Estratto da “Il cammino di Hamdan” (Franca Dumano con Hamdan Jewe’i)

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Il mare sognato e immaginato

 

Mi rivedo bambino… nella mia stanza… seduto sul pavimento cerco di ingannare il tempo disegnando sulla parete piccoli soli. Sono molto triste e mi sento solo in questa stanza, senza colore, che è tutta la mia vita. Vorrei aprire la finestra, far entrare il caldo sole primaverile, uscire in cortile, sentire il sole sulla pelle…

Accanto ai piccoli soli vorrei disegnare una striscia di stelline, piccole, leggere, in modo da poterle cancellare facilmente all’arrivo di mia madre, che mi porta da mangiare. Spesso, sentendo il rumore dei suoi passi, mi sorprendo a chiedermi ”sarà il pranzo o la cena?”. Il tempo dilatato dal silenzio e dalla reclusione mi fa confondere spesso sull’orario: ascolto tutti i rumori e cerco di collegarli ad un orario, ad un significato, nel nulla avvilente delle mie giornate.

La capretta del vicino, il ritorno dei miei fratelli da scuola, il latrare dei cani affamati, le voci dei venditori di ortaggi, porte e finestre aperte o chiuse che mi spezzano il cuore alimentando il mio desiderio di uscire, i rumori della cucina in cui mia madre prepara i pasti, le voci e le risate dei miei parenti, le loro preghiere: per ore ho ascoltato le voci dei miei familiari e vicini, tanto che anche adesso potrei riconoscerle tutte, ad occhi chiusi.

Lo scorrere inutile del tempo era per me un vero incubo, la noia era insopportabile. Altre volte, mi rivedo bambino, sdraiato a disegnare con un bastoncino o una foglia sulla terra o sulla sabbia portata in casa dalle mie sorelle. O seduto per terra fare piccoli segni di matita colorata lungo la parete della mia prigione; avrei voluto renderla bellissima, dato che era tutta la mia vita.

Altre volte mi rivedo in ospedale legato ad una struttura che mi sollevava da terra e mi tirava i muscoli delle gambe per allungarli. Piangevo dal dolore e piangevo ancor di più quando mi ritrovavo solo, a letto, con le stesse gambe corte di prima e nessun beneficio.

Negli anni della prigionia, non sapevo veramente come passare il tempo ed ero davvero triste. Quando ripenso alla mia infanzia mi stupisco di aver trovato la forza di superare la noia e la disperazione di quegli anni. Ho vissuto momenti davvero terribili, imprigionato nel mio corpo e recluso nella stanza della vergogna.

L’unica gioia era l’affetto delle mie sorelle, soprattutto della maggiore. Mi coccolavano, mi accudivano con tenera complicità. Non sapevano come aiutarmi, ma erano solidali con me, con la mia prigionia, in fondo simile ai divieti e alle ingiustizie che subivano anche loro. Consolavano teneramente le mie lacrime, fra noi c’era un’intesa profonda, che andava oltre le parole: sguardi, tenerezze, piccoli gesti, pomeriggi interminabili insieme… Le sorelle più giovani erano troppo piccole per capire veramente la situazione, ma mi allietavano con il loro affetto e i loro sorrisi, mentre le risate di mia sorella più grande, i suoi tentativi di rasserenarmi e di invitarmi a guardare le cose con umorismo alleviavano un po’ il mio isolamento.

Lei mi ha sempre amato teneramente, ma non sapeva come aiutarmi e ricadeva nella mentalità tradizionale per cui io ero visto come un peso, un ostacolo al suo futuro matrimonio.

I miei fratelli invece non si distaccavano minimamente dalla tradizione: un disabile è un peso, un problema e nient’altro. Mi scrutavano curiosi, chiedendomi “perché cammini così?” Non sapevo rispondere e sprofondavo nel vuoto sconfinato della mia stanza, nell’isolamento. Non riuscivo a darmi una spiegazione della mia disabilità e della clausura nella stanza. A volte mi insultavano e mi picchiavano, ma nessuno di noi bambini in realtà capiva perché non potevo camminare né correre come gli altri. Ci trovavamo di fronte a domande più grandi di noi, senza risposte. Non conoscevamo nessun altro con i miei stessi problemi né avevamo alcuna informazione…Una volta cresciuto, ho scoperto che molte altre persone erano state rinchiuse in sottotetti, stalle, stanze non frequentate e addirittura non registrate all’anagrafe al momento della loro nascita! Mi ritengo fortunato, perché ne sono uscito, anche se la mia vita non sarà mai semplice, ma per questo mi impegno per i diritti dei disabili, a qualunque cultura appartengano, in qualunque Paese nascano.

Una volta, durante un incontro in una scuola di bambini palestinesi con l’associazione Lighting Candles[1], ho incontrato un ragazzo, Attia, con deficit visivo e varie disabilità, ma di un’intelligenza straordinaria. Recluso nel sottotetto per quasi tutta la vita, mai accettato dai parenti, ha perso molto presto la madre; il padre si è risposato nascondendolo. Da solo ha imparato a leggere e scrivere in braille e la sua passione per lo studio gli fa sognare gli studi universitari.

Ho deciso di mostrare in un video ancora presente su youtube[2] la sua casa, il ristretto spazio in cui vive e sogna scrivendo a macchina, le sue speranze e i suoi progetti andando a trovarlo con amici cooperanti italiani. L’intervista è stata davvero difficile perché al sorriso soddisfatto di essere riconosciuto come essere umano si alternava il timore che i suoi familiari sentissero la sua denuncia; anche lui, non avendo alcuna indipendenza economica, deve continuare a vivere con la famiglia che lo ha recluso. Seduti insieme in terrazza, abbiamo ascoltato la sua lista dei desideri, permettendogli almeno una volta di esprimerli…

In Palestina e in generale nel mondo arabo la famiglia patriarcale è la struttura sociale fondamentale, che tramanda tradizioni e convenzioni a tutti i suoi membri. Il matrimonio è l’unico modo per uscire dal nucleo familiare di origine: le donne si sposano e entrano a far parte della famiglia del marito, condividendo spesso anche l’abitazione e le sue regole. E’ impensabile non seguire questi schemi e queste tradizioni, non rispettare l’autorità degli avi, degli anziani e dei padri. Provare a sovvertire gli schemi che garantiscono protezione e accettazione sociale è difficile e doloroso.

Oltretutto, i miei genitori non erano pronti a gestire la mia disabilità perché al momento della mia nascita erano giovanissimi. Mia madre si è sposata a 13 anni e sono il terzo figlio di una famiglia numerosa. Dopo di me sono arrivati altri 5 figli, vivevamo in un capo profughi, alle porte di Betlemme. In realtà la mia famiglia era originaria di un villaggio vicino ad Hebron, ma con la nakba si sono ritrovati a Betlemme, in vari campi profughi. La loro vita non è stata semplice: mio padre lavorava da quando aveva 8 anni, raccoglieva e diversificava rifiuti, con suo padre. Al mio arrivo, erano entrambi giovani e inesperti, non sapevano cosa fare e mi hanno portato in un ospedale gestito da stranieri, dove dolcissime suore mi hanno insegnato l’inglese, che tanto mi ha aiutato e supportato nella vita di relazione. Mi ha permesso da adulto di navigare su internet, scoprire tante situazioni simili alla mia, tenere contatti con associazioni di disabili, fino a fondarne una..

I miei genitori avevano sempre vissuto in un villaggio, non avevano gli strumenti per capire il concetto di integrazione sociale. Non dimenticherò mai la solitudine terribile delle notti in cui non dormivo e sognavo di essere amato come tutti, sognavo di essere uguale agli altri. Conoscevo la stanza a memoria, sguardo dopo sguardo la ripercorrevo tutta, poi chiudevo gli occhi e la ridisegnavo mentalmente, a memoria. Era piccola, poco luminosa, il letto, qualche asse di legno e nient’altro… E pensare che per anni è stato il mio rifugio, tutto il mio universo. Avevo anche una piccola televisione attaccata alla parete e ogni tanto guardavo i cartoni animati, ma la maggior parte del tempo lo passavo a ricopiare i disegni e i caratteri arabi dai quaderni dei miei fratelli. Copiando e ricopiando le lettere ho lentamente imparato a leggere e scrivere nella lingua dei miei avi, della mia terra tormentata, l’arabo.

Imparare a scrivere è stata una conquista molto importante, per me, una sorta di innamoramento per i segni, le decorazioni. La mia bella lingua con le sue tante forme apriva in me nuovi spazi, nuovi sogni. Il desiderio di comunicare si faceva bruciante e in poco tempo ricadevo nella disperazione dell’isolamento. Isolamento è proprio il titolo di una delle mie liriche: infatti, dopo aver imparato a scrivere ho iniziato a esprimere il mio dolore con i versi: poesie tristissime, apoteosi del mio dolore. Ne ricordo anche un’altra “L’ultimo momento”, scritta in occasione del mio tentativo di suicidio, a 8 anni.

Con la morte ho una certa familiarità, ormai, nel senso che l’ho già incontrata più volte: anni dopo aver tentato il suicidio da bambino, ho subito un grave incidente stradale a Betlemme. Sono stato investito e ho rischiato di morire. Non era giunta la mia ora perché mi sono salvato, ma l’anno dopo ho rischiato di morire asfissiato per un boccone che mi è rimasto in gola, in un bar. Per anni ho considerato la morte l’unica liberazione possibile dalla sofferenza, ma ora la penso diversamente e cerco di vivere la mia esistenza.

Scrivere poesie non mi aiutava affatto, non era una compagnia. Ero così solo e triste, mi sentivo così rifiutato e segregato che niente mi dava sollievo e mi aiutava ad esprimermi. Riflettendoci ora, le mie poesie erano urla di dolore, richieste di aiuto inascoltate in una famiglia che mi considerava una vergogna da nascondere e non mi permetteva di uscire. Cerco di non ripensare più al dolore assoluto di quegli anni terribili, in parte espresso nei pochi versi che ho scritto prima di provare a tagliarmi le vene. Non ho più i miei taccuini di poesie, forse sono andati persi nel trasloco alla casa dove abitiamo ora, nel quartiere di Al Doha. Quando ero piccolo vivevamo in un campo profughi, in una casa grande, al terzo piano, circa 200 metri quadri. Il trasloco è avvenuto in un momento molto complicato della nostra vita. Era la fine di settembre 2000, l’inizio della seconda intifada[3], il negozio di mio padre è stato distrutto dai soldati israeliani. Ci siamo spostati dal campo profughi e mio padre nel 2001 è riuscito a costruire la casa in cui viviamo ora. Nel trasloco si sono perse tante cose, fra cui il taccuino delle poesie, ma nonostante si siano smarriti i versi, il dolore ha lasciato in me tracce incancellabili. A dire la verità, ho tentato più volte il suicidio da ragazzo, non vedevo via di uscita alla mia condizione.

Uno dei miei progetti è trasformare la nostra vecchia casa: renderla accessibile ai disabili e ospitarvi la sede di una organizzazione senza scopo di lucro, che curerebbe l’inserimento di disabili nel mondo del lavoro tramite la realizzazione di oggetti di bigiotteria.

tratto da  “Il cammino di Hamdan”, di Franca Dumano con Hamdan Jewe’i, prefazione di Luisa Morgantini, Luce edizioni, 2015.

Per ulteriori informazioni su  Hamdan Jewe’i, vedere la su  pagina Facebook dedicata ai tour alternativi della Palestina da lui guidati https://www.facebook.com/Hamdans-Alternative-Tours-836891429709049/

 

 

[1]

Lighting Candles organization for youngster abillities

associazione fondata da Hamdan Jewei per sostenere i diritti dei disabili.

[2]   Vedi video al seguente link https://www.youtube.com/watch?v=h7naTL6HOnw (disponibile al 22 Luglio 2015)

[3]   Intifada, la rivolta dei Palestinesi. Dall’arabo intifa, scuotimento, divampò per la prima volta nel 1987 nei territori occupati con marce, azioni di disobbedienza civile, scioperi e ebbe uno straordinario sostegno in Occidente come rivolta contro le ingiustizie dell’occupazione. Giovani Palestinesi lanciavano pietre contro gli occupanti armati: questo divenne l’emblema dell’intifada. La seconda intifada iniziò nel 2000 come protesta contro la “passeggiata” di Sharon sulla spianata delle moschee nel 2000, ma non riuscì ad essere un movimento di opinione sostenuto anche in Occidente come la prima e degenerò subito in attentati.

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Franca Dumano (Sora 1963) laureata in Giurisprudenza e Antropologia,scrive poesie e racconti. Suoi testi sono apparsi in Sagarana, Sarapegbe, Aut, nella raccolta Lavoro cultura, disabilità e in varie antologie. Cerca di costruire un mondo più giusto attraverso progetti di cooperazione e volontariato.

Immagine in evidenza e di biografia  a cura dell’autrice.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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