“Se dovessero venire a prenderci” “Cara America Bianca”-due poesie dalla resistenza negli USA (Fatimah Asghar, Danez Smith)

Pubblico

Se dovessero venire a prenderci

 

questa è la mia gente & e me la ritrovo

per strada & tra le ombre

in qualsiasi luogo selvatico tutta selvaggia

la mia gente la mia gente

una danza di estranei nel mio sangue

il sari di una vecchia che si dissolve in vento

la goccia rossa sulla sua fronte una nuova luna

la rivendico mia parente & cucio

la sua stella sul mio petto

in pasticceria, il bimbo che trabocca dal passeggino

chioma spumeggiante fontana di soffione

pure lui lo rivendico mio

lo zio sikh che lavora alla sicurezza in aeroporto

che si scusa per avermi perquisito

il musulmano che abbandonando

la macchina al semaforo cade

in ginocchio al richiamo del muezzin

come pure il musulmano che sorseggia

del buon whiskey quando inizia la preghiera del tramonto

la solitaria zietta ai giardini

che abbina la tunica ai crocs

è la mia gente la mia gente

non posso perdermi

quando vi vedo la mia bussola

è bruna & dorata & sangue

la mia bussola un adolescente musulmano

che con berretto da baseball & high top adorna

la banchina della metro

mashallah li rivendico tutti miei

il mio paese è fatto

a immagine e somiglianza della mia gente

se vengono a prendere voi vengono

a prendere anche me nel profondo

dell’inverno uno stormo

di ziette si addentra sulla spiaggia

i loro veli si trasformano in oceano

una colonia di zii che strofinano palmi delle mani

& nell’aria si ode il rintocco di migliaia di gelsomini

mia gente vi seguo come costellazioni

sentiamo il vetro frantumarsi in strada

& le notti aprire le proprie tenebre

i nostri nomi la legna di questo paese

carburante per il fuoco mia gente mia gente

i lunghi anni che siamo sopravvissuti i lunghi

anni a venire vi vedo disegnare la mappa

del mio cielo la luce della vostra lanterna proiettata

molto in avanti & la seguo la seguo

 

Traduzione di Pina Piccolo

 

these are my people & I find
them on the street & shadow
through any wild all wild
my people my people
a dance of strangers in my blood
the old woman’s sari dissolving to wind
bindi a new moon on her forehead
I claim her my kin & sew
the star of her to my breast
the toddler dangling from stroller
hair a fountain of dandelion seed
at the bakery I claim them too
the sikh uncle at the airport
who apologizes for the pat
down the muslim man who abandons
his car at the traffic light drops
to his knees at the call of the azan
& the muslim man who sips
good whiskey at the start of maghrib
the lone khala at the park
pairing her kurta with crocs
my people my people I can’t be lost
when I see you my compass
is brown & gold & blood
my compass a muslim teenager
snapback & high-tops gracing
the subway platform
mashallah I claim them all
my country is made
in my people’s image
if they come for you they
come for me too in the dead
of winter a flock of
aunties step out on the sand
their dupattas turn to ocean
a colony of uncles grind their palms
& a thousand jasmines bell the air
my people I follow you like constellations
we hear the glass smashing the street
& the nights opening their dark
our names this country’s wood
for the fire my people my people
the long years we’ve survived the long
years yet to come I see you map
my sky the light your lantern long
ahead & I follow I follow
per gentile concessione dell’autrice, poesia apparsa nel numero di marzo 2017 della rivista Poetry.
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Fatimah Asghar è una giovane poeta di origini pachistane e del Kashmir, che abita attualmente negli Stati Uniti dove è anche fotografa e performer di fama nazionale. Fa parte del collettivo poetico Dark Noises. Dopo un’infanzia segnata dall’esperienza di essere rimasta orfana di entrambi i genitori a cinque anni, ha iniziato presto a esprimersi tramite la scrittura. Durante il periodo passato in Bosnia Herzegovina come borsista Fullbright per studiare drammaturgia in luoghi che erano stati teatro di violenza e guerra è stata la creatrice di REFLEKS, il primo gruppo di poesia performata in quel paese. Le sue poesie sono a apparse nella rivista POETRY Magazine, The Paris-American, The Margins, and Gulf Coast. La plaquette “After” è di prossima uscita.


CARA AMERICA BIANCA

 

 

Con versi tratti da Amiri Baraka e James Baldwin

 

Ho lasciato la Terra alla ricerca di pianeti più scuri, un sistema solare che ruoti troppo vicino a un buco nero.Al mio posto ho lasciato qualche zolla di terra & molti di voi non si accorgeranno neppure della differenza: infatti siamo dello stesso colore, alla fine è proprio in quello che ci trasformiamo. Potete anche dargli il mio nome se vi farà star meglio mentre gli passate la mano sulla testa sporca. Ho lasciato la Terra alla ricerca di un nuovo dio. Non mi fido del dio che ci avete dato. Gli Alleluya di mia nonna sono superati solo dalla paura che essa nutre ogni volta che l’estate ingrassata di sangue si inghiotte un altro bambino che una volta cantava nel coro. Riprendetevi il vostro dio. Sebbene le sue canzoni siano belle i suoi miracoli sono incongruenti. Voglio la sorte di Lazzaro anche per Renisha. Voglio che Chucky, Bo, Meech, Trayvon, Sean e Jonylah risorgano tre giorni dopo essere stati seppelliti, che ai loro spettri siano restituiti carne e sangue, che la loro carne e il loro sangue siano ridati in dono ai loro figli. Ho lasciato la Terra, sono egualmente disgustato dal vostro “ritornatevene in Africa” come dal vostro “non vedo proprio differenze di colore” (non la vedeva neppure il pioppo dal quale ci avete appesi). Non siamo stati noi a costruire le vostre imbarcazioni (sebbene abbiamo lasciato una scia di parenti per guidarci verso casa). Non siamo stati noi a costruire le vostre prigioni (anche se possiamo averlo fatto & le abbiamo anche riempite). Non siamo stati noi a chiedere di far parte della vostra America (anche se non siamo America anche noi? Con le sue fragili articolazioni mentre trascina il suo abito da sera strappato per le vie di Oakland?) Non resisto più la vostra terra. Sono stanco di chiamare legge la vostra avventatezza. Ogni sera, conto i miei fratelli neri & la mattina quando alcuni di essi non sopravvivono tanto da essere contati conto i buchi che lasciano. Allungo le braccia per toccare un fratello nero e mi ritrovo solo l’aria. Un magistrale trucco magico, oh America. Ora respira ora no. Abra-cadavere. Il voodoo del pane bianco. Questa sistemica stregoneria che sostenete di non praticare ma dei cui benefici non avete problemi a godere. Ho tentato, gente bianca, di volervi bene, ma durante il funerale di mio fratello non avete fatto altro che parlare di cosa avreste mangiato a pranzo, parlavate a voce alta accanto alle sue ossa. Avete interrotto il mio lutto velato di nero con qualche fesseria che avete letto su Buzzfeed. Avete lanciato un’occhiata al fiume, ingrassato con corpo dopo corpo di ragazzi neri & avete chiesto “ma perché si deve sempre parlare di razza?” ma perché siete stati voi a creare la situazione! Perché avete messo un asterisco sul volto stupendo di mia sorella. Perché la chiamate carina (per una ragazza nera!) Perché le ragazze nere spariscono e non si bisbiglia neppure “Dove?” non esistono Amber Alerts* per le Ragazze dalla Pelle Ambrata?  Perché i nostri eroi finiscono sempre o per farsi sparare o per sparare agli altri! E non siamo stati noi ad inventare la pallottola! La ricetta del crack non l’abbiamo inventata noi! Perché l’autoradio di Jordan suonava  a volume troppo alto, Emmitt aveva fischiato, Huey P. Newton aveva parlato. Perché Martin aveva predicato. Perché i ragazzi neri fanno sempre troppo chiasso quando sono in vita. Perché questa terra ha paura della Mente nera. Perché hanno venduto il Corpo nero & si sono appropriati dell’Anima e della musica Soul. Perché se avete già preso il tempo di mio padre, il tempo di mia madre, il tempo di mio zio, il tempo di mio fratello e di mia sorella… quanto tempo vi serve per il vostro progresso?

Ho lasciato la Terra per trovare una terra dove la mia gente possa stare al sicuro. Non riposerò fino a quando la gente nera non sarà che gente dallo stesso colore della buona terra bagnata, fino a quando questo non significherà qualcosa, fino a quando sulla nostra esistenza non si discuterà, fin quando non sarà onorata & benedetta & amata & lasciata in pace, fino a quel momento vi saluto, vi auguro guerra, vi prometto che con le nostre vite non ci giocherete. Ho lasciato la Terra e tocco tutto quel che voi supplicate ai vostri telescopi di mostrarvi. Sto dando alle stelle i loro nomi giusti & questa vita, questa nuova narrazione, questa nuova storia non la potete possedere né rovinare.

Questa, anche se solo questa, è nostra.

 

  • Secondo le statistiche della polizia statunitense, a livello nazionale sono sparite, senza essere state ritrovate,  oltre 13,500 black and  “brown” (principalmente persone di origine latino o centro-americane), di cui oltre 8000 ragazze tra i 13 e i 21 anni. Le comunità afroamericane  si lamentano che per ritrovarle non viene utilizzato lo stesso livello di attenzione e di cura dedicato alle ragazze bianche “missing” . Per questo, nella poesia, il riferimento all’Amber Alert (cioè l’Allerta Amber), un bollettino nazionale che viene rilasciato subito dopo la notizia della sparizione di bambini e adolescenti,  dalla polizia e dal National Center for Missing and Exploited Children, un gruppo privato nazionale amministrato dal Ministero della Giustizia per le ricerche, così chiamato perché venne emesso per la prima volta nel 2002 quando venne sequestrata Amber Hagerman, una bambina di 9  anni.  Attualmente vi sono grandi mobilitazioni dal basso, nelle comunità afroamericane, specialmente nella zona di Washington DC dove il problema delle sparizioni di ragazze si sta ulteriormente acuendo.  Per maggiori informazioni sui numeri, ecco un link della CNN http://edition.cnn.com/2017/03/24/us/missing-black-girls-washington-dc/

traduzione di Pina Piccolo

 

 


 

http://https://www.youtube.com/watch?v=LSp4v294xog

 

DEAR WHITE AMERICA BY DANEZ SMITH


with lines from Amiri Baraka & James Baldwin

I have left Earth in search of darker planets, a solar system that revolves too near a black hole. I have left a patch of dirt in my place & many of you won’t know the difference; we are indeed the same color, one of us would eventually become the other. You may give it my name if it makes you feel better while running your hands through its soiled scalp. I have left Earth in search of a new God. I do not trust the God you have given us. My grandmother’s hallelujah is only outdone by the fear she nurses every time the blood-fat summer swallows another child who used to sing in the choir. Take your God back, though his songs are beautiful, his miracles are inconsistent. I want the fate of Lazarus for Renisha, I want Chucky, Bo, Meech, Trayvon, Sean & Jonylah risen three days after their entombing, their ghost re-gifted flesh & blood, their flesh & blood re-gifted their children. I have left Earth, I am equal parts sick of your ‘go back to Africa’ as I am your ‘I just don’t see color’ (neither did the poplar tree). We did not build your boats (though we did leave a trail of kin to guide us home). We did not build your prisons (though we did & we fill them too). We did not ask to be part of your America (though are we not America? Her joints brittle & dragging a ripped gown through Oakland?). I can’t stand your ground. I am sick of calling your recklessness the law. Each night, I count my brothers. & in the morning, when some do not survive to be counted, I count the holes they leave. I reach for black folks & touch only air. Your master magic trick, America. Now he’s breathing, now he don’t. Abra-cadaver.  White bread voodoo. This systemic sorcery you claim not to practice, but have no problem benefitting from. I tried, white people. I tried to love you, but you spent my brother’s funeral making plans for brunch, talking too loud next to his bones. You interrupted my black veiled mourning with some mess about an article you read on Buzzfeed. You took one look at the river, plump with the body of boy after boy after boy & asked ‘why does it always have to be about race?’ Because you made it so! Because you put an asterisk on my sister’s gorgeous face! Because you call her pretty (for a black girl)! Because black girls go missing without so much as a whisper of where?! Because there is no Amber Alert for the Amber Skinned Girls! Because our heroes always end up shot or shootin-up! Because we didn’t invent the bullet! Because crack was not our recipe! Because Jordan boomed. Because Emmitt whistled. Because Huey P. spoke. Because Martin preached. Because black boys can always be too loud to live. Because this land is scared of the Black mind. Because they have sold the Black body & appropriated Soul. Because it’s taken my father’s time, my mother’s time, my uncle’s time, my brother’s & my sister’s time, my niece’s & my nephew’s time … how much time do you want for your progress? I have left Earth to find a land where my kin can be safe. I will not rest until black people ain’t but people the same color as the good, wet earth, until that means something, until our existence isn’t up for debate, until it is honored & blessed & loved & left alone, until then I bid you well, I bid you war, I bid you our lives to gamble with no more. I have left Earth & I am touching everything you beg your telescopes to show you. I am giving the stars their right names. & this life, this new story & history you cannot own or ruin

       This, if only this one, is ours

apparso nella rivista Heart Online – Contemporary Literature  & Art That Challenges Discrimination & promotes Social Justice http://www.heartjournalonline.com/danez/2014/3/8/dear-white-america-by-danez-smith

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 Danez Smith è nato a Saint Paul, nel Minnesota. E’ l’autore della raccolta Don’t call Us Dead (2017), Boy (2014), il vincitore del premio Lambda Literary Award e del Kate Tufts Discovery Award. E’ stato finalista del premio Ruth Lilly & Dorothy Sargent Rosenberg Poetry Fellowship. Ha ricevuto borse di studio dalla McKnight Foundation, Cave Canem, Vona e molti altri. E’ uno dei fondatori del collettivo multi-genere e multi culturale Dark Noise. E’ stato pubblicato nelle riviste Poetry magazine, Ploughshares, Beloit Poetry Journal. Ha partecipato a numerose poetry slams a livello nazionale vincendo campionati e piazzandosi spesso tra i primi.

 

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto degli autori, a cura di Fatimah Asghar e Danez Smith.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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