“Di quel che avviene o non avviene”- Jean Portante (trad. di Pina Piccolo)

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1.

Di quel che avviene o non avviene l’ombra

mi pare il fantasma meno esperto. Non

che tra i due, il doppio testimone, come

uno che abbia deciso di tendere un orecchio o bloccare il

respiro, si ricordi quel che è accaduto. Non sono

certo che quel qualcosa sia accaduto quando la neve

inusata all’ascesa continuò ancora a salire nonostante

l’ostacolo delle nubi. Salì di nuovo, dove?

ci si potrebbe chiedere.

O che faccia la neve

quando invece di scendere sale. O perché

non sorga un altro fantasma da quel che avviene

o non avviene per scivolare

laggiù nell’inverno o qua nelle parole. E perché mai

tale fantasma dovrebbe poi scivolare qua nelle parole?

 

 

2.

Nella polvere di ciò che è stato, quel che rimane appiccicato

non è la farina ma lo spessore dei giorni che né

la pioggia né l’ombra sanno decifrare – in tale

polvere sopravvive a due passi da se stesso il borgo

sotto lo strapiombo della montagna. Lontano, troppo lontano da esso

al centro di una cucina dove da tempo il grano è stato

rimpiazzato dall’acciaio e l’acciaio dal ricordo del pasto

preparato è l’unico rimedio per la perdita

dell’oblio.

Sulla parete del monte vi è una

fessura invisibile. Sulla collina di fronte, le rovine e il castello

lontano ne conoscono la storia. Sono anch’esse

rovine e fessura, sopra il cielo. E lì,

perfino sulla superficie della tua pelle. Si direbbe un lago cicatrizzato.

Si direbbe che nulla è stato ricucito dopo l’operazione.

 

 

3.

L’ombra, non quella dipinta sul muro dal vento che soffia

sulle braci, né quella che si vede sulle case

o dentro – l’ombra che dico io si sposta sempre

più lontana dall’idea che ho di ombra.

E pur senza quell’ombra e senza

tutte le altre, siano esse viventi o morte, l’idea

che ne ho s’allontana.

E l’idea si allontana anche dal

vento e dalle braci per non parlare della parete o

delle case. Così lontano che mi chiedo se

l’idea che ho delle cose serva affatto a qualcosa.

Che cosa sperate? chiedo loro. Cosa

volete davvero? Come se la domanda fosse solo per le braci

che fanno danzare le ombre. O per il vento che quando

non dipinge si arrende e riaccende il mistero.

 

 

4.

Stupiti dal giorno che non si leva più, la luna

e il sole come due vecchi ladri sotterranei

hanno riacceso la torcia e si sono messi in cammino.

Sono certo che chiunque li abbia osservati da lontano

col loro fievole chiarore ne sia rimasto impietosito.

Quel che è

certo in tutto questo è che è calata la notte. E che

una notte che cala è una cosa

che urla. E che se una cosa urla

i ladri sotterranei usano la torcia. La torcia

che fioca illumina la pancia delle cose

e fa starnutire gli elementi. O ululo

degli elementi che starnutiscono. O fuoco in fuga

dalla pancia delle cose. E voi, vecchi ladri

sapete ora a chi indirizzare le vostre sotterranee scuse.

 

 

5.

Quasi un’immagine questa oscura attrazione che fa fluire

le cose verso ciò che rifugge l’eterno.

Quanto sonno serve prima che venga cancellata

la successione delle notti. E quanto

è necessario per riportare l’ordine alla legge

delle innocenze.

Perché, vedi, il sonno è il tunnel

innocente del tempo. Ed è a colpi di piccone e

di zappa che si scava la discesa. Quando si scivola

nella sera è da tempo che la notte

aspetta le mani da lavoratore. L’oscurità

indica la strada. Il tunnel è questo. È attraverso

questo che scorrono le cose. È inutile parlare di continuità.

Quando risuonano i colpi degli utensili

né si fabbrica né mai s’addormenta quel che rifugge l’eterno.

 

 

6.

Davanti al cancello chiuso del cimitero come non

dirmi che almeno la giustizia è una quando

si viene ricoperti di terra. Stavolta i viventi

resteranno fuori. E dentro – ciò che è morto.

Visibile infine la frontiera che separa gli uni dagli altri.

Ma tale esclusione vi fa quasi desiderare

di morire.

Si offrirebbe la propria morte per oltrepassare la soglia.

Con furore si vorrebbe che un mitico traghettatore

ci scortasse all’altra riva per mostraci ciò che verrà

dimenticato. Sono certo che mi senti mentre lo chiamo. Ma il

cancello non si apre. È forse passato il tempo che con

un sì o un no si poteva entrare nel regno dei morti.

Vale a dire che ormai è impossibile il ritorno.

Vale a dire che mai più ritornerai.

 

7.

Talvolta in aprile come avesse dimenticato

le sue radici la terra chiude gli occhi e si rimette in cammino.

Dove vada nessuno lo sa. Che si sia spostata

nemmeno si nota. Eppure non può passare inosservato

il tremore che precede il viaggio.

Straripano i fiumi, si seccano i laghi, le chiese

vengono inghiottite.

Trema la terra prima

della partenza. Trema di paura. È così che

sparisce il nocciolo del tempo. Si direbbe quello di una

ciliegia morta e sputato in una ciotola vuota. Ma

dove va il nocciolo del tempo quando la terra lo sputa.

Rimbalza contro i campanili per dare

il segnale? E dove va la terra in aprile? Che

strada prende dopo aver sputato il nocciolo?

 

8

Ecco la frontiera del domani con la sua introvabile

tristezza che ritorna come un fiume senza letto verso

le nuvole. Da lassù appena prima di addormentarsi e

pensando a che dire a chi manca –

Da lassù il tratto che abbraccia è da ora una

vasta nebbia con i suoi lavoratori e le macchine

che impastano l’ombra dell’aria.

Quelli che scavano là sono

gli architetti di un universo abbandonato. Le loro mani imitano

le vanghe del destino. Gli servirebbe un candido uccello

di buon augurio che finisca il loro lavoro. Una freccia che non

ritorna dal sole ma da un sistema in cui

nessuno ha ancora messo piede. Gli serve un versante più ripido

di quello da cui continua a rotolare il masso.

E una bruma che disegni i contorni per quelli che si sono persi.

 

9.

Quando sulla terra non resta che l’ombra e

nel cielo il sole, e nessun corpo né case né alberi a perdita

di vista- quando tutta questa tristezza cosmica

non ha più oggetto. Quella che viveva del via vai

di cose dice allora al tempo e a chi lo gestisce

di smettere di contare.

Smettete di contare, dice

o contate a voce bassa. O andate a contare altrove.

Là dove il mistero è un filo e il corpo una donna

e la casa un parto. È da lì che bisogna

ricominciare a contare. È là che un albero

è il primo albero e un altro il secondo e il tempo

che passa facile da sommare. Perché chi vive

la sua nascita non ha bisogno dell’ombra.

E chi ha il corpo

di donna ha in mano un capo del filo del mistero.

 

 

10.

Che ti ha detto la notte mentre l’asse delle cose

si spostava impercettibilmente verso il tumulto? che

ti ha detto il fumo mentre scivolava dalla cucina

attraverso la finestra mezza aperta Tu eri, ricordati,

che davi le spalle al muro di fronte. Qualcuno ti aveva chiesto

di andartene. E ora se ne andava anche il fumo e ti

ha parlato, il fumo, e tu fai da guardia al silenzio.

Tu ora sei

il guardiano del silenzio. E sei con le spalle al muro.

E verso il tumulto si sposta impercettibilmente

l’asse delle cose. È grandiosa quella notte

ma non ha più parole. E poiché il fumo

parla e non parla che a te, e siccome tu sei

il guardiano del silenzio, chi mi dirà, amore mio, di quanti

incendi quel fumo è il portaparola?

 

11.

Se in fondo al lago la chiesa inghiottita

non ha tremato è perché le leggende sono vecchie

conchiglie con muri solidi. Le sue campane non

suonarono quando da sopra fu dato il segnale. Nessun

corpo di nuotatore è stato reclamato quest’estate.

Quelli che

malgrado tutto si sono avventurati al di là della fessura

sapevano resistere alle favole raccontate dall’angolo

senza fuoco. Si dice che l’acqua si sarebbe ritirata dentro se stessa

come spirale senza briglia che trapani verso la propria

sparizione. Ma che ammollo può volere un’acqua così

inghiottita se non la vendetta del bagnato? Che cercava

quel nuotatore tempo fa quando agosto dopo agosto

il sacrificio del suo corpo annegato rianimava le vecchie storie

che ormai nessuno racconta più accanto a nessun fuoco?

 

 

12.

Che rimane dell’ombra quando al suo posto

non rimane niente? Combatte contro se stessa come

un mare inesperto su cui non salpa

alcuna nave? Dove andranno a infrangersi le onde nel momento

del riposo?

O è come un Icaro l’ombra – accanto

a un sole che consuma tutta la sua energia per non cadere ma per

scrivere l’ultima pagina della felicità che nessun destino

ha promesso. Lassù in un’ascesa senza fine

e quel che cade non è che l’ombra che s’allontana

e allontanandosi si lascia dietro il mare – il mare

sul quale non salpa alcuna nave. E niente è più

al suo posto. E della felicità promessa alcuni petali

stanno già bruciando. E non vi è più alcun Icaro in cammino. Non vi è

che un migratore lassù che lotta contro se stesso.

 

Per gentile concessione di Jean Portante,  estratti dal libro APRES LE TREMBLEMENT, scritto dopo il terremoto de L’Aquila, traduzione italiana di Pina Piccolo.


 

 

 

Per approfondire la figura di Jean Portante, ecco un’interessante intervista realizzato da Diana Battagia.

 

Immagine in evidenza: Foto di Melina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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