da Racconti italiani – Il materiale scenico del ricordo, di Julio Monteiro Martins

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IL  MATERIALE  SCENICO  DEL  RICORDO

 

 

E anche l’oblio è ricordo, e lagune di sonno

                                                                             sigillano col loro negrume  ciò che amammo

                                                                        e fummo un giorno,

                                                                        o che mai fummo, ma che anche così brucia in noi

                                                                                               Carlos Drummond de Andrade

 

 

Lo sappiamo tutti. Questa guerra non avrà mai fine.

Mi faccio la barba con calma, scrupolosamente, davanti al piccolo specchio con l’argento ossidato che presta al mio volto macchie scure e tonde come la muffa sulla buccia di un’arancia. Mentre mi rado, ascolto le esplosioni che provengono dalla guerra al di là della finestra.

Chi sono io? Sono una sorta di fantasma, penso. Oppure un qualcosa di molto simile ad uno spettro. Sono l’immagine mentale di un volto antico, quella che è rimasta nell’inconscio di una donna, Giovanna. Un volto che da molto tempo non è volutamente ricordato da lei, un volto che di solito si esibisce nei suoi sogni,  ma che è ancora in grado d’essere riportato alla sua coscienza (sebbene ormai sbiadito e pallido) da una canzone, una fotografia, un altro volto simile, un profumo.

Le esplosioni che ascolto indisturbato sono lo scoppio finale di altre immagini, che scompaiono di continuo dalla sua memoria come bolle di sapone, solo più pesanti e più carnose. Queste scoppiano e non potranno essere richiamate mai più, mentre altre impressioni, altri volti più freschi, arrivano attraverso quei suoi occhi instancabili e subito si sistemano attorno a me. La guerra infinita è la guerra tra la memoria e la conoscenza.

Da tempo ormai faccio parte del mondo della memoria, e in questo modo prima o poi scoppierò e sparirò senza lasciare né ombre né orme. Il mio scoppio dovrà sorprendermi ancora mentre faccio il gesto di radermi, perché, di tutto quel nostro idillio, dentro Giovanna ha resistito soltanto quest’unico fermo-immagine: il letto disfatto, i libri e le bottiglie sul pavimento, il portacenere colmo, le pareti con la carta strappata qua e là, ed io in piedi senza camicia, con una metà del volto nascosta dalla schiuma, una sigaretta che pende dalle labbra e un rasoio aperto, con il manico d’avorio, che disegna un grande vu nell’aria.

Mi accorgo che le esplosioni attorno a me sono diventate più frequenti e sempre più pericolose. Forse mi sbaglio? Le interpreto male? No. Povera memoria che scivola nel nulla… Se sono ricordi di persone morte ormai da tempo, forse sono le loro ultime tracce, e questi morti dovranno morire una seconda e ultima volta…

Mi chiedo perché ultimamente quei personaggi scoppino così spesso, come i fuochi di artificio nelle notti di capodanno della nostra infanzia. Magari sono i primi indizi della senilità di Giovanna, oppure il suo semplice desiderio di dimenticare. E in questo caso, chi la potrebbe biasimare?

Dal cassetto delle lettere d’amore esce uno scarafaggio. Si propone come il prodotto finale di tutti quei sospiri, giorni contati, baci rubati e batticuori… Lo scarafaggio fugge dalla bocca di un morto con gli occhi aperti. È questo il passato. Un morto che non trova riposo. Il presente è pieno di farfalle dappertutto (forse proprio per questo esse hanno una vita tanto breve). Dall’umido del tuo passato, Giovanna mia, giungono soltanto scarafaggi, spaccature, brividi e spettri disgraziati come me.

Non posso fare a meno di domandarmi: esisto davvero o sono solo una scheggia della memoria di una dea confusa, che era viva in un mondo così diverso dall’attuale e per qualche miracolo lo è ancora oggi?

In quel ricordo appaio giovane, povero e forte. Porto i capelli all’indietro. Un po’ stempiato, i jeans Levi’s con il primo bottone aperto. Da qualche punto della stanza Giovanna mi osserva mentre mi rado. Forse da una poltrona? Non saprei dire se ce ne sia una. Forse da una sedia vicina alla tavola spoglia? No! Adesso vedo! Mi osserva dalla soglia della porta della minuscola stanza in affitto. Se ne stava andando in quel momento. Quella mattina si era già fatto tardi. Forse doveva andare a lavorare? No, credo di no. Forse doveva fuggire da lì, scappare in fretta, ma perché? C’era una musica nell’aria, posso udirla, il suono di un flauto andino. Sì, ero osservato mentre mi facevo la barba e fumavo la prima sigaretta del mattino e sentivo un flauto dolcissimo che sembrava entrare dalla finestra insieme ai raggi del sole e al profumo di gelsomino. Erano giornate splendenti, generose di sole e di cieli profondi. Il buio allora era interno, e si intravedeva soltanto dalle finestre degli sguardi.

Da quest’altra finestra che fa la sua comparsa accanto a me mentre mi rado, si scorgono le tegole illuminate, sgargianti macchie dei gerani, e sullo sfondo il verde grigiastro delle colline silenziose. Tutto immobile, pacifico, come se nessuno avesse il coraggio di svegliare la città per raccontarle stragi e tragedie. E così le città diventavano il luogo perfetto per custodire l’Italia più grinzosa e ignara dei fatti.

Il lungo periodo che è passato da allora mi ha reso più reale, poiché soltanto la sua naturale lentezza, il suo ossidare, mi hanno conferito questo color seppia, questo aspetto da acquerello, e hanno reso visibile la cornice di tensione, prima solo un’aura astratta, che poi  si è trasformata in un rettangolo metallico, liscio, color stagno (sembra che tutto il secolo sia stato incorniciato così).

La musica non veniva da sola. No. C’era qualcos’altro, un certo rumore insistente che si inframmezzava ad essa… Proveniva dalla porta aperta. Erano singhiozzi. Era lei, Giovanna, che cercava di nascondermi il suo pianto, una sequenza di piccoli rumori soffocati, di piccole battute, che arrivavano tenui alle mie orecchie, così tenui da permettermi di far finta di non averli uditi. Sì, perché non dovevo, o non volevo, consolarla in quel momento. Forse lei sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti. Forse anch’io lo sapevo, e in fondo mi sentivo sollevato dalla sua futura lontananza. (Ma che “futura lontananza”, se sono ancora qui con quel rasoio in mano e mezza faccia coperta dalla schiuma…)

In verità la partenza di Giovanna era voluta da me e lei lo sapeva. Forse io stesso glielo avevo detto. Per questo lei piangeva, e probabilmente per questo mi stava lasciando da solo in quella stanza. Adesso mi viene un altro dubbio: mi radevo per trovare un pretesto per guardarmi in faccia o per darle le spalle e non vederla partire? Sì, perché certe partenze somigliano a delle esecuzioni: con gli occhi bendati ci si butta dalla nave laggiù nel mare sconosciuto.

Sono i suoi occhi bagnati la vera cornice di questo quadro sfocato, non un’aureola o un pezzo di metallo. Per questo, per l’intensità di quell’affetto antico, il quadro è sopravvissuto a tanti avvenimenti e a tanti cambiamenti ed è arrivato fin qui. Ma adesso basta. Sento che tutto scoppia attorno a me. Ed è giusto così. La memoria non ha paura del nulla. Anzi. La memoria è stanca, e brama il nulla. Non si possono collezionare immagini per sempre, all’infinito… È ora che io me ne vada. Che io mi lasci dissolvere. Gli ultimi barlumi si spengono. Mi rassegno. Fra poco sarò premiato con la fedele benedizione del dimenticare.

Lucca, dal 22 gennaio al 23 febbraio 1997

Julio Monteiro Martins

Per gentile concessione degli eredi, dalla raccolta Racconti italiani, Besa.

Immagine di copertina: Foto di Gin Angri.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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