DI QUANDO LA POESIA TENDE NATURALMENTE AL TEATRO, O DEL CONTRARIO. A proposito di DITTICO DELL’ASSEDIO di Luca Isidori

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​A cura di Marina Mazzolani

Nelle foto: Luca Isidori e Paola Basini

Foto di Giovanni Calori

 

 

Ho conosciuto Luca prima come poeta, ed è stata una specie di rivelazione.

Io entravo, in ritardo, assieme a Pina Piccolo, nella Biblioteca di Piacenza, dove era in corso una manifestazione poetica, lui stava leggendo cose poetiche sue. Io ero nel periodo in cui qualcuno, in primis Pina Piccolo, mi aveva ​ da poco​ introdotto, coinvolgendomi in azioni di grande forza culturale, all’interno dell’ambito poetico, italiano e internazionale: andavo scoprendo livelli, stanze, diverse aggregazioni, contatti trasversali e verticali, rimozioni, competizioni, divieti e possibilità, del labirintico ambito poetico italiano e non. Le figure dal vivo stavano piano piano dando corpo al nome, primo elemento in cui mi ero imbattuta, e riuscivo a poco a poco a riconoscere le persone, dopo aver memorizzato, causa ripetizione, il suono dei loro nomi.

Chiedo sottovoce: Chi è?

Deve essere… Sì, è Luca Isidori.

Ah! Quello dunque era Luca Isidori, ecco lì. Quella voce, quel corpo e quelle parole davano spessore al nome, già memorizzato tra i presenti all’iniziativa, organizzata da Barbara Petruzzi.

Ascoltavo le parole poetiche di Luca mentre trovavo posto e mi sedevo, mentre mi guardavo attorno, per la prima volta in visita alla Biblioteca Comunale e ai suoi ambienti antichi, austeri, belli. Ascoltavo. E quell’ascoltare è diventato piacevole stupore e si è fatto largo tra tutti gli altri elementi di interesse, fino a catturare interamente la mia attenzione.

Mi piace. Ho pensato. Mi piace molto.

Dopo aver passato gli ultimi anni dentro la poesia, quanto mai nella mia vita, dopo averla ritrovata riconoscendola e recuperandola alla memoria come mia prima forma espressiva, e averla di nuovo sperimentata, come un misterioso, gravido ritorno, posso dire che magari molto “mi piace”, e mi emoziona anche, e anche molto, della produzione poetica che ho conosciuto ed ascoltato, ma non troppo mi centra in pieno petto. Ma è “normale”, in questo non faccio eccezione.

La poesia di Luca però sì. E da quel giorno sempre è stato così, anche per altre poesie di Luca, fino a questo “Dittico dell’assedio”. E aver scoperto che anche lui fa teatro (è il mio lavoro, il suo no, ma se ne interessa e lo pratica con la giusta “serietà”. L’ambito di paragone per quel “giusta” sono sempre io, naturalmente) ha aggiunto vicinanza e complicità, ma è venuto dopo.

Per prima c’è stata quella specie di folgorazione, che fino ad oggi non ha ricevuto smentite, dalla produzione poetica di Luca Isidori, né quella prima, né quella dopo.

Quindi non posso che fare altro che dargli la parola, suggerendo soltanto qualche domanda.

Ecco di seguito stralci da “Dittico dell’assedio” e le risposte di Luca – che naturalmente ringrazio tanto (per molte cose…) – ad alcune mie domande.

Marina Mazzolani

 

 

 

I

LA FATICA DI ATLANTE

 

(buio)

VOCE FUORI CAMPO

 

La città cambia faccia velocemente e,

con essa, anche il cuore della sua gente.

Non chiederti mai perché succede,

tanto inutile quesito,

pensa piuttosto a cosa fare,

a dove andare quando questo di nuovo accadrà.

 

(luce graduale a cono,

al centro della scena,

che rivela un uomo, in ginocchio,

in camicia di forza.

Si lamenta in maniera soffusa.

È scalzo. Sguardo a terra.

La scena è spoglia.

Solo una camicia cinquecentesca lasciata

a terra in fondo a sinistra, nel buio)

 

UOMO

 

(ondeggiando avanti indietro su se stesso,

braccia strette sull’addome)

 

Trotta trotta cavalon,

trotta trotta al me mulon,

al me mulon lé travachè

e’l bagai a lé caschè!

 

(breve pausa.

Adesso ondeggiando in maniera più leggera. Alza la testa)

 

Resistere,

resistere al giorno,

la rapida menzogna che s’avvinghia,

strozzando un intero mondo

senza violenza apparente.

Resistere alla terrificante onda

della corrente impazzita dell’ora

che tutto travolge, tutto rapina,

tutto sparisce.

Resistere allo specchio bugiardo

che tutto inghiotte,

tutto nega,

tutto mistifica,

tutto svela?

All’invisibile sepolto in noi

mai troppo bene,

e che sempre ritorna a scalciare.

Alla legge del piano inclinato

(sempre più giù, sempre più in basso, sempre di più)

da cui nessuno è esente.

 

(si alza e comincia a muoversi nervosamente per la scena,

di tanto in tanto fermandosi)

Alla nostra medesima sorte, fratelli,

all’unisono contorta.

A ciò che sta sopra

come a ciò che sta sotto, dentro.

Ai ricordi,

ai rimorsi,

ai sensi di colpa,

ai rimpianti.

A tutte le offese ricevute.

Ai torti subiti.

Agli affetti rovinati.

Al mio ennesimo giro di scuse infinite,

ipocrite lacrime di coccodrillo.

Agli amici scappati.

Al martirio del battito pensante.

(si ferma) Alle leggi-lame non scritte

del pregiudizio

che fanno di me un impostore,

un ciarlatano,

un imbonitore,

un imbroglione,

uno scansafatiche,

un parassita,

un pueta,

un avuchèt,

un principe,

un criminale,

un malandrino,

un vigliacco,

un coglione,

un bastardo,

un miserabile,

un finto buono,

un uomo crudele,

un ingrato,

un gram,

un peccatore,

un egoista,

un debole,

un visionario,

un matto da internare,

un ambiguo doppiogiochista,

un eterno bambino,

un eterno illuso,

un recluso,

un autoescluso,

un fanatico,

un idiota,

un buono a nulla,

un fallito,

uno che c’è rimasto,

un insensibile, indifferente cinico,

un prepotente,

un folle cannibale,

un pin ‘d mérda,

un buco nero,

un pret,

un luc,

una cosa.

Resisti!

Se no finisci in collegio.

Altrimenti diventi come il barbiere.

Resisti!

Vuoi finire in mezzo a una strada?!

O appeso,

a bruciapelo alla tempia,

seppuku (da recitarsi “harakiri”),

gonfio in mare,

gelido in un fosso,

semplicemente a bocca aperta,

occhi spalancati nel nulla, per sempre?

Resisti, cazzo! Resisti!

Niente coltelli nella pancia dei buoi,

niente schioppettate in faccia a nessuno,

nemmeno a loro, intesi?

Resistere a questo.

Resistere a quello.

Resistere a quest’altro

e a quest’altro ancora!

Resistere e ignorare.

Resistere e reagire.

Resistere e creare.

Resistere, per vivere!

Resistere, sempre e comunque, mordendo.

 

 

II

 

CREDI (o della fortezza)

 

 

(buio)

 

CORO FUORI CAMPO

 

Abbiamo tutto,

tutto quel che non ci serve.

Abbiamo tolto tutto quel che servirebbe.

 

(luce graduale a salire. Adesso l’uomo è steso a terra, al centro della scena, braccia e gambe larghe, come l’uomo vitruviano. Ha ancora addosso la camicia di forza. Testa alzata come se avesse appena ascoltato, incuriosito e leggermente stupito, la voce fuori campo. Ride. Poi, ancora in questa posizione)

 

UOMO

 

Piva, piva

l’oli d’uliva,

lasa stè i bagai ca crida!

 

Piva, piva

l’oli d’uliva…

 

(pausa. Si gira su un fianco. Poi striscia in fondo, lentamente, verso la camicia cinquecentesca. Si leva la camicia di forza e si infila quella cinquecentesca. Si alza, si gira verso il pubblico. Avanza di nuovo fino al centro)

 

UOMO

 

Credi nella luce sacra.

Credi nella carezza del vento.

Credi nella verità della riflessione.

Credi nel silenzio che rigenera.

Credi nelle parole, nelle tue parole.

Credi nei tuoi sogni.

Credi, anche nella bufera, credi,

quando tutto vola per aria

e non hai più appigli.

Credi sempre nell’amore,

e nell’amore per tutto fonda il tuo mondo.

Credi fermamente nelle tue idee,

nel coraggio di ribellarti,

di dire: “No, basta!”

Credi nella tua voce, che si faccia sentire,

che si faccia rispettare,

che diventi protesta, che gridi, che lo dica,

che lo dica forte e chiaro che non ci sta

a questo sporco gioco,

che non si lasci intimorire,

che rialzi la testa!

Credi nella compassione.

Credi nella tua missione.

Credi negli occhi buoni,

in una stretta di mano.

Credi in qualcosa di talmente obsoleto

e dimenticato ormai,

da risultare quasi alieno: la tua coscienza.

Che ti doni lealtà e trasparenza,

giudizio critico,

indipendenza,

forza di remare controcorrente.

Credi nelle persone.

Credi in te stesso,

in quello che hai dentro,

che nessuno può portarti via.

Credi nel dovere di agire nel tuo tempo,

nell’ardire nuovi cambiamenti possibili.

Credi,

ti prego, credi,

Credi, e provvedi!

Perché lo sgomento

di questo tempo

(tutto in un momento

a portare via,

tutto in un momento:

dov’è casa mia?)

è tutto vero,

tutto quanto,

è tutto quanto vero.

 

(incomincia a camminare, da prima lentamente poi sempre più veloce fino a lanciarsi a terra. Ha il fiato grosso. Pausa. Si rialza. Mentre ancora ha l’affanno e pian piano ricomincia a respirare normalmente)

 

E a questo inganno,

a questo ricatto,

a questo continuo martellante assedio

come si risponde?

 

A queste urla affamate e inascoltate,

a questo pianto isterico,

a questa dimora dell’assenza,

a questa corsa all’oggetto.

A questo potere che penetra come veleno

nelle coscienze

e trasforma le persone in serpi,

a questo imperante impercettibile

N-U-L-L-A

dell’imbecillità al comando in ogni ambito,

a questi abili manipolatori,

a questi astuti saccheggiatori,

a questi falsi profeti sorridenti,

a queste facce di tolla,

a questa lurida marmaglia

traboccante di escrementi,

a questa cruenta orda di putride pustole,

a questa spietata malvagità,

a questa velata tremenda dittatura,

a questa crisi nera,

che è economica, politica e culturale,

ma prima ancora umana,

che ci schiaccia

senza nemmeno accorgercene,

col sorriso bel bello sulle labbra

e un vestito firmato.

 

(breve pausa)

 

A questa imperante dottrina del consumo

e della produzione prima dell’essere umano,

prima dell’essere umano!,

a questa studiata riduzione dell’essere umano agli istinti primari

(compra, picchia, fotti!),

a questo ripetuto collaudato sistema di sabotaggio degli eventi,

a questo feroce depistaggio della verità,

a questi cieli artificiali,

a questa pericolosa geometria…

a queste bugiarde religioni essoteriche

che ci nascondo la naturale felicità,

a queste necropoli negli abissi,

a questi fischi sulle case,

a questi lampi nella notte,

a questo inferno sulla terra proprio qui e adesso.

 

A questa apatia di fondo,

a questa violenza dilagante,

a questa completa ignoranza,

a questo “Mi piace”,

a questo “limited edition”,

a questo “Le nominations sono…”,

a questa gente da aperitivo,

(si ferma) a questo vuoto onnipresente, dissanguante

(interiore, esteriore, sospeso, centripeto, centrifugo, immobile, catatonico, estatico, tremendamente presente),

(breve pausa)

 

A questo fottere il più debole,

a questo nascere, riprodursi e crepare,

a questo accento smorzato,

a questo disagio cronico collettivo,

a questo SDEGNO impossibile da placare,

a questo nascere, riprodursi e crepare,

a questo rigetto sistematico,

a questa lebbrosa cancrena,

a questo indomito interrogarsi

senza (mai una) risposta,

a questo non capacitarsene proprio,

a questo immenso dolore schierato

nel cuore sfigurato,

a questo nascere, riprodursi e crepare

come si risponde?

(si rialza)

 

Se non rimanendo fermi, inamovibili,

inviolabili agli inganni,

ai ricatti e agli affanni,

intimamente puri e decisi e pronti a tutto

pur di respingere,

incedendo senza mai indietreggiare

di un passo,

tutto questo marciume.

Se non informandosi informando,

agendo di conseguenza, lottando.

Se non chiedendo scusa e ringraziando.

Se non decidendo di trasformare

ciò che siamo,

e ciò che è il mondo in cui viviamo,

in amicizia, forza, lealtà.

Se non creando attraverso l’arte,

un nuovo canale espressivo

autenticamente incarnato

nella propria anima e nella propria epoca

(basta sperimentazioni vuote, inutili, narcisistiche, solo ad effetto!),

per dire le cose importanti che sentiamo,

che servono (a tutti!), che amiamo,

per costruire ponti, incontri, scambi,

generando empatia,

comprensione e rispetto,

non rifiuto

(cura delle persone, dei propri affetti,

del proprio luogo).

Se non credendo nelle stesse regole

per tutti,

ribellandosi al male che ci vuole

tristi e sconfitti.

Se non amando

(pausa)

 

Voglia di perdersi,

di perdersi ancora.

Voglia, voglia di perdersi,

di perdersi ancora e ancora.

 

Continua a spalancare porte e finestre.

Aria, ci vuole aria nuova!

(si ferma. Breve pausa) E che sognare sia per te la chiave privilegiata

per realizzare tutto ciò che più desideri

senza paura,

senza più scappare,

allargando l’orizzonte

(al mondo intero e oltre).

 

(breve pausa. A proscenio. In piedi, braccia lungo i fianchi. Guarda lontano)

 

Ponendoti sempre

in preghiera ad est,

al sole che sorge.

 

(buio)

                          2015

                                               Foto di Ambra Visconti

 

Perché dittico?

Innanzitutto grazie mille, Marina, e grazie a tutta “La macchina sognante”, per l’attenzione e l’ospitalità.

Dittico perché quando ho pensato all’opera, volevo che fosse divisa in due parti, una in difesa e una all’attacco, in modo da spiegare e rendere bene l’idea del passaggio dal resistere all’agire, di fronte a qualcosa che ci sta, di fatto, opprimendo, la società contemporanea, per dare modo quindi di avere due livelli del vivere l’assedio “quotidiano”: una sorta di evoluzione della riflessione in essa contenuta che passa da un “prima” passivo, “negativo”, in sottrazione, ad un “dopo” “positivo”, attivo, creativo nel modo di affrontare e vivere una presa di coscienza sul mondo odierno.

 

Perché assedio?

L’anno scorso ho attraversato un periodo difficile della mia vita sotto diversi aspetti. Ho dovuto trovare una grande forza dentro di me, specialmente dopo certi fatti che mi sono occorsi in vari ambiti. La delusione e la rabbia per quello che mi era successo era tanta che ha agito da detonatore per l’esternazione di tutto quello che non va, a mio parere, nella mia vita, nella vita (penso, potrebbe) di tutti, nella società, nel mondo in cui vivo, nella mia epoca e a quello che potrebbe essere, il modo per cambiare in positivo le cose. Così, l’anno scorso, dopo essere ritornato dal Premio Città di Cattolica, ed avere avuto un così grande riscatto dopo tutto quanto mi era accaduto, allora ho deciso che era arrivato il momento di scrivere certe cose che mi pesavano dentro come macigni. Ho scritto il testo quasi interamente la mattina successiva, di getto, partendo da un piccolo nucleo di pochi versi del 2011, lasciati in sospeso.

Poi, finalmente, da aprile di quest’anno, ho iniziato il lavoro sulla messinscena del testo insieme ad un’attrice (nonché amica) bravissima, Paola Basini (vedi foto), che ringrazio molto.

Nella scelta dei luoghi dove poter rendere vivo il testo, ho optato per posti in cui poter avere un contato diretto, ravvicinato col pubblico e che mi hanno sempre affascinato: librerie in primis e poi caffè letterari, circoli culturali.

La risposta del pubblico è stata subito ottima.

Penso che nel nostro periodo storico, ora più che mai, l’individuo (ciascuna persona) sia realmente, viva quotidianamente “sotto assedio” in una costante situazione di enorme pressione generata dall’ambiente in cui vive. “Assedio” che si manifesta in diverse forme: politico, economico, ambientale, psicologico, sociale, relazionale, emotivo, fisico, plasmando una crisi, una nevrosi interiore che riflette quella della società contemporanea, la decadenza (spero non un collasso) di valori e certezze soprattutto, diritti. Nella società in cui siamo immersi bisogna fare i conti con sempre maggiori difficoltà per fare qualsiasi cosa, persino rapportarsi con i propri simili e percepire se stessi, in velocità, in emergenza tali da non riuscire quasi a vedere prospettive.

E’ come sentire lo spazio intorno a sé che si riduce. Il folle del mio testo non è altro che l’individuo sano, che “impazzisce” nel non riuscire a capire come nessuno possa avvertire questa situazione generale di emergenza. Creduto folle dai folli, assuefatti dal consumismo come dalla propaganda dei media, che accettano le più deplorevoli cose senza battere ciglio e che navigano nella distrazione più completa, voluta dai poteri forti per renderci inoffensivi, disgregati, burattini a comando, non vuole più avere paura né subire.

In questo scenario, in mezzo a questa morsa che tende a schiacciarlo sente che è necessario RESISTERE, non cedere mai, non lasciarsi andare né farsi condizionare o portare via la dignità, mantenendo sempre la volontà di alzare la testa per farsi valere, per REAGIRE e CREARE, tutti insieme con la nostra forza, uniti, un mondo nuovamente e veramente libero.

A che distanza sta la poesia dalla tua vita?

Scrivo da quando ho sedici anni. Da quel momento nulla è stato più in grado di sradicare da me stesso

questo cuore pulsante questo respiro questo battito questa linfa questo magico carburante questo microscopio questo telescopio questo passo questo sentimento questo pensiero questo sogno questa parola questo sangue questa carne questa vita questa gioia questa verità

per cui non posso far altro che vivere essere poesia perché sono io e senza non sarei nessuno, forse un sasso o nemmeno.

Per me è tutto, è il modo in cui sento e concepisco, godo e vivo la vita. E’ la mia armatura la mia stampella la mia tuta da palombaro da mia muta da sub la mia tuta da astronauta il mio aquilone il mio deltaplano il mio razzo il mio sguardo sulla vera realtà aldilà della quotidiana accettazione. E’ la migliore illusione la più vera realtà.

 

A che distanza sta la tua poesia dal teatro, o viceversa?

Sono diventati un unico linguaggio che si mescola di continuo.  Gli elementi e le esperienze di uno entrano per osmosi nell’altro. Il poeta è attore, l’attore è poeta e viceversa. Tutto si contamina. Tutto si arricchisce di nuove suggestioni. “Dittico dell’assedio” è un testo che nasce pensato per il teatro (ha infatti partecipato al “Premio Riccione per il teatro” 2015), finalmente la poesia si è fusa totalmente con il teatro, onorando così la massima espressione poetica possibile, il teatro appunto, così com’era inteso nell’antichità Greca. E’ bellissimo, è qualcosa di indescrivibile poter arrivare a così tante persone con i miei pensieri, le mie parole attraverso il linguaggio e la pratica teatrale, che mi ha dato modo di poter sperimentare quello poetico ad un livello di soluzioni (fisica: di messinscena, performativa) impensabili senza, e dandomi modo di poter così emozionare in maniera più forte gli ascoltatori, gli spettatori. Fin dai miei esordi da ragazzino lo sognavo: poter parlare alla gente, farla emozionare, renderla partecipe di quello che sentivo dentro. Attraverso la contaminazione del linguaggio poetico con il teatro, è stato possibile il “corto circuito” necessario per una creazione artistica matura e diversificata. Da quando ho iniziato a calcare il palco, anche il mio modo di scrivere infatti, di conseguenza, è cambiato, sempre più teso verso un’immedesimazione fisica delle parole. Il teatro mi ha reso più libero e consapevole di me stesso e delle mie potenzialità, capacità, portandomi a mettermi in gioco sempre di più fino a portare in scena i miei testi, appunto. In questo modo è persino riaffiorata un’altra mia antica passione, quasi dimenticata, e che ho finalmente recuperato e iniziato ad inserire nelle mie performances: la musica. Ma questa è un’altra storia…

 

Che ne farai di questo Dittico?

In estate procederò con una fase di parziale riscrittura, di integrazione di ulteriori parti, in vista dell’autunno, in cui vorrei iniziare con una formula di messinscena accresciuta in modo da creare nuove suggestioni, portando su un vero palco teatrale il multilinguaggio delle mie “Performances poetiche”, dopo le fortunate sperimentazioni di questa stagione, effettuate, appunto, in diversi luoghi “limitrofi”, alternativi (suggestivi per la vicinanza del pubblico sulla scena), dove solitamente il teatro, mescolato alla poesia e alla musica, non arriva o quasi: librerie, circoli culturali, caffè letterari. E poi si vedrà…

 

Sono io a doverti ringraziare, Marina, per questa piacevolissima chiacchierata insieme come, ovviamente, per tanti altri motivi.

Grazie ancora a te e a “La macchina sognante” per l’attenzione e l’ospitalità.

Un abbraccio e a presto!

Luca

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FOTO

Luca Isidori è poeta e attore. Nasce a Piacenza il 16 novembre 1980. Scrive dall’età di sedici anni. Abita in provincia di Piacenza e lavora come educatore. Vive l’arte come mezzo per conoscere se stesso e il mondo: “Non rinunciare mai al fuoco che hai dentro, alla tua vocazione, a far sentire la tua voce”. Ha partecipato a diversi concorsi letterari e molte sono le sue pubblicazioni e letture in pubblico. Nel 2013 ha autopubblicato tre raccolte con il sito ILMIOLIBRO: Musica per battiti ed orchestra; La vetrina del negozio di dolci; Diario costante dei giorni. Quest’ultima è stata premiata, nell’aprile 2015, al Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica, con il Premio Athos Lazzari, ricevendo inoltre anche la menzione d’onore al Premio Letterario Internazionale Itinerante World Literary Prize. Sempre nel 2015, alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati sul blog Words Social Forum – Centro Sociale dell’arte -. Nell’anno precedente, il 2014, ha letto in due diverse occasioni insieme al collettivo bolognese del movimento internazionale “100 Thousand Poets For Change” e ha partecipato in giugno al festival DDT – Diversi Dirompenti Teatri –  ad Imola, mentre ad ottobre dello stesso anno, presso il Piccolo Museo della Poesia “Incolmabili fenditure” di Piacenza ha letto assieme al poeta statunitense Paul Polansky. Come attore teatrale, ha recitato con diversi registi e compagnie della sua città e non solo, diretto tra gli altri da Corrado Calda, Achille Crosignani, Pino L’Abbadessa, Lorenzo Loris, Paolo Mazzocchi e Tino Rossi. Per il cinema è stato invece diretto da Giuseppe Piva (“Es”, cortometraggio, Premio Canon “La Grande Occasione” 2014); Gianclaudio Cappai (“Senza lasciare traccia”, 2014); Mattia Gradali Castellini (cortometraggio per il Gruppo Famiglie Dravet Associazione ONLUS -, 2015); Marco Bellocchio (“Sangue del mio sangue”, 2015). Nel maggio 2015 ha partecipato nuovamente al festival DDT – Diversi Dirompenti Teatri, tenutosi sempre a Imola, con la performance dal titolo “Io resisto, non mollo, perché esisto”. Recentemente ha autopubblicato, nell’ottobre del 2015, la raccolta poetica “Nuovosole” (divenuta in seguito performance poetica) e, nel marzo di quest’anno“Notturni – Poesie e prose liriche”. “Dittico dell’assedio” (anch’esso ottobre 2015), con cui  ha partecipato all’edizione 2015 del Premio Riccione per il Teatro, e di cui esiste anche una versione in poemetto, è il suo primo testo teatrale. Attualmente è al lavoro su nuovo materiale riguardante poesia, musica e teatro.

Contatti: Facebook “Luca Puck Folletto Isidori” “Diario costante dei giorni”. Mail isidoriluca80@gmail.com

 

 

Riguardo il macchinista

Marina Mazzolani

Marina Mazzolani Vive a Imola. Laureata in Architettura a Venezia, si occupa di teatro dal 1977. E’ attrice, regista, drammaturga, ideatrice e organizzatrice di eventi culturali, direttore artistico. Scrive poesie e altro. Progetta azioni e percorsi teatrali ed artistici con forti valenze sociali, come induttori di movimento (motus contra status quo). Collabora o partecipa a progetti di altri.

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