da Lit Hub: Nuove poesie della poeta ucraina Halyna Kruk “La guerra accorcia le distanze tra persona e persona, tra la nascita e la morte”

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Traduzione dell’articolo apparso in Lit Hub  il 17 marzo 2022, autorizzazione alla traduzione italiana di Pina Piccolo in attesa di approvazione.

 

Le poesie di guerra di Halyna Kruk sono strazianti: setaccia il suolo ucraino, portando alla luce i detriti della storia. La fertile terra ucraina, conosciuta con il nome di “chernozem” o “terra nera”, è stata coltivata e ambita da tanti: il “cestino del pane” d’Europa avrebbe dovuto produrre grano per la nascente Unione Sovietica, i nazisti la vedevano come un potenziale lebensraum ‘spazio vitale’ ariano. La terra destinata a semina è stata anche seminata di vittime della storia. Come dice Timothy Snyder nel suo volume monografico Bloodlands del 2012, “Anche la cenere umana fertilizza”.

Nel bel mezzo di un terribile raccolto all’inizio degli anni ’30 del novecento, il governo sovietico stabilì quote di produzione impossibili a raggiungere per le fattorie recentemente collettivizzate. Il risultato, noto come “Holodomor” o “Grande Carestia” del 1932-1933, fu assolutamente catastrofico. Quando le fattorie non erano in grado di provvedere la quantità di alimenti indicati dallo stato, il governo sovietico sequestrava forzatamente il cibo alle famiglie, portando alla morte, per fame, di circa quattro milioni di uomini, donne e bambini solo in quei due anni. Letteralmente “morte per fame”, l’Holodomor è stato interpretato dagli studiosi come genocidio, poiché era il risultato di uno sforzo sistematico del regime di Stalin di punire gli ucraini, considerati controrivoluzionari.

Lev Kopelev, che negli anni ’30 servì come delegato del Partito in quello che chiamava “il fronte del grano” scrisse un doloroso resoconto della propria disillusione ideologica che seguì all’imposizione fatta da lui stesso  delle quote di produzione alimentare in Ucraina. “Il nostro partito, il nostro Stato”, scrive, “ha fatto la guerra ai contadini”. I corpi dei morti venivano spesso seppelliti in fosse comuni. Alcuni contadini resistettero bruciando il proprio grano o uccidendo il bestiame invece di permettere che fosse requisito. Non vi è stata nell’Unione Sovietica alcuna commemorazione dell’Holodomor. Vladimir Putin ha negato le scoperte degli storici secondo cui la carestia aveva colpito in modo sproporzionato gli ucraini.

L’Holodomor rimane un paradigma per descrivere secoli di lotta degli ucraini contro il dominio straniero. Quando Halyna Kruk evoca l’Holodomor, segnala non solo la morte inutile, ma anche la resistenza in condizioni di fame. Nella sua poesia del 2019, “Una storia al volgere del secolo” paragona la riluttanza di un poeta a produrre parole in tempo di guerra alla riluttanza a rinunciare all’ultima manciata di grano nel 1933:

i muscoli del poeta sono flaccidi
come una macina da mulino nel ’33
ma non dargli una parola o le prenderà tutte.

La storia è inseparabile dal presente. Kruk, poeta e medievalista di Leopoli, mira a sensibilizzare i suoi lettori ad entrambi. Essere in controllo del proprio destino, suggerisce, è possedere la storia, diventare più certi del proprio posto in “questo campo incerto del nostro-vostro”. Il terreno appiccicoso che “ci impedisce di muovere i piedi” deve essere riesumato, se c’è speranza di andare avanti. In una poesia, Kruk descrive l’assenza onirica della realtà in guerra, il desiderio di credere che alla fine ti sveglierai:

…vivere la vita
è come arrancare per un campo innevato… mi spinge ad andare avanti, l’incertezza del sogno, una vaga congettura:
ma poi, chi non torna?

In questi versi, Kruk opera una revisione al parallelo fatto da Boris Pasternak tra la vita  e l’obbligo di un attore di interpretare un ruolo:

Ma non puoi cambiare il finale
Una volta sigillato l’ordine degli atti
Sono solo, i Farisei sono al potere.
La vita non è una passeggiata per un campo.

Per Kruk, la vita non può limitarsi a svolgere un ruolo, bensì implica il riconoscimento della portata della propria azione. Le poesie di Kruk combinano immagini di conigli e posti di blocco militari, il linguaggio della filosofia e quello della strada, e queste sintesi inaspettate servono ad acuire i sensi del lettore. Il paesaggio onirico evocato dai suoi versi si conclude con una scossa del reale: “ma nessuno di noi è tornato, non da quel sogno”.

“No war” è un’ulteriore accusa all’accettazione di un ruolo prescritto. Questa poesia, scritta all’inizio di marzo 2022, esprime la sensazione ampiamente diffusa in Ucraina che i civili russi, compresi gli attivisti contro la guerra, vanno considerati responsabili per aver consentito l’esistenza del regime che sta bombardando le città ucraine. Per Kruk, non si può paragonare la minaccia di pene detentive in Russia per chi dissente alla realtà che altera completamente la vita di famiglie normali che si trovano a dover mescolare esplosivi nelle proprie cucine o che requisiscono campi da gioco per assemblare dispositivi di contenimento anticarro. chiamati “ricci cechi”. La poesia è, in un certo senso, tragica nel suo rifiuto degli alleati russi.

Nel momento in cui scriviamo, alcuni di tali dissidenti sono finiti in prigione, hanno perso il lavoro o sono fuggiti dal loro paese per protestare contro l’invasione russa dell’Ucraina. Ma se la poesia di Kruk ignora i sacrifici compiuti dagli stessi russi che manifestano, essa illustra con forza la rabbia diffusa in Ucraina nei confronti dei loro colleghi, amici e parenti che in Russia rimangono al sicuro mentre il loro governo continua a condurre una guerra sempre più violenta al paese vicino.

*

È da tempo che abbiamo smesso di scavare in profondità,
solo alcune dita più in basso,
ariamo la terra senza rigirarla,
così non verrà soffiata via tutta in una generazione
quindi rastrelliamo le nostre basi di coltura,
ci facciamo il segno della croce e seminiamo,
spargendo semi da qui a lì, come fanno tutti
come si fa ovunque,
è da tempo abbiamo smesso di scavare a fondo
in questo nostro-vostro campo incerto
perché può affiorare qualunque tipo di rifiuto:
ossa umane, teste di cavallo, mine inesplose,
un’ascia da battaglia, il piolo che segnava il confine
tra il nostro lato e il vostro
lì non ci andiamo
tra gli occhi fuori dalla vista ad occhio
non lo misuriamo a passi,
non possiamo dire
quando tutta la nostra terra si è appiccicata alle nostre suole
e ci impedisce di muovere i piedi

*

Una storia al volgere del secolo

fatale e inconsistente come la NEP
ti punta la frangia addosso
i muscoli del poeta sono flaccidi
come una macina da mulino nel ’33
ma non dirgli una parola o le prenderà tutte
hai cercato di non lasciarti abbagliare da lei
questi trucchi li hai visti, non ti lasci raggirare
chi è lei comunque- una che flirta, agente della polizia segreta, una puttana
sa come colpirti dove fa male e, sa, naturalmente,
che quello che ti ucciderà, prima ti sedurrà
audace Übermensch, per quanto tempo ce la farai a stare in piedi?
sulla trincea scavata, dopo uno sparo frettoloso,
sopra un corpo crivellato da proiettili,
dove Dio non morirà mai

 

*

in un sogno in cui un coniglio d’inverno intreccia le sue orme
un suono ansioso aleggia nell’aria come il latrare di un cane
proveniente dall’alto, come da un aereo… addenti il freddo con la bocca come apriresti la porta di casa,
precipitare alla deriva è lo stesso che cadere? puoi
cambiare le cose, ricominciare da capo? …vivere la vita
è come arrancare per un campo innevato… mi spinge ad andare avanti, l’incertezza del sogno, una vaga congettura:
ma poi diciamocelo, chi non torna più?
dal posto di blocco alla zona grigio-grigia,
ai bambini ammucchiati sui fagotti, le loro madri se li tengono vicini
li chiamano ansiosamente per nome, come trattenendoli per la manica
e qualcuno si perde lo stesso, e le urla di una donna
risuonano come un’eco rotolante
Ho visto facce più bianche della neve… della carta,
come bersagli su un poligono da tiro…
distanza innocua come un rasoio
che mi taglia a fette affetta
i bambini si sparpagliano per il campo i bambini corrono,
in ognuno il terrore di un coniglietto e il battito di un cuore…
a volte fa più caldo se ti seppellisci nella neve,
dipende da quanto è fitta e alta.
questo sogno è come la neve… tu la guardi dall’alto
il baccello spinoso del papavero. le caotiche orme dei conigli,
il bianco. le conversazioni aggrovigliate,
gli sguardi accidentali le intuizioni accidentali,
come bagliori di fuoco…
ma nessuno di noi è tornato, non da quel sogno

 

*

la mia lingua d’amore ha i denti rotti
sputa, dici, sputali tutti, sputali in fretta!
ne otterrai di più dritti.
allineati meglio

la mia lingua d’amore è un relitto,
evita questa siepe, è mia uno sull’altro, un groviglio di fili,
non sai mai cosa significhi veramente una parola,
quale memoria puoi toccare, quale di esse esploderà.

abbiamo piantato questa siepe in modo che nessuno venisse colpito,
abbiamo appeso cartelli per avvertire gli altri
della morte mascherata da bella vista

ma ti offri solo di rimuoverli in modo che nulla
rovini l’immagine, non aspetti i demolitori,
non liberi il terreno vuoto dalle spine.

La mia lingua d’amore è pesante come lo sguardo di un padre,
immobile come le palpebre sulla bara del figlio,
che hanno usato tutta la settimana per appoggiarci i loro fucili,
la mia lingua d’amore soffoca sulle proprie parole come sua madre

L’ho tenuta vicino quando piangevo e per smettere di piangere,
l’ho tenuta stretta. L’ho annodata come una rete mimetica,
colore coordinato con la stagione, così da poter
nascondere qualcuno.

Mi dici non arrabbiarti sii più saggia. prendi la strada maestra.
doma la tua lingua d’amore. spingila fuori. Purgatene
pianta un fiore in questa terra bruciata.
in questo luogo vuoto nella lingua e in te

devi aver conservato qualche seme di fiore.
devi aver conservato una parola gentile da qualche parte.
Da qualche parte nella tua anima, che perdonerà tutto

la mia lingua d’amore si è fatta così grande
che la mia lingua ne esce fuori,
e ne esce fuori la mia anima
in questa lingua senz’anima.

 

*

“No war”

Te ne stai con un cartello che dice “No War” come per riscattare

l’irreversibile: questa guerra non si può fermare,
come il sangue arterioso rosso che zampilla da una ferita aperta
scorre fino ad uccidere,
entra nelle nostre città con gli uomini armati,
si insinua nei nostri cortili con le unità di ricognizione,
come micidiali perle di mercurio che non si possono rimpiazzare,
non puoi aggiustarle, solo trovarle e neutralizzarle,
questi dirigenti civili, impiegati, informatici e studenti,
la vita non li ha preparati per le risse di strada, ma la guerra sì,
in prima linea, in un paesaggio dolorosamente familiare, all’inizio
nelle unità di difesa si affrettano a reclutare solo combattenti esperti,
poi giocatori che sanno giocare Dune e Fallout,
o forse se hai fatto un breve corso di molotov da un barista che conosci,
al club locale mentre i bambini dormono, i bambini piangono, i bambini nascono
in un mondo temporaneamente inadatto alla vita
Fuori nel parco giochi stanno radunando ‘ricci cechi ‘ anticarro
e i nuclei famigliari mescolano “bevande” mortali.
intere famiglie, che finalmente si godono una conversazione
e un progetto collettivo—la guerra accorcia la distanza
tra persona e persona, tra nascita e morte,
tra ciò che non avremmo mai desiderato,
e ciò di cui si è scoperto saremmo stati capaci
“Mamma, rispondi al telefono”, ha passato due ore a supplicare una donna nel seminterrato del condominio,
testarda e ottusa, non smette di credere in un miracolo ma sua madre è fuori portata del cellulare, in periferia, dove  per via delle forti cannonate il prefabbricato è crollato come Lego economici,
dove solo ieri le torri di trasmissione hanno smesso di collegare le persone, dove il mondo è stato fatto saltare in aria nel pre e nel dopoguerra,
lungo la piega irregolare del cartello “no war”,
che getterai nella spazzatura più vicina,
mentre torni a casa dalla protesta, poeta russo,
la guerra uccide con le mani degli indifferenti
e persino le mani di oziosi simpatizzanti.

 

Traduzione inglese dall’ucraino di Amelia Glaser e Yuliya Ilchuk. Traduzione italiana dall’inglese di Pina Piccolo.

 

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Halyna Kruk (nata nel 1974) è una poeta, traduttrice e professoressa di letteratura medievale presso la Lviv State University. È stata riconosciuta come voce significativa della poesia ucraina sin dai suoi vent’anni. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie e due volumi di narrativa in prosa. La sua narrativa per bambini è stata tradotta in quindici lingue. Ha vinto numerosi premi ucraini ed europei per la sua scrittura.

 

 

 

 

 

 

 

 

Amelia Glaser è professore associato di letteratura russa e comparata presso la UC San Diego. È autrice di Jews and Ukrainianse in Russia’s Literary Borderlands (2012) e Songs in Dark Times: Yiddish Poetry of Struggle from Scottsboro to Palestine (2020). Attualmente è ricercatrice presso il Radcliffe Institute for Advanced Study.

Yuliya Ilchuk è assistente professore di lingue e letterature slave presso la Stanford University. È autrice della monografia Nikolai Gogol: Performing Hybrid Identity (2021). Attualmente conduce ricerche su memoria e identità nella letteratura post-sovietica.

 

Immagine in evidenza: ripresa dall’articolo apparso in Lit Hub il 17 marzo 2022.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo è una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista -madre con funzioni di coordinamento. Potete trovare il suo blog personale digitando http://www.pinapiccolosblog.com

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