Emmanuel Iduma intervista Shailja Patel

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Emmanuel Iduma intervista Shailja Patel

 

 

La CNN definisce Shailja Patel la faccia della globalizzazione centrata sui popoli. Migritude, il suo debutto letterario, basato sul suo monologo teatrale, è stato un best seller di poesia su Amazon e per il Seattle Times, come pure finalista per la letteratura straniera del premio Camaiore. Il testo viene utilizzato in oltre 50 università nel mondo.

 

Le poesie di Shailja Patel sono state tradotte in oltre 16 lingue. I suoi saggi sono pubblicati in le Monde Diplomatique, The New Inquiry, Internazionale e Counterpunch. Tra i vari riconoscimenti: la Sundance Theater Fellowship, La Nordic Africa Institute African Writer Fellowship, il premio di poesia Voices of Our Nation, il Fanny-Ann Poetry Award.

 

Patel è uno dei membri fondatori di Kenians for Peace, Truth and Justice, una coalizione di associazioni della società civile che operano per una equa democrazia in Kenya. L’organizzazione African Women’s Development Fund l’ha nominata una delle 50 più importanti femministe africane. La rivista indiana ELLE l’ha scelta come una delle 25 persone più influenti tra i giovani (New Guard Influencers) e Poetry Africa l’ha onorata con il premio Letters to Dennis Poet, per le sue attività che continuano la tradizione del poeta Dennis Brutus, famoso per la sua lotta all’apartheid. Nel 2012 ha rappresentato il Kenya al Poetry Parnassus, le olimpiadi culturali di Londra. Il suo lavoro è attualmente esibito nella mostra “Beyond Bollywood” allo Smithsonian Museum. La seguente conversazione ha avuto luogo tramite Google Chat in un caldo pomeriggio di Nairobi e un freddo mattino invernale di New York.

 

Shailja Patel –Grazie per la tua penetrante meditazione su Baga. Se riuscito a dare a molti di noi le parole che stentavamo a trovare.

 

Emmanuel iduma– Sono io a ringraziare te. Ho pensato al tuo uso della parola “unworded”* – “sparolata”, senza parole, gioco di parole su un-worlding– in risposta al mio saggio.

SP – E’ un ottimo punto di partenza. E’ da un po’ che penso a quale sia il punto – se ce n’è uno – delle parole in questi tempi che ti tolgono la parola. Annie Dillard ha scritto “Cosa si potrebbe dire a una persona che sta morendo che non la faccia arrabbiare nella sua banalità?” Uno scrittore africano cosa può dire di Baga? O cosa potrebbe dire ai superstiti di Baga che non li indurrebbe a sputargli addosso? Come possiamo trovare il senso di questa cosa inimmaginabile, insopportabile che è successa? “Mai più” è uno slogan inutile. “Blacklivesmatter” è inutile.

EI – Credo che la domanda che vuoi porti sia “cosa possono fare le parole?”

SP- E a che cosa servono le parole.

EI- Fondamentalmente credo che scrivere sia l’atto di attraversare il vuoto, il tentativo di gettare un ponte tra le distanze. Forse è da qui che bisogna partire per immaginare il nostro lavoro in tempi che ci tolgono la parola. Cioè, in che modo può la scrittura avvicinarci a tutta la morte che circonda?

SP- Keguro Macharia ci insegna che la forma può servire da contenitore per i sentimenti. Parole in funzione di rito: una struttura formale per il dolore.

EI- Le parole di Keguro costituiscono “ un immaginario etico” e naturalmente anche Yvonne Owuor utilizza le stesse parole.

SP- Il tuo testo lancia dei fili che tentano di ricomporre tutte quelle rotture create dalla violenza. Ci ritiriamo nell’insensibilità protettiva del trauma. Qualcuno deve parlare per ricucire la comunità. Audre Lorde si chiede, “Quanta di questa verità posso vedere e continuare a vivere rifiutando la cecità? Quanto di questo dolore posso utilizzare?”

EI- La violenza, che si compie oggi su scala di genocidio, specialmente quando viene trasmessa in diretta, ha come disegno quello di desensibilizzarci, trasformarci in meri osservatori. La mia fiducia nella scrittura come modo per riportarci alla sensibilità (se mi è lecito utilizzare quella parola) non è stata mai tanto grande. E’ una questione di urgenza, vero? Cosa è importante per me in questo momento? Che cosa sostiene la mia vita e quella degli altri?

SP- Combattere la desensibilizzazione attivando l’immaginario etico stava al centro del ICC Witness Project – poesie di scrittori kenioti scritte subito dopo le violenze che si verificano durante e dopo le elezioni del 2007-8. E oggi il Kenya ha appena approvato il Security Act, che trasforma quel tipo di testimonianza in potenziale reato. Mi sto interrogando profondamente su che tipo di scrittura possa offrire immagini e dare nutrimento al senso etico della vita – una scrittura che sostenga la vita, una scrittura contro la separazione e la disumanizzazione che ci circonda. E come fare tutto ciò in una modalità che renda onore ai morti, che non neghi le atrocità.

EI- Credi che la parola “attivista” non sia sufficiente a descrivere i tuoi impulsi di scrittrice?

SP- La mia formazione è in economia politica ed infatti la mia prima carriera è stata nel settore finanziario. E’ impossibile per me scrivere senza prendere in considerazione i rapporti di potere, le storie che sono state zittite e i flussi di risorse. Porto la totalità di quel che so in tutto ciò che scrivo – dalle poesie d’amore a un ritornello sullo zucchero. La parole “attivista” nel modo in cui viene utilizzata in Kenya è inadeguata perché ora come ora è associata solo alla spettacolarizzazione – corpi nelle strade che si schierano contro la violenza dello stato neoliberale militarizzato. Definito così, l’attivismo cancella il lavoro di riproduzione, il lavoro che dà nutrimento alla vita, il lavoro intellettuale. In questo spazio, scrivo per mettere sotto la lente d’ingrandimento e complicare la narrativa maschilista. Nella mia scrittura amplifico e valorizzo le economie della cura che danno sostentamento e riparano i corpi rimasti in strada, danno punti di sutura alle ferite e rigenerano i mondi distrutti dalla guerra.

EI- Un’attivista ma anche una poeta, quindi. Tornando al discorso “forma come contenitore dei sentimenti”, immagino che, come poeta, ti trovi a trattare le parole come oggetti?

SP- Non sono sicura di ciò che intendi dire. Spiegami meglio “parole come oggetti”, per favore.

EI- Beh, pensavo al tuo verso, “guadagnarsi il significato delle parole” (in Migritude). Questo “guadagnarsi” mi sembra un’azione fisica. E poiché scrivevi dei tuoi sari, scrivevi attraverso di loro per esprimerti, anche le parole acquistano fisicità?

SP –“Prima di reclamare una parola… devi guadagnarti il suo significato” è collegata al materialismo delle parole. Parole come materia. Il concetto di onore personale e comunitario che sta alla base del concetto di mantenere la parola, cioè il fatto che la tua parola sia “buona” – nel significato di solida, affidabile, una promessa su cui si può contare. Cioè agire in maniera coerente con quel che si afferma. Come scrittrice credo ardentemente nell’integrità delle parole – non uso alla leggera parole come “amore”, o “verità” o “ giustizia”. In Migritude, i sari hanno la funzione di parole materializzate – sì. Incarnano la circolazione del capitale globale, delle storie cancellate. E nella preparazione dello spettacolo, ho avuto esperienza dei sari anche come oggetti generativi – affabulatori, testi, palinsesti artistici, tessuti, cultura, commercio, impero.

EI- Allora è con integrità che usi la parola “migritude”?

SP-Ah, ecco, mi sono data la zappa sui piedi. [sorride]. … Mi viene in mente una poesia di Adrienne Rich in cui scrive “ Sto in piedi nella tua poesia, insoddisfatta..” Per certi versi mi sono sentita un po’ così in Migritude – come se mi stessero dicendo che la “condizione della migrazione” non può essere risolta oggi nel mondo.” Quello che intendo dire con la parola integrità attinge a quella poetica della conoscenza scomoda, per citare Alice Fulton. Per poter reclamare una parola ed utilizzarla con integrità bisogna vedere tutto quello che ci sta dentro, comprese le cose che ci procurano disturbo a livello critico. Non si può parlare di “giustizia” in maniera selettiva. O di “verità” quando viene cancellata qualsiasi cosa che turbi la tua narrativa.

EI- Certo. Vilem Flusser dice che la parola va considerata sia nel senso ontologico che in quello etimologico. Qual è la storia della parola, sì, e come essa opera nel mondo.

SP- Utilizzare la parola “migritude” con integrità, bisogna accettare la conoscenza scomoda che lo status di migrante può toccare a chiunque, in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi momento.. Chiunque può subire una dislocazione a causa dei cambiamenti climatici, gentrification, guerra, disastri naturali… siamo stati tutti migranti nel passato, nel presente e potenzialmente nel futuro. Quando dico questo agli intervistatori o a un pubblico che si identifica come parte del mondo sicuro e dominante, li vedo che subito si agitano e cercano di negare che potrebbero mai far parte “di quella gente là”.

EI- Ho sempre pensato che a volte ad avviare la migrazione sia un impulso. In molti casi (e questo mi è stato confermato la scorsa estate quando ho viaggiato in una rotta attraversata dai migranti) un migrante non ha tempo per spiegarsi i motivi della migrazione. E’ una cosa improvvisa, è un’esigenza che s’impone.

SP- E dobbiamo ricordare che molti popoli sono sempre stati nomadi. Ho iniziato a rendermi conto della mia ignoranza rispetto alle loro storie. La costruzione dei confini degli stati nazionali africani, per esempio, è stata una forma di violenza ai danni delle popolazioni dedite alla pastorizia. Lo “sviluppo” delle nazioni africane nel periodo successivo all’indipendenza è una guerra contro le popolazioni nomadi e una forma di land grabbing delle loro terre di demanio. Sandile Dikeni ci ricorda che lo stato nazionale è un costrutto europeo del diciottesimo secolo. Per loro, la funzione fondamentale dell’Africa è stata quella di consentire a delle élite caratterizzate dall’etnia la cattura delle risorse.

EI- Mi irrita il fatto che in Europa chi ozia per le strade viene tranquillamente chiamato un “flaneuer”, alla maniera di Baudelaire, cioè un gentiluomo che ozia ed osserva, mentre se lo fa una persona in Africa tutto a un tratto diventa un “loiterer” cioè un vagabondo potenzialmente criminale.

SP- A Nairobi è reato sedersi a terra per strada. Oziare è criminalizzato. I corpi che semplicemente occupano spazio ma non generano utili destano sospetto.

EI- E con questi stati nazionali sono sorti anche nuovi imperi. Credi che sia egualmente importante denunciare queste nuove egemonie?

SP- Io non li considero nuovi imperi ma piuttosto l’Impero che si ripete, si affina, con tecnologie sempre più letali. E’ incredibile osservare con quanta energia la gente cerchi di evitare di vedere e pensare alle conseguenze dell’Impero. Non sai quante volte ho trovato persone, gente che evidentemente si identificava con l’impero, che con immeritato senso di superiorità si accaniva a spiegarmi come stavano le cose quando non desistevo dal richiamare alla loro attenzione i torti subiti da popolazioni considerate usa-getta.

EI- Il comodo vivere, in qualsiasi forma, ti porta a una tremenda complicità. Una volta che ti trovi a tuo agio  immaginando di essere distante dai problemi del mondo, inizi a convincerti che le persone che si ostinano a denunciare l’impero  sprecano il loro tempo.

SP- Ti devi convincere che è indubbiamente necessario che gli altri si sacrifichino per la tua comodità. Naturalmente ciò accade a una certa distanza da te. Certo, tu personalmente non ti metteresti mai a incendiare la casa di un’altra persona per garantirti la tua riserva di elettricità o benzina, ma ti va bene che al tuo posto lo facciano Shell o la Banca Mondiale. Vedere queste cose costa fatica. Pensare a modi alternativi di vivere insieme al mondo costa fatica.

EI- In tempi come questi mi chiedo se la metafora non sia la maniera più utile per parlare in maniera diretta. E’ per questo motivo che scrivi poesia, perché ti consente di affrontare diversi argomenti, a diversi livelli, in unico testo poetico?

SP- La poesia è il genere in cui la metafora si trova nel proprio elemento. Ma in questi tempi non ho più la pazienza di condurre delicatamente la gente a percepire la vita degli altri, le realtà al di fuori della propria dispiegando il linguaggio con maestria. Mi sembra assiomatico, per esempio, che la satira non debba deridere gli oppressi. Che se la tua vignetta prende a calci chi già li riceve tutti i giorni della sua vita più che un artista d’avanguardia sei uno stronzo e un bullo.

EI- Quindi sei d’accordo con Keguro Macharia che scrive, “Non capisco l’idea che gli scrittori debbano difendere il diritto di offendere”.

SP- Esatto. Quindi a noi scrittori toccherebbe corteggiare l’immaginazione di chi se ne sta comodo, sedurre i privilegiati per indurli semplicemente a vedere l’Altro come essere umano- questa cosa mi riempie di rabbia.

EI- E credo che questo stia al centro di Migritude.

SP- Il corteggiamento o la rabbia?

EI- Il corteggiamento.

SP- Allora, forse il prossimo libro sarà un concentrato di rabbia.

EI- il prossimo libro? Stai lavorando a un altro?

SP- Non avrei dovuto farmelo scappare. In questo momento sono in un corpo a corpo con la possibilità di scriverne uno nuovo. E’ che la storia continua ad accadere in tempo reale – senza alcuna considerazione- e le emergenze politiche e umane sono prioritarie. Quando ritorno al manoscritto, queste emergenze mi costringono ad ampliarne l’orizzonte. Il libro esplora le costruzioni di razza, mascolinità e nazione.

EI- Come fai a sapere quando hai finito?

SP- Questo è esattamente il problema. Il mio amico Jeff Chang dice: a un certo punto ti devi rassegnare che non sai abbastanza e ti accontenti. Io ancora non mi sono rassegnata.

EI- Certo che è difficile. Sono interessato a sapere se credi che ci sia uno spazio per africani di discendenza est asiatica che prima non esisteva?

SP- Non penso in termini di africani di discendenza est asiatica. È un concetto astorico, considerando che la storia di migrazioni dall’oceano indiano è vecchia di duemila anni. E’ un concetto che ti trasforma in “Altro” e che balcanizza proprio nel momento in cui ci stanno costringendo a dividerci in enclave tribali in Africa. Altrove ho detto, “ Ci sono solo 3 tribù in Kenya: Quelli Che Hanno – Quelli Che Vorrebbero Avere – e Quelli Che Vorrebbero Che Entrambi i Suddetti Fossero Rimossi.

EI- Si capisce. Useresti mai il termine “migritude” per descrivere una qualsiasi identità in Kenya?

SP- Abbiamo ancora mezzo milione di sfollati interni prodotti dalle settimane di violenza post elettorale del 2007-8 e dai conflitti politici dei decenni precedenti. Intere comunità sono state violentemente sfrattate dalle loro terre sulla costa. Ci sono popolazioni indigene che sono dovute fuggire dalle loro case nelle foreste del Kenya centrale perché la Banca Centrale con la complicità di politici dediti al land grabbing gli hanno bruciato la casa. L’anno scorso c’è stata la pulizia etnica della comunità somala – oltre un milione di persone.

EI- Il tuo libro è allo stesso tempo un’autobiografia, una prosa poetica, un memoriale e il racconto del processo artistico. E’ stato strano – forse perfino incongruo- lavorare a questo tipo di libro?

SP- E’ stata una sfida trovare la forma giusta che andasse bene con il contenuto, creato in origine per il teatro. Sono stata fortunata ad avere una editor lungimirante – Sunyoung Lee di Kaya Press – che è riuscita a visualizzare come il copione della performance potesse essere racchiuso in una narrativa divisa in parti. Il contenuto dà forma alla struttura.

EI- Penso anche alla autorevolezza pregnante della tua voce. Mentre fai le tue dichiarazioni è quasi come se stessi fissando lo sguardo sulle tremende immoralità dell’Impero. Mi chiedo, come sei riuscita a costruire tanto ardire?

SP- Lo attribuisco a un’infanzia passata a lottare contro i bulli più di grandi di me – e a perdere la maggioranza delle volte. Crescendo sono sempre stata anomala e ho imparato a sentirmi a mio agio con la mia scarsa popolarità. Ritorno al principio di onore personale, che per me significa fedeltà alla verità e alla giustizia. Preferisco di gran lunga entrare in conflitto con il potere pur di sentirmi integra. I sistemi che interrogo adesso sono semplicemente bulli più grandi di quelli della mia infanzia. Il capitalismo è l’uber-bullo planetario.

EI- Ricordo di aver letto da qualche parte che preferisci essere chiamata “una keniota dalla pelle marrone”. Non so se ti senti a tuo agio a parlarne, ma credi che Migritude abbia contribuito a farti percepire quella come tua identità?

SP- In realtà preferisco essere chiamata keniota senza alcuna aggettivazione.“ “Keniota dalla pelle marrone” è una locuzione che utilizzo per correggere l’errore compiute da persone che descrivono la gente di pelle marrone nel continente africano con il termine “indiani”. Trovo che l’aggettivazione riferita a gruppo etnico, proprio come l’aggettivazione riferita a genere o sessualità abbia come ordine del giorno quello di emarginare. Si presume che uno scrittore appartenente a un gruppo etnico di minoranza scriva della sua identità; le donne vengono chiamate a scrivere su argomenti che riguardano il genere, agli scrittori gay si chiede di parlare della propria sessualità mentre si presume che la scrittura di uomini eterosessuali appartenenti alla cultura dominante rappresenti la condizione umana universale. Quindi Philip Roth, per esempio che scrive del suo pene, è uno scrittore “americano” mentre Toni Morrison, che scrive sui miti fondanti e sulle ideologie degli Stati Uniti, è una “scrittrice nera”. Se è importante che io venga identificata con il mio gruppo etnico, allora è egualmente importante descrivere Ngugiwa Thiong’o come Gikuyu keniota-americano, Chimamanda Ngozi Adichie come nigeriana Igbo, Wole Soyinka come nigeriano Yoruba, etc.

EI- Ti piacerebbe che ci fosse un numero maggiore di scrittori per il teatro? Intendo, scrittori che scrivono nel continente africano?

SP- Non credo che sia un numero esiguo. Ci sono molti spazi africani che danno nutrimento alla scrittura teatrale – il Sundance East Africa, festival teatrali sparsi per tutto il continente – e ci sono delle voci straordinarie che riempiono quegli spazi, e che scrivono anche per la radio, al TV e il cinema.

EI- Mi conforta sapere questo.

SP- Io non lo vedo come problema legato alla mancanza di una nuova scrittura teatrale. Si tratta piuttosto del fallimento degli stati africani nella creazione di settori artistici duraturi che offrano salari in grado di far vivere in maniera sostenibile i lavoratori della cultura. Abbiamo bisogno di infrastrutture che sviluppino, producano e organizzino tournée per i nuovi lavori teatrali di scrittori locali e offrano condizioni giuste. Il successo dell’attrice keniota Lupita Nyong’O a Hollywood è questione di orgoglio nazionale, ma gli attori e gli scrittori di testi teatrali kenioti sono sempre a combattere una battaglia perdente per essere pagati a fare il proprio lavoro in Kenya. Ciò rafforza una cultura in cui è possibile solo ai figli dei ricchi fare carriera seriamente nelle arti.

(traduzione di Pina Piccolo)

L’originale inglese è stata pubblicata nella prestigiosa rivista di scrittura internazionale contemporanea Wasafiri, il 17 febbraio 2015

Per gentile concessione dell’intervistatore.

 

Emmanuel Iduma_Bio_Courtesy D.L. Petros

 

Emmanuel Iduma, nato e cresciuto in Nigeria, è scrittore e critico d’arte. Dirige Saraba Magazine, rivista di cui è stato co-fondatore. Nel 2015 è stato scrittore-in-residenza alla Piattaforma Danspace Project a New York e ha fatto parte di una residenza collaborativa all’Appartement 22 a Rabat. Il suo lavoro all’interno del progetto  Invisble Borders  è stato presentato alla 56esima Biennale di Venezia. Formatosi come avvocato ha anche un Master in Critica d’Arte e Scrittura dalla School of Visual Arts di New York. E’ autore di Farad e co-redattore di Gambit: Newer African Writing.  

 

 

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La CNN definisce Shailja Patel la faccia della globalizzazione centrata sui popoli. Migritude, il suo debutto letterario, basato sul suo monologo teatrale, è stato un best seller di poesia su Amazon e per il Seattle Times, come pure finalista per la letteratura straniera del premio Camaiore. Il testo viene utilizzato in oltre 60 università nel mondo. Le poesie di Shailja Patel sono state tradotte in oltre 16 lingue. I suoi saggi sono pubblicati in le Monde Diplomatique, The New Inquiry, Internazionale e Counterpunch.  Patel è uno dei membri fondatori di Kenians for Peace, Truth and Justice, una coalizione di associazioni della società civile che operano per una equa democrazia in Kenya. L’organizzazione African Women’s Development Fund l’ha nominata una delle 50 più importanti femministe africane. Ha rappresentato il Kenia al Poetry Parnassus, le Olimpiadi Culturali di Londra,che si sono svolte in concomitanza con le Olimpiadi sportive. www.shailja.com


 

Emmanuel Iduma interviews Shailja Patel

CNN calls Shailja Patel ‘the people-centered face of globalisation. Her publishing debut, Migritude, based on her acclaimed one-woman show, was an Amazon poetrybestseller, a Seattle Timesbestseller and was shortlisted for Italy’s Camaiore Prize.Migritude is taught in over fifty colleges and universities worldwide.

 

Patel’s poems have been translated into sixteen languages. Her essays appear in Le Monde Diplomatique,The New Inquiry, Internazionale and Counterpunch among others. Honours include a Sundance Theatre Fellowship, a Voices of Our Nations poetry award, the Fanny-Ann Eddy Poetry Award and the Nordic Africa Institute African Writer Fellowship.

Patel is a founding member of Kenyans for Peace, Truth and Justice, a civil society coalition which works for an equitable democracy in Kenya. The African Women’s Development Fund named her one of fifty inspirational African feminists, ELLEIndia magazine selected her as one of its twenty-five New Guard Influencers and Poetry Africa honoured her as Letters to Dennis Poet, continuing the legacy of renowned anti-apartheid activist poet Dennis Brutus. She represented Kenya at the London Cultural Olympiad’s Poetry Parnassus in 2012. Her work currently features in the Smithsonian Museum’s groundbreaking ‘Beyond Bollywood’ exhibition.

This conversation took place via Google Chat during a hot Nairobi afternoon and a wintry New York morning.

Shailja Patel: Thanks for the piercing meditation on Baga. It gave many of us words that we were lost for.

Emmanuel Iduma: Thank you. I have been thinking about your use of ‘unworded’in response to the essay.
SP: That’s a good place to start. I’ve been thinking about the point – or pointlessness – of words in unwording times. Annie Dillard writes ‘what would you say to a dying person that would not enrage in its triviality?’ What can an African writer say about Baga? Or say to the survivors of Baga that wouldn’t make them spit? How do we make sense of this unimaginable, unbearable thing that has happened? ‘Never again’ is useless. ‘Blacklivesmatter’ is useless.
EI: I think you’re asking: what can words do?
SP: And what are words good for?
EI: I think writing is fundamentally an act of traversing emptiness, of attempting to bridge distance. Maybe this is how we begin to imagine our work in these unwording times. That is, how can writing bring us closer to the dying happening around us?
SP: Keguro Macharia teaches me about form as a container for feeling. Words as ritual: a formal structure for grief.
EI: Keguro’s words are ‘ethical imagination’ and, of course, Yvonne Owuor uses those words too. I spent the last three months trying to figure out what that meant.
SP: Your Baga piece threw out lines of connection across the severing that violence creates. We retreat into the self-protective numbness of trauma. Someone has to speak to restore community. Audre Lorde asks: how much of this truth can I see and still live unblinded? How much of this pain can I use?
EI: The genocidal scale of violence today, especially because it’s reported in real time, is designed to make us numb, to make us merely observers. My faith in writing as a way to un-numb (if I may use that word) has never been stronger. It’s a question of urgency, isn’t it? What matters to me right now? What affirms my life and that of others?
SP: Un-numbing by activating the ethical imagination was the heart of the ICC Witness project — poems by Kenyan writers on the post-election violence in 2007-8. And today, Kenya has just passed the Security Act, which makes that kind of witnessing a potential crime. I’m thinking deeply about writing that imagines and nurtures ethical life — life-affirming writing, writing against the splitting and dehumanisation that surrounds us. And how to do it in a way that honours the dead, does not deny the atrocities.
EI: Do you ever feel that the word ‘activist’ is not enough to describe your impulses as a writer?
SP: I was trained as a political economist and my first career was in finance. It’s impossible for me to write without considering relationships of power, silenced histories and resource flows. I bring the entirety of what I know to everything I write— from love poems to a riff on sugar. ‘Activist’ as it’s used in Kenya is inadequate for me because it’s come to be associated only with spectacle — bodies on the streets pitting themselves against the violence of the militarised neoliberal state.Activism defined in this way erases reproductive labour, life-nurturing labour, intellectual labour. In this space, I write to enlarge and complicate that machonarrative. I amplify and valorise the care economies that sustain and repair the bodies on the street, suture the wounds and regenerate the worlds destroyed by warfare.

EI: An activist but also a poet, yes. Returning to ‘form as a container for feeling’ I imagine that, as a poet, you might treat words as objects?
SP: Not sure what you mean. Unpack ‘words as objects’ please?
EI: Well, I was thinking about when you wrote ‘earning the meaning of words’. This earning seems to me like a physical act. And, because you were writing about your saris, writing through them so to speak, do the words become physical?
SP: ‘Before you claim a word … you have to earn its meaning’ has to do with the materialism of words. Words as matter. The concept of personal and communal honour that lies in keeping your word; your word being ‘good’ — meaning solid, trustworthy, a promise that can be counted on. Walking your talk. As a writer, I believe fiercely in the integrity of words — I don’t use words like ‘love’ or ‘truth’ or ‘justice’ lightly. The saris in Migritude as word materialised — yes. They are the circulation of global capital, of histories erased. And in the making of the show, I also experienced them as generative — tellers of stories, texts in themselves, palimpsests of art, weaving, culture, trade, Empire.
EI: Is ‘migritude’ a word you should use with integrity?
SP: Ha. Hoist with my own petard [smiles]. What comes up for me is this question you sent me earlier: ‘I’m thinking of an Adrienne Rich poem in which she writes,“I’m standing in your poem, unsatisfied … ” In some way I had a similar feeling reading Migritude — as if I was being told that the ‘condition of migration’ in today’s world cannot be resolved’. What I mean by the integrity of a word draws onAlice Fulton’s poetics of inconvenient knowledge. In order to claim a word and use it with integrity, you have to see everything it includes, even those things that cause you critical discomfort. You can’t talk of ‘justice’ selectively. Or ‘truth’ that erases anything that troubles your narrative.
EI: Certainly. Vilem Flusser says that a word must be considered in its ontological and etymological senses. What is the history of the word, yes, but how does it operate in the world.
SP: To use the word ‘migritude’ with integrity, you have to embrace the inconvenient knowledge that the state of migrancy can befall anyone on the planet at any time. Anyone can be displaced by climate crisis, financial and political crisis, gentrification, war, natural disaster … we are all past, present or potential migrants.When I put this to interviewers or audiences who think of themselves as secure and dominant, I see them instantly squirm and try to deny that they could ever be ‘those people’.
EI: I’ve always thought that migration sometimes begins with an impulse. In many cases (and travelling across a migrant route last summer confirmed this for me) a migrant has no time to explain the reasons for moving. It’s sudden, imperative.
SP: But we must remember that many peoples have always been nomadic. I’ve begun to realise how ignorant I am of these histories. The construction of African nation states with borders, for example, are a form of violence against pastoralists. ‘Development’ in post-independence Africa is a war on nomadic peoples and a grabbing of their commons. Sandile Dikeni reminds us that the nation state is an eighteenth-century European construct. Its primary function on the African continent is to enable ethnicised elites to capture resources.
EI: I’m irritated by the fact that it’s okay to say ‘flaneur’ in Europe, but when you come to Africa the idling pedestrian becomes a ‘loiterer’.
SP: In Nairobi, it’s a crime to sit on the streets. Idling is criminalised. Bodies simply occupying space, rather than generating profit, are suspect.
EI: But also, with the new nation-states, new empires have arisen. Do you think it’s equally important to speak against these new hegemonies?
SP: I don’t see new empires so much as Empire repeating and refining itself, with ever more sophisticated killing technologies. It’s amazing how resistant the world is to seeing and thinking about Empire. I get empiresplained ALL the time by those who are disturbed that I keep calling attention to disposable people.
EI: There’s a terrible complicity that occurs with comfort, in any way. Once you can successfully imagine that you’re distant from all the troubles of the world, you begin to think people declaiming empire are wasting their time.
SP: You have to persuade yourself that it’s unquestionably necessary for others to be sacrificed for your comfort. At a distance, of course. You yourself wouldn’t torch someone’s home to secure your personal supply of electricity or petrol, but you’reOK with Shell or the World Bank doing it on your behalf. Seeing is labour. Thinking through alternative ways to share the world is labour.
EI: I wonder, at times like this, if metaphor isn’t the most useful way to speak directly. Is this why you write poetry, to speak to multiple concerns in one poem?
SP: Poetry is where metaphor comes into its own. But I find myself in these days impatient with having to nudge people into awareness of other lives, other realities outside their own, through skillful deployment of language. It seems axiomatic to me that satire for example, should not mock the oppressed. That if your cartoon kicks those who are already kicked every day of their lives, you’re not an edgy artist, you’re a bully and an asshole.
EI: As Keguro Macharia wrote, ‘I don’t understand the idea that writers should defend the right to offend.’
SP: Exactly. So to have to court the imagination of the comfortable, to seduce the privileged with image and story, into simply seeing the Other as human — it enrages me.
EI: And I believe this was at the heart of Migritude.
SP: The courting? Or the rage?
EI: The courting.
SP: Maybe the next book needs to be undiluted rage.
EI: The next book! What are you working on now?
SP: Uh-oh. I wasn’t going to mention the next book. I’m wrestling hard with it right now. History keeps happening in real time – so inconsiderate – and the political and human emergencies of the moment take priority. When I return to the manuscript, they force me to expand its scope. The book explores constructions of race, masculinity and nationhood.
EI: How would you know when to stop?
SP: That’s exactly the problem. My friend Jeff Chang says: at some point you have to make peace with not knowing enough and just go for it. I haven’t made that peace yet.
EI: That’s so hard. I’m quite interested in knowing if you think there’s a space carved out for ‘East African Asians’ today that didn’t exist before?
SP: I don’t think in terms of ‘East African Asians’. It’s ahistoric, given the 2,000 year history of Indian Ocean migrations. It’s othering and balkanising in a time when we’re all being forced into tribal enclaves in Kenya. I’ve said elsewhere: ‘There are only three tribes in Kenya. The Haves. The Wanna-Haves. And the Have-Them-Removed.’
EI: Understandably. Would you use ‘migritude’ to describe any identity in Kenya?
SP: We still have half-a-million people internally displaced by the post-election violence of 2007-8 and the political clashes of the preceding decades. Entire communities are being violently evicted from their lands at the Coast. Indigenous peoples being burned out of their homes in the forests of Central Kenya by the World Bank and land-grabbing politicians. Last year, we saw the ethnic cleansing of Kenya’s Somali community — over one million people.
EI: Your book is at once an autobiography, a prose-poem, a memoir and an account of the artistic process. Was it strange – maybe even incongruent – to work on a book like this?
SP: It was a demanding exercise in finding the form to fit the content, which was originally created for theatre. I was fortunate to have a visionary editor – Sunyoung Lee of Kaya Press – who saw a book that embedded the performance script into a larger multi-part narrative. The content shapes the form.
EI: I’m also thinking about the poignant authority of your voice. You’re making declarations, almost as if you’re looking squarely at all the terrible immoralities of empire. And I wonder, how did you build up so much boldness?
SP: A childhood spent taking on bullies who were bigger than me — and losing most of the time. Growing up I was always an outlier and I got comfortable with being unpopular. I return to that principle of personal honour, which, for me, is fidelity to truth and justice. I’d much rather be at odds with power than out of integrity with myself. The systems I interrogate are simply larger bullies. Capitalism is the planetary uber-bully.

EI: I remember reading that you preferred to be called ‘a brown Kenyan’. I don’t know how comfortable you are with talking about this, but did writing Migritudecast a special light on that identity for you?
SP: Actually, I prefer to be called Kenyan without qualifiers. ‘Brown Kenyan’ is mycorrective to the factual error of describing brown people on the African continent as‘Indian’. I find the ethnicity qualifier, like the gender or sexuality qualifier, always has an agenda to marginalise. Minority writers are assumed to be writing about identity; women writers are told their subject matter is gender; queer writers are asked about sexuality but the writing of straight hegemonic men is taken to represent the universal human condition. So Philip Roth, for example, who writes about hispenis, is an ‘American writer’ while Toni Morrison, who writes about the foundational histories and ideologies of the USA, is a ‘black woman writer’. If it’s important to identify me by ethnicity, then it’s equally important to describe Ngugiwa Thiong’o as a Gikuyu-American Kenyan, Binyavanga as a Tutsi-Ugandan-Gikuyu Kenyan, Chimamanda as an Igbo Nigerian, Soyinka as a Yoruba Nigerian and so on.

EI: Do you wish there were more writers dealing with text-for-theatre? I meanwriters writing on the African continent?
SP: I don’t see a paucity. There are many African spaces nurturing writing for stage– Sundance East Africa, theatre festivals across the continent – and some amazing voices feeding those spaces, and also writing for radio, TV and cinema.
EI: That’s comforting to learn.
SP: The problem I see is not a shortage of new writing for stage. It’s the failure of African states to create viable performing arts sectors that offer sustainable livelihoods to cultural workers. We need infrastructures that develop, produce and tour new work by local writers on equitable terms. Lupita’s success in Hollywood is a matter of national pride, but Kenyan actors and playwrights fight a constant losing battle to get paid to make work in Kenya. It reinforces a culture where serious arts careers are only possible for the children of the wealthy.

 

Emmanuel Iduma, born and raised in Nigeria, is a writer and art critic. He directs Saraba Magazine, which he co-founded. In 2015, Iduma was writer-in-residence at the New York-based Danspace Project’s Platform, and part of a collaborative residency at L’Appartement 22, Rabat. His work with Invisible Borders was exhibited at the 56th Venice Biennale. A lawyer by training, he holds an MFA in Art Criticism and Writing from the School of Visual Arts, New York. He is the author of Farad and co-editor of Gambit: Newer African Writing.

 

Foto dell’autore a cura di Emmanuel Iduma.

Foto di Shailja Patel a cura di Heather Lewis.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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