estratti da “Riso fuorisede- Favola agrodolce” (Silvia Rizzello)

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A Enrico Dalfino,

lungimirante politico dell’accoglienza,

troppo all’avanguardia per il breve tempo

in cui fu sindaco di Bari.

 

Ritorni

Anzi ricominciò tutto da un funerale. Da un funerale ivoriano, in una chiesa cattolica del sud Italia, una mattina di settembre, con un sole che sembrava ancora estate. A Bari.

Era morta Thérèse, la mamma di Lilou.

Tra le righe di una preghiera a un Dio apolide, Priscilla ritrovò, senza il minimo sforzo, tutto il film di una vecchia storia. Oltre il fucsia e l’arancio del pagne1 posto sulla bara al centro dell’altare, riconobbe tutti gli amici di un tempo, quelli che quindici anni prima passavano a casa di Lilou per un riz gras2 o un appoggio; le donne che le lasciavano i figli, e i connazionali che cominciavano a far politica e attività sindacale per i baresi dalla pelle nera. Lilou era una delle prime ivoriane arrivate in Italia alla fine degli anni Ottanta e casa sua, un conviviale ritrovo nel pieno traffico della città. Dovevi cercare lavoro? Cenare dopo il Ramadan? Non sa- pevi dove dormire? C’era Lilou. Sempre Lilou. O meglio casa Lilou, così la chiamavano tutti. Per africani, italiani e non di ogni dove. Venuta da Man, in attesa di un figlio bianco, Lilou fu per Priscilla l’amica che per prima le tra- smise il gusto delle differenze, in questo gioco buffo che è la vita.

 

 

 

1 Questo tessuto dalle mille fantasie e colori è l’elemento distintivo e unificante dell’Africa subsahariana: il pagne vi si ritrova ovunque, malgrado la grande varietà culturale tra i diversi paesi. Usato in tanti modi – avvolto in vita, come foulard, veste, capo maschile per riti tradizionali, por- tabebé a spalla, e altri – ha una forte valenza nella vita sociale. Indumento indispensabile del guardaroba delle donne, il pagne è simbolo di femminilità, seduzione e prestigio. Indossarlo è una vera e propria arte.

2 Il riz gras, o riz au gras è una prelibatezza ivoriana, tipica anche di altre zone dell’Africa. In francese il suo nome significa “riso grasso”. Preparato a base di carne o pesce, con una gran varietà di ingredienti, viene cucinato in tanto olio, solitamente di arachidi. La parte più ghiotta di questa specialità è il riso bruciacchiato che resta attaccato alla padella durante la cottura, vero concentrato di tutti i sapori.

 

Settembre 1992.

Casa Lilou

Lilou Martin e Priscilla Verieri si conoscono in un’affollata corsia del Policlinico. Lilou, ventiquattr’anni e il volto color cappuccino, ha un problema di vertigini. Priscilla – diciassette anni, occhi verdi e un corpo sinuoso – è in cura per una faringite acuta. A Lilou i medici suggeriscono di prendersi un lungo periodo di pausa dal lavoro:

– Signora Martin, la sua salute vacilla; merita rispetto e riposo. E poi ci sono ancora altri accertamenti da fare. Deve curarsi: abbia pazienza e ci ascolti – le dicono dimettendola dall’ospedale.

Invece Priscilla è guarita e può tornare al suo quarto anno di liceo artistico. Con il passare dei mesi l’amicizia fra le due si consolida e casa Lilou diventa per Priscilla tappa obbligata all’uscita da scuola.

– Chérie, tu manges quelque chose avec nous? [Cara, mangi qualcosa con noi?]

All’arrivo di Priscilla la domanda di Lilou è sempre la stessa. E anche la risposta:

– No, chérie. Grazie, ma lo sai che devo tornare a casa.

Qualche volta Priscilla cede al pranzo ivoriano, dimenticando che a casa mamma Mirella l’aspetta con il piatto coperto. Altre, assaggia fugace e scappa via.

– Okey, Lilou. Tutto buonissimo. Vado. Lasciami andare, ti prego! Se resto qui anche oggi, mi disconoscono come figlia!

– Comme tu veux, ma chérie! [Come vuoi tu, cara!] Ma guarda che ti perdi un bon plat de foutou avec une sauce graine3 [un buon piatto di foutou con sugo di palma].

Ogni tanto Lilou le parla in francese, ché Priscilla è pronta a imparare e far proprio, come il resto del dire e fare dell’amica. Ciò che di questo quotidiano pit-stop a casa Lilou piace più di ogni altra cosa a Priscilla non è tanto il cibo in sé – che sì per molti aspetti rappresenta per lei la vera novità – quanto quel variegato ambiente conviviale che si crea nella sala da pranzo. Ora che Lilou è sempre a casa, per i suoi connazionali ogni scusa è buona per andare a trovarla e far festa con un piatto di attiéké4. Lo sanno bene tutti gli aficionados alla sua cucina. Sono i fuorisede che frequentano la mensa della Casa dello studente di Largo Fraccacreta, dove Lilou lavorava come cuoca fino a qualche tempo fa. Da quando ha smesso non possono fare a meno delle sue bontà, né dell’allegria con cui condiva indimenticabili primi che nessun’altra cuoca del collegio sa più preparare. Così molti di loro, invece di andare a mensa, passano a salutarla tutti i giorni: magari un buon piatto da gustare ci scappa sempre. Del resto, molti sono convinti che l’arte culinaria di Lilou sia la medicina migliore per farla guarire.

E qui, in mezzo a souvenir d’Avorio, tazzine da caffè e buone porcellane messe in vetrina come in ogni casa del sud Italia che si rispetti, le discussioni, anche le più futili, si animano e prendono forma in una miscellanea di dialetti, lingue e culture, mentre le emozioni sublimano il palato.

– Oui, oui, c’est comme tu dis, Charly, mais je ne veux pas rester à la maison. J’aurais préféré aller au boulot [Sì, sì, è proprio così, come dici tu, Charly, ma non voglio restare a casa. Preferisco andare a lavorare].

– Ou yé ba, Lilou, yi ba nou ka meu bgan nou [Sai, Lilou, a volte bisogna fermarsi nella vita].

– Doque za n’pieu Charly [Mi sa che hai ragione, Charly].

– Ou zouho’ goum’ be! Eu a taïdonin keu euh ou baha ya peu leu plao [Forza e coraggio, dai! Me lo diceva sempre mio nonno].

– Manpeu ou nan eh peu ou neu yi min éh zotalé ou man. Za ya pieu! [Sì, e a me lo diceva la nonna tutte le volte che ero triste. Come aveva ragione!].

  • Hi, Lilou, Éh keu leu. Bou’ tarlème. [E sì, Lilou. È la vita].5

 

3 Il foutou è il cibo d’eccellenza della Costa d’Avorio e di diversi paesi africani, come il Ghana. Consiste di una sorta di pagnotte, ottenute schiacciando nel mortaio la polpa di igname, platano o manioca, da condire a piacere. Per degustare al meglio questo piatto, si spezza il foutou con le mani e lo si immerge nel sugo ancora caldo.

4 Cous cous di manioca.

5 Il dialogo è in yacouba, uno dei tanti dialetti ivoriani. È parlato anche a Man, la città natale di Lilou. Trattandosi di una lingua orale con una forte connotazione fonetica, la trascrizione dello yacouba è molto complessa. Questa è stata riportata utilizzando il metodo dell’ascolto.

 

Dalla scheda stampa:

Come nasce il libro

“Riso Fuorisede” è una storia romanzata che nasce nella Bari vera dei fuorisede stranieri dei primi anni ’90. Il libro, che è prima di tutto il risultato di un’indagine giornalistica e di alcune osservazioni di carattere storico-sociologico fra passato e attualità, parte da una constatazione: la Bari degli anni ’90 è stata un bell’esempio di vivacità interculturale che meritava di essere raccontato proprio per il suo essere “avanti” rispetto a tante città italiane di ieri e di oggi. Mai come all’epoca, il capoluogo pugliese si è arricchito di tanti scambi culturali nati in maniera del tutto spontanea e naturale, senza che di mezzo ci fossero politiche socio-migratorie. Allora le leggi sul tema erano poche o ancora in nuce. La Bari di cui si parla è la stessa che, l’8 agosto del ’91 con lo sbarco di 20 mila albanesi, visse assieme a tutta l’Italia l’inizio di una nuova era: l’emergenza di “arrivi disperati”. Il genere dell’opera è a metà strada tra il giornalismo narrativo e una novella moderna.

Trama

In una concezione circolare del tempo che è tutta africana, l’improvvisa dipartita di Thérèse è occasione di ritorni: di un viaggio emozionale a ritroso negli anni, fino ai primi Novanta, quando Bari è città di transito, frontiera, e fermento grazie ai fuorisede, diversi di origine straniera. In questo clima, la casa di Lilou, giovane ivoriana che lavora come cuoca alla mensa universitaria Fraccacreta, diventa porto di mare e accogliente ritrovo per molti di loro: «Dovevi cercare lavoro? Cenare dopo il Ramadan? Non sapevi dove dormire? C’era Lilou. Sempre Lilou. Per italiani e non di ogni dove». Qui, tra piatti fumanti di foutou e riz gras le conversazioni si allungano saltando dall’italiano al francese, alla lingua yacouba, dall’arabo al greco, al dialetto barese. Amalgama di un’umanità esule di variopinte identità “diversamente culturali”, è il riso, nutrimento del corpo e dell’anima: il riso nel suo duplice significato di alimento fondamentale di tanta parte dell’umanità, e di scatto liberatorio, che scardina i recinti della cosiddetta normalità e insegna «il gusto delle differenze, in questo gioco buffo che è la vita».

Intervista con l’autrice, per gentile concessione de La Gazzetta Meridionale

Silvia Rizzello, barese di nascita e globetrotter per professione e passione, è giornalista freelance e mediatrice interculturale. Scrive di cooperazione internazionale e diritti umani per diverse testate, società e organizzazioni in Italia e all’estero; collabora con le scuole come esperta di media education e intercultura. Nel 2015 ha vinto il Premio Giornalista di Puglia “Michele Campione” per la cronaca. È referente per l’Italia del progetto ugandese “Kyempapu” che garantisce istruzione, benessere e sport a bambini e giovani delle periferie di Kampala.   Riso Fuorisede è il suo esordio letterario.

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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