Dal Darfur a Sant’Angelo Muxaro (AG), testimonianze di Meryem e i cinque figli, a cura di Giuseppe Pensabene (intervista) e Alfredo D’Amato (foto)

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 Progetto in progress di Giuseppe Pensabene Perez (intervistatore, testo) e Alfredo D’Amato (foto)

Dal Darfur a Sant’Angelo Muxaro (AG)

 

Meryem (35) (Sudan / Darfur), Tasabìh (11), Tanzil (10), Tariq (8), Tawàssul (7), Ali (4)

 

Ingresso in Sicilia: Luglio 2016

Porto di Trapani

Nave  Phoenix – MOAS (ONG)

Primo Incontro (Giuseppe) Luglio 2016 Porto di Trapani
Secondo incontro Giugno 2018 Sant’Angelo Muxaro (AG)


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Sant’Angelo Muxaro e un paesino di 1500 anime arroccato su una collina nell’entroterra della provincia di Agrigento. Ci si arriva tramite una lunga e sgarrupata statale, piena di curve, che si incunea tra le colline. Il paesaggio è bellissimo, ma quasi non incontriamo altre macchine durante il tragitto. Non abbiamo l’indirizzo della casa di Meryem, ma appena entrati in paese, vediamo una bambina che si sbraccia da una finestra, è Tasabìh, la più grande (12 anni). Ci corre incontro, ci bacia e ci saluta parlandoci in perfetto italiano. Sale in macchina e ci accompagna dove sa che possiamo parcheggiare senza dare fastidio ai vicini. Dalla casa si sentono le grida di un bambino; non appena entriamo, Ali, il più piccolo smette di piangere e ci guarda con due occhioni stupiti. Salutiamo gli altri fratelli: c’è Tawassul (7 anni), e una gran voglia di parlare, Tariq (8 anni), inizialmente riservato e Tanzil, 10 anni, e un’aria da signorina adulta. Meryem non c’è, sta ancora dalla signora presso cui lavora come badante.

La prima volta che vidi Meryem e i suoi cinque figli erano in una gabbia gialla. L’Hotspot di Trapani, un ex CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione), è composto da sei settori recintati da un’altissima inferriata di colore giallo, con le maglie fitte di modo ché non si possa guardare fuori. Per direttiva, la permanenza dentro un hotspot non dovrebbe superare le 48 ore, ma nella pratica gli ospiti restano rinchiusi anche settimane o addirittura mesi. Dipende da tanti fattori: disponibilità nei centri accoglienza, lungaggini burocratiche, weekend o festività di mezzo, indagini. Parte del mio lavoro come mediatore culturale consisteva nel visitare i nuovi arrivati all’interno delle gabbie dell’hotspot per fornire loro le informazioni sul diritto d’asilo, il sistema di accoglienza in Italia e sul Regolamento di Dublino. Non avevo incontrato Meryem allo sbarco, perché tutti e sei erano stati ospedalizzati appena scesi a terra. Nulla di grave per fortuna, solo disidratazione e un principio di febbre per due dei bambini. Erano sbarcati il 12 luglio del 2016. La nave che li aveva recuperati in alto mare era la Phoenix della MOAS, una di quelle famigerate ONG che effettuano salvataggi di migranti in mare.

Quando, il giorno dopo lo sbarco, entrai nel settore dove erano ospitati Meryem e figli, i bambini erano sorridenti e festosi. Diedi la mia informativa con una bambina attaccata al collo e un altro sulle ginocchia e mi sincerai che stessero bene. Nessuna lamentela sulle condizioni di accoglienza, né sul fatto che erano rinchiusi, senza giochi per i bimbi, senza lenzuola nel letto, ma solo gratitudine nei confronti di un generico “voi che ci avete salvato”.

 

L’Hotspot è il centro di identificazione dove le persone che sbarcano irregolarmente in Italia sono portate per effettuare le procedure di identificazione e per definire la loro situazione giuridica: migranti economici da rimpatriare o espellere o richiedenti asilo da trasferire in centri accoglienza.

 

Tornai a trovarli tutti i giorni che rimasero all’hotspot (7 in totale) ed ebbi modo di conoscere la loro storia. Ogni volta che entravo nel loro settore, mi accoglievano con sorrisi e un commovente sguardo fiducioso. Mi cantavano canzoni sudanesi, recitavano poesie in arabo classico imparate a scuola e raccontavano storie. Per smorzare la noia della detenzione, cercavo in tutti modi di farli ridere. Insegnai loro Bella ciao, su richiesta della più grande di ascoltare una canzone italiana.

La storia di Meryem e i motivi che l’hanno spinta a lasciare il Sudan è lunga e complicata, si interseca con la storia recente del conflitto in Dar Fur e in Sud Sudan. Basti dire che appartengono al ceppo etnico dei Masalìt, ovvero una delle tribù del Sudan Occidentale che insieme ai Fur e agli Zaghawa si ribellò contro il potere dispotico, fondato sulla discriminazione razziale del presidente al-Bashir. Semplificando all’estremo, si può dire che appartengono a un ceppo etnico (nilo-sahariano) africano, storicamente escluso dal potere decisionale – economico nel paese e oggetto di grave discriminazione da parte delle élite arabe.

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Una vicina ci racconta che la casa in cui abitano a Sant’Angelo Muxaro appartiene alla famiglia di un pentito di mafia. La casa era vuota da anni perché la famiglia si era dovuta trasferire in virtù del sistema di protezione dei parenti dei collaboratori di giustizia e aveva un affitto basso.

Finalmente arriva Meryem e appena mi vede mi abbraccia e mi bacia sulle guance. Ecco, Meryem porta il velo, è musulmana praticante, quel giorno digiuna pure poiché è Ramadan. Il bacio sulla guancia non è solitamente il modo in cui donne musulmane salutano uomini che non sono parenti di sangue. Ma lei lo fa e io un po’ mi emoziono, è come se mi consideri famiglia, sebbene non ci vediamo da quasi due anni.

Dall’hotspot di Trapani erano stati trasferiti in un CAS per famiglie in provincia di Trapani e dopo otto mesi in uno SPRAR nel paesino di Sant’Angelo Muxaro. Nel frattempo Meryem era stata ascoltata dalla commissione d’asilo di Trapani ricevendo solo una protezione “umanitaria” (la sua storia non era stata ritenuta credibile, probabilmente poiché l’interprete giordana non capiva il suo arabo sudanese) aveva fatto ricorso e ottenuto lo status di rifugiata, per lei e figli. Questo significava un permesso di soggiorno di 5 anni, un passaporto e il diritto al ricongiungimento familiare con il marito e gli altri due figli rimasti in Sudan, senza dover dimostrare un reddito, come nel caso dei migranti con permesso di soggiorno per lavoro.

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Mi aveva costantemente aggiornato via whatsapp, mandando foto e chiedendo consigli. Quando a dicembre del 2017 il progetto SPRAR del comune di Sant’Angelo aveva chiuso per mancanza di fondi, a Meryem e figli, i quali avevano ancora diritto a usufruire dei servizi dell’accoglienza, era stato prospettato un trasferimento in un altro SPRAR in Calabria. Anche questa volta, Meryem mi aveva chiamato per chiedermi un parere.

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Già trasferirsi dalla provincia di Trapani, dove i bambini si erano trovati benissimo a scuola, a Sant’Angelo era stato difficile, ed ora che si erano ambientati in quel paesino arroccato non se la sentivano di ricominciare di nuovo in un altro posto. Una professoressa di filosofia aveva offerto a Meryem un lavoro come badante per la madre anziana  e, come mi disse al telefono: la gente del paese è gentile con noi, i contadini ci regalano melanzane, pomodori e frutta. Insomma, avevano deciso di restare a Sant’Angelo, pur rinunciando ai servizi dell’accoglienza (alloggio gratuito, pocket money, assistenza legale etc).

Quando Meryem arriva sono circa le 18, mancano ancora due ore al tramonto. È digiuna e stanca, i bambini invece sono iperattivi e si litigano la nostra attenzione. Chi le capisce le donne, ci dice Tariq (8 anni), parlando della sorellina Tawassul che freme per raccontarmi vita morte e miracoli di Emma, Gloria e Noemi, le sue tre migliori amiche della classe con cui gioca a un-due-tre-stella, la cosa che mi piace più fare in Italia, insieme a confidare i segreti. Tariq, invece,  all’inizio della permanenza in Italia era un po’ chiuso in se stesso, in classe passava il tempo in un angolo, disegnando sirene, tanto che la maestra della scuola aveva convocato la madre, ci racconta la ex mediatrice culturale dello SPRAR, ormai amica di famiglia, che ci ha raggiunto. Col passare del tempo si è rasserenato, ora frequenta scuola calcio tre volte a settimana, da grande vorrebbe fare il fotografo ed è in piena fase “maschi contro femmine”. Durante la cena, ci raccontano un aneddoto relativo al secondo tentativo di raggiungere l’Italia via mare, il primo era finito male: un naufragio e il recupero da parte della “guardia costiera libica” che li aveva portati in un centro di detenzione da dove erano riusciti a uscire solo tre mesi dopo pagando una tangente tramite hawala.

Ridendo, Tariq ci racconta (in italiano) che quando i gommoni del soccorso si erano avvicinati al loro barcone, i soccorritori avevano lanciato una cima facendo segno di legarla alla barca per stabilizzarla. L’uomo che aveva raccolto la corda evidentemente non aveva ben capito e invece di fissarla al barcone se l’era legata alla vita. Ridono da pazzi ricordando quest’immagine che hanno impressa nella testa.

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Dopo l’Iftar, la rottura del digiuno, a base di ‘Asida e altre pietanze tipiche sudanesi, (anche noi usiamo tanto le melanzane come qua in Sicilia). Meryem finalmente si lascia un po’ andare alle chiacchiere. È felice, ci dice, a Sant’Angelo Muxaro, il paese è tranquillo, i bambini possono uscire da soli fino a sera, non c’è nessun pericolo. La gente ci vuole bene, ci ha adottato, certo lo stipendio di badante è minimo (circa 300 euro), basta appena a coprire le spese dell’affitto e delle bollette, ma la gente del paese ci aiuta come può, mi accompagnano sempre in macchina a fare la spesa fuori dal paese, al supermercato dove costa meno. Ali, il piccolino di 4 anni, frequenta la parrocchia e ripete a casa le preghiere cattoliche. Nessuno dei bambini è esentato dall’ora di religione in classe: io ho spiegato loro che sono musulmani, ma non c’è niente di male a imparare le altre religioni. La religione è una questione  intima, si sceglie col cuore. Le faccio la classica domanda sull’eventualità che le figlie possano sposarsi con italiani cristiani e ci risponde che non ci sarebbe alcun problema. Sogna per i suoi figli un matrimonio d’amore, in cui scelgano loro. In Sudan non ci sposiamo per amore, quello viene dopo se tutto va bene. A me è andata bene, ma mia sorella si è complicata la vita con un matrimonio sbagliato, imposto dalla famiglia.

I bambini sono tutti bravissimi a scuola, Tasabih e Tanzil sono addirittura le migliori della classe, quando Meryem ci racconta la routine quotidiana capiamo perché:  Tutte le mattine li sveglio alle 5 per la preghiera dell’alba, poi li faccio studiare fino alle sette e mezzo, mentre io metto a posto. In Sudan diciamo che lo studio della mattina resta in testa, mentre quello del pomeriggio svanisce. Alle otto, quattro bambini vanno da soli a scuola, accompagnati da Tasabih, la più grande, mentre alle 8 e mezza porto Ali al nido e vado dalla signora. Alle due vado a riprendere Tanzil e la lascio a casa affinché si metta a cucinare per i fratelli, mentre io torno dalla signora. Nel pomeriggio Tasabih va a prendere Tariq e Tawassul.

 

AAD_DSC07738Io faccio su e giù da casa della signora, certe volte Tasabih viene con me per aiutarmi e farmi da interprete. Già, l’italiano che Meryem ancora non parla: Non ho avuto tempo di studiare, mi aiutano loro che ormai sono bilingue. Anzi, Ali, il piccolino, parla più italiano che arabo.”Tasabìh, la più grande, quella seria e responsabile ci racconta invece che la cosa le piace di più dell’Italia è che in ogni posto in cui siamo stati, Trapani, Valderice, Sant’Angelo, abbiamo trovato persone che ci hanno trattati bene, amici. È bravissima a Ruzzle (me l’ha consigliato la maestra, per imparare parole nuove italiane) e il suo piatto preferito è la pizza margherita con patatine e olive. Orgogliosa ci fa mostra le foto della gita con la scuola a Favignana e i video della recita di fine anno e quella di Natale.

Insomma come vi ha trattato questa Italia, chiediamo a Meryem verso la fine dell’incontro: stiamo bene, siamo al sicuro e i bambini studiano, questa è l’importante, l’unica cosa che conta. Certo, saranno  più felici quando riusciranno a ottenere il ricongiungimento familiare, portando qui Bur’ay (14 anni), Taqwa (17) insieme al marito, aggiunge. Sono stanchi di aspettare e minacciano di tentare la via del mare, sebbene io gliel’abbia espressamente vietato. Non devono passare quello che abbiamo passato noi in Libia e sui barconi.

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Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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