Due tazze da Ramallah a Bolzano. A cena con Gentiana Minga e Mahmoud Darwish

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L’anno scorso, dopo una tipica cena prenatalizia in cui ci riuniamo per festeggiare in anticipo Natale e Capodanno, decisi di scrivere un pezzo che narrasse in modo pressoché dettagliato i ricordi della serata. Non era una decisione premeditata né riflettuta. Piuttosto una conclusione emotiva, come quando a un certo punto ti rendi conto di far parte di un’esperienza unica. Non perché straordinaria o chissà quanto eccezionale, ma semplicemente perché irripetibile. Avevamo deciso il posto, un ristorante pachistano, e prenotato il tavolo. Un tavolo lungo giacché eravamo in dodici. Non li ricordo tutti, ma so che di fronte a me e mio marito avevamo Adel e Samantha, una coppia mista irachena-altoatesina. Alla loro destra, due signore che vedevo per prima volta, giunte da Trento, una siriana e una palestinese. Più in là Lilia, una amica bulgara cantante lirica e poeta con suo marito italiano e la loro figlia. Al mio fianco Francesca, una professoressa di origine veneziana, bolzanina d’adozione per via del destino. Più giù, vicino alle finestre una coppia mista, iraniana lei e tedesco lui. Là fuori giaceva la notte con le sfumature sfavillanti della strada e dei passanti, in contrasto magico con i colori (l’atmosfera) orientale che regnava dentro. Abbiamo ordinato delle pietanze insolite che abbiamo condiviso rigorosamente tra noi per poterne poi provare altre. Crema di di yogurt con la menta e fagottini di pasta sfoglia con ripieno di verdure miste. Polpette di ceci, i famosi falafel con crema di melagrana e le banane.

Ci siamo divertiti un bel po’ assaporando il cibo e chiacchierando di cose leggere come dentro un miraggio che necessita di frivolezza per poter dimenticare la preoccupazione del presente e del futuro. Francesca ci raccontava di Venezia e dei viaggi avventurosi di sua nonna. Lilia della sua ossessione, da piccola, di stare sotto i tavoli a meditare. La sua passione nell’organizzare delle feste rigorosamente a casa sua, cucinare tanto e bene per far felice gli ospiti che a stomaco pieno l’avrebbero sentita cantare delle canzoncine del suo paese. A dire il vero è una delle donne bulgare più interessanti che ho mai conosciuto. Ma lo stesso mi sarei scordata di tutto se non fosse stato per Safa, la signora palestinese, che a un certo punto ha tirato fuori dalla sua borsa un regalo per Adel e Samantha. Due tazze da tè con una scritta in arabo. Portati da Ramallah, precisò, direttamente dal Museo “Mahmoud Darvish”. Le mise sul tavolo con particolare eleganza, e sorrise sistemandosi i capelli castani. Aveva grandi occhi neri e un viso delizioso, rotondo e circondato da una chioma ondulata. Chiesi di chi erano i versi scritti sulle tazze. Mi ripose che erano di Mahmoud Darvish. Il poeta palestinese si spense nel 2008 in Texas, e ottenne un permesso per vedere la sua famiglia nello stato di Israele solo nel 1996, dopo 26 anni di esilio. Mi incuriosì il viaggio di quelle due tazze da Ramallah a Bolzano, e immediatamente mi ricordai della mia amica Laura Ciaghi che ho conosciuto anni fa. Guida turistica con in tasca una laurea in scienze forestali andava in giro come attivista non violenta in difesa dei diritti umani dal Guatemala in Colombia, dal Kosovo in Iraq. Per un bel po’ di anni con gli altri volontari dell’Operazione Colomba aveva scortato i bambini di At’Tuwani, un villaggio palestinese sulle colline a Sud di Hebron. Abitavano in una casetta minuta costruita da volontari israeliani sul terreno di una famiglia palestinese. Il paese contava qualche centinaia di abitanti, tra cui un gruppo di bambini che ogni giorno per andare a scuola attraversavano la colonia israeliana Ma’on correndo il rischio di venire bastonati, minacciati, malmenati dai coloni. Per evitarlo, facevano un’altra strada, lunga e stancante. Gli abitanti percorrevano una via difficile e recintata con i raccolti distrutti, gli olivi abbattuti e l’orzo avvelenato. La storia dei bambini che sacrificavano la vita per andare a scuola mi aveva particolarmente commossa e mi sorpresi quando seppi che Safa conosceva bene Laura e altrettanto bene le sventure dei abitanti di At’Tuwani. La presenza di Safa, con le due tazze portate da Ramallah a Bolzano con un messaggio del poeta, per me equivaleva alla testimonianza dei bambini di At’Tuwani che stremati ma non rassegnati ogni giorno attraversano a piedi una strada pericolosa per andare a scuola. Pregai Safa di tradurmi il versetto inciso su una delle tazze. Non conosceva molto bene l’italiano, perciò incerta scandì:

“C’è qualcosa su questa terra che vale la pena viverci”. 

Poi aggiunse : “Qui sotto, questo simbolo vuol dire farfalla”.

Avevo deciso che un giorno avrei raccontato questa cena così come la sto raccontando adesso. Ricordare Lilia con i canti del suo popolo, Safa con il suo regalo da Ramallah e i bambini di At’Tuwani. Ho dovuto aggiungere solo un elemento nuovo, il ricordo recente di Ahmed Azem, il ragazzo palestinese di 19 anni, ucciso con un colpo al cuore il 17 dicembre scorso al villaggio di Beit Rema. È di lui e di tanti come lui che il poeta “alieno” una volta scrisse:

Usciremo dai nostri campi
Usciremo dai nostri rifugi in esilio
Usciremo dai nostri nascondigli,
non avremo più vergogna, se il nemico ci offende
. (M.Dervish)

 

di Gentiana Minga, per gentile concessione dell’autrice, ripubblicato da  Salto Bz https://www.salto.bz/it/users/gentiana-minga-0

Foto in evidenza a cura di Salto Bz

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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