brani tratti dal romanzo “Erzulie” (Nicoletta Poli)

Matto

 

 

Dal capitolo “ Quartetti milanesi”

 

Odio Milano. A Milano c’ero arrivato dal sud, quando morì mio padre e dovetti guadagnarmi da vivere. Fare l’infermiere mi sembrò il lavoro più congeniale e auto-punitivo per uno che non sopportava vedere soffrire gli altri. Nella mia testa, tutte quelle malattie contro cui lottavo ogni giorno in ospedale erano solo il segno di una idea limite, la morte. E mentre ci pensavo ed entravo in quel cerchio buio e diabolico, la gente aveva bisogno di me. Li salvavo da quell’idea limite e, al contempo, mi ci immergevo io. In quell’aria tiepida e malaticcia, profumata dall’odore acre di disinfettante, ogni malattia, alla fine, per me era mortale. Tanti visi di malati, tanti visi di potenziali morti. Quando uscivo di lì, cercavo un qualche spiraglio di immortalità. Ascoltare Mozart mi liberava. Era un tuffo nell’acqua gelida dopo il tiepidume infernale dell’infermità.

Ma l’ospedale era la mia vita. E poi qualcuno mi voleva anche bene, in quel carcere. Certe notti, con la Lina, si parlava dei balli dei suoi tempi. “Dai – le dicevo – offrimi l’ultimo valzer della notte!”. “Ma fammi un favore – reagiva lei – non sono mica nata nell’Ottocento!”. E si alzava infilandosi le ciabatte color crema. “Andiamo a fare il nostro giro, andiamo, va!”. E si marciava verso il nulla, sperando che non si dovessero chiamare i medici fino all’alba.

Una mattina, terminato il turno, mi trovai davanti gli occhi sgranati e vitrei di un ragazzo di vent’anni con il capo reclinato indietro che penzolava dalla barella. E dietro, altre due barelle con due giovani feriti gravemente, l’uno alla testa e l’altro alla gamba sinistra. Un camioncino di musicisti uscito di strada vicino Lodi. Il trambusto era insopportabile, arrivavano a piccoli gruppi rumorosi i familiari dei ragazzi e gli altri musicisti, piangendo ed implorando i medici di fare qualcosa. Allora lavoravo da poco in ospedale, non ero abituato a tanto sangue, a tanta carneficina. Così tentai di uscire da quel sofferente muro umano, incamminandomi verso l’uscita, sgattaiolando di soppiatto senza camice. Ma la Lina mi fermò.

– La caposala ha detto di rimanere in servizio, c’è stato un incidente molto grave. Ma dove sta andando senza camice?

Ero come paralizzato. Lei, rendendosi conto della mia situazione, mi si avvicinò con un sorriso dolce e sussurrò: “Signor Mario, non faccia così. Lei è un ragazzo che ha studiato, non deve avere timore di queste cose qui!” La guardai sempre più spaventato, ma lei proseguì:” Via, si vada a rinfrescare un po’ e torni subito, c’è bisogno di lei!”. Fissai le sue mani. Erano delle mani soffici, quasi gommose. Piene di cose buone. Feci un cenno di assenso e la seguii come stessi andando al patibolo. Il ragazzo con gli occhi sgranati ed il capo penzolante morì di lì a poco. Non ero pronto. Mi sentivo come una bella tavola apparecchiata con la tovaglia candida, ma senza una posata, né un bicchiere, né un frutto.

 

……………………………..

 

Ogni volta la mia ansia davanti alla malattia mi gettava come in un mare aperto e in burrasca da cui non sapevo se sarei tornato. Solo Mozart aveva il potere di farmi riacquistare la voglia di tornare a riva. Immaginavo di essere un soprano acuto, quello che per Mozart era il prototipo della voce umana. E così ero pura voce perduta in mezzo all’oceano. Mi sentivo Aloyse Weber, la cantante che Mozart aveva amato a lungo ed infelicemente. Diventavo una dama ritrosa e superba, cosciente di essere amata da un genio. E tutto il mondo, secondo me, avrebbe dovuto amare Mozart. Qualsiasi essere che possedesse un proprio suono interiore non avrebbe potuto non amarlo. Mozart portava inevitabilmente l’ascoltatore a rapportarsi con chiarezza alla tonalità, rilevandone i colori, assaporandone le più pure emozioni. E così come nel Don Giovanni, si snodava la raffinata gioia sensuale nella tonalità del re, così la stessa cosa accadeva nel concerto per violino k218 nella Prager Sinfonie….Mentre, nella categorica trasparenza del do maggiore, esplodevano la festività della Jupiter Sinfonie, di “Idomeneo e Tito”, dei concerti per pianoforte…..Come facevano tanti uomini a ignorare tutta quella fluttuante leggerezza, la gioia rumorosa di quella forza interiore! Mi perdevo in questi pensieri, diventando quasi puro suono. Quasi ritualmente improvvisavo una voce fredda sull’unica aria di Scarlatti che conoscevo: ”Già il sole del Gange più chiaro sfavilla e terge ogni stilla dell’alba che piange/coraggio dorato in gemma ogni stelo…/”. Diventavo paonazzo e sazio. Con Scarlatti mi riappropriavo così del maschile e del terreno che mi toglieva Mozart, lui, di contro, così celestiale. Tornavo in me quasi sempre senza rendermene conto.

 

………………….

 

Dopo cena ci avviammo verso il Teatro Romano per il concerto. Quando lei, il primo violino, entrò, tutto si fermò. Ebbi la sensazione di essermi trascinato fino ad una cava di sale, dove, ad un certo punto, si aprisse una conca blu di mare. Con le prime note del Kammer Konzert, la feci completamente mia, quella donna. Il Teatro Romano, in realtà, me la porse ancora più notturna e grandiosa di quanto mi ricordassi. La finissima tecnica pareva correggere la partitura originale per incarico dello stesso Mozart. Vedevo la musica, non un esecutore. Era la natura stessa della voce, la stessa che si imita soprattutto sugli strumenti a fiato e che sugli archi è rarissima. Quella donna oltrepassava i limiti, ecco tutto. Ed intuendo questo, d’un tratto, ne vidi l’altra parte della medaglia. Improvvisamente mi apparve tutto così assolutamente contro natura, impuro, corrotto. Una inutile genialità per una perfezione demoniaca. Sconvolto, mi voltai verso Chiara che era piombata in una sorta di annoiata vuotaggine. E mentre la violinista correva verso gli applausi della platea, io mi sentii morire. Resistetti malamente al rumore di sonanti birilli che cadevano. Tornammo a Milano la notte stessa senza quasi parlare tra noi.

 

……………………..

 

Sedemmo e ordinammo. Non mi stupì quella sua dolce bonarietà quando mi chiese se potevamo ricominciare daccapo il nostro dialogo. Al mio assenso divertito, mi rifece la stessa domanda: ”Lo sa perché quella donna non ha voluto parlarle?”. Non attese risposta. “Perché quella donna non ha alcun interesse a parlare con un uomo che ama così tanto la musica. Non vi capireste. Lei riproduce semplicemente dei suoni tramite i quali le piace sedurre le platee di tutto il mondo, ma tutto finisce lì. Quella donna, dopo, vuole tornare a casa, magari andare a letto con suo marito, fare un giorno tanti figli e non guadagnarsi più da vivere con il violino. Ma l’ha vista? Non è nemmeno quella bellezza che si immagina dalla platea…E’ mediocre, si fidi. Mentre lei è un irriducibile romantico! D’altra parte, la viltà è così triste…Come si potrebbe sopravvivere se non fantasticando un po’, eh?”.

Aveva gli occhi chiarissimi. Penetranti, ma non insidiosi. Beveva voracemente, senza alcun piacere. E sembrava aver paura del silenzio, perché parlava in continuazione, seppure solo di musica. Mi chiese se conoscevo bene Mozart e se avevo mai ascoltato i “Quartetti prussiani”. Sì, il violoncello era trattato in modo estremamente cantabile.

– Credo siano stati la gioia di tutti i violoncellisti!

Poi, d’un tratto, diventò ombroso. Probabilmente, non aspettandosi da me, vanitoso e accentratore come si mostrava ai miei occhi, una conoscenza così puntuale di Mozart, si sentì, per un attimo, non all’altezza. Buttò lì che Mozart gli faceva sempre venire in mente una bella scampagnata domenicale e poi ricominciò a parlare di quella donna, dicendo che, comunque, era una bravissima musicista. Mi guardò con uno sguardo d’intesa e continuò.

– Lo so, lo so…Non è certamente il mio parere sulla musicista che le interessa, vero?

Risposi con una smorfia interrogativa, ma lui fece finta di non vedere.

– Sa, quelle sono donne che godono solo nell’essere amate, anzi, adulate. Non vogliono né lo stupore dell’arte né la letizia dell’amore. Sono degli artigiani che si scornano contro la perfezione di una statua antica e irripetibile, ma non saranno mai degli scultori. Si stava arrampicando ad una certa altezza e mi piaceva seguirlo. Gli versai dell’altro vino.

– Quella donna ha paura della fede che gente come lei ripone nella musica. Mentre lei è come già alla scampagnata domenicale, quella donna è ferma ad un eterno lunedì a scambiare fiori per ortiche.

Era brillo. Chissà poi perché fiori per ortiche. Ma faceva lo stesso, mi stavo divertendo. Compresi, ascoltando quell’uomo, che, per arrivare dove volevo, sarei stato obbligato a passare anche attraverso quella porta. Quella musicista mi aveva liberato. Dopo un paio di bicchieri di vino, di spartiacque ad una maggiore confidenza, osai richiedergli il nome.

– Erzulie. Non lo capiscono mai al primo colpo. Sembra che me l’abbiano affibbiato per scommessa, eh?

E si mise a ridere.

– E per scommessa lei se l’è tenuto, vero?

– Tu l’hai tenuto.

Accentuò quel tu come pronunciando una sillaba fatata.

 

…………………………………………

– E quale sarebbe questo confine, la follia?

– L’importante è che ci si ritrovi trasformati nella forma appropriata, capisci? Come una faccia che non si vorrebbe più cambiare.

Mi chiesi che diritto avesse di interferire nella mia vita. Forse preferivo essere un’acqua ferma, arrivare alla nausea di me stesso per non avere avuto nemmeno il coraggio di sognare. Lui non aveva alcun diritto di rompere quell’equilibrio. Ma Erzulie continuò come se mi avesse letto nel pensiero.

– Abbi più coraggio. Appartieni ad una specie rara, riconoscilo…Ed io non sono un fanatico persuasore occulto, sono semplicemente portato a credere che certe lacune dell’esistenza possono essere riempite unicamente da uomini d’eccezione che si trascinano poi dietro di sé l’intera storia del mondo. Ed in questa oscura attesa di anni, e, forse, di secoli, si può esser certi che arriverà qualcuno a sciogliere gli enigmi, riportando tutti quanti alla luce. Te lo assicuro.

Parlava bene, Erzulie. Ormai ne ero completamente catturato. Ma la sua era una concezione aristocratica, se non addirittura autoritaria. La consapevolezza che in lui vi fosse la convinzione che esistesse una sfera della conoscenza proibita alla maggior parte degli uomini, mi fece esplodere.

-Ma l’idea che hai dell’uomo è mostruosa!

Lui assentì repentino, ma si vedeva che soffriva per questo. E ciò mi fece irritare ancora di più, perché, se solo pensavo alla Lina o ad altre persone che, pur non avendo una gran cultura, meritavano l’appellativo di “bravi umani al servizio di altri umani”, il ragionamento di Erzulie mi pareva fuori dal mondo e anche un po’ offensivo.

– E quale sarebbe il percorso iniziatico per diventare dei superuomini, eh?

Lo chiesi con tale sarcasmo, che Erzulie mostrò finalmente qualche segno di turbamento. E, d’un tratto, si confessò imprevedibilmente.

-Mi sento vuoto, mi sfugge tutto, anche tu….E forse l’umanità non è così mostruosa. Solo, mi fa soffrire.

La sensazione fu quella di trovarsi davanti a chi, in un penoso smarrimento, cercava di infrangere un confine e non ci riusciva. Un confine che dovevo infrangere anch’io. Ma, per infrangerlo, avrei dovuto mutare. Ora era chiaro.

 

……………………………

Io rappresentavo la sua speranza ultima di far rivivere Mozart, era questo il segreto. Fu come rendermi conto, d’un tratto, della esatta misura della sua solitudine e del mio potere nei suoi confronti, di cui non avrei approfittato. Dopo la gran paura, mi resi conto che il suo delirio mi avrebbe condotto alla mia vera identità. Non ebbi più paura del mutante che viveva in me. La sua folle richiesta di abituarmi ad una parrucca – speditami con un pacco postale – e simile a quella che si vedeva sulla testa di Mozart nei ritratti d’epoca, non mi terrorizzò più.

Col tempo, rannicchiato in disparte e lontano dalle catene dell’ospedale, si compì un piccolo miracolo. Quell’ oggetto lanoso e molle cominciò a fare parte della mia vita e del mio abbigliamento casalingo. Stavo delle ore davanti allo specchio a rimirarmi, ma avevo anche trovato il modo per studiare. Anziché ascoltare esclusivamente la sua musica, mi ero messo a leggere le numerose riflessioni di estetica musicale illustrate da Mozart stesso. C’era, in quel suo dichiarare d’intenti, un sentimento così incorruttibile, così di candida semplicità che m’innamorai anche della sua anima, oltre che della sua musica.

Così, col tempo, m’incarnai sghembamente in lui, diventando l’aruspice della sua musica. Penetravo nella sua mente, nelle sue viscere, traendone dei presagi. Quando ne ascoltavo una melodia, sentivo i suoi stessi spasimi, il medesimo spasmodico anelito alla creazione. Ed era come se lui, dovendo mantenere calma e concentrazione per poter comporre, scaricasse su di me i detriti ed i pezzi inespressi delle sue emozioni. Emozioni che, a mia volta, gli ritrasmettevo in un secondo tempo, depurate di ogni eccesso ed insensatezza, pronte per essere riaccolte nell’ispirazione dell’atto creativo. In quei momenti, il piacere che ne derivava avrebbe potuto lapidarmi lì, senza la minima paura di morirne.

Ma a chi avrei mai potuto raccontare di quegli impagabili orgasmi celebrali, mentre presagivo e ricreavo con lui i “Quartetti milanesi” o l’”Idomeneo”? Ogni volta, perdendo cellule e cellule di energia celebrale, quasi morivo. Ma ogni volta che morivo, Amadeus si rigenerava ed io offrivo un po’ della mia miserevole vita alla causa dell’arte. La mia vita aveva finalmente acquisito un senso.

……………………….

 

Che senso aveva vivere tutta la vita come un illuso mutante? Non sarei mai diventato Mozart. Erzulie avrebbe potuto non essere mai stato, ma la sua assenza fisica non avrebbe aggiunto o tolto nulla alla vicenda. Lui ed io eravamo gli intoccabili ed immutabili protagonisti di quel mondo di sale. Solo qui entrambi avremmo potuto avere la nostra sepolcrale legittimità. Ma qualcuno si era preso la briga di svegliarmi ed il tempo aveva ricominciato ad operare ineluttabilmente le sue trasformazioni. Il sogno pareva svanito nella terrestre e avara indecisione di vivere che aveva contraddistinto sempre la mia vita. Solo che ora, destituito tutto quel mozartiano mondo leggiadro e irreale, sarei stato destinato ad essere un mutante a vita.

Quando vidi luccicare sulla scrivania quell’oggetto di rame, mi avvicinai meccanicamente, preso com’ero dalla mia desolazione. Lì per lì non volli credere che fosse proprio quella la patacca di metallo a sette lati che mi aveva promesso, ma mai regalato, Erzulie. Certo l’incisione con la scritta “Quis ut Deus?” era inconfondibile. Tanto inconfondibile che sentii intorno a me rarefarsi nuovamente i limiti dell’esistente. E, di pari passo, avvertii “la” mancanza. Così netta, così inalterata, così insostenibile, così struggente, che giurai a me stesso di non poter più vivere senza di lui. Che era esistito, ma che non poteva più vivere. Lui era esistito ed io, chissà quando e perché, l’avevo abbandonato.

Appoggiato con tutti due le mani sul davanzale della finestra, feci prima l’atto di arretrare, poi provai quell’ebbrezza strana e fu come se qualcuno m’invitasse a fare ancora una mossa in avanti. Fu in quel momento preciso che mi sentii spuntare improvvisamente delle grossi ali e mi buttai nell’aria, quasi fossi riuscito a spiccare il volo dalle sue mani.

 

 

 

 

Dal capitolo  “Il COLLEZIONISTA”

 

In quella grande camera di ospedale – non troppo lontana da quella di Mario – il dottor Krupp sta visitando il signor Wrumel in silenzio. Il paziente ripete ossessivamente un numero di telefono insieme a qualche frase sconnessa. Poi, d’un tratto, sembra risvegliarsi ed imbastire un momento di lucidità.

-I suicidi non hanno una gran immagine nobile di se stessi, eh dottore?

Krupp scruta Wrumel con ancora maggiore attenzione. Molto curato, magrissimo, un viso un po’ aquilino, bocca sottile. Chissà, come si fa a dare un giudizio… Magari, per lui, la vita é sempre stata tutta luccichii e mondanità, magari non ha mai avuto voglia di pensare realmente a se stesso, ad indagare seriamente la sua natura. Un giorno si è trovato in difficoltà e non ha retto. Chissà. E mentre si attarda a fare queste riflessioni, Wrumel incomincia ad urlare “Erzulie, Erzulie, Erzulieee!!!,” aggiungendo, a tratti, “Luce, luceee!!”. Krupp, perplesso, si affretta a ordinare all’assistente la preparazione di una siringa.

Ma Wrumel sembra di nuovo ripreso da un guizzo di lucidità.

-Anche lei è un mutante vero? Me lo dica dottore, me lo dica, come ha fatto a diventare anche lei un mutante…Io lo so che sto mutando, sto diventando qualcos’altro. La prego, dottore, mi faccia uscire di qui!!!

Forse una rabbia atavica e sinistra contro l’essersi dati la morte? Forse, dopo la salvezza, ci si sente un mutante che vede la luce? In fondo, pensa Krupp, può capitare a tutti di pensare al suicidio. Talvolta, per sopravvivere, non c’è altra via di uscita se non quella di allontanarsi dalla trivialità quotidiana. Diventare qualcos’altro. Chissà. Certo Wrumel doveva aver attraversato tutto il vuoto che il mondo può offrire. Eppure, passando e ripassando per il senso profondo delle cose, aveva avuto la distrazione o la debolezza di comprare un biglietto di ritorno.

……….

 

Rimaneva ancora estasiato – nonostante la sua prestigiosa collezione- davanti ad un Rolex Daytona. E, ancor più deprivato di forze, ad inseguire i bagliori tecnologici di un Ulysse Nardin. O meglio, di un Patek Philippe. V’era una seducente, malvagia, inevitabile differenza fra loro. Eppure un unico, esoterico potere.

Certa arte lo infastidiva. Non reggeva l’originalità dell’esotico, né la violenza dei prodotti dei regni romano-barbarici. Non sarebbe mai riuscito a collezionare ceramiche etrusche o monete dell’Impero romano quali i radiati barbari. Di quell’arte primordiale amava esclusivamente l’indicazione – assolutamente intrinseca – di forme future: le decorazioni di tipo geometrico con linee rette o spezzate, cerchi concentrici, triangoli, croci uncinate. Il ritorno al siderale deserto del cosmo. Kubric, 2001 Odissea nello spazio. Per Wrumel l’arte più esaltante era quella che rende auscultabile e razionale il carattere dominante dei secoli. Il tempo. L’orologio, nella sua più pura perfezione geometrica. Nella sua più incredibile, divina abilità di catturare il segreto dell’attimo che passa.

Quel pomeriggio trascorse un bel po’ di tempo davanti alla vetrina dell’orologeria. Fisso, immobile. Intanto le persone si fermavano, guardavano, entravano, magari acquistavano e poi tornavano al quotidiano. Lui no. Non poteva. Quell’orologio era la sua ossessione da anni. E proprio in quel preciso momento, assolutamente inaspettato, lui arrivò. Al polso sinistro di una donna davanti alla vetrina del negozio accanto. Se ne accorse quasi per caso, sbirciando sotto il manicotto della pelliccia di lei, che era ferma lì, incantata a rimirare un abito da sera rosso, piuttosto volgare. Sembrava una donna cresciuta incurante delle meraviglie tecnologiche, sensibile unicamente al fascino dei prodigi di immagine. E mentre Wrumel osservava quell’orologio al polso della donna, pensando il come ed il perché potesse, quel miracolo vivente, essere indossato da una come quella, decise di avvicinarvisi con discrezione, sfiorandole appena il braccio. Ne valutò il profumo dolce e intenso e, quasi languidamente, se ne sentì attratto. Come da un latteo odore di infanzia. Ma si distaccò dal pensiero fisico di lei come dalla tentazione di fumare una sigaretta. Aveva una missione da compiere. Finse di urtarla con la ventiquattrore, si scusò e chiese con finto imbarazzo se le piacevano gli orologi. Lei non parve imbarazzata, probabilmente, era abituata ad essere abbordata. Ora che la poteva guardare meglio, il viso gli apparve molto più intenso e raffinato di quanto avesse potuto immaginare in quella manciata di secondi.

– Naturalmente, ma più i gioielli. E a lei?

Aveva una bella bocca a cuore e si mise a ridacchiare. Wrumel non fece fatica ad intuire che tipo di donna fosse e non si prodigò in grandi acrobazie per sedurla. Lei era lì, profumata e disponibile, e le piacevano gli oggetti di lusso. Ma l’unica cosa davvero reale, ora, era quell’orologio avvolto attorno al polso impellicciato. Osò così replicare.

-Sì, mi piacciono, ma solo intorno al collo ed ai polsi di belle donne come lei! Lei rise ora apertamente arrossendo tutta, ma visibilmente decisa a congedarlo. Stava per salutarlo, quando Wrumel le chiese con sfrontatezza se poteva offrirle un caffè.

– Per carità, il caffè fa male alla pelle!

E fece cenno di andarsene. Wrumel, dopo un attimo di imbarazzo e indecisione, tentò di afferrarla dolcemente per un braccio. Lei si ritrasse con uno sguardo infastidito, ma si fermò. Inaspettatamente e bruscamente frugò nella borsetta e ne tirò fuori una penna, per poi riporla subito, allo stesso posto, bruscamente. Lo guardò seria negli occhi e gli disse che, se proprio avesse voluto rivederla, gli avrebbe dato un numero di telefono, ma con un pizzico di casualità.

-Glielo dico in fretta e non lo ripeterò. 333 – 54 13 043.

Voltandogli le spalle, si allontanò. Wrumel gridò mentre s’incamminava.

-Sì, ma qual è il suo nome?

Quel nome lo gridò continuando a camminare.

-Erzulie!

E si dileguò repentinamente nella folla come lo zucchero in una tazza di caffè bollente. Wrumel, rimasto un po’ disorientato dall’episodio, riprese la sua destinazione, verificando se sul suo polso destro, sotto la manica del cappotto, c’era ancora il Patek Philippe comprato due anni fa’ da un ladro di fama internazionale. Era stata una impresa indimenticabile, quella. Nel listino della casa ginevrina c’erano solo due modelli di ripetizione a minuti. Una semplice, ed una arricchita dal calendario perpetuo. La versione semplice, un esemplare costruito nel 1961 privo dei secondi piccoli a ore sei, era già suo polso, mentre l’altra, al polso di Erzulie. Cassa rotonda in oro giallo 18 Kt., quadrato bianco mat, cinturino in coccodrillo nero, movimento meccanico, a carica manuale, calibro 1 e linee a ponti separati, 29 rubini, aggiustato a caldo e a freddo in cinque posizioni, finitura a onda di Ginevra. Diametro 33 millimetri, peso 34 grammi, stima oltre 400.000 euro. Come poteva quella donna permettersi tanto? Come sarebbe riuscito a sottrarglielo?

333 – 54 13 043. Fu un attimo e lei era già dall’altra parte del filo, sorpresa, ma non troppo. Voce roca e sensuale.

-Buona memoria, eh?

Le diede appuntamento per la sera dopo nella villa.

………………….

Wrumel era sempre stato uno che viveva nel presente. Non aveva forte interesse nei confronti del futuro, se non quando doveva andare ad un’asta e non sapeva come sarebbe andata. Lo stesso per il passato, che era, appunto passato, e, quindi, obsoleto. Ma qualcosa stava incredibilmente cambiando. Il comporre quel 333-54 13 043 lo metteva in uno stato ansiogeno mai provato prima.

– Erzulie?

Dall’altra parte del filo si sentì un soffio leggero: “Siiii”. Il tono della voce perplesso.

– Allora devo proprio sparire dalla sua vita. Non è venuta alla villa, l’ho aspettata tutta la sera, lo sa?

– Difficilmente accetto inviti da estranei. Soprattutto se amano più gli orologi degli umani che li portano al polso.

Wrumel rimase senza parole. Avrebbe voluto dirle che aveva ragione, che però era solo e con dentro perennemente questa ossessione. Che gli avrebbe fatto bene parlarne, che l’avrebbe rivista non solo per via di quel Patek Philippe. Che stava vivendo la sua vita senza rendersene conto, che non poteva andare avanti così. Ma non disse nulla. Rimase in silenzio fin quando Erzulie non ripose la cornetta. Si sentì improvvisamente dolorante, come dopo una corsa folle, al di sopra delle proprie possibilità muscolari. Non gli era mai capitato di essere così profondamente messo allo scoperto. Ma chi era quella donna.

La notte, impaurito dal fatto che Erzulie avesse capito tutto di lui, Wrumel non resistette. Sottrasse di soppiatto, quasi come un ladro, il grande cuscino viola dal tappeto davanti al camino e lo usò come guanciale per i propri sogni. Mai quel cuscino era servito per tale scopo. Esso era sempre stato il guanciale ove deporre gli orologi con la complicità di Frida. Ruppe così, per la prima volta in vita sua, il rituale. E così l’assenza dal mondo fu totale. Talmente totale che, prima di prendere sonno, si autocelebrò e profanò. Dalla cassaforte ritirò uno per uno, con ansia vorace, tutti i trecentonovantasette orologi che avevano fatto la storia orologiaia degli ultimi secoli. Tutti i maggiori collezionisti del mondo avrebbero fatto carte false per toccare, almeno una volta, nella loro vita, tutto quel bene di Dio. Tutta una morbosa vita dietro a quel patrimonio. Il sogno morboso, in fondo, di ogni morboso amante d’arte. Fare fori immaginari nei vetri che proteggono Gioconde e Caravaggio nelle sale superprotette nei musei più prestigiosi per toccare – solo per una manciata di secondi- la tela imbrattata da tanta magica iraconda follia. Un tocco diabolico – a mo’ di morso di vampiro – per avere la stessa capacità, un giorno, di fare prodigi di tal tipo. Anche comprando, collezionando…..non importava come. Prima o poi, qualsiasi collezionista, da amante d’arte, si sarebbe voluto trasformare in colui che “aveva” l’arte, perché, semplicemente, la possedeva.

Così, quella notte, Wrumel organizzò una festa nella camera da letto. Gli orologi più preziosi furono sistemati in ogni remoto angolo. In una danza gioiosa poi si divertì a farli saltare fuori da ogni buco, da ogni angolo, dalle abat-jour, dalle scatole di cristallo, dai candelieri, dalle viscere di pavimenti e tappeti. Il letto pieno di orologi posati ovunque sul copriletto di velluto a fiori e disposti a margherita, triangoli, iperboli finite, ellissi, coni, piramidi….Nessuno avrebbe mai potuto capire quanto questo gesto avesse decretato la fine del giovane Wrumel. Con questo rito auto-celebrativo Wrumel rimarcava il significato di un’assenza. Di lei, del diavolo.

Si addormentò stremato sul pavimento,con tutti quegli orologi come profanati, abbandonati in ogni dove. E con il pensiero di Erzulie nella testa.

………………………………

 

Wrumel era dietro la porta del bagno con il cellulare di Erzulie in mano.

– 333-54 13 043. A volte mi chiedo se i numeri di telefono abbiano un significato che va oltre…non so..una figura, un viso…

Erzulie, dalla stanza del bagno con la porta socchiusa, non rispose. Sembrava che ogni volta, dopo l’amore, si allontanasse. Sembrava rifugiarsi in un mondo inafferrabile in cui Wrumel si sentiva estraneo e rifiutato. Dopo qualche minuto, con la faccia di chi vuole impartire ordini, si affacciò dalla porta coi capelli bagnati e lo sguardo un po’ visionario di chi aveva riflettuto a lungo.

– Se t’immagini un piano cartesiano in cui ogni numero degli ultimi sette rappresenta un punto preciso e li vai a riunire tutti e sette…scopri il mistero.

E si mise a ridacchiare. Wrumel pensò che nessuna come lei sapeva creare delle atmosfere così irreali. Si mise a ridacchiare anche lui. Lei lo guardò seria e gli chiese se sapeva cosa fosse un pentacolo.

Non aveva mai creduto a certe follie. Erzulie diventò, d’un tratto, seria.

– Un pentacolo è un oggetto dalle occulte e potenziali proprietà. Solo che finisce per non avere alcun valore se il possessore non ne conosce il significato profondo.

Wrumel non era miscredente, non era religioso, non era ateo, non era un bel niente.

– Sei religiosa?

Non rispose. Disse solo che, nel suo pentacolo a sette lati, in isergo, c’era scritto ” Quis ut Deus?” e che questa domanda, da sola, conteneva tutti i misteri del mondo. E che, quando si sentiva sola ed infelice, quel pentacolo la salvava da ogni amarezza.

Wrumel ebbe un brivido lungo la colonna vertebrale e la interruppe sostenendo che erano tutte sciocchezze.

– Hai tutto il diritto di giudicarle sciocchezze, ma la domanda “Chi è simile a Dio” fu quella con la quale Dio fulminò e lanciò negli abissi Satana. Questa domanda ci salva dall’oscurità, te lo assicuro.

Wrumel iniziò a dare cenni di insofferenza ed Erzulie si vestì in fretta. Bizzarramente divina, Erzulie pareva di cartone. Un mutante. Che fosse davvero reale? Dopo la storia coi signori Lunemberg e l’incontro con Isolde, Wrumel non era più lo stesso uomo. Si era innamorato. Anzi, caduto in amore, falling in love, come si dice in lingua inglese. Erzulie era comparsa per salvarlo con quell’amore di cui non si riesce a parlare. Che prende forma man mano fino a rivelarne l’inesorabilità e, talvolta, la spietatezza. Non poteva negare che quello fosse un amore terreno. Ma una storia d’amore è fatta di nomi, luoghi, cose da distinguere e da chiamare ed Erzulie era una creatura strana, inafferrabile. Scompariva e ricompariva improvvisamente, a volte stava mesi senza farsi viva. E Wrumel ne rimaneva ogni volta abbacinato, destabilizzato. Le risate freddine seguite da commiati ancora più freddi persi in un pallido e vago futuro prossimo, non gli facevano trovare pace. Sentiva di non avere scampo, di essere diventato ad un tratto stupido, di essersi scelleratamente invaghito di un animale sinistro. E che solo diventando un mutante avrebbe potuto afferrare. Si sentiva solo. Proprio lui, che della solitudine aveva fatto la sua forza.

 

……………………….

 

– Ti amo.

Le dita di Erzulie lo accarezzavano infilate fra i capelli come artigli. Per tutta la notte Wrumel l’aveva vista camminare su e giù per la camera da letto pallida e preoccupata. Solo verso l’alba si era sdraiata a letto. Improvvisamente si sentì scorso da un brivido lungo tutto il corpo e fino quasi al cuore. Gli parve impossibile, eppure reale, auscultare con tanta chiarezza la lenta mutazione di un essere. Era come viaggiare nel proprio corpo e vederne nitidamente ogni recesso inabitato e oscuro e poi sentirsi come ingravidare, a poco a poco, con un nuovo alito vitale. La stanza odorava di una paura atroce, assoluta, inesorabile. Si trattava di entrare in un’altra pelle. Essere altro. Lui stava diventando qualcosa’altro, ma non sapeva ancora chi.

Ed Erzulie? Per questo motivo non aveva dormito tutta la notte? Chi era quella donna? Era solo una puttana o un frammento di divinità in divenire? E mentre lei lo accarezzava, scorrevano, davanti a Wrumel, immagini insidiose, sensazioni innaturali. Era come in tranche, come se fosse stato ipnotizzato. Allucinazioni, distorsione del senso del tempo, ricordi di altre vite..E iniziò anche a entrare nel corpo di lei. A viaggiarle dentro, si percorreva un terreno fangoso e poi linee, dune e scoscese montagne. L’intera avventura con lei, ora lo capiva, era stato un modo per elevarsi dal caos dell’indefinibile fino al silenzio di continue genesi e metamorfosi.

Allungò la mano sui suoi capelli e le disse che non avrebbe potuto amare un essere in continuo movimento, così fuggitivo e quasi senza sostanza, senza nervi e senza sangue. Solo Dio ci sarebbe riuscito. Wrumel si era staccato da una moltitudine di vicende ed essere umani nella vita, non aveva mai avuto paura. E anche questa volta, alla fine, riuscì a dominarla, la paura. Si sentì leggero. Come di chi lancia una bomba dietro le proprie spalle appena attraversato un ponte.

– Io so chi sei, Erzulie.

E così dicendo, Erzulie cominciò a rarefarsi e, facendosi via via più fioca, se ne persero i contorni. Volò via nella sua oscura inconsistenza e scese il silenzio dell’anima. Wrumel chiuse gli occhi premendosi con le mani le tempie.

Poi ancora le sue mani e la voce roca provenire come da un’altra galassia.

– Ritornerai creatura umana. Ti ho ridato la paura ed i ricordi dei tuoi delitti.

Wrumel sentì un passo leggero e la porta della camera da letto chiudersi dolcemente. E, finalmente, fu cosciente di essersi svegliato, mentre Erzulie se ne era andata. Forse era tornata da dove era venuta, dal sogno. E nel momento stesso in cui nella mente di Wrumel fu chiara la separazione, fu la totale, assoluta disperazione. Ne sentiva ancora il sapore, ma non c’era più o, comunque e forse, non era mai esistita. Oramai, però, non si fidava più di se stesso, chissà da quanto tempo viveva in quella folle condizione senza memoria. Ma come avrebbe potuto tornare indietro. Era un mutante in stato di semiveglia. Erzulie gli si era radicata dentro. Wrumel ed Erzulie si erano fusi come dentro un lago oscuro. Ed era pressochè impossibile cogliere un pur sia vago dettaglio che potesse far risalire all’origine della contaminazione. In quel mondo geneticamente mutato, l’uno viveva, l’altra moriva. Ma quella cellula primigenia della fusione esisteva e ormai se ne andava per il mondo con una vita propria.

Prima di quella tardissima cena a base di pillole della morte, il suo meditabondo indugiare dentro quel bacino nero e deforme, gli fece accettare l’idea di essere stato, per tutta la vita, il proprio carnefice.

 

 

 

Dal capitolo  “ Bambara”

 

Al risveglio Giulia è colta da un’atmosfera calda e bianca, quasi inquietante. L’acqua nel bicchiere, la faccia dell’infermiera, le lenzuola, il sudore. Tutto caldo, tiepidamente malato. Quando si è riusciti a sfuggire vivi da una girandola di follia, il rapporto con i propri cinque sensi è quanto di più inaspetta­to possa capitare. Si rientra nel quotidiano, se ne esce, ci si ritorna. Si pensa con preoccupazione che le cose terrene ti avranno dimenticato e che niente sarà più come prima. E` come aver subito una meta­morfosi genetica. Si ha l’impressione che persino il proprio nome si sia guastato per sempre e che bisognerebbe solo nascondersi in un posto introvabile o andare a vivere in un altro pianeta.

Il dottor Krupp – nella stanza localizzata tra quella di Mario e di Wrumel – osserva Giulia che farnetica nel sonno su una certa Erzulie. Dice di essere lei, Erzulie. L’assistente gli legge le generalità della paziente, compreso il fatto che è un’antropologa. Abita a Milano ed è già stata in cura per problemi di depressione, ma non nella stessa clinica.

–   Il marito?

  • Morto più di dieci anni fa’.
  • Nessun parente?
  • La sorella, ma abita a Londra. E’ stata avvertita, arriverà domani….E poi, sì una figlia, ma gliel’hanno tolta. Vive anche a lei a Milano.
  • Perchè gliel’hanno tolta?
  • Era la sua figlia adottiva, non era più in grado di tenerla, così…
  • Come si chiama?
  • Denise, credo, è haitiana.

Krupp interrompe il collega bruscamente, vuole sapere che farmaci le hanno dato. Poi licenzia tutti, vuole rimanere solo con Giulia. La osserva nel risveglio, mentre lei sgrana gli occhi e non capisce.

-Giulia?

Uno sguardo vitreo da animale stordito, ferocemente picchiato. E Krupp ha un moto improvviso di ribellione nei confronti del suo lavoro.

  • Mi sente, Giulia?

Giulia lo guarda con l’occhio opaco.

  • Giulia, sono il dottor Krupp, il suo psichiatra. Le va di parlare un po’?
  • No, ora no, sono stanca.

E il suo invito è una preghiera. Però, pensa Krupp, non è male. Vedremo domani. Sono sicuro che mi racconterà, è una che vuole parlare.

Esce dalla stanza con il pensiero di Erzulie in testa.

 

***

 

– Denise! Denise! Sono ore che ti chiamo!

Quella bambina aveva la capacità di sparire da un momento all’altro con una facilità inspiegabile. Da quando l’avevo portata con me a Milano, mostrava una chia­ra predisposizione a mettermi costantemente alla prova. Certe volte avevo l’impressione che godesse nel farmi ammattire.

Arrivando correndo, mi buttò le braccia al collo e mi porse un libro aperto a metà.

‑ Maman Giulia regarde, dans ce livre il ya un secret!  ‑ Quale libro?

‑ Regarder, maman, un papillon!

Quando era eccitata parlava sempre in francese.

‑ Si dice farfalla, Denise. Lo vuoi parlare o no l’italiano!

Pronunciata meccanicamente la parola, torno` a ripropormi il problema ancora più eccitata. E, con orgoglio, mi mostrò l’inset­to di colore scuro tutto spiaccicato lì, tra le pagine del li­bro.

‑ E` questo il segreto?

Al mio tono duro, Denise rispose rimanendo in silenzio, quasi umi­liata. Sentii di non poter reprimere un gesto così ingenuo, quasi elementare com­piuto da una bambina. Da antropologa prima e da mamma poi, avrei dovuto sapere che i bambini sono crudeli. E Denise aveva cinque anni. Allungai la mano sulla testa bruna e le feci una carezza, invitandola a sedersi a tavola. Divorò tutto con un appetito formidabile senza dire una parola per tutta la cena. Poi, con gli occhi rivolti al soffitto, mi chiese se po­teva tornare a giocare. Al mio cenno d’assenso sgambettò tutta contenta verso la sua cameretta e, solo dopo un bel po’ di tempo, si riaf­facciò dalla porta della cucina, tenendo in mano un fagottino di stoffa nera. Era scura in volto, come se fosse stata redarguita da qualche sconosciuto. Mi stavo avviando verso di lei per consolarla, quando mi fermò con la manina destra tenendosi stretto il fagottino nero con quella sinistra, quasi facendosene scudo. “Denise‑ le dissi dolcemente ‑ che cosa ti è successo?”.

‑ Maman, è morta!

E aprì il fagottino nel quale aveva deposto la farfalla.

Povera bimba, voleva farmi credere di non averla ammazzata lei, schiacciandola nel libro. E, dalla chiara espressione dispiaciuta e dal fagottino ben legato, si sarebbe potuto pensare alla predisposizione di un funerale con tutte le onoranze del caso. Ed in parte così fu. Mi prese per mano e mi condusse davanti al camino acceso. Non la­sciando nemmeno per un attimo la mia mano, gettò il fagottino nel fuoco. Rimanemmo lì a lungo, l’una accanto all’altra, mentre Denise era perfettamente immobile, rapita dal fuoco. Allora l’abbracciai teneramente. Lei non si scostò, ma pareva lontana. Quando iniziò a piangere, mi rincuorai. Ma provai, al tempo stesso, un senso di smarrimento.

***

 

Quando decidemmo di adottare Denise fu un giorno di gran festa per me e Mario, mio marito. Il fatto di non poter aver figli non era mai stata una vera e propria tragedia, ma toccare quel tasto ‑ le rare le volte che lo si faceva ‑ c’imbarazzava profondamente. Considerato che il problema non era mai stato risolto fino in fondo, quel giorno decisi di affrontare l’argo­mento senza pudori. Io lo volevo un figlio, lo volevo a tutti costi. Quando tentai di far girare il discorso su una possibile adozione, lui sorrise con molta dolcezza e, per tutta risposta, mi fece cenno di avvicinarmi indicandomi, al di là del giardino, una casa con una finestra illuminata. Del tutto visibile, dentro la cucina, si muoveva una donna, probabilmente sola, che dava da mangiare a un gatto sul tavolo. Mi intristì vedere quella scena e mi chiesi perchè mai me l’avesse mostrata. Ma non ebbi tempi di chiederglielo. Mi abbracciò forte e mi disse che avevo ragione, che tanto lui non sarebbe sopravvissuto in eterno. Io lo schernii rimproverandogli che si considerava eterno o no a seconda di come gli girava la luna. Ma l’importante, per lui, era che avessi capito. Per tutti i giorni successivi mi parve provato ma sereno e quel suo “Del resto, prima o poi ci si doveva arriva­re!” esplose una sera con un sospiro di sollievo dopo chissà quanti conflitti interiori. Poi s’illuminò e tentò di rassicurarmi, dicendo che ogni cambiamento suscita qualche paura, ma che avremmo affrontato tutto con tanta pazienza e serenità. Passai intere settimane al settimo cielo. Felice, seppur cosciente del fatto che ottenere l’adozione avrebbe richiesto molta pazienza, ma anche molto denaro. Brindammo e facemmo l’amore come se fossimo lì a sal­vaguardare gli ultimi spazi di libertà.

La lieta notizia arrivò circa un anno dopo, in un piovoso pomeriggio novembrino. Partimmo per Port-au-Prince con il sole nel cuore.

 

…………………………….

 

La vita è traboccante di fluidi, umori, so­stanze invisibili che s’intrecciano fra loro per propagare ancora vita. Forse quella gente pensava che ogni nuova vita fosse necessario compensarla, per un macabro pro­cesso osmotico, con la morte. Per ogni chilo di felicità, un chilo di infelicità e di sangue. Una bilancia della vita ed una bilancia della morte. Fatto sta che Mario, un anno dopo, se lo portò via la bilancia della morte.

 

***

Mi colse di sorpresa, mentre incitavo Denise a mettersi il giubbino per non prendere freddo. La sua voce mi arrivò dietro le spalle e l’approccio fu assai bizzarro.

‑ Lei lo sa che il numero sette regola gran parte dei più importanti cicli vitali sulla terra?

Mi voltai e vidi una signora di mezza età piuttosto bella, con profondi occhi verdi. Le sorrisi e le risposi che “no, non ci avevo mai pensato!”.

‑ Chi è a contatto con la natura come lei ‑ insistette quasi con pedanteria ‑ deve sapere che il ciclo della vita e della morte sulla terra è connesso al crescere e decrescere della luna nel percorrere il suo ciclo infinito di genesi e metamorfosi nel cielo e inoltre…

La interruppi, cercando di arginare un’intromissione, forse anche interessante ed erudita, ma non richiesta.

– Il ciclo lunare ha sempre esercitato su di me un certo fascino, ma non credo che avrò mai il tempo per occuparmene!

La mia risposta non partorì alcun effetto.

‑ Ha mai pensato che il ciclo lunare è formato da quattro fasi? E che ciascuna di queste dura sette giorni? E se ci pensa bene, si renderà conto che anche il nostro corpo subisce l’influsso di cicli settenari: ogni sette anni rinnova tutte   le sue cellu­le, le mestruazioni delle donne avvengono secondo cicli di sette per quattro giorni e durano mediamente tre giorni e mezzo (cioè sette diviso due). Per non parlare poi del volto del­l’uomo che ha sette orifizi e per non contare quanti elementi ,nella natura, sono raggruppati in ordine di sette: i colori   dell’arcobaleno, le note musicali, le sette meraviglie del mondo!

La sgradevolezza di quell’ostinato esibizionismo dialettico, si dissolse quando osservai con più attenzione i suoi occhi: intelligenti, misteriosi, buoni. Era difficile, osservandola più a fondo, darle un’età precisa. Forse erano più di 50, ma, quando sorrideva, sembrava molto più giovane. Incuriosita, le chiesi ‑ scusandomi per la mia indiscrezione ‑ se abitava sola. Rispose con fermezza e con una punta di orgoglio che non si era mai sposata e che era andata in pensione lo scorso anno, perchè voleva dedicarsi completamente alle letture e al giardinaggio.

‑ Complimenti, il suo giardino è davvero splendido!

Glissai sull’aiuola, ma lei se ne accorse e affrontò l’argomento.

‑ La stava guardando da un paio di giorni, non è vero? Cosa vuol mai, sono affascinata dal numero sette, sono nata il sette aprile e sono perfino settimina!

Si mise a ridere, di una risata assolutamente innocua, quasi infantile. Imbarazzata, mi congedai con la scusa della bambina, invitandola a fare due chiacchiere quando ne avesse avuto voglia. Acconsentì rispondendo che si sarebbe fatta viva molto presto. Poi mi tese la mano.

‑ Erzulie, piacere.

…………………….

 

Erzulie risollevò lo sguardo chiaro attraverso le lenti degli occhiali.

‑ Non occorre scusarsi, penso solo che dovresti esse­re pronta a ricominciare daccapo.

Sembrava coinvolta nelle mie sciagure.

‑ Non m’importa, ormai non ho più energie e, anche se ne avessi, non saprei proprio più cosa farmene!

‑ Eppure io credo che tu abbia ancora molte risorse, Giulia! Ma penso anche   che tutta l’energia conservata dentro di noi a volte sia troppo grande per sostenere la quotidianità.

Incominciò a crescermi dentro un’autentica angoscia, ma lei prose­guì.

– E tu hai molte energie, anzi troppe. Forse è per questo che ti stanno accadendo quegli strani fenomeni.

Così lei sapeva. Avrei potuto chiederle tutto ciò che deside­ravo sapere, ma se fosse stato un malinteso?

‑ Sai Giulia, una volta pensavo che la vita fosse una continua manifestazione di Dio. Sai, Dio ha differenti nomi..Considera, ad esempio, la teologia mistica di San Dionigi, l’islamismo, oppure rari ed oscuri manoscritti di altre religioni non cattoliche. Se tu …

La interruppi bruscamente, dicendole che non avrei sopportato ol­tre le sue assurde divagazioni su Dio, numeri, fasi lunari e pentacoli. Erzulie non parve mostrare alcun rancore per la mia aggressione verbale. Mi sorrise e mi pregò di ascoltarla solo ancora un po’.

‑ Voglio dirti, Giulia, che non è necessario partire da Dio o da qualcosa di soprannaturale per giustificare la nostra esistenza. Ogni Dio ha il suo alter ego che lo annulla, proprio come se ci trovassimo in un campo di bat­taglia alla fine di un combattimento dove tutti sono mor­ti. In quel pentacolo che ti ho regalato, a tergo, c’è scritto: “Quis ut Deus?”. Una domanda legittima quella di chiedersi chi può essere simile a Dio, non trovi?

La mia testa stava scoppiando. Quella donna era sedotta da feticci per­versi, prodotti da menti morbose. Menti che, auto-convincendosi di avere dentro una qualche potenza irresistibile, coltivavano, a loro volta, insane opere di seduzione nei confronti di uomini sprovveduti. Notando la mia irritazione silenziosa, proseguì a voce più bassa, ma inesorabilmente.

– E allora, chi è simile a Dio se non Satana? E non sono forse due diverse facce della stessa meda­glia?

Più sono cattolici, pensai, e più ritengono di avere solo loro il privilegio di poter dissertare su Dio, Satana e il mondo, come se detenessero il segreto dell’intera storia dell’umanità. Ma lei si precipitò ‑ come leggendomi nel pensiero ‑ a dirmi che non era affatto cattolica e che non lo sarebbe mai sta­ta. E che non era neanche religiosa, ma credeva in una vita “spirituale”. Poi, con una strana luce negli occhi, mi chiese se ero riuscita a decifrare la cantilena creola del sogno. La domanda mi gettò nel panico e ci fu una lunga pausa prima di riprendere il dialogo. Le chiesi come aveva saputo. Mi rispose che gliene aveva parlato Denise. Esplosi con tutto lo stupore di cui ero capace.

‑ Non è possibile!

‑ Denise, vieni qui, cara!

Erzulie la chiamò con un tono gen­tile, ma imperioso.

Denise si precipitò correndo con in mano un biscotto. Erzulie le chiese di recitare il ritornello che sapeva e lei lo fece ridendo e inciampando ogni tanto su qualche parola.

‑ Ora Denise lo traduce in italiano, vero?

E Denise tradusse senza batter ciglio: “Ezili KaliKae / o che Loa severo / Ezili tu chiedi un maiale / ed io te lo daro` / Ezi­li tu chiedi un capretto a due piedi / dove potrò prenderlo per offrirte­lo?“. Allibita, chiesi ad Erzulie come mai Denise ne fosse a conoscenza e che animale fosse un capretto a due piedi.

Ma non ebbi risposta nè dall’una nè dall’altra, perchè mi svegliai, sorpresa del fatto che mi fossi addormentata. Denise, seduta accanto al mio letto, mi disse che aveva fame. E anch’io. Mi alzai e feci delle uova strapazzate che mangiammo con voracità.

Nei giorni immediatamente dopo quel sogno, ero caduta in uno stato di forte prostrazione, avevo il cervello torbido, ero confusa. Spesso mi sorprendevo in uno strano stato di dormiveglia che mi coglieva in giardino, seduta sul divano, oppure semplicemente mentre rassettavo la casa o cucinavo. Iniziai a temere di entrare talvolta in una specie di stato di alterazione mentale che mi faceva mal interpretare la realtà. Ogni tanto mi mancavano dei passaggi, avevo come dei vuoti di vita. E in quel momento ebbi la sensazione che qualcuno stesse mettendo in ordine la camera silenziosamente. Cercai di scendere dal letto, ma non ci riuscii. Avevo freddo e la febbre alta. Sentii la voce fievolissima di Erzulie che mi intimava di non muovermi, di stare tranquilla. Con un indescrivibile sforzo, mi costrinsi a volgere lo sguardo dalla sua parte. E vidi la sua faccia pallida sotto un paio di lenti cerchiate d’oro. Non sembrava più lei, pareva in procinto di allontanarsi non solo da me, ma da tutto. Ancora un attimo e ogni cosa avreb­be perduto il suo senso.

……………………….

‑ Non v’è nessuna cosa al mondo che tu, con la sola potenza della ragione, possa rendere perfettamente comprensibile! Ciò potrebbe essere possibile forse solo con potenza dell’immaginazione..

E, nel momento in cui pronunciò queste parole, apparve, ai miei occhi, la vera sostanza di Erzulie: essere una creatura effimera. Un volto d’altri tempi, dietro il quale la realtà pareva un’opzione tra le tante altre possibilità di esistere. E tutto si disgregava in mille, milio­ni, miliardi di verità o supposizioni.

‑ L’hai fatto tu quel patto di sangue, non tua figlia, Giulia.

Annuii meccanicamente

-Bambara! ‑ mi sussurrò prima di volare via.

‑ Bambara?

Stava sparendo, disgregandosi in una luce fioca, dietro la porta.

‑ Legame. Legame religioso. Indissolubile!

………

 

‑ Davvero non ti ricordi?

Ricordavo vagamente di avere perduto Denise ad un certo punto del tragitto.

‑ Tua figlia non poteva più vivere con te, Giulia.

No, non era vero. Denise stava benissimo con me che soppor­tavo tutte le sue stramberie.

‑ Le sue stramberie erano solo una proiezione della tua fantasia.

Erzulie sembrava leggermi nel pensiero,ed, in realtà, non muovevo neppure più le labbra.

‑ In realtà, Giulia, Denise se l’è portata via l’assi­stente sociale. Un giorno hai perfino tentato di ucciderla non ricordi? Guarda, ti sei perfino fatta un taglio nella mano, fra il pollice e l’indice, mentre cercavi di ferirla con una bottiglia mezza rotta! E lei, povera bambina, continuava ad avere quelle febbri nervose..Aveva paura di te, Giulia!

Impossibile, quello era stato un patto di sangue. Negai, dissi che era lei che mi voleva uccidere.

‑ Ma ti sembra possibile, Giulia, che una bambina di cinque anni potesse essere capace di tutto questo?

Sì, se fosse stato il veicolo di qualcuno, magari della stessa Erzulie.

‑ Giulia, io ti sono servita semplicemente da alibi.

Ma allora tutti i discorsi che avevamo fatto insieme, tutte le sue divagazioni su Dio e la conoscenza del mondo? Erzulie era un’ amica, le volevo bene, come poteva essere solo un alibi?

‑ Come si può voler bene ad uno spettro, in uno stato di nevrosi ossessiva..O chissà cosa…

Schizofrenìa? Follia? Mi ero inventata forse tutto?

-E Aziza, Gbi­to, la sacerdotessa di colore? E il capretto a due piedi, il sacrificio umano destinato al Loa della morte Guede da parte di Denise? Tutti personaggi fantastici? Tutta immaginazione? Avrei voluto gridare, ma non mi uscì la voce.

………………….

 

Il tentato suicidio avvenne qualche tempo dopo, quando mia so­rella, tornata per darmi un po’ di conforto, mi ribadì, senz’om­bra di dubbio, che non esisteva alcun vicino di casa. Che la casa era disabitata da almeno quattro anni.

 

DA “EPILOGO”

Krupp aveva ben chiara da sempre la differenza tra follia e malattia mentale. Aveva studiato Foucault: il folle è un oggetto di gioco, con il folle si gioca,ci si fa beffe, mentre del malato in quanto tale, non si ride. Dunque, la follia è un oggetto di gioco, mentre la malattia non lo è. Non era più così convinto che i tre fossero malati. Forse avevano abilità diverse che facevano intuire a loro una verità che altri non vedono, forse avevano un sesto senso che disvelava loro l’essenza delle cose. E anche lui stava mutando, inesorabilmente.

– Io non la chiamerei semplice curiosità, Loi, ma spirito di ricerca, che non può non esserci quando si vuole arrivare ad una qualche conclusione scientifica o filosofica o….

– Vuole arrivare alla verità?

– Non esiste da nessuna parte una verità immobile ed eterna. Il pensiero si muove e la verità si viene perpetuamente facendo…E’ una gran fatica, ma vale la pena di provarci.

Loi non replica ed entrambi si avviarono verso la porta d’uscita irrequieti, ma stanchissimi e con una gran fame. Erano ore che discutevano e si salutano con un gesto d’intesa. Krupp continua a rimuginare e a convincersi che il medico, a confronto con l’”incomprensibile” schizofrenico, non può essere un semplice osservatore esaminante, ma deve partecipare, immedesimarsi nella vita del soggetto stesso. E quella sera si addormentò sereno.

 

***

 

Krupp e Loi impiegarono un bel po’ di tempo a convincere Giulia, Wrumel e Mario a tentare questo esperimento, ma, alla fine, ci riuscirono.

…………….

– Certo, noi ne siamo stati irretiti. Non ha importanza che Erzulie non avesse avuto il dono della realtà e che tutte quelle vicende siano state solo immaginate. Il fatto è che lei, per noi, era reale.

Wrumel cercò di approfondire il discorso di Mario.

– Infatti, non è così semplice. Non si può affermare che le abbiamo solo immaginate, perchè le abbiamo vissute, in realtà. E anche molto intensamente. Anzi, é stata la vera ed unica possibilità, per noi, di vivere in maniera straordinaria la nostra profonda interiorità, os­sia la nostra realtà. Ma è stato come voler entrare a far parte di un dipinto. Che so, pensiamo a “La famille Belleli” di Degas. E’ come vo­ler sovrapporsi o sostituirsi ad uno dei personaggi lì immortala­ti e vivere, al loro posto, quella scena familiare…..E non riuscirci, perchè loro sono fatti di pennellate e noi di carne ed ossa. Ed il paradossale è che loro, in quell’attimo e per tutta la vita, sono più veri e più espressivi di noi che siamo condannati all’irripetibilità dell’attimo!

Mario sembrò visibilmente seccato. Il tono della discussione lo sovrastava.

-…Ma quale irripetibilità dell’attimo. E poi io sono stato Mozart veramente. Non c’era l’attimo, c’era l’eternità!

-E’ ovvio che i personaggi della fantasia e quelli reali non possono avere la stessa funzione…. ci mancherebbe! Infatti quelli fantastici ci liberano e quel­li reali ci legano. Il fatto, poi, che loro riescano ad esprimere, per volontà di un grande artista, emozioni più vive di quelle che si possano veder stampate sul volto di un umano, mi perdoni, è alquanto discutibile!

Mario guardò Wrumel ammirato. E Wrumel chiarì.

– Voglio arrivare a dire che con Er­zulie abbiamo vissuto come…..come in quei film dove un prota­gonista è umano e l’altro è un cartone animato. E che i registi di quel film siamo stati noi, capisce? Noi…

……………………..

– La fantasia! L’immaginazione! Ecco la strada!

-Mario si entusiasmò.

-Sì…sì..sì! Solo l’immaginazione può far spic­care il volo, mettere in condizione l’individuo di superare i limiti della condizione umana. Tutti i limiti……di diventare quasi come un Dio!

Anche Wrumel concordò.

– Può essere. L’immaginazione può farci credere di essere simili a Dio. O a Satana. Comunque, a qualcosa di infinitamente inesauribile, incommensurabile. Permette l’arte, per­mette agli uomini di elevarsi da esseri immorali a esseri trascendenti…..A esistere, indipendentemente dalla realtà, pur essendone il presupposto. Pensate solo ai grandi artisti!

Spuntò una lacrima sul viso di Mario.

– Sì, pensate a Mozart, al suo Requiem! Immortale, assolutamente immortale!

E ancora Wrumel.

– Ma questa trascendenza, questo infinitamente inesauribile non è forse l’uomo, che, fra tutte le altre facoltà, possiede anche quella di immaginare? E poi, attenti! L’immaginazione che state tanto esaltando ci ha condotti, in fin dei conti, prima alla morte e, poi, in questo luogo angu­sto.

Mario sembrò, d’un tratto, irrigidirsi.

Darsi la morte è stato solo un atto di prote­sta, perchè gli altri avevano fatto di tutto per toglierci l’imma­ginazione. E’ questo quello che volete dire?

E si volse verso Giulia. Ma fu Wrumel , sempre più serio, che rispose.

– Può essere. D’altra parte, chi vive più vite deve prepararsi a morire più morti. E, ogni volta, ci si rigenera come i cicli della natura…..ecco il significato del numero sette. Ogni sette anni rinnoviamo tutte le nostre cellule, ogni fase lunare dura sette giorni, il volto del­l’uomo ha sette orifizi, sette sono i colori dell’arcobaleno, sette le note musicali, sette le meraviglie del mondo……

Giulia fu presa improvvisamente da una morsa di dubbi ed incertezze.

– …Ma una montagna di altre cose in questa vicenda non sono spiegabili! Ma lei, Wrumel, come fa a sapere queste cose? Credevo che Erzulie le avesse dette solo a me! Sembra quasi che sia stato fatto un incantesimo. E’ tutto così inafferrabile…..

Mario, sorridente.

– E che male c’è ad ammetterlo?

E Giulia, sorridente. Quasi per un incantesimo.

– Ma sì, che male c’è!

E Wrumel finalmente rilassato. Quasi per un incantesimo.

-Allora, non ha proprio nessuna im­portanza che Erzulie sia esistita, vi pare? L’impor­tante è che siamo vivi!

Tutti e tre si alzarono quasi contemporaneamente dal divano. Si ringraziarono vicendevolmente e si abbracciarono. Si sarebbero rivisti alla successiva sessione.

Krupp, spuntando improvvisamente dalla porta, andò a salutarli cordialmente e poi liquidò Loi con una stretta di mano. Quando fu completamente solo, tolse dalla tasca del camice il medaglione che era rotolato inavvertitamente dalla tasca di Wrumel. Lo pose, accanto agli altri due, sul tavolino di cristallo davanti al divano e le osservò attentamente. Quasi maniacalmente.

“Chissà perché Wrumel ha negato- pensò fra se’ e se’ – E’ proprio un collezionista… Quei tre avevano incontrato Erzulie in un momento cruciale della loro vita. Ossia, mentre o morivano o mutavano. Erzulie era stato il catalizzatore della loro mutazione. Il Caronte buono che traghetta verso un’altra vita. Li aveva salvati, in fondo. Come può fare un Santo, un Budda,. Una creatura compassionevole.

La voce squillante arrivò subito dopo questa riflessione. Una donna molto alta, bruna, con un camice bianco.

  • Dottor Krupp?
  • Il dottor Loi mi ha detto che l’avrei trovata qui. Mi scuso per l’intrusione. La disturbo?
  • No, prego.

Evidentemente anche per Krupp era arrivata l’ora di Caronte. Lago nero, fitto di cristalli tenebrosi e specchi opachi. Poi mare, luci, scogli e tanto odore di sale. Prati, vallate verso orizzonti a perdita d’occhio, odore d’erba e di iodio, conche blu di mare e deserti impervi, corse all’impazzata di cavalli e aquile. La nascita dell’arcobaleno, l’indaco dell’oceano all’alba.

– Sono la sua nuova assistente, dottor Krupp. Erzulie, piacere.

 

di Nicoletta Poli, per gentile concessione dell’autrice, brani tratti dal romanzo “Erzulie”, Gruppo Albatros Il Filo, 2015.

 

 

Untitled

 

Nicoletta Poli lavora come filosofo pratico a Bologna e nell’Appennino bolognese. Presidente di AiCoFi (Associazione Italiana Consulenza Filosofica) e direttore della Scuola Parresia di Bologna, è formatore nell’ambito del disagio psichico e della consulenza filosofica per individui e gruppi. Vanta diverse pubblicazioni sociologiche poetiche letterarie filosofiche. Esordisce a 20 anni col libro di poesie Dalla montagna del buio, seguito da Qualcuno che mi somigli ( prefatto da Niva Lorenzini) e Versi a Lilith (prefatto da Dario Bellezza). Finalista a concorsi letterari e poetici nazionali, è autrice dei romanzi La marmellata di papaveri e Itineraio di confine (prefatto da Sandro Curzi) sulla vicenda mafiosa di Peppino Impastato, presentato a Roma con Rita Borsellino e Don Ciotti.

Nel 2015 vince il Premio Nazionale di filosofia per la sezione Pratiche Filosofiche col libro Vite contro vento. La consulenza filosofica individuale, Ipoc, 2013. Docente di Pratiche filosofiche presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Ferrara, collabora anche col Dipartimento di Scienze Filosofiche dell’Università di Bologna. Nel 2015 esce il suo romanzo Erzulie, edito Albatros.

Foto in evidenza di Melina Piccolo

Foto della scrittrice a cura dell’autrice:

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

Pagina archivio del macchinista