Disturbi tossici e possibilità civiche: Osservare la Terra dei Fuochi dai Campi Flegrei Parte I (Pasquale Verdicchio)

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“La storia è la nostra resistenza ai disastri”[1]

Naomi Klein

 

In Italia i primi passi verso l’industrializzazione sono avvenuti tra la fine dell’800 e gli inizi del 900. La nascita delle acciaierie, officine meccaniche e filande nel Piemonte, Lombardia e Liguria segnano l’inizio di una divergenza programmata e protratta tra nord e sud (comprese le isole). Considerati i fiumi di inchiostro dedicati all’argomento in questa sede non riassumerò i termini del fenomeno se non per sottolineare che dal punto di vista economico e sociale e per quasi ogni aspetto che possa interessare la partecipazione a un programma nazionale razionale il sud è stato sempre relegato ai margini. Nella sua funzione di base di bacino di manodopera per le industrie del nord, la migrazione dal meridione, derivata da questi scompensi storici, ha lasciato molte terre del sud abbandonate, incolte e sottoutilizzate.

È assolutamente falso affermare che il sud è stato completamente lasciato fuori dagli effetti dell’industrializzazione: drammatico è infatti il retaggio delle sostanze nocive e dei veleni industriali monitorati inadeguatamente e che lasceranno per sempre il loro segno sul territorio. Il più drammatico degli impianti siderurgici responsabili per questa nefasta situazione si trova a Taranto dove la corruzione e l’avidità e il disinteresse hanno a lungo determinato la salute, la vita e la morte dell’ambiente della popolazione. E in Campania la fabbrica di Bacoli è stata solo una di una serie di ambienti tossici che nel corso dei decenni hanno reso il territorio uno dei più inquinati e mortiferi al mondo. Tali condizioni sono indicatori utili che sottolineano i termini problematici su cui si basa la formazione della nazione. Facendo riferimento a un’opera spesso citata del compianto Benedict Anderson, la ricerca di Rob Nixon su “l’ambientalismo dei poveri” suggerisce che “Se l’idea dello stato nazionale moderno è sostenuto dalla produzione di comunità immaginate, è anche coinvolto nella produzione di comunità non immaginate.“[2]Gli effetti ambientali dell’industrializzazione hanno acquistato visibilità sin dai primi anni del fenomeno e abbiamo gli scritti di autori come Thoureau a testimonianza del fatto che fossero ritenuti problematici anche all’epoca.[3] In Italia, questa preoccupazione è stata espressa con l’approvazione della Legge 5849 del 22 dicembre 1888 che riconosceva tali problemi e proponeva che tutte le industrie facenti uso di materiali ritenuti tossici venissero posizionate lontano dai luoghi abitati. [4] Nel corso degli anni, dopo decenni di produzione divenne ovvio che gran parte dei prodotti collaterali tossici non potevano essere tenuti segregati sul territorio locale e dovevano, quindi essere “esportati” a territori ritenuti meno importanti nell’ambito dell’interesse nazionale globale. Con queste azioni, la nazione ha generato i termini in base ai quali poteva essere “immaginata” come entità coesa, di successo e competitiva, producendo allo stesso tempo un’altra, non immaginata versione di se stessa.

 

Nel contesto delle idee esposte nel libro Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Rob Nixon utilizza il termine “non immaginato” per riferirsi “non solo alla dislocazione fisica delle comunità locali, ma anche alla dislocazione dell’ immaginario delle comunità locali […] (150) tale processo e i suoi effetti sono in atto nel contesto italiano dagli anni dell’unità incrementando l’apparenza ‘naturale’ degli abusi accumulati sulla regione anche maggiormente in apparenza per renderli accettabili a una fascia della popolazione; atteggiamento reso ancor più grave dal fatto che gli abusi hanno trovato facilitatori volenterosi nella criminalità organizzata attiva nello stesso Sud”. [5]Nel Rapporto del 2003 sulle Ecomafie, l’associazione ambientalista Legambiente ha rilasciato resoconti sulle attività dei gruppi criminosi identificando numerosi siti in cui vengono scaricati materiali nocivi e che sono rappresentativi di una minaccia in atto che diventa sempre più pericolosa per tutti gli essere viventi della zona.

Il romanzo-inchiesta Gomorra (2006) di Roberto Saviano, basato su documenti giudiziari e investigativi legati alle attività della Camorra in Campania, ha riscosso un immediato successo per aver dato visibilità a quelle attività che, in verità ,non erano state tenute in gran segreto. Parte di questo successo è dovuto al modo affascinante nel quale viene presentato il discorso convenzionale sulla criminalità organizzata. Non solo Gomorra porta alla luce i meccanismi di una regione sotto l’oppressivo dominio di criminali e l’influenza facilitata dalla corruzione e collaborazione ai massimi livelli della politica, ma lo esprime con una nuova forma linguistica. La narrativa di Saviano non trascura la cultura oppressa di chi lotta per sopravvivere alle imposizioni e al disinteresse dei dettati egemonici, i tentativi di mantenere la propria integrità creativa, d’adattamento e dell’immaginario. Serenella Iovino ha percepito un accenno di quel che chiama “darwinismo” nella “resa progressiva della popolazione e del territorio al potere distruttivo della Camorra”.[6] Chi scrive invece, pur riconoscendo che tale resa sia avvenuta, la interpreta come una resa in cui lo Stato è responsabile di aver consegnato la popolazione e il territorio alla criminalità in modo da poter gestire una situazione molto difficile, illustrata dai luoghi in cui tali fenomeni si manifestano e dalla drammatica mancanza di lavoro e di accesso ai servizi sociali per quelle parti della popolazione. In parte, la divergenza della Iovino rispetto alla “conclusione” di Saviano è costruita su un’interpretazione dei termini sapere e conoscere. Mentre Saviano afferma che “mettersi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l’esistenza stessa – il cibo che si mangia, le labbra che si baciano, la musica che si ascolta, le pagine che si leggono –siano semplicemente un modo per sopravvivere e non il significato della vita. Sapere non è più quindi un segno di impegno morale. Sapere – capire o acquisire coscienza- diviene una necessità. L’unica necessità per cui ti puoi considerare degno di respirare”. A tale affermazione Iovino ribatte, “Sono convinta che sapere sia più di tutto una questione di impegno morale”. [7] Sebbene non desideri impuntarmi su questa affermazione della Iovino, sembrerebbe che ciò che manca alla maggior parte delle persone che finiscono intrappolate nelle reti della Camorra sia la conoscenza di possibili alternative, possibilità poco accessibili in casi di isolamento sociale, come avviene per gli abitanti di Scampia.[8] Quindi, proprio come si trovano registri diversi nello sviluppo socio-narrativo dell’opera, il romanzo propone anche registri linguistici in concorrenza tra di loro, che a volte si trovano in rapporto complementare e a volte invece sono in conflitto.

Mentre alcuni lettori hanno sottolineato gli spostamenti linguistici in Gomorra, particolarmente in relazione al primato del napoletano, io ritengo che ci troviamo davanti a un altro spostamento, di carattere culturale ed extra linguistico, possibilmente meno apparente.[9]

Nell libro di Saviano emergono il linguaggio giudiziario ufficiale e il linguaggio ordinario della criminalità organizzata del sud (la presupposizione di una popolazione completamente collusa con le sue azioni, sia che si tratti di una scelta definita socialmente o, come vorrebbe la vulgata razzista, per retaggio genetico), come sfida all’ordine imposto da tali registri. Le pagine di Gomorra ampliano la gamma di allusioni rappresentate dalle condizioni e dalla risoluzione di situazioni come quella delle Terra dei Fuochi, l’oggetto di questo saggio: “Le campagne del napoletano e del casertano sono mappamondi della monnezza, cartine al tornasole della produzione industriale italiana. Visitando discariche e cave è possibile vedere il destino di interi decenni di prodotti industriali italiani” (Saviano , 243). Non si tratta di un’accusa semplice e unidirezionale rivolta agli industriali, bensì un’accusa in cui Saviano implica anche tutto uno spettro dell’industria del Made in Italy, compresa la produzione di prodotti DOC, coltivati con l’aria, l’acqua e i suoli della campania felix. [10] Nel tentativo di negare la validità del reportage di Saviano, molti lo hanno attaccato come traditore della propria terra e hanno attribuito il suo successo a fini commerciali. Cionondimeno, l’autore è riuscito a svelare il contrasto tra lingue ufficiali e gli atteggiamenti che contribuiscono a marginalizzare ancor di più il meridione attribuendo le cause della crisi a mancanze del sud. Ha svelato le proteste degli abitanti le cui rivendicazioni rimangono per lo più inascoltate e le cui domande non ricevono risposte. Ha messo in evidenza il contrasto tra i boss della Camorra che “”non hanno avuto alcun tipo di remora a foderare di veleni i propri paesi, a lasciar marcire le terre che circoscrivono le proprie ville e i propri domini” e la lingua degli attivisti del territorio che sono state anche vittime dal disinteresse dello Stato. (242).[11] Le attività di sensibilizzazione del territorio, all’interno dei vari paesi e città esposti agli effetti letali delle discariche tossiche e degli incendi che con il loro fumo mortifero contribuiscono a offuscare ulteriormente le questioni, illustrano quel che Gary Snyder, poeta statunitense molto attento ai temi dell’ecologia, e altri hanno definito ri-abitazione (Snyder 1995, 190) Il riconoscimento, lento ma inarrestabile, da parte dei popoli del proprio inscindibile rapporto con il luogo in cui vivono e gli effetti delle discariche tossiche sull’aria che respirano e il cibo e l’acqua ingerito da loro e dai loro figli hanno riconfigurato i loro legami consapevoli ai territori in cui abitano. In altre parole, il loro rapporto come abitanti della terra è stato alterato. L’occupazione a lungo termine di una terra tende a renderci ciechi a ciò che ci circonda. L’effetto sulla Terra dei Fuochi è stato quello di rendere la popolazione più consapevole. Gli abitanti sono adesso maggiormente consapevoli degli abusi che si sono consumati sul territorio, della propria connessione a tali abusi, della distanza che li aveva separati da essi, consapevoli di aver dato per scontato i prodotti della propria terra, e si è risvegliata anche la coscienza della propria storia sul territorio, definito ora come luogo dell’abitare piuttosto che dell’occupare,.

Un elemento storico importante nella definizione di questi territori è stata la zona conosciuta storicamente come i Campi Flegrei, un nome antico che definisce una zona ricca di millenni di attività geologica e culturale. Il nome che si potrebbe tradurre come “campi che bruciano” viene attribuito a una zona vulcanica con un certo numero di centri di eruzione attivi da circa 40,000 anni. La storia geologica dei Campi è stata determinata da due eruzioni principali, la prima 40,000 anni fa e la seconda, conosciuta con il nome Tufo Giallo Napoletano circa 15,000 anni fa. Queste due eruzioni principali provocarono o contribuirono a episodi di attività vulcanica estrema responsabili per la formazione di una vasta caldera che ancora oggi definisce i tratti complessi e visibili del paesaggio della regione, compresi i Campi Flegrei, la città di Napoli, le isole vulcaniche di Procida e di Ischia, e la parte nord-occidentale del Golfo di Napoli. L’eruzione denominata Tufo Giallo è stata di particolare importanza per aver fornito i materiali di costruzione di molti centri abitati, compresa la città di Napoli. Edificata principalmente con tale materiale.[12] Il tufo , una pietra vulcanica porosa serve anche come metafora particolarmente efficace per Napoli e la cultura napoletana, ed è stata utilizzata perfino da Walter Benjamin e Asja Lacis per descriverla.[13] Estrapolando tale porosità si arriva a suggerire l’adattabilità della cultura napoletana e i parametri flessibili da essa impiegati davanti alle difficoltà. Indica anche la sedimentazione tipica della zona di culture potenzialmente immaginative, ricche, influenti e comunicative.

Nella Sibilla Cumana, importante figura mitologica associata alle culture antiche dei Campi Flegrei, si possono ravvisare le connessioni e la continuità di tutti questi fattori. La sibilla era la sacerdotessa che presiedeva l’oracolo di Apollo a Cuma. Come suggerisce il nome aveva il dono della profezia ed era in grado di soddisfare il desiderio degli antichi Greci e Romani di conoscere il proprio destino, specialmente per quanto riguardava le spedizioni militari. Il complesso di caverne e di gallerie nel quale si diceva he risiedesse è anch’esso scolpito nel tufo rispecchiando così la geografia porosa della regione e rafforzando l’intuizione di Walter Benjamin. All’interno della sua abitazione, in preparazione alla profezia, la Sibilla si bagnava in acque purificanti che scaturivano da una sorgente sotterranea e poi rispondeva alle domande scrivendo le risposte su foglie in un ‘linguaggio sibillino’ che, con le sue costruzioni figurate, erano spesso aperte a interpretazione. Le foglie venivano sparse al vento in modo che fossero poi captate dagli occhi interessati e dalle capacità interpretative di coloro che ne cercavano la guida. Punto di intersezione degli aspetti che definiscono il territorio, la sua mitologia, storia geologica e umana, le qualità purificanti delle sue acque vulcaniche e aria, la fertilità della terra e i suoi regni di espressione linguistica, la Sibilla funge da anello di congiunzione narrativo tra passato e presente, cosa che diverrà più chiara nel corso di questo saggio.

Le caratteristiche gestuali attinenti a tutte queste sfere (e per gestuali intendo includere attività geologiche, biologiche, culturali e storiche) offrono un collegamento che potrebbe mettere in luce ciò che manca nella storia contemporanea e che ha portato alle drammatiche situazioni di cui fanno parte le disastrose condizioni riassunte con il nome Terra dei Fuochi. La locuzione si riferisce a una vasta zona della Campania caratterizzata da una alta concentrazione di discariche tossiche e di fuochi appiccati per bruciare parzialmente i rifiuti. Il nome è stato utilizzato per la prima volta nel 2003 nel Rapporto della Legambiente sulle Ecomafie e in seguito fu utilizzato come titolo per l’ultimo capitolo del best-seller di Saviano, Gomorra. [14] Questo fenomeno descritto sopra ha contribuito alla costruzione di una narrativa del tempo smorzata dalla proliferazione di inattività politica in collusione con elementi criminali che sono stati in grado di ridurre la popolazione a uno stato di pavida esistenza, torpore intellettuale e incapacità di creare una narrativa propria. Mentre la Terra dei Fuochi rappresenta mancanza di azione, amnesia storica, e comunicazione corrotta, i Campi Flegrei rappresentano tratti storici e culturali che si possono suddividere in tre importanti traiettorie. La prima concerne il ruolo dei campi Flegrei come luogo della memoria, geologica, culturale, personale e collettiva; la seconda traiettoria riguarda le sfere simboliche e archeologiche ed è una zona di pellegrinaggio, che può abbracciare anche il suo ruolo negli itinerari del Grand Tour del passato e del presente e la sua presenza in opere letterarie, cinematografiche e del’ immaginario popolare; la terza, che raccoglie tutte le altre sfere ed è quindi quella che ha maggiore significato ai fini di questo saggio, consiste nel suo potere come locus di costruzioni narrative dotate di continuità che talvolta confluiscono e talvolta risultano conflittuali, ma che sono sempre multidimensionali e trans-narrative, nel senso che hanno lasciato un segno indelebile su l’un l’altro e hanno subito influenze reciproche.

Nella cultura moderna e contemporanea si possono rintracciare numerosi esempi della potenza di questa narrativa sibillina. Il primo esempio riguarda il romanzo di Mary Shelley The Last Man pubblicato nel 1826. Nella prefazione si narra che Shelley e un amico visitarono l’antro della Sibilla guidati da un gruppo di lazzari che, a un certo punto, tentarono di dissuadere la coppia dall’addentrarsi nella caverna. Nonostante gli avvertimenti, la coppia insiste e continua l’esplorazione addentrandosi nelle gallerie e nelle fessure che diventano sempre più strette e pericolose. Alla fine arrivano a per caso a una camera che interpretano essere il luogo in cui la Sibilla pronunciava le sue profezie:

 

[…]arrivammo a un’ampia caverna col soffitto a volta […] con un sedile rialzato in pietra, circa delle dimensioni di un divano greco da un lato […] il mio amico, che aveva raccolto alcune delle foglie sparse, esclamò, “Questo è l’antro della Sibilla; queste sono le foglie della Sibilla.” Esaminandole con attenzione scoprimmo che tutte le foglie, cortecce e altre sostanze avevano delle lettere scritte su di esse […] Questo era sicuramente l’antro della Sibilla, non esattamente come lo aveva descritto Virgilio, [… + Scegliemmo in tutta fretta delle foglie, su cui si riusciva almeno a capire la scrittura; […] Mi sono occupata di decifrare questi resti sacri. Il loro significato, meraviglioso ed eloquente, mi ha spesso ripagato del duro lavoro, calmando le mie pene e stimolando i voli della mia fantasia, attraverso l’immensità della natura e della mente umana […] Presento al pubblico le mie ultime scoperte in queste esigue pagine sibilline. Sebbene fossero sparse e senza collegamento ho dovuto in qualche modo aggiungere connessioni e dare all’opera una forma coerente.[15]

 

[1] Mat Whitecross e Michael Winterbottom. Documentario Naomi Klein: The Shock Doctrine. 2009.

[2] Rob Nixon. “Unimagined Communities: Megadams, Monumental Modernity, and Developmental Refugees” in Slow Violence and the Environmentalism of the Poor. Cambridge: Harvard University Press (2011: 150).

[3] Philip Cafaro. Thoreau’s Living Ethics: Walden and the Pursuit of Virtue. University of Georgia Press (2010: 173). “ Naturalmente la tutela delle aree naturali e la regolamentazione dell’uso dei terreni sono solo una parte della filosofia globale di conservazione. Essa deve anche comprendere la limitazione dell’inquinamento industriale, attenzione alla salute e alla bellezza e dei paesi, la limitazione delle nascite e dei consumi economici e molto altro. Thoreau è stato in grado di prevedere alcune di queste cose, ma non tutte. In termini generali l’etica virtuosa del filosofo avrebbe sostenuto un ambientalismo globale. Come gli ambientalisti moderni era convinto che stili di vita più intelligenti sarebbero stati di beneficio alle persone e alla terra.”

[4] https://archive.org/details/lalegislaziones01ceregoog

[5] La ‘Ndrangheta, la Camorra e la Mafia, le associazioni criminose basate rispettivamente in Calabria, Campania e Sicilia, hanno tutte collaborato, dato avvio e facilitato l’alterazione tossica del paesaggio italiano, specialmente (ma non esclusivamente) nel sud.

[6] Serenella Iovino. “Naples 2008, or, the waste land: trash, citizenship, and an ethic of narration” in Neohelicon, Volume 36, N. 2, 345.

[7] Iovino, 345.

[8]Costruita inizialmente negli anni 60 del novecento come quartiere residenziale alla periferia di Napoli, Scampia si è ulteriormente sviluppata negli anni 70 e 80 , offrendo alloggio a chi aveva perso la casa nel terremoto dell’Irpinia del 1980. Tale sviluppo comprende la costruzione di palazzoni, strade larghe e un parco, ma assenza di servizi commerciali, negozi o altre necessità in tutta la zona. Con la piaga della disoccupazione nell’intera Campania, ma che a Scampia raggiunge punte di oltre il 50% e pochissime prospettive per il futuro, è diventata territorio fertile per l’attività criminale, specialmente l’uso e il commercio di stupefacenti e contrabbando. Scampia occupa una posizione centrale nel libro di Saviano, Gomorra.

[9] Flavia Cavaliere. “Gormorrah: Crime goes global, language stays local,” in European Journal of English Studies Vol. 14, No. 2, August 2010, pp. 173–188.

https://www.academia.edu/8308815/Gomorrah_-_Crime_goes_global-langage-stays-local

[10] Il nome Campania deriva dal latino, era conosciuta dagli antichi Romani come Campania felix, cioè “campagna fertile”

[11] Saviano, Gomorra, 242. Sandro Ruotolo. “La terra dei fuochi continua a bruciare” Servizio pubblico, 12 feb 2015. http://www.serviziopubblico.it/2015/02/la-terra-dei-fuochi-continua-a-bruciare-2/

Luca Abete. “Aggressione Ferillo” Striscia la notizia, 26 nov 2015. Angelo Ferillo è il presidente dell’ associazione Terra dei Fuochi, una delle poche associazioni che si occupa della situazione tragica della zona, nella sua continuità e peggioramento. E’ stato allontanato in maniera aggressiva dalla cerimonia d’apertura dell’anno accademico all’Università di Sant’Orsola di Napoli, durante la quale aveva intenzione di consegnare al presidente della Repubblica Mattarella un documento che riassumeva la situazione della Terra dei Fuochi, situazione in cui lo stato italiano si è reso completamente latitante.

[12] La costruzione in tufo è venuta a rappresentare una forma di resistenza alle restrizioni imposte agli abitanti di Napoli durante il lungo periodo di dominazione spagnola. Nel tentativo di limitare la crescita della città e di esigere tasse il governo borbonico ordinò restrizioni sui materiali edili. La popolazione locale risolse il problema scavando il tufo sotto la città, evadendo in tal modo restrizioni e tasse. Questo atto di resistenza diede anche luogo alla creazione di un grande e intricato sistema di gallerie sotterranee che da allora è stato utilizzato sia per scopi legali che illegali. Questi scavi e reti sotterranee contribuiscono alla nozione di porosità che è stata utilizzata per una lettura della cultura e delle tradizioni napoletane.

[13] Walter Benjamin e Asja Lacis. “Naples” in Reflections: Essays, Aphorisms, Autobiographical Writings. Traduzione di Edmund Jephcott. New York: Harcourt Brace Jovanovich (1978): 163-173.

[14] Legambiente è un’associazione di ambientalisti discendente di precedenti associazioni anti-nucleari e per la tutela dell’ambiente degli anni 70 del novecento. E’ stata fondata nel 1980 come parte delle attività dell’ARCI dalla quale si è infine staccata. Inizialmente era conosciuta come Lega per l’Ambiente ma ha cambiato nome in Legambiente in 1992, nel corso del suo quarto congresso nazionale.

Il libro di Roberto Saviano Gomorra è stato pubblicato nel 2006 dalla Mondadori, ed è diventato un best seller internazionale. Una versione cinematografica dalla stesso titolo del libro è uscita nel 2009, ed una serie televisiva omonima è stata prodotta nel 2014.

[15] Mary Shelley. The Project Gutenberg EBook of The Last Man, di Mary Shelley, “Prefazione” (1826): 4-6.

 

di Pasquale Verdicchio, tratto dal volume Ecocritical Approaches to Italian Culture and Literature per gentile concessione dell’autore. Traduzione di Pina Piccolo. La seconda parte di questo saggio apparirà nel numero di aprile de La macchina Sognante

 

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Per sapere di più su Pasquale Verdicchio, leggere questa intervista

Immagine in evidenza. Copertina del libro, a cura di Pasquale Verdicchio.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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