DA MADE IN ILVA A DESAPARECIDOS#43: INTERVISTA A INSTABILI VAGANTI

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TEATRO PER METTERE A NUDO IL MONDO FERITO MA IN RESISTENZA

 

Intervista alla compagnia teatrale “Instabili vaganti”

a cura di Lucia Cupertino

 

Intervistiamo Anna Dora Dorno, Nicola Pianzola e Luana Filippi della compagnia teatrale Instabili Vaganti, reduci dalla tournée in Uruguay, Cile e Messico con lo spettacolo DESAPARECIDOS#43 che ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International e che hanno riproposto a Bologna il 13 marzo scorso, nella stagione de “La Soffitta” dell’Università. Il 3 marzo ha avuto luogo invece un’intensa giornata dedicata ai giovani studenti scomparsi ad Ayotzinapa e alle vittime delle violenze messicane, con un incontro aperto al pubblico nella Casa della Pace, nell’abito di Politicamente Scorretto “Primavera di Legalità” evento ideato da “Casalecchio delle Culture”. Hanno preso parte alla serata artisti, giornalisti e studiosi: il giornalista Giacomo D’Alelio in qualità di moderatore; Prof. Giovanni Gentile Marchetti dell’Università degli studi di Bologna, docente di Lingua e letteratura Ispano Americane del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne; Ruby Villareal (Messico), promotrice dell’appello Mexico Nos Urge; Carlos Rangel Perez (Messico), rappresentante di Asociación Cultural Rosa Mexicano e responsabile per l’Italia della mostra “Huellas de la memoria”; Giulia Iacolutti, fotografa e responsabile del progetto 365porlos43. Vi é stato spazio anche per un intervento poetico da “43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos” (Arcoiris, 2016).

Cominciamo porgendo alcune domande ai membri della Compagnia Instabili Vaganti

L: Da Bologna il trampolino di lancio verso il Mondo, per questo mi è piaciuto definirvi scherzosamente “girandoloni del teatro”, ma questo stare altrove sembra essere qualcosa di più del mero spostamento fisico. Potreste approfondire meglio il senso dell’itineranza all’interno delle vostre attività teatrali, si potrebbe definire un elemento fondante della vostra poetica?

La nostra itineranza è nata inizialmente come uno strumento di difesa e di reazione. In un’Italia in cui i giovani artisti faticavano e tuttora continuano a faticare per trovare considerazione da parte delle istituzioni e degli operatori culturali, non avevamo altra alternativa che quella di guardare “oltre”. Oltre i nostri confini territoriali e culturali, alla ricerca di terreni più fertili dove far fiorire le nostre opere e poter presentare le nostre produzioni. L’itineranza, quasi forzata all’inizio, per assenza di spazi e di mezzi che nel nostro paese non riuscivamo a trovare, è diventata poi parte integrante dei nostri lavori e addirittura si è trasformata nel nostro punto di forza. Tutti i nostri progetti sono stati pensati in modo da poter essere sviluppati in differenti contesti, o paesi, utilizzando un linguaggio universale capace di confrontarsi con discipline e culture provenienti da tutto il mondo. Questa capacità, unita al nostro senso di “irrequietezza” che ci spingeva e ci spinge a cercare sempre qualcosa di nuovo e di diverso, ci ha permesso di confrontarci con numerose culture, artisti e operatori di diversi paesi che hanno apprezzato il nostro lavoro e con i quali sono nate fruttuose collaborazioni. Siamo stati accolti in paesi come la Corea, il Messico, il Cile, la Cina, l’Argentina, l’Iran, l’Armenia e molti altri. Alcuni di questi posti sono diventati per noi una seconda casa e le loro tradizioni culturali hanno permeato il nostro linguaggio artistico e influenzato la nostra poetica modificandola in itinere. Per questo potremmo dire che attualmente questa itineranza è davvero un elemento fondante e imprescindibile del nostro lavoro.

Anna Dora Dorno

Gilles Clément sosteneva che “Lo spostamento degli animali corrisponde (nella maggior parte dei casi) a  un  viaggio, quello dei vegetali (per la maggior parte) a un vagabondaggio. Lo spostamento degli esseri umani corrisponde (nel maggior numero dei casi) all’irrequietezza.”

Ne deriva una terna costituita da «viaggio – vagabondaggio – irrequietezza», tre fattori che costituiscono l’identità artistica di Instabili Vaganti e si pongono all’origine della nostra collaborazione.

Luana Filippi

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L: La vostra produzione è ricchissima e, come nel caso di MADE IN ILVA, balzano all’occhio la scelta di temi attuali e scottanti come pure la base testimoniale e poetica, da cui trae ispirazione la drammaturgia. Potreste raccontarci com’è nato quel progetto e in generale le fasi del concepimento e sviluppo delle vostre opere?

Quando ho cominciato a lavorare attorno al tema dello spettacolo, in realtà non era molto chiaro per me quale sarebbe stato il percorso che ci avrebbe portato all’opera compiuta. Il sentimento che volevo esprimere era soprattutto un senso di rabbia e d’ impotenza generato da una mancanza di prospettive lavorative che mi aveva costretto ad andare lontano dalla mia città natale, Taranto. Avvertivo in me l’esigenza di parlare di questa condizione che accomunava tutta una generazione di giovani appartenenti a quel territorio. Nello stesso tempo, come compagnia, stavamo sviluppando un’indagine sul rapporto tra organicità ed inorganicità dell’attore e del suo agire scenico ed umano in generale. Lo spunto per cominciare a lavorare sul tema della fabbrica è stato casuale: una residenza in Germania in un teatro che era appunto ricavato all’interno di una ex-fabbrica di Lipsia. Questo enorme spazio, in parte restaurato e ridestinato all’uso teatrale, aveva risvegliato qualcosa nei miei pensieri, attivando sinapsi che mi portavano a pensare ad un’altra fabbrica e a rialimentare la mia rabbia e il mio desiderio di dire quello che provavo e che sentivo. Da questi sentimenti è nata una ricerca attorno al tema del movimento seriale, del lavoro in fabbrica, che ci ha portato a considerare tale luogo come prigione, come contenitore di fantasmi di un’era post-moderna ormai superata che continua a persistere e a rendere “schiavi” coloro i quali sono ancora immersi in essa. Qualcosa che sembra essere anacronistico ma che era ed è tutt’ora  presente in un luogo come l’ILVA di Taranto. Uomini pensati solo come strumenti per la produzione, persone costrette a vivere fuori dal loro tempo in condizioni lavorative senza alcuna garanzia di sicurezza, giovani ragazzi con i miei stessi sogni e la mia stessa rabbia, che per poter trovare lavoro accettano una condizione di “eremitaggio contemporaneo” passando otto ore della loro vita in un inferno incandescente. Dal rapporto e contrasto tra il tema universale dell’alienazione e il tema specifico e strettamente personale dell’ILVA è nato lo spettacolo MADE IN ILVA che nelle sue prime versioni si intitolava L’eremita Contemporaneo.

Questa modalità di lavoro, che mette in relazione temi generali con esperienze individuali, è diventata una parte fondamentale del nostro percorso di ricerca e produzione, e ci ha portati anche alla creazione di Desaparecidos#43. Ogni evento di cui trattiamo ci ha sempre interessato e toccato da vicino ma è anche qualcosa che può essere compreso a livello globale.

Anna Dora Dorno

Tra i luoghi più significativi in cui abbiamo presentato MADE IN ILVA spicca senza dubbio la città industriale cinese di Tianjin, sinonimo purtroppo di una delle più grandi tragedie industriali della storia del Paese, quando nell’agosto del 2015 un’intera zona periferica è stata completamente rasa al suolo da una serie di esplosioni. A noi sono giunte solo poche immagini apocalittiche di file di auto tutte identiche e completamente carbonizzate e di palazzi collassati, circondati da dune di cenere. Per diversi mesi, l’aria è rimasta contaminata da cianuro di sodio e al nostro arrivo, nell’albergo, insieme alla mappa della città, ci viene data una mascherina antismog. La popolazione di questa megalopoli è rimasta segnata da questo episodio, lo dimostrano le lacrime di alcuni spettatori, ed infine la standing ovation durante gli applausi.

Nicola Pianzola

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L: L’alienazione permea le vostre opere, da quella delle fabbriche a quella del nostro tempo liquido in Ausencia. Sola nella moltitudine in cui la protagonista ripete ossessivamente: “Questo mondo non c’è, non esiste, è un’apparenza, è assenza”. Sembra di assistere ad un’assottigliamento dell’essere, della memoria individuale e collettiva… Cosa può generare di fronte a questo il vostro teatro sperimentale?

Nei nostri progetti cerchiamo sempre di farci portavoce di alcune tematiche che permeano la nostra contemporaneità ma che, in primis, ci riguardano direttamente. Siamo convinti che parlando di ciò che proviamo possiamo essere in grado di comunicare con gli altri o quantomeno di stimolare un pensiero, una riflessione in merito ad alcune tematiche. È il caso di Ausencia, dove la mia riflessione partiva proprio dalla sensazione di non riuscire a trattenere nella memoria il tempo e lo spazio dell’agire quotidiano. In un mondo in cui tutto passa troppo velocemente per essere fermato, ogni riferimento si perde in fretta e la memoria individuale e collettiva vacilla di fronte alla sovrabbondanza di informazioni e di immagini tanto da creare la sensazione opposta di assenza, di vuoto estremo. I continui spostamenti, le numerose esperienze, l’itineranza di cui parlavamo, ma anche questa itineranza virtuale che ci fa essere in un luogo físicamente ma in molti altri virtualmente, ha generato in me questo forte senso di spaesamento e di “solitudine”. Credo che questa sia una condizione generalizzata nella nostra società contemporanea ed è per questo che è anche diventato uno dei maggiori spunti di riflessione dei nostri ultimi lavori tra cui il Progetto Megalopolis, che si basa sullo studio delle dinamiche di massa e sui processi di globalizzazione che caratterizzano l’era in cui viviamo.

Anna Dora Dorno

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L: Siete rientrati da poco dall’America latina, con chi avete collaborato e com’è stato portare lo spettacolo DESAPARECIDOS#43 proprio nei luoghi che sono stati e sono segnati dalla violenza e dalle sparizioni forzate?

Sicuramente portare Desaparecidos#43 a Città del Messico ha rappresentato per noi un punto d’arrivo molto importante per la storia del nostro spettacolo, trattandosi finalmente della restituzione al pubblico messicano di un lavoro di ricerca e di creazione che ci ha impegnato per due anni e mezzo, gli stessi ormai trascorsi da quella fatidica notte del 26 settembre 2014, quando a Iguala, nello stato del Guerrero, sono spariti 43 studenti della Escuela normal Rural di Ayotzinapa.

Ci siamo preparati a questo “debutto” messicano con un periodo di residenza nel Centro de Gestión Escénica Tierra di Oaxaca.  In soli 5 giorni di lavoro abbiamo incluso nello spettacolo, come interpreti, i danzatori e coreografi Helmar e Paulina Alvarez, presentando una prova aperta del lavoro al pubblico oaxaqueno per prepararci alla tappa di Città del Messico dove il progetto è stato accolto dal Centro Universitario Tlatelolco della UVA (Unidad de Vinculación Artística de la UNAM). Giunti a Città del Messico, siamo stati subito pervasi da una forte emozione: quella di ritrovarsi in un luogo denso di memoria. Il centro si trova infatti alle spalle della Piazza delle tre culture, simbolo della mattanza passata alla storia come la “Noche de Tlatelolco”, quando il 2 ottobre 1968 l’esercitò aprì il fuoco sugli studenti che stavano manifestando pacificamente, alla vigilia delle olimpiadi. Per noi si stava chiudendo un cerchio, dato che, proprio in quella piazza, sostenuti dall’UVA, avevamo realizzato un workshop nel 2012 dando avvio al Progetto Megalopolis#Messico, all’interno del quale si è poi sviluppato Desaparecidos#43.

Non si è trattato solo di presentare la nostra produzione ma di sviluppare un progetto che ha compreso una master class, un workshop aperto a 43 studenti: OPENCALL#43, ed infine la presentazione dello spettacolo Desaparecidos#43.

La master class, che introduceva il progetto, è stata molto interessante ed ha generato un dibattito con interventi da parte di studenti ma anche semplici utenti del Centro Universitario, che sono poi abitanti del quartiere che comprende anche una delle zone più difficili e popolari della città. Ancora una volta, come due anni prima, quando abbiamo iniziato il progetto a Città del Messico, ciò che è emerso è stato il senso di impotenza e di paura (tanto che una donna non ha voluto che filmassimo il suo intervento), ma anche un grande spirito di rivalsa e la speranza di cambiare la situazione, in particolare attraverso l’arte. Durante il workshop abbiamo deciso di aprire la struttura dello spettacolo includendo 3 partecipanti. DESAPARECIDOS#43 è stato quindi presentato con un cast internazionale di 7 attori e danzatori, registrando il tutto esaurito! Fin dalla prima battuta del testo, si avvertiva l’emozione condivisa in sala. Abbiamo udito molti spettatori in lacrime, mentre altri, al termine, durante gli applausi, hanno urlato: “Justicia”.

Nicola Pianzola

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L: Adesso lo spettacolo DESAPARECIDOS#43 torna in Italia e in Europa, potremmo dire che continuate a tenere accesa l’attenzione delle Azioni Globali per Ayotzinapa che sembra essersi un po’ affievolita…

Quando siamo venuti a conoscenza dei fatti di Ayotzinapa anche la nostra prima reazione è avvenuta attraverso azioni performative immediate, poi però i giorni passavano e noi volevamo continuare a parlare dell’accaduto senza abbandonare l’urgenza del momento. Abbiamo cominciato ad approfondire l’argomento e a costruire un vero e proprio spettacolo. Uno spettacolo come un libro, quando è chiuso nella sua forma artística, può essere riproposto e può continuare a portare avanti un messaggio in modo più duratoro delle azioni politiche estemporanee che, per necessità, ad un certo punto, si affievoliscono e scemano anche a favore di nuove lotte e nuove vicende a cui far fronte. Un’opera teatrale può in qualche modo continuare a far emozionare la gente e a tener vivo un sentimento di partecipazione da parte del pubblico ogni qual volta viene presentata. Ci piacerebbe infatti poter portare lo spettacolo anche in Europa, nonostante la difficoltà di includere, com’è stato in passato, artisti messicani nell’organico dell’opera stessa. Anche per la prossima data prevista nella stagione de La Soffitta a Bologna il 13 marzo, stiamo cercando di far venire dal Messico uno dei partecipanti al workshop, un danzatore, che ha preso parte alla versione messicana dello spettacolo, Omar Armella Romero. Altre date dello spettacolo sono previste nel 2018 a Torino, nella stagione di Cubo Teatro, ma ci piacerebbe organizzare anche una tournée in Spagna.

Anna Dora Dorno

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L: Tantissime lingue sono presenti sullo stage, fino all’introduzione di testi e canti in armeno in “The song of absence”. Che dimensione assume nel vostro percorso quest’espansione dalla lingua madre verso altre lingue e quindi altre culture? Quando avete cominciato e quali sfide ha comportato?

Nella prima sessione di lavoro del Progetto Stracci della Memoria che si è tenuta a Matera nel 2010 abbiamo lavorato con un gruppo di artisti provenienti da: Brasile, Usa, Colombia, Armenia, Corea, Spagna e Italia. Molti di loro parlavano solo la propria lingua. Questa esperienza ci ha portati ad elaborare un linguaggio extra verbale basato sulla condivisione del lavoro pratico, performativo atraverso il corpo e l’espressione vocale. Il progetto è basato infatti sull’attualizzazione delle forme performative tradizionali proveniente da differenti culture e su uno scambio interculturale dal quale far partire  un lavoro di attualizzazione e di eleborazione di un linguaggio performativo nuovo e originale creato dall’individuazione di elementi primari condivisibili. Esperienze come questa ci hanno portanto a maturare un metodo di lavoro basato sull’indagine interculturale che ci ha permesso di dialogare con altre culture. La lingua non è mai stata considerata un limite e/o un ostacolo ma al contrario una ricchezza, una forma di espressione con differenti ritmi e sonarità da acquisire e comprendere.

Ovviamente man mano che ci siamo impossessati di una lingua questa è entrata anche a far parte dei nostri lavori permettendoci per esempio di tradurre anche gli spettacoli già presentati in Italiano, come MADE IN ILVA, che attualmente ha anche una versione in inglese e una in spagnolo, ma anche di concepirli già attraverso una drammaturgia bilingue come nel caso di Desaparecidos#43.

Anna Dora Dorno

Nel 2006 con Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola abbiamo iniziato a confrontarci sulla progettazione di un percorso artistico multidisciplinare: “Stracci della Memoria” / “Rags of Memory”, di cui “The song of absence” rappresenta uno dei tre momenti originari.  Il primo nucleo di lavoro si è sviluppato a partire dall’analisi di testi letterari, poetici e musicali integrati da fonti iconografiche, visive e performative sia antiche, che contemporanee. L’idea era quella di progettare un percorso basato su nuclei di ricerca che si organizzassero come momenti autonomi, ed in una prospettiva più ampia come punti collegabili, attraverso una struttura radiale. Tale struttura ha permesso di accogliere ed organizzare i nuovi contributi di attori, performers artisti visivi e musicisti, che nel corso degli anni, da tutto il mondo hanno partecipato al progetto arricchendolo di nuove connotazioni culturali.

Luana Filippi

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L: Da diversi anni conducete laboratori teatrali in spazi naturali quali boschi, parchi, riserve. Che tipo di ricerca state conducendo in questi scenari?

La nostra ricerca è molto legata sia agli spazi naturali che a quelli metropolitani, in particolare però il nostro primo elemento di indagine è l’uomo e il suo vivere e adattarsi a questi spazi. Abbiamo condotto e conduciamo workshop e laboratori in spazi naturali per portare i partecipanti a risvegliare alcuni istinti “animali” direi, che sono parte integrante del sentire umano. Allo stesso modo abbiamo condotto percorsi di formazione nelle metropoli più grandi del mondo per risvegliare le coscienze e portare i partecipanti a prendere una posizione critica nei confronti della realtà che li circonda. Crediamo che entrambi i percosi siano fondamentali e che si completino tra loro perchè rappresentano nella loro unione la complessità del mondo in cui viviamo.

Anna Dora Dorno

E ancora, riguardo alla ricerca negli spazi urbani, l’affermazione di Calvino: “La crisi della città troppo grande è l’altra faccia della crisi della natura” (Calvino, 1983) ha rappresentato l’origine per un’indagine sulla complessa relazione tra due istanze, troppo spesso, violentemente contrapposte: biologico ed artificiale. Sono trascorsi più di trent’anni da quando l’autore introduceva il concetto di «megalopoli» come modello urbanistico del futuro. Nella nostra contemporaneità, le megalopoli si sono affermate come modelli imprescindibili, in grado di plasmare le nostre identità e trasformarci da cittadini locali, in cittadini planetari. Nell’ampliarsi della nostra identità urbana, il rapporto con la dimensione biologica si è reso più complesso e suscettibile di inaspettate trasformazioni. Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola hanno intrapreso un percorso di rigorosa ricerca, nell’intento di tracciare le linee contigue che rendono le nostre identità planetarie estranee, ma nel contempo reciproche nel riconoscersi fragilmente umane. Tali reciprocità si tessono sui fili ostinati della memoria; del linguaggio corporeo come luogo mediatore di incontro e scambio; di desideri e ricordi che prendono forma, ritmo e suono negli idiomi di diversi paesi. In questa proficua e costante esplorazione teatrale di numerosi e differenti ambiti artistico – culturali è nato il progetto Megalopolis.

Luana Filippi

L: Vi ringraziamo per il vostro prezioso intervento!

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Foto in evidenza: Ojo de perro
Foto nell’articolo: N. Pianzola, V. Agolino, A. D. Dorno.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Italia). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste italiane e internazionali quali Nuovi Argomenti, Fili d'aquilone, Irisnews, Versante ripido, Sagarana, La otra, Círculo de poesía, Bitácora pública, Vallejo and company, La Jornada. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Collana Isole, Bologna, 2014) "Non ha tetto la mia casa", sua antologia poetica in versione bilingue (italiano-spagnolo) per il Festival Internazionale di poesia del Costa Rica (2016). Ha tradotto e curato "43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos" (Arcoiris, 2016). Cofondatrice della rivista La macchina sognante, con la quale prende parte a eventi culturali in Italia e all’estero. Ha curato l'edizione italiana del documentario brasiliano Fiore brillante e le cicatrici della pietra sugli indigeni Guarani-Kaiowà. Ha svolto ricerche universitarie e antropologiche incentrate su mondo indigeno, educazione e transizione sociale in vari Paesi, toccando quasi tutti i Continenti.

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