Dei soviet/’17, il tempo che resta! (Antonino Contiliano)

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Il 2017 nel suo calendario storico ha in programma la festa per rivitalizzare un evento particolare, il centenario della rivoluzione comunista e sovietica del 1917, mentre il suo numero sette ci richiama il bicentenario, la ricorrenza di un’edizione indimenticabile e in cammino, la data del 1867. L’anno della pubblicazione de Il Capitale di Karl Marx. Il richiamo, per chi scrive, è obbligato. Senza ricordarne il legame, la rivoluzione comunista dell’Ottobre sovietico rimarrebbe una voce dimezzata. In realtà crediamo che sia necessario non dimenticare l’intero corpo delle ricerche e delle opere di Marx per individuare ciò che complessivamente resta del potenziale rivoluzionario. Nelle cantine di questi due tempi c’è un’eccedenza semantico-politica creativo-polifonica che, presente nell’operatività dei tempi delle due azioni, nessuna chiusura storica può sterilizzare. Per il nostro discorso più propizio (è una scelta e una decisione) è dove l’opera del tempo rivoluzionario e degli scritti fondatori non è aliena dall’accompagnarsi anche con l’intellettualità della stessa creatività poetica. Nell’occasione il luogo cui desideriamo riferirci in maniera particolare è quello dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e di Per la critica dell’economia politica (1859). Qui infatti sono i nomi di Dante, Goethe e Shakespeare (alla rivoluzione del 1917, fra gli altri, ci piace scrivere il nome di Majakóvskij). Come dire che gli eventi della nascita e degli sviluppi di una rivoluzione politica, alternativa all’ordine capitalistico dominante, fanno connubio col comune dell’arte e della poesia. E ciò almeno per alcuni motivi (di cui diremo, schematicamente, un po’ più avanti).

Intanto diciamo subito che la ricorrenza del centenario della rivoluzione sovietica è, per chi scrive, un’altra occasione per ostinatamente ribadire che la parola comunismo e il suo mondo, alternativo al capitalismo, non è da cancellare, né da dimenticare né da cambiare. Doppia è la ragione quanto doppia è la stessa rigenerazione del capitalismo odierno. Globalmente, accanto al capitalismo del vecchio oro-moneta infatti si è reduplicato nella forma “immateriale!” del capitale finanziario, legato cioè al capitalismo morbido dell’economia informazionale e relazionale della rete web (D-I-Dn).

Anzi è la parola insepolta che va fatta riesplodere come la festa dei fuochi d’artificio o il colpo di fucile al tempo lineare dell’orologio meccanico. Alludiamo alla festa francese che annualmente ricrea la memoria della Rivoluzione del Luglio 1789 (senza che per questo si disattivi la violenza dei fatti della storia!).

La violenza dei fenomeni non è cosa su cui si può tacere, a meno che non giochi l’oscuramento ipocrita, o una fasulla rimozione! Non c’è nascita di mondi che non abbia come arché (trascendete o immanente sia la qualità) un incipit violento! Basterebbe un’occhiata pur distratta alle violenze costitutive delle ricapitalizzazioni degli Stati delle democrazie capitalistiche euro-americane dei nostri giorni (e ciò per non andare molto indietro nei diversi scomparti dei racconti), alle loro guerre umanitarie e fondamentaliste, nonché alle guerre della fame e a quelle monetarie – BRICS – e ai muri simbolici e concreti che ogni giorno innalzano ai confini come guerra di esclusione ed eliminazione, a meno che non sia l’amico degli amici o la giustizia del “fuoco amico”. Da qualche parte poi qualcuno (Pascal) fra felici pensieri ha detto e scritto che la giustizia è il primo atto di violenza che ha avuto la forza di farsi ragione, così come di ogni azione umana individuale e sociale è assolutamente impossibile prevedere tutti gli esiti possibili. Nessuno prevedeva che dopo l’abbattimento del “muro” di Berlino (1989), il mondo democratico-liberale, come l’americano, erigesse quello ai confini col Messico, o che, pur nell’interminabile conflitto arabo-palestinese, Israele erigesse quello di Gaza, o l’Europa dell’Ue quello greco, bulgaro, ungherese e l’austriaco al Brennero.

Peccato però che i francesi non abbiamo pensato di internazionalizzare uno sfavillio d’artificio e una festa per i giorni della rivoluzione della “Comune di Parigi”, la rivoluzione alternativa della democrazia popolare (un limite: quello di non aver gestito direttamente il potere delle banche!). Una festa di fuochi altri, una festa memorabile e particolare. Una festa dell’arte-facere che celebrerebbe il connubio tra rivoluzione e poesia nel nesso dell’unità del molteplice determinata, il molteplice della pluralità degli individui e dei soggetti come cooperazione di colori organizzati altrimenti e nuove soggettivazioni antagoniste come autori e attori collettivi, soviet/consigli di elementi eterogenei permanenti. Una metafora e un’allegoria, forse, impertinente, ma simbolicamente se-ducente come enunciato vivido per esprimere e agire una adeguata sovranità/proporzionalità di democrazia diretta e contestuale. Un’unità della molteplicità delle singolarità-soggettività sociali umane orientate a comporre un nuovo soggetto politico oggettivamente esplosivo come quello del gioco d’artificio, mentre i processi di soggettivazione incorporano attivamente l’idealità dell’eguale-libertà della categoria politica del soviet come un sollevamento carsico continuo.

Del resto il linguaggio economico, o politico, o teorico non ignora l’uso di categorie ed espressioni che esulano dalla logica stricto sensu puramente astratta (se mai è possibile). Il pensare-agire per immagini è tutt’altro che incompatibile con i concetti! Basterebbe pensare (e solo per toccare un solo campo) al serpente monetario dell’Europa, alle guerre chirurgiche, alle “sofferenze nervose” dei mercati, o alle attuali “bolle” del capitalismo finanziario.

Del resto la realtà immediata del pensiero è sempre il linguaggio verbale e non verbale. Il problema è poi ridiscendere dalle sue categorie logico-astratte e logico-retoriche nella realtà condizionante e coglierne i concreti e vitali vincoli. Fra le altre, scavare come una talpa in mezzo a una tautologia argomentativo-linguistica sulla produzione-appropriazione capitalistica della natura non è cosa estranea, per esempio, allo stesso Marx; ne dà chiaro esempio in Per la critica dell’economia politica, l’opera in cui è intento a smantellare il circolo vizioso della produzione-appropriazione dell’economia moderna capitalistica. Nei Manoscritti del 1844 si servirà del linguaggio iconizzante-ironizzante dei poeti per demistificare il potere della moneta e del denaro; il denaro che nel circolo del modello sociale e politico capitalistico è sempre una serie di orbite in espansione concentrica. Inoltre, e solo per inciso, anche il linguaggio cinematografico-artistico di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (regista e scrittore), nel primo decennale dell’evento sovversivo, ha investito sulle immagini poetiche per girare il film sulla rivoluzione comunista dell’Ottobre’17.

Se – scrive Marx, analizzando la fallacia dell’argomentazione enunciativa del paradigma economico dominante – la produzione presuppone l’appropriazione della natura da parte dell’individuo all’interno di una determinata forma di società, allora in «questo senso è una tautologia (sottolineatura nostra) dire che la proprietà (appropriazione) è una condizione della produzione»[1].

Così, ora, sulla scorta dell’importanza del linguaggio e della sua potenza, pensiamo (è il nostro punto di vista) che la parola comunismo e la parola rivoluzione incorporata (di cui la sovietica è il secondo tentativo dopo quello della Comune di Parigi del 1871) non sono solo sonorità. Continuano infatti ad essere il “permanere d’essere” reale dello “Spettro che si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”, quello che fa paura al capitalismo finanziario contemporaneo. Il potere del capitale monetario di cui, non meno della precedente proprietà, il comunista Marx ne smaschera già la grottesca autoreferenzialità tautologica negli stessi Manoscritti economico-filosofici del 1844. E lo fa mettendo a lavoro il linguaggio dei poeti (Goethe e Shakespeare). Del resto, nel licenziare sia Per la critica dell’economia politica, sia Il Capitale (prima edizione) non fa mancare i versi dello stesso Dante. A chiusura della prefazione (1859) dell’una infatti si legge: «Qui si convien lasciare ogni sospetto / Ogni viltà conviene che qui sia morta»; e a chiusura della prefazione (1867) dell’altro si legge: «Vien dietro a me, e lascia dir le genti».

Ora, lasciando ogni viltà, sospetto e il dir delle genti, la voce di Goethe/Marx e di Shakespeare/Marx sulla proprietà e le proprietà del potere del denaro come equivalente (in generale) e universale mediazione di cose e vita, non guasta riportare i versi dei due poeti direttamente utilizzati da Marx.

Se il potere del denaro è tale che può comprare e possedere tutto (si appropria di tutto), allora il denaro è un lenone fra i bisogni e gli oggetti e ciò che media le vite: «Che diamine! certamente mani e piedi e testa e di dietro, questi, sono tuoi! E pure tutto quel di cui frescamente godo è perciò meno mio? Se io posso comprarmi sei stalloni, le loro forze non sono mie? Io ci corro sopra e sono un uomo più in gamba, come se avessi ventiquattro piedi» (Goethe, Faust-Mefistofele)[2]; «Oro? Prezioso, scintillante, rosso oro? No, dei, non è frivola la mia supplica. Tanto di questo fa il nero bianco, il brutto bello, il cattivo buono, il vecchio giovane, il vile valoroso, l’ignobile nobile. Questo stacca… il prete dall’altare; strappa al semiguarito l’origliere; sì, questo rosso schiavo scioglie e annoda i legami sacri; benedice il maledetto; fa la lebbra amabile; onora il ladro e gli dà il rango, le genuflessioni e la influenza nel consiglio dei senatori; questo con­duce dei pretendenti alla troppo stagionata vedova; questo ringio­vanisce, balsamico, in una gioventù di maggio, colei che respinta con nausea, marcia come di ospedale e pestifere piaghe. Maledetto metallo, comune prostituta degli uomini, che sconvolgi i popoli […] Tu, dolce regicida, nobile strumento di discordia […] che strettamente congiungi gli impossibili*, e li costringi a baciarsi! tu parli in ogni lingua, […] si ribella il tuo schiavo, l’uomo! […] Consuma * la tua forza a confonderli tutti, che la bestialità di­venti padrona di questo mondo!» (Shakespeare, Timone d’Atene)[3].

L’obiettivo della rivoluzione comunista sovietica – il rovesciamento del modello sociale capitalistico che riduce ogni uomo alle sue funzioni puramente bestiali –, nonostante fallito nella sua tipica modalità dello Stato-partito-dittatore, non per questo tuttavia è stato sepolto o diventato inattuale. Anzi! Tutti i movimenti antagonisti e minoritari contemporanei contro il pensiero unico e la fine della storia sono, crediamo, una spia più eloquente che mai. Lo “Spettro del comunismo” è più vivo che mai e in azione movimentista incontenibile. Un movimento che sta cercando di rivitalizzare quello che era lo spirito, rimasto in archivio, della democrazia dei soviet (dei consigli, in Gramsci).

La democrazia dell’eguaglianza dei soggetti differenti e operanti come una comunità operativa che ha lasciato la gerarchizzazione classista e razziale del modello borghese-capitalistico. La democrazia degli elementi e delle parti in azione come un soggetto collettivo che è insieme autore e attore del suo stesso farsi mondo, così come è, crediamo, nel mondo costruito della poesia stessa ancorata alla materialità concreta della storia e del suo divenire mai chiuso nelle circolarità ideologistiche.

Così se la poesia col fare-mondo altro, cosa che è anche comune (l’eguaglianza di valore degli elementi comunitari che fanno un testomondo) all’ipotesi del mondo comunista e dell’indimenticabile rivoluzione d’Ottobre/’17, al connubio non può allora che augurarsi un’urgenza del risveglio e dell’azione coinvolgente non più procrastinabile.

Allora salut 2017-1917! Del resto perché sorprendersi se poi nei due mondi rivoluzionari l’azione degli elementi (nella loro aseità specifica) gode in corpore vivo una democrazia diretta ed egualitaria in azione diretta? In questi due mondi il valore di ogni elemento (nessuno escluso) è condizione e funzione reciproco-paritaria dell’esser-ci dell’altro. Nessuna appropriazione, nessun profitto o rendita privati gli appartengono. Qui nessun regno, divino o naturale, per la proprietà!

La stessa ipotesi comunista è stata pensata e posta come movimento storico e temporale che non ha ricette da applicare per i diversi contesti della sua operatività (indicativi in tal senso, per esempio, sono il metodo delle negazioni determinate come le osservazioni sulle comuni agricole russe del tempo, e la stessa corrispondenza con Vera Ivanovna Zasulič). Un’ipotesi, quella del comunismo e della rivoluzione comunista, che, nonostante le oscillazioni, le crisi e le abiure dei tanti “credenti” di ieri e di oggi, non ha perso però vigore e voce, se il suo “spettro” come ieri ancora oggi si aggira per l’Europa del XXI secolo.

Il suo è sicuramente un sapere, un’azione e una potenza che non ha perso verità per agire contro la forma del “capitale-denaro”, sebbene integrato dal capitalismo cognitivo-digitale dell’economia informazionale e relazionale dal capitale, così come la legge della gravitazione universale di Galilei e Newton non ha perso vigore quando è stata integrata dall’ipotesi e dalla verifica poste da Albert Einstein e seguaci. Vero è infatti che dopo le grandi bolle delle crisi del capitalismo digito-finanziario del XXI (come quella del 2008), la legge di gravità classica-quanto-relativistica del comune del comunismo attira i corpi presso quelli che sono i convegni sull’evento-avvento del comunismo rivoluzionario. Almeno due a nostra conoscenza. Quello all’Istituto Birkbeck di Londra (2008) sull’Idea di comunismo, organizzato da Alain Badiou e Slavoj Žižek, e quello di “C. 17” di Roma – La conferenza di Roma Sul Comunismo – (18-22, Gennaio 2017), di cui ricordiamo solo alcuni nomi quali Riccardo Bellofiore, Franco Berardi “Bifo”, Christian Marazzi, Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Augusto Illuminati, Saskia Sassen, Mario Tronti, Toni Negri, Slavoj Žižek, etc.

Motivo per cui, per noi, parlare/scrivere sul tema comunismo-rivoluzione ’17, visto lo spessore dei nomi, lo confessiamo, non è certo senza timore.

Tuttavia non rinunciamo! E di sicuro, almeno per chi scrive, non è il taglio commemorativo che ci piglia per dire qualcosa sulla rivoluzione comunista e dintorni. La commemorazione è fuori posto! Commemorare è rimuovere, o non voler affrontare le tante analisi e questioni storico-materiali ancora aperte che il suo autore-attore, ancorandosi anche al pensiero dei poeti, ha visto e, quasi testamento, lasciato come linee da mantenere vive e azioni da completare e continuare senza farsi ottundere il senno dai pregiudizi, dai sospetti o dalla viltà. Quindi ancora salut alla rivoluzione (il dare inizio è sempre possibile…) con poesia e comunismo, un’accoppiata che non nuoce, sicuramente, al punto di vista della rivoluzione’17 e al divenire delle sue potenzialità creative annunciate e ancora sospese fra contraddizioni e paradossi di un tempo che fa digerire come libertà il controllo politico, l’assoggettamento e il servilismo.

Un monito e un invito, il connubio comunismo e poesia, che Marx, nel caso, come si può leggere nei suoi lavori, ha scritto ricordandoci la verità contenuta nei versi dei poeti come Dante (Divina Commedia), o in quelli di Goethe e di Shakespeare, allorquando analizza la funzione del denaro nella genesi dell’economia capitalistica e nelle sue modalità storico-evolutive alienanti. Del resto l’uomo del sottosuolo, il sognatore, è ancora con la lanterna in mano.

E ora, anche noi, lasciando ogni “sospetto”, in questi tempi fuori sesto, lasciamo queste righe e andiamo avanti. Ma lo facciamo pensando oltre l’ironia faustiana (l’uomo “più in gamba”, l’individuo del denaro capitalista che possiede “ventiquattro piedi”); per cui ricordiamo – come un dato sensibile – che dalla satira di Shakespeare e dalla sua eironea ci viene incontro e vive ancora l’universale respiro dell’interrogativo scespiriano: Preferireste che Cesare fosse vivo, e morire tutti da schiavi, o che Cesare sia morto per vivere tutti da uomini liberi?

[1] Karl Marx, Per la critica dell’economia politica (traduzione di Bianca Spagnuolo Vigorita e introduzione di Giulio Pietranera), Newton Compton, Roma, 1972, p. 230.

[2] Karl Marx, Il denaro (Manoscritti), in Opere filosofiche giovanili (a cura di Galvano della Volpe), Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 253.

[3] Ivi.

 

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Antonino Contiliano vive a Marsala. E’ laureato in Pedagogia (Università di Palermo). è stato redattore della rivista “Impegno 80” e “Spiragli”. Ha fatto parte del movimento poetico che, tra gli anni 60 e 80 del secolo scorso, operò in Sicilia e si qualificò come Antigruppo Siciliano. Negli anni 80 ha fatto parte del comitato organizzatore degli “Incontri fra i popoli del Mediterraneo”: il convegno che, curato dal poeta Rolando Certa, ogni due anni si teneva a Mazara del Vallo. Nell’Antigruppo siciliano è stato redattore anche della sua rivista, “Impegno 80” (Mazara del Vallo) e poi del trimestrale “Spiragli” (Marsala). Fra le sue ultime poere di poesia si ricordano: ‘El Motell Blues (2007), Tempo spaginato. Chiasmo (2007), Il tempo del poeta (2009), Ero(S)diade. La binaria de la siento (2010), We are winning wing (2012), L’ora zero (2014) e la sua ultima opera Futuro Eretico (Fermenti 2016). Sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo, greco, macedone, romeno e croato.

 

 

 

Foto in evidenza di melina Piccolo

Foto dell’autore, dal ritratto di Antonino Contiliano realizzato dall’artista Stefano Lanuzza.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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