Dimentica chi sono di Griselda Doka – Note di lettura di Bartolomeo Bellanova

copertina

Questa raccolta è per me il diario di un viaggio fisico, ancor prima che interiore, intrapreso dall’autrice che si esplora nel profondo fino a scarnificarsi l’anima a causa dell’assenza dell’amore perso, ritrovato e riperso nel continuo alternarsi di passioni corporali e mentali.

L’incipit invita il lettore a partire insieme per questo cammino, per  questa ricerca tormentata di sé: “Dimentica chi sono / dimentica chi sei / tu, mia costante evasione / che percorri il mio Sud, tortuoso /  cercami / nei campi di zagara bianca / colmi di nettare pregnante / che ti scorre nelle vene / quando l’odore del mio sesso / è la sinfonia che ti accoglie”.

La ricerca parallela compiuta dentro di sé e al di fuori nella mancanza dell’amore,  assume toni diversi, mai banali. Versi struggenti si alternano ad altri di amara ironia, di disincanto e di disperazione : “ ci siamo cercati e ritrovati / mio Cristo, stanotte, dove andrai a morire? / nella mia sacca, non hai più nulla da porgere / nella tua mano, non ho più nulla da renderti / rosa mi volevi / incenso io divenni”.

Per tutto il cammino dei versi la poeta usa una parola che si fa “flagello”,  una parola che “travolge / oltraggia / spiazza”, una parola “che scioglie il sole / in gola” , capace di costruire immagini e metafore originali. La poesia dell’autrice diventa spesso poesia visiva, immaginifica, che mi porta ad accostare i suoi versi con le tele e i colori netti di Paul Gauguin e Van Gogh, non sicuramente con le sfumature delicate e i baluginii di Claude Monet.

Nella lettura dei versi della silloge sono stato colto dagli echi lontani di due grandi e diversi poeti. Ho scorto il giovane volto tirato di Alejandra Pizarnik , donna che non ha imparato a mentire, a rassegnarsi e a dimenticare, “figlia dell’insonnia” combattuta tra le opposte fascinazioni di amore e morte, così come è combattuta la nostra.  Scrive Griselda Doka:  “ci guarderemo appena / poi un falco in volo / ci toglierà l’imbarazzo della parola / – vorrei morire ma non ho tempo / – vorrei partire ma la morte mi canta dentro” . Più sfumata,  ma presente a tratti in sottofondo, il “fiume in piena” che tutto trascina, della poesia di Arthur Rimbaud. Penso in particolare a “Il battello ebbro” e a “C’è un Dio che irride ai lini damascati degli altari”. Ancora la nostra: “Vidi tanto deserto / e un diavolo mite / soprappensiero  fischiava / scheletri di sirene / e oasi incanutite / […] / sazio e stanco il boa ingoiava unghie”, oppure: “Forse è solo vento / ciò che vedo risplendere a tratti / la mia voglia di vita / in frammenti di verità / conficcati in abissi di sabbia / oltre i soli dei mari / le meduse ardono / di amori fluttuanti”.

Nella quarta parte della raccolta, che inizia con un esergo di Frida Kahlo, la ricerca  della poeta assume i toni più corali  della sofferenza degli ultimi, delle donne e degli uomini costretti a traversare il Mediterraneo sui barconi della morte. Anche affrontando questi temi Griselda Doka non cade in parole o immagini facili e consunte.  Le sue parole flagellano l’ipocrisia e la falsità: “Africa is nice / is very nice – dicevi / e negli occhi due scialuppe / si cullavano […] /there is a place called Zuwara – dicevi / dove gli uomini  sono più ghiotti delle bestie / […] / loro non sono uomini – dicevi / non sono umani – ti correggo / non sanno d’umano / […].  Alla fine mi sembra di intravvedere un approdo, una salvezza che la poeta immagina nel destino comune di chi sta rischiando la propria vita e si appella a un unico Dio, il Dio degli uomini: “quanto sentivo l’acqua che entrava / nella nostra scialuppa scheggiata / e pregavamo tutti in coro / siamo diventati lì, tutti credenti / di un solo e unico Dio / onnipotente e misericordioso / che ci stringeva in una morsa / lì, nei nostri 80 cm di spazio personale / […] qualcuno osava cantate / e il corso rispondeva / Allah akbar / Dieu ait pitiè de nous / good Lord have mercy”.

Bartolomeo  Bellanova

 

 

Dimentica chi sono

dimentica chi sei

tu, mia costante evasione

che percorri il mio Sud, tortuoso

cercami

nei campi di zagara bianca

colmi di nettare pregnante

che ti scorre nelle vene

quando l’odore del mio sesso

è la sinfonia che ti accoglie

E poi mi sorprendo ancora

di quello spicchio di terra

con l’erba sfumata di ocra

che si agita nella notte

appassita più dal proprio peso

che dal brusìo circostante

Intorno al tendone del circo

cani in calore

La donna elettrica è tutta per voi

incredibile ma vero unica al mondo

una coppia di zingari discute

al vento

chissà quale antico arcano

mi duole ammettere

che tu ancora scuoti

la mia ragione

oltre ogni limite

e non te lo direi

mai te lo direi

questa volta lascio

che la notte si animi da sola

silenziosa sotto la mia pelle

per poi incrinarsi lentamente

insieme ai cappelli dei clown

ai baci degli zingari

e al tiepido guaito dei cani

Isprăvi, Isprăvi [1]

un richiamo

dal retrogusto

di polvere

e di erba matura

inascoltato si dissolve

Se la mia parola ti giunge inaspettata

insolente, piena e rovente

una foglia d’ortica

che sfiora la pelle lesionata

flagello

la parola

travolge

oltraggia

spiazza

il tuo silenzio

il tuo ricovero

vuoto

manchi di fede

manchi di odio

quando la parola ti giunge

inaspettata

vera

vera

vera

erranza ardente

che scioglie il sole

in gola

E se tutto questo nitore

fosse l’unico malessere che abbiamo

anche se fossimo solo io e te a sentirlo

e se così fosse

allora tutta questa reticenza

non avrebbe senso

guardati attorno e dimmi

se il nespolo sa davvero di nespolo

e la cicala ha ancora le ali

o è solo voce rauca del bosco

se quell’abbraccio che si consuma

nel cielo, non sia solo gioco delle nuvole

se la pioggia che vedi scendere sul vetro

sia la stessa che bagna le foglie

(vorrei sapere se arrossiscano ancora

[d’autunno)

se quel sonnecchiarsi del faro

sia in realtà l’ultimo cuscino degli affranti

e se i solchi che ho sulla fronte

siano tutte le tue suppliche accolte

e se gli stormi – gli stormi che ti offuscano

[il lago

siano solo schegge di bagnanti

malinconia al buio che bisbiglia

cosa avrei voluto fare e non ho potuto

godere di ultimi respiri

ricurvarsi come foglia incerta

tessere rami su pupille di merli affamati

strofinare le ciglia del mio domani

senza temere la sorte

del vivere così scompigliati

La nebbia fa le fusa

su una scia di respiro

saprei riconoscermi

se questo orizzonte

non fosse così sbavato

se gli alberi che sfioro

non sanguinassero appena

il calore

trovare il nome alle cose, qui,

diventa un andirivieni di attese

flaccida la maniglia della porta

che finge solitudine e depravazione

ogni istante mi induce

di orbitare nel più dolce degli sguardi

senza timore

Il disincanto colpisce

solo i comuni mortali

una stretta al petto

il languido morso

al capezzolo arreso

non hanno parole

dire ciò che non si pensa

non ci vestirà per molto

di sassi estranei

o insolite formazioni

il lungo fiume delle domande

grida l’abbandono

improbabile percorso

la salvezza

Con la testa tra le mani

e il petto contratto

estraniata attraverso

i miei campi di battaglia

striscio in abissi di destini

a prendere per mano

tutte le ignote identità

tra esserci e mancare

tendo le mani al cielo

ti voglio mio testimone

ora che sono senza parole

ora che sono solo parola

Ho visto le rondini impastare la terra

e l’agnello senza madre

barcollare sull’erba tenera

curiosa la lumaca si cibava

prima di rientrare nel guscio

sono stata una bambina

che studiava da sola biologia

mentre la maestra allattava

due gemelli, sola, all’ospedale

con tutto questo mi stringo

forte, tuttora

mantenendo il fiato un flagello

novizio l’alba sulle labbra

(i girini, già gracidavano)

Troppe volte ti ho fatto morire

innocente come la pioggia

candida come il sale, il sale

Bambina mia!

La posta in gioco è alta

la posta in gioco sei tu

questo non è un gioco

te lo dicevo

non mi credevi

ora lo scrivo

e lo sottoscrivo

vieni via con me

prima che sia troppo tardi

prima che venga la neve

prima della scommessa

del diluvio

e di ogni altra promessa

ora, o mai più

andiamo a calzare

i tuoi passi

i miei passi

questo non è un gioco

e io non so giocare

in qualche modo ci siamo trovati

a sottoscrivere lo stesso patto

ciascuno con il proprio silenzio

(24.12.2015)

Alito senza afa

la tua ombra

tra i miei seni

estremità di orizzonti schiacciati

sfioro per un attimo

la fronte della verità

e so di essere

notte senza alba

ti ho visto nascere

sotto la mia stella

una sagoma d’impaccio

sul mio petto sanguinante

a tastoni nel buio

ci siamo cercati e ritrovati

mio Cristo, stanotte, dove andrai a morire?

nella mia sacca, non hai più nulla da porgere

nella tua mano, non ho più nulla da renderti

rosa mi volevi

incenso io divenni

Vidi tanto deserto

e un diavolo mite

soprappensiero fischiava

scheletri di sirene

e oasi incanutite

evaporava appena la sete prosciugata

sotto le ciglia un respiro

artigli conficcati su quel monte

la Terra Promessa

razzolava di sogni e piume

grumi di pietà

sazio e stanco il boa ingoiava unghie

vidi questo e altro ancora

e mi arresi alla volontà

seno fuori

spalle dentro

così bruciata

voi muratemi

senza pelle

senza sangue

perché vedere

è già tradire

pelle del serpente

il mare morto comprime il petto

un gomitolo di parole

allestisce la terra di mezzo

nel Babele clandestino

si forgiano carne e peli

nella stessa fucina

ittì millevanòn kallàh ittì millevanòn tavò’i

Vieni con me dal Libano, o mia sposa,

vieni con me dal Libano! (Cantico 4,8)

Finalmente sono giunta

un ventre teso a tamburo che pulsa

guerra, silenzio nelle stesse note

se fuggissi, porterei altrove la tua sete

dove la morte è inodore

alza i veli sopra la mia valigia

e passa, o mio uomo, tu passa

Luce eri alle mie spalle

stupore che fluttua

non so se rimanere ferma

o allontanarmi

da questo acre odore di umido

salvami dal pensiero di te

o mio Signore,

mentre ingurgito la morte

pur di non rinnegare le vite

che mi schizzano dagli occhi

non vedo

non sento

il mio sangue scorrere

non vedo

non sento

il tuo sangue ardere

sfiorami le mani

sfiorami le mani

Mi troverai un giorno

al km 11 della SP 159

una curva qualsiasi

pullulante di querce

noterai che sarò scalza

con la vigna sul tallone

e la luna di porcellana

sulla fronte

avrai in testa un cappello grigio

e nelle mani un aquilone senza filo

ci guarderemo appena

poi un falco in volo

ci toglierà l’imbarazzo della parola

– vorrei morire ma non ho tempo

– vorrei partire ma la morte mi canta dentro

 

Africa is nice

is very nice – dicevi

e negli occhi due scialuppe

si cullavano

but the desert is terrible

Libya is death – dicevi

e sentivo come bruciava il ghibli

la tua pelle e la mia gola

Come picchiettava il manganello

di sconosciuti su quel mucchio di corpi neri

persino la mia amarezza

si tappa il naso dal tutto questo fetore

di corpi

non oso chiedere se vivi o morti

A me donna europea

dalla pelle bianca e liscia

più dell’ibisco profumata

la via del deserto mi fa solo sussultare nel sonno

there is a place called Zuwara – dicevi

dove gli uomini sono più ghiotti delle bestie

e i bambini imbracciano dei fucili

call, call parents, money, money – dicevano

e vedo come strisciavi sulla sabbia gialla

loro non sono uomini – dicevi

non sono umani – ti correggo

non sanno d’umano

perché Human is nice

in spite Africa

thanks of Africa

Io credo in Dio

in un unico solo e onnipotente Dio

di quello che ha fatto i cieli e la terra

e anche il mare

perché è li in mezzo che ho visto Dio

dalla faccia nera e spaventosa

Nel nulla

quando sentivo l’acqua che entrava

nella nostra scialuppa scheggiata

e pregavamo tutti in coro

siamo diventati lì, tutti credenti

di un solo e unico Dio

onnipotente e misericordioso

che ci stringeva in una morsa

lì, nei nostri 80 cm di spazio personale

i morti possono giacere

i vivi non si devono piegare

maledizione ragazzi

tutti insieme

giù in coro

qualcuno osava cantare

e il coro rispondeva

Allah akbar

Dieu ait pitiè de nous

good Lord have mercy

Dio mio quanto buio

mai visto tanto buio in vita mia

mai tanta acqua

tanto sudore e pipì insieme

tante lacrime partecipi nella disperazione

Dio mio dio mio

non sappiamo dove siamo

sappiamo di te ma non ti vediamo

Dio mio dio mio

se mi salvi farò 30 giorni di digiuno

anzi 50 o 100 tutti insieme

e ti adorerò giorno e notte

Dio mio…non spingete di là, hey bro’

’r ’u crazy still singing aloud, pray shit, pray

ma un lamento lungo

di canti collegiali

si innalzava sgraziato nella notte

un altro anno e avrei finito

un altro anno e avrei detto addio al mio

[villaggio

chissà se potrò mai raccontare la mia storia,

[hey bro’

se calpesto terra di nuovo

Terra bro’, terra, basta che non sia d’Africa

che così velocemente ha bruciato i miei sogni

le senti ora queste lacrime

sono sicuro che le senti anche in mezzo al

[coro

Hey bro, non mi dare la mano ora

bestemmia pure il tuo dio e anche il mio se

[vuoi

ma sulla terra bro’, se sbarchiamo vivi sulla

[terra

ti prometto che ti darò la mano, e saremo

[fratelli per davvero

adesso bro’ stringiamo i denti

aguzziamo gli occhi

origliamo le tenebre

forse qualche dio lo espelleranno.

======

[1] Dal bosniaco: finito, finito.

GriseldaDoka18

Griselda Doka è nata nel 1984 a Tërpan Berat (Albania). È Dottore di ricerca in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici presso l’Università degli Studi della Calabria. I suoi interessi scientifici si basano sulla lingua e la letteratura albanese, sulle scienze traduttologiche e sulla letteratura della migrazione. Attiva come operatrice culturale, organizza eventi sul territorio ed è membro di varie giurie letterarie. L’unica e instancabile utopia è la poesia che accompagna i suoi giorni. Oltre alla sua lingua madre, scrive anche in italiano. La sue pubblicazioni in poesia sono: Soglie e Solo brevi domande esiliate (Fara Editore) 2015. Pubblica per diverse riviste e blog. Per Solo brevi domande esiliate (Fara Editore) 2015 ha vinto il premio della critica al Poem Award Academy, Napoli 2016. Vive e lavora in Calabria nell’ambito dell’Istruzione e dell’accoglienza ai migranti.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

Pagina archivio del macchinista