nel mondo le storie che c’interessavano, simili alle nostre. Soltanto oggi avverto con pienezza il senso drammatico della frattura che quelle generazioni hanno vissuto, e non tanto per quel mondo che non c’è quasi più da nessuna parte, perché anche loro volevano cambiarlo per averne uno migliore. E se gli avessero dato retta, l’avremmo avuto davvero uno migliore. Direi piuttosto che la frattura riguarda il patrimonio di esperienze che hanno affrontato per ottenerlo, l’impegno che ci hanno messo, la vita senza arzigogoli di linguaggio ma direttamente. Un patrimonio enorme, che non si vede. Questa sensazione di fondo che avverto, la bellezza di quelle esperienze e la fragilità del loro senso, permea di una luce forte tutte le immagini che ho maturato in quel tempo e poi ho ricordato negli anni, come una manutenzione dello spirito, ogni volta che con i miei si tornava a parlarne. (…)

Le lotte secolari dei contadini, ho avuto la fortuna d’afferrarne l’eco, non vorrei perderlo. Così ho cercato d’incamminarmi di nuovo, ricercando documenti come quando ascoltavo i notiziari e recuperando le parole per ricostruirle nella forma del racconto. Vi ho inserito dentro i fatti, le date, i nomi veri dei protagonisti, citato articoli di giornale, brani di comizi e perfino i libri di altri. Quando ho potuto ho attinto dalla poesia, visitato i luoghi e parlato con le persone, seguito spettacoli teatrali e guardato film. Poi ho montato il tutto usando la fantasia, come dice il primo personaggio che presento: “Vi racconto la verità con la fantasia.” La realtà a volte tocca un po’ inventarla per rappresentarla in modo più vero. Ne è venuto fuori un racconto a più voci, o forse più racconti a una sola voce. (…)

Per gentile concessione dell’autore, estratto da “L’erba dagli zoccoli”, Vydia editore, 2016.

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Tullio Bugari è nato a Jesi nel 1952, in una casa di campagna che oggi non c’è più: tolta di mezzo per far posto ad una strada. Laureato in filosofia a Roma a metà degli anni Settanta, nella sua vita reale si è occupato per molti anni di ricerca sociale, formazione, intercultura e raccolta di storie; negli ultimi anni ha pubblicato: nel 1999, insieme a Giacomo Scattolini, “Izbjeglice/Rifugiati, storie di gente della ex-Jugoslavia”, con un racconto di Predrag Matvejevic (ed. Pequod, Ancona); nel 2000, “Itinerari, storie di viaggio dentro al mondo”, racconti di migranti raccolti nelle Marche, in Catalogna, in Svezia e in Germania (programma europeo Comenius); nel 2004, “Parole condivise” (Franco Angeli, collana La Melagrana), il racconto a più voci di un’esperienza di accoglienza scolastica dei minori stranieri nelle scuole di Ancona; nel 2007 e nel 2008 le due antologie Alfabetica, dedicate ai poeti e scrittori migranti che hanno partecipato a Jesi ad “Alfabetica, incontri letterari con i nuovi autori in lingua italiana”; nel 2011, il romanzo “La ragazza che corre” (affinità elettive, Ancona); nel 2011, insieme a Giacomo Scattolini, “Jugoschegge, storie e scatti di guerre e di pace” (Infinito edizioni); nel 2013, “In bicicletta lungo la Linea Gotica”, in viaggio con la Staffetta della Memoria dal Tirreno all’Adriatico (Infinito edizioni). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista on line Sagarana diretta da Julio Monteiro Martins.

 

Foto in evidenza di Teri Allen Piccolo.

Foto dell’autore a cura di Tullio Bugari.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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