Dieci anni dalla pubblicazione bilingue italiana di “Migritude” di Shailja Patel- Lietocolle 2008 (Introduzione di Pina Piccolo)

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Shailja Patel è una delle scrittrici ospitate nel numero 0 de la Macchina Sognante, a ottobre del 2015, 3 anni fa. Siamo lieti di averla ancora con noi in questo decimo anno dalla pubblicazione in Italia di “Migritude”, in edizione bilingue, con traduzione italiana a cura di Marta Matteini e Pina Piccolo. Avremo l’opportunità di ascoltarla ancora in Italia, 

Venezia, sabato 10 novembre 2018 alle ore 18:00

Micromega Arte e Cultura (MAC) in Campo San Maurizio (San Marco 2758)

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Introduzione

Migritude l’ultima opera di Shailja Patel abbina nel titolo la parola migrante al termine “attitude” che negli Stati Uniti, nel corso degli ultimi vent’anni, ha perso la connotazione neutrale di “atteggiamento” per arricchirsi della dimensione di orgoglio, ribellione, rifiuto di assumere una posizione subalterna. In questo termine appena coniato si sente ancora una distante eco del concetto di Negritude, esposto da Leopold Senghor e forse riesce a trasportarlo nel 21esimo secolo, proseguendo sulla scia del suo spirito di resistenza.

Diviso in 17 frammenti, questo primo movimento di Migritude è unificato sotto il segno del Sari, un oggetto di scena carico di valenze e di livelli di significato. Nella sua versione teatrale, 16 sari tirati fuori dal baule del corredo che una madre rassegnata ha spedito alla figlia moderna, caparbia, renitente al matrimonio mettono in risalto la tensione tra le aspettative genitoriali e le ambizioni della figlia ostinata e poco tradizionale che insiste a mantenere la sua identità di artista. Si sente la voce della ragazza esporre un punto di vista orgogliosamente femminista/ ”migrantista” in alternanza dialettica alla voce petulante della madre, la cui forza emerge in maniera autonoma in quattro lettere. In questo primo movimento, è infatti la figura della Madre a stagliarsi in tutta la sua “magnificenza ferita”. Nella concezione dell’opera l’autrice prevede altri tre libri: un movimento dedicato al Padre, uno al Maestro ed infine all’Ospite, secondo la sequenza dei “primi quattro Dei” dell’istruzione induista rivolta al bambino.

In questo primo movimento dedicato alla Madre, nel corso di 17 sketch poetici, Shailja Patel presenta al pubblico una meditazione sui processi coloniali e post-coloniali, particolarmente su come si sono manifestati in Kenia, la sua terra nativa. La poetessa seziona tali processi a livello storico e psicologico framezzando racconti della propria famiglia a testimonianze di donne Masai e mettendo in evidenza gli impatti subiti da migranti sui quattro continenti di Africa, Europa, Asia e America del Nord.

L’autrice elabora un’originale fusione di poesia, teatro e reportage storico, e apre al lirismo il mondo della politica, dell’economia (partico- larmente nel brano L’amore in scellini) del linguaggio (nella poesia Sognare in gujurati) per poi concludere con una sorta di riconciliazione nel brano finale in cui la figlia facendo appello alla complicità materna, la invita a riconoscere la legge all’interno della quale sono nate. Tale legge decreta che la parola, specialmente per le cose importanti, non è facile per i migranti, “prima che tu una parola come verità, giustizia, amore la possa rivendicare / quella parola la devi far macerare / nel terrore e nella merda / nella speranza nella gioia e nel dolore / nel lavoro nella resistenza nella visione che ti costano / decenni di vita / la devi sudare e maledire / quella parola / pregare e invocare in un canto funebre / strisciare e dissanguare / con il midollo / delle tue ossa / il suo / significato / te lo devi guadagnare.

Sia che venga rappresentata sul palcoscenico con una danzatrice indiana come controparte e con il sussidio visivo di fotografie e tessili, sia che venga semplicemente letta sulla pagina, si avverte con chiarezza la radicata influenza della “spoken word poetry” che la poetessa ha affinato con la sua assidua partecipazione nelle poetry slam (in cui ha raccolto molti premi). Dappertutto negli Stati Uniti , negli anni Novanta si è assistito alla ribellione contro i canoni accademici della poesia, e le voci che in precedenza erano state escluse, particolarmente quelle appartenenti alle minoranze etniche, rivendicarono non solo l’affermazione dei propri contenuti ma anche delle proprie forme espressive, le quali comprendevano tutta una gamma di modalità dall’hip-hop, alla performance poetry, al jazz. Nella sua prefazione ad un importante libro contenente una vasta antologia di poesie appartenenti al genere della performance poetry Sonia Sanchez, la madrina di quell genere, accenna al processo di ravvivamento della parola poetica, “…quando udivano alcuni di noi leggere, ci vedevano scrutare una parola ed eccitarla, riesaminarla e decidere di scollegarla e ricollegarla alla fine, stirarla, gemerla, farla scricchiolare, sbucciarla per infine risarcire il mondo e dire ‘vedi questa è poesia’…”1

Ciò accade nel brano Il fare/Canzone del migrante/ Suonare l’allarme, in cui la Patel mette in atto questo processo di unire le estremità dei discorsi, delle parole, intrecciandoli come se fossero dei fili di una stessa matassa. La sezione intitolata Il fare rispecchia in maniera lirica le considerazioni della poetessa sulla sua arte, che si rifanno al concetto greco di poesia come Poiesis, una creazione, un fare piuttosto che un’ispirazione. Nel caso di Shailja Patel, per la sua creazione utilizza come materia prima le esperienze dei migranti, in primo luogo quelle della madre (non quella a cui aneli, ma quella che ti ritrovi) e del padre (le sue mani callose). Partendo dalla famiglia, in modo particolare le mani del padre, l’autrice si lancia poi in una lunga considerazione sulle mani nella storia del colonialismo ed evoca i fantasmi delle mani di africani tagliate dai coloni belgi durante il regno di re Leopoldo, quelle mozzate agli Arawak da Colombo, e le dita tagliate ai tessitori indiani dai britannici per proteggere la propria industria tessile. Il discorso si ricongiunge così al primo brano sull’evoluzione della figura dell’ambi nella storia dell’arte tessile mondiale. Questi materiali lirici vengono poi uniti a ritagli di conversazioni o brani di prosa che mettono in evidenza la sicurezza e disinvoltura dell’autoctono rispetto all’atteggiamento titubante e sussiegoso del migrante, che non è mai del tutto a proprio agio e lotta per farsi accettare. La componente di “attitude” (orgoglio, rivolta) è particolarmente forte in questi frammenti, nella denuncia dei sentimenti di “inconsapevole” superiorità degli europei e degli americani che li portano ad una erronea interpretazione dei tentativi da parte del migrante di conservare la propria identità e dignità (la condivisione e l’ospitalità, ad esempio) o della contigenza delle loro circostanze (l’abitare in situazioni di sovraffollamento o la parsimonia).

La forza e la vitalità della poesia di Shailja Patel come pure la chiarezza della sua visione del mondo contribuiscono con grande efficacia a presentare l’universo del cosidetto “Altro” in modalità immuni da quello che Edward Said chiamava orientalismo. Perfino nei versi più densi di immagini e colori che la Patel lascia ai lettori o al pubblico nella parte conclusiva dell’opera, cioè, la poesia come dono di riconciliazione della figlia alla madre, “Mammina, guarda. Per la traversata dei tuoi gioielli sto forgiando un vascello di canzoni luccicanti / le tue vele fatte di sari si gonfieranno sull’albero dei miei verbi / la filigrana e l’intarsio della tua eredità racchiusi in quest’opera…” ci sono chiari segni che essi appartengono all’immaginario di una voce del 21esimo secolo che si batte per la giustizia costruendo ponti e, come tale, appartiene al mondo intero.

Per gentile concessione dell’autrice, introduzione  a “Migritude” di Shailja Patel, Lietocolle 2008.

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Nata in Kenia da una famiglia di origine indiana, Shailja Patel passa la sua infanzia e adolescenza nel paese africano, dove fa esperienza dalle conseguenze della globalizzazione sull’Africa, fondamentali tematiche della sua opera. Trasferitasi in Gran Bretagna, si laurea in economia e scienze politiche, spostandosi poi negli Stati  Uniti, dove inizia la sua attività poetica cimentandosi agli esordi nei poetry slam.

Nel 2008  pubblica con Lietocolle Migritude I: When Saris Speak, in edizione bilingue italiana e inglese, libro che viene rilanciato in inglese, in versione riveduta e con aggiunte negli USA nel 2010 dalla casa editrice Kaya ottenendo un grande successo di critica e di pubblico. Viene infatti distribuito su scala internazionale ed adottato come testo in molte scuole. Nel 2009, in Italia il libro entra nella cinquina finale del Premio Camaiore.  La  raccolta poetica è fondata sul concetto di “migritudine”, condizione che caratterizza l’era globale presso le popolazioni del Sud del mondo: quella di Shailja è poesia in movimento[1] , nella quale, pensata per la recitazione-rappresentazione, è fondamentale l’apporto delle tonalità vocali e dei movimenti del corpo della poetessa. Rientrata dal 2009 in Kenia continua a partecipare attivamente nel mondo del femminismo, della scrittura e della poesia performata in Africa con interventi di critica anti-capitalista che spesso si concentrano sul genere. E’  considerata tra le 50 donne più influenti d’Africa.

Foto dell’autrice a cura di Shailja Patel.

Immagine in evidenza: Foto di Melina Piccolo.

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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