da: “Kkeywa” e “La nemesi della rossa” (Carla Macoggi)

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[…] Mi sedetti sulla porta di casa, ad osservare il cielo, oltre il cortile silenzioso, perché dovunque fosse mia madre, anche là l’azzurro era come lo vedevo io, me ne ero accorta osservandolo con attenzione mentre andavo a scuola o mentre andavo dalla zia e dai cugini, le case erano diverse, le facce delle persone erano tutte diverse, le strade non erano mai uguali, ma il cielo sì, era uguale dovunque, era l’unica cosa che stava lì, sempre lo stesso.

Più passava il tempo, più la palla di fuoco che illuminava ogni cosa scendeva verso il soffitto della casa di fronte, imporporando ciò che era prima era azzurro. man mano che la sfera si abbassava, stormi di volatili che punteggiavano il firmamento disegnando di volta in volta figure armoniche stupefacenti andavano verso il loro nido e Mimmì mi diceva:

-Vedi che anche gli uccellini tornano da scuola e vanno a casa a mangiare? Su, la cena è pronta, manda giù qualcosa.-

Ma io non volevo. Senza la mia mamma non avrei più mangiato. All’improvviso il sole scomparve dietro la casa e il tramonto, più bello che nei quadri visti a scuola, avvolse tutto, anche me, e io cominciai a piangere, perché la mamma, il mio polo celeste, non era lì con me, mentre si accendevano le infinite luci delle case del cielo.

 

La tranquillità del cielo è forse la sua immutabilità?

Un tempo era Thuban, che di nuovo sarà, oggi Polaris, la pulsante, e domani la splendente Vega, non lontana dall’apice solare e dall’anello di fumo.

 

Mia madre era la mia stella polare, sì, ma il Nord non è stato indicato sempre dal medesimo astro. Era questo il destino delle mamme? Diventare altro con il passar del tempo?

 

Continuai a piangere per ore ed ore. Permisi a Mimmì di chiudere la porta d’ingresso, ma mi rifiutai di mangiare e di mettermi il pigiama, perché avrei aspettato la mia mamma per addormentarmi di fianco a lei. Vinta dalla fatica e dal sonno mi sdraiai sul lettone, con la testa sul cuscino, singhiozzando piano piano.

La mattina successiva mi svegliai e sentii il profumo della colazione. Chiamai la mamma, sicura di udire la sua voce, ma non ricevetti risposta. Mi alzai disperata: l’incubo del giorno prima non aveva ancora fine. Non riuscivo a capire perché la mamma se ne era andata lasciandomi sola, perché non era ancora tornata.

 

Se conoscessimo la strada che conduce

alla pura essenza della separazione, ah!

quanto le faremmo pagare il suo strazio

versandole il fiele della disunione

 

Mio padre avrebbe detto questo. Parole de Le Mille e una Notte. Parole poetiche per esprimere il dolore della lontananza. Ma quando si è poi vicini?

 

Giunse il giorno del mio compleanno. Non che io lo sapessi o che fosse importante-attenta a quel che dici, briccona- ma vidi che i vicini di casa facevano i preparativi per festeggiare la loro figlia e mi ricordai che l’anno passato avevo spento sei candeline proprio in quel giorno. La tristezza che avvertivo era dovuta sì al fatto che non c’era la torta, non il vestito nuovo e chissà cos’altro, ma soprattutto perché ero convinta di essere l’unica a sapere che mia madre non era ancora tornata, che il mondo ignorasse totalmente la sua assenza, tanto da permettere che tutto andasse avanti come se nulla fosse successo.

Quel giorno, qualcuno compiva gesti diversi dai soliti: una donna gioiva nell’inviare la figlia a spegnere le candele e poi applaudiva sorridente come se fosse stata compiuta un’impresa audace ed eroica, così come mia madre aveva fatto fino all’anno precedente. Quel giorno pensai che nessuna persona al mondo avesse pietà di mia madre, perduta chissà in quale luogo,e neppure della mia esistenza, lontana da lei. Mi era insopportabile che Mimmì mi dicesse tutti i giorni:

-Mangia tutto, se no la mamma non torna.-

Intanto, anche se lasciavo il piatto vuoto come mi era chiesto, la mamma continuava a non ricomparire.

Tanto era il tempo passato da quando non vedevo la mamma; detestavo quei giorni sempre uguali, giorni in cui mia madre si era resa invisibile ai miei occhi.

 

Da quando ti allontanasti,

quanti luoghi sono diventati vani

e senza senso, uguali

a lumi nel giorno

 

Mio padre mi avrebbe detto questo. Questo disse il cieco Borges immaginando il viso della sua amata e immaginando luci sommate ad altre luci per lui ormai invisibili.

Kkeywa- Storia di una bambina meticcia, Sensibili alle foglie, 2011

 

 


 

 

[…] Una bambina di nome Fiorella nacque a Selamawit, diciassettenne etiopica che aveva incontrato un seduttore italiano in una pensione dove la madre, la nonna di Fiorella, l’aveva mandata a lavorare per qualche mese, per racimolare quel che serviva per vestire alla moda e godersi con leggerezza la sua giovinezza. Selamawit significa pacifica, serena. La ragazza ebbe questo nome perché era venuta al mondo sorridendo, dopo un breve pianto che fu un sollievo per la partoriente che l’aveva tenuta in grembo sperando fosse una femminuccia, per poter dire di avere in casa due maschi e due femmine, sei in tutto con lei e suo marito, conto pari.

 

Sew in amarico vuol dire persona ed è anche un nome collettivo, gente. T”ru sew vuol dire brava persona e anche brava gente. Al vedere Fiorella quando nacque, tutti dissero a  Selamawit che l’aveva avuta da un t’ru sew, perché la bambina era particolarmente biancastra, più degli altri bambini etiopici che comunque nascono beige per poi diventare sempre più scuri.

 

Fiorella, figlia di una brava persona.

 

La madre la teneva sempre riparata dal sole e dagli occhi malefici degli invidiosi per quella pupattola sbiadita.

 

Fiorella, figlia di brava gente.

 

Il padre di Fiorella non sapeva della sua esistenza, ma di lei si prese subito cura un vecchio fascista, diventato anarchico e rimasto in Africa, nell’antico impero Coloniale, a dispetto delle sue responsabilità di marito e padre di famiglia in quel dell’Italia.

 

Fedeltà e onore in una coscienza purificata nell’Abbay, scolpito dal Bernini col viso coperto in Piazza Navona.

 

Quell’uomo era dunque il padre di Fiorella. Le scriveva che la adorava, alla faccia delle leggi razziali che non aveva mai approvato perché lui sì gli africani li conosceva e sapeva di poter contare su loro a volte molto più di quanto potesse fare sua moglie che voleva pellicce e oro dai suoi investimenti in terre d’oltremare. Lui le aveva detto: “Un’industria tessile, ecco cosa voglio mettere su, altro che il mio lavoro di bancario nell’aria grigia della pianura padana”.

 

Fortuna in affari non ne aveva avuta, ma per niente al mondo avrebbe rinunciato a quell’eterna primavera.

 

“Sì, tornerò” diceva, ma non ritornò mai e anzi, mandava suppliche alla figlia perché lo raggiungesse in Africa a godersi quel sole e quei tramonti d’incanto.

Così Fiorella era la figlia di rimpiazzo, e lui il padre sostituto.

 

Romana, la proprietaria della pensione dove era stata concepita Fiorella, la stessa in cui abitava stabilmente il vecchio padre di Fiorella, avrebbe voluto quel Colonnello Giuseppe come compagno, perché era un uomo colto, simpatico e dai modi gentili e lei aveva dovuto sposare mal volentieri uno degli aiutanti di suo padre, che sul letto di morte le aveva detto: “Io potrò morire in pace soltanto se mi prometti che sposerai Antonio Tonin, il più bravo autista dei miei, il più affidabile di tutti”. “Sì babbo” aveva risposto Romana, “farò quel che vuoi perché so che vivere in Colonia bisogna essere rispettati e noi donne dobbiamo maritarci il più presto possibile”.

 

Romana non poteva sopportare la felicità di Selamawit. Era una protetta del Colonnello, insieme a quella Fiorella. E il nome di quella bambina le ricordava donna Flora, la friulana che si era portata a casa, in Italia, suo marito Tonin, stufo della Colonia, stufo di lei e delle sue risate volgari.

 

Romana era una donna separata che gestiva una pensione e un ristorante ad Addis Abeba, accumulava amanti e denaro, non poteva vivere senza la sua quotidiana pasticca azzurra di Valium e sfruttava il lavoro di quaranta africani che chiamava i miei quaranta ladroni.

 

Quaranta più uno, quando il Colonnello morì, e lei dopo quasi tre anni da quel giorno prese con sé Fiorella per farla lavorare nella sua pensione. Alla madre di Fiorella Romana disse: “Te la faccio crescere io, le verserò acqua sotto i piedi come faccio quando annaffio le mie felci, ah ah, ma l’acqua se la dovrà pagare, dovrà lavorare per me, non ho dimenticato sai che tu, appena il Colonnello ti disse che avrebbe mantenuto te e sua figlia, smettesti di sgobbare in questa pensione e te ne andasti fiera come una regina. Colonnello Giuseppe non c’è più e i debiti si pagano comunque, quello che non hai fatto tu, farà tua figlia, così è la vita, tu sei libera, ma io mi prendo Fiorella e innaffio i suoi piedi perché cresca come una pianta e appena considererò cancellata l’offesa che mi hai fatto andandotene da qui, te la restituirò adulta e con l’istruzione dell’obbligo”.

Quaranta più uno che le permisero di acquistarsi ben tre appartamenti a Vicenza, in una bella zona residenziale, piena di alberi e strade pulite.

Quando Menghistu andò al potere, Romana non ebbe alcun danno economico: aveva già venduto il ristorante e il bar e i muri della pensione furono espropriati ai proprietari di sempre, indiani giunti in Africa chissà quanti secoli prima.

Il governo provvisorio aveva proposto a Romana di pagare l’affitto direttamente allo stato, ma lei aveva detto no, perché aveva in mente altri progetti.

– Tenetevi pure queste 75 stanze, regalo ai miei amici un po’ dei mobili ed il resto ve lo lascio, tanto io in Italia ho già portato tutto ciò che mi importava, compresi i soldi che ho guadagnato in quanto colonialista di quinta elementare, figlia di colonialisti di seconda elementare.

Aveva fatto un sopralluogo in Italia nel 1977, insieme a Fiorella. Prima di quel viaggio chiamò Selamawit e le disse:

-Porto tua figlia in Italia, andiamo a firmare dei documenti perché Fiorella abbia il permesso di uscire da questo paese. Tu firma tutto quel che ti dico, perché altrimenti non la vedrai mai più, come è vero l’Iddio in cui credi.-

Selamawit firmò tutte le carte che furono messe sotto la sua mano incerta e Romana diede quattro soldi ai falsi testimoni e alle comparse di quella farsa, che fu registrata al Tribunale come atto di adozione. Romana prometteva allo Stato etiopico che sarebbe stata la nuova madre di Fiorella. Aveva acquistato Fiorella. Per niente. Durante la sua assenza da Addis Abeba, Romana affidò la pensione e il ristorante alla moglie del suo amante, la quale ignara di tutto, la considerava una benefattrice.

La permanenza in Italia per Fiorella durò cinque mesi, per Romana un po’ meno, dato che tre li trascorse in Nuova Zelanda dalla sua primogenita, dimentica di essere madre di una nuova figlia acquisita.

Selamawit dopo aver avuto Fiorella era divenuta madre di altri due bambini. Fiorella era con lei quando ebbe il primo e poco prima che nascesse la sorellina. Ogni volta che arrivava al settimo mese di gravidanza e la pancia le diventava gonfia come quella di Annie Golden che si libra in cielo nel film Hair. Selamawit, temendo di terrorizzare Fiorella, spariva come le femmine dei felini della savana che all’improvviso svaniscono per poi tornare con la cucciolata, dopo settimane. Per il fratellino la lasciò nella  sua casa, insieme alla domestica, e per la terzogenita la lasciò dalla zia, sua sorella maggiore. Giorni e ore che a Fiorella parvero un ‘eternità

Dopo l’esperienza che aveva subito con Fiorella, Selamawit tenne stretti a sé i suoi due piccoli, non volle mai l’aiuto di alcuno per crescerli e guardava con sospetto chi si avvicinava dicendole: “Ah, che bei bambini!”

da: La nemesi della rossa di Carla Macoggi, Sensibili alle foglie, 2012. Ripubblicato per gentile concessione di Fabrizio Fantini.
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Carla Macoggi (1965- 2013), nata da padre italiano e madre etiope, arrivata in Italia adolescente è cresciuta a Bologna, si è laureata in Giurisprudenza all’Università, ha pubblicato: La via per il paradiso, SoveraMultimedia, 2004, e numerosi racconti, tra i quali: “Luna”, in: LinguamadreDuemilanove, SERB27, 2009; “Enea”, in Nigrizia, gennaio 2010; “A Taitu piaceva il Filowha” in: Roma d’Abissinia, NerosubiancoEd. 201; “Quando Simcity diventa realtà: l’Hotel House” in: Crocevia 13/14, Besa Editrice, 2011. Per Sensibili alle foglie, Kkeywa – Storia di una bimba meticcia, nel 2011 e La nemesi della rossa nel 2012. Numerosi studiosi a livello internazionale si sono occupati della sua opera e la rivista “Scritture migranti” n. 7, 2013 le ha dedicato un’importante sezione di studio.
Foto a cura di Fabrizio Fantini.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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