da “Il mondo così come lo hai lasciato” (Helen Wickes)

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da “Il mondo così come lo hai lasciato” 

 

L’anno col buco in mezzo

 

Cammina col bastone per mettere in fuga il ghiaino

che lo fa inciampare. Chi sono?

si chiede. E tu chi sei? Ti conosco?

Il ticchettio del bastone; ah, si potesse vivere di aria e cioccolato.

 

 

Il sole estivo nell’aria umida non è che una macchia di unto,

tutto il cielo scivola attraverso un universo di sua scelta.

 

Se c’è un paradiso, ho il biglietto,

se il paradiso non c’è, il biglietto ce l’ho lo stesso,

e ci vado anche.

Mio padre si riprende la sua adorazione per il mondo, rifiutandosi

di chiamare il cane Max, il cavallo Hawk, l’odore

della pancetta, il ghiaccio quasi senza peso che tintinna nella tazza.

 

Perfino le sei stelle – contale – le sei stelle nella notte,

e al piano di sotto, le lucciole,

non sono solo paesaggio urbano, come quelli che si vedono dall’alto,

dal finestrino dell’aereo tornando a casa da un luogo lontano?

Non mi ricordo quasi niente dell’infanzia, e neppure lui.

Ma come era preciso quando si trattava di pulire la coda al cavallo:

mai con la spazzola. Usa quelle tue dannate mani, un ciuffetto alla volta

un filo alla volta, fin quando il pettine

non sembra attraversare la seta.

 

Essere stufi del mondo significa voler morire, ma mai prima del tramonto.

Piangere da soli la perdita significa guastarsi, ma mostrare in pubblico il dolore

vuol dire entrare nella marea.

 

Uno spreco di vita e talento non importa poi tanto.

 

Alla fine quando la sua mente striscia via dal tempo, arrotola

quei grossi elastici, venti, trentacinque,

attorno al suo bastone. Attorno a cinque bastoni dell’ospedale.

Per proteggerli.

 

All’ospedale lo legavano come un matto, mani e piedi al letto.

 

In hotel arriva la chiamata dall’ospedale. Nella stanza, lui mi grida,

L’hai portato il coltello per liberarmi da questo posto?

Beh, no – e lui mi dice- Stupida, dannata

cretina di un’idiota, e a questo suo gesto

 

non rimaneva che una risposta – prenderlo per le spalle e guardarlo

dritto in quei suoi occhi verdi e dirgli, Tu stupido figlio di puttana, non

permetterti di parlarmi così. In questo modo.

 

Può anche essere stato esilarante, ma no, naturalmente, non è stata

che una cosa triste e meschina, dire quelle cose, essere così.

Due mesi dopo poteva camminare lungo la staccionata, il bastone in una mano, la scopa nell’altra.

 

Quattro vecchi cavalli bai galoppano verso la staccionata,

si girano e si fermano.

Hawk nitrisce, Chinhook rotola da una parte, salta su

e poi rotola dall’altra. Tu sei il loro padrone, gli dico. – Oh, davvero?

 

In primavera per tenersi in equilibrio, conta i ranuncoli sotto i piedi

in estate, per tenere integra la mente, conta i fiori di tarassaco.

E’ solo quando finisce che la vita

rivendica la propria forma dalle miriadi di forme possibili

che si sceglieva strada facendo.

 

Due volte al giorno, bisogna spazzare il ghiaino, e poi di nuovo, e pur

 

non avviandoci verso la beatificazione, certamente esiste,

e questo deve essere, il purgatorio. Per quelli di noi

che sono stati chiamati a guardare ed aspettare.

 

La sua paura retrocede quando si alzano le foglie, nessuna brezza

per miglia e miglia, i suoi occhi si stringono contro l’assalto,

al limite, alla botta, al kaput, al vuoto.

Benché i quattro cavalli lo chiamino, lui non sa più i loro nomi.

In ritardo, era sempre in ritardo, con i freni del pickup

che stridevano nella curva, e dietro, per farmi infuriare,

due forconi impigliati nelle balle di fieno

due bastardini ululanti

la sigaretta che rafficava fiamme,

ma dopotutto, quella sbagliata sono io – il cappotto sbagliato, i capelli sbagliati

le scarpe sbagliate, tutto sbagliato quella vita da viziatelli suburbani – e lui che facendo spallucce, All’inferno, tutti quei deficienti cresciuti nella bambagia!

 

Poi lascia me e mio fratello davanti a un frutteto, con un sacco di iuta,

per farci strisciare sotto il filo spinato a rubare le mele più mature,

e attenti alle api, alle vespe,

al padrone e ai suoi cani del cazzo,

 

non perché, come mi resi conto molti anni dopo, non poteva permettersi le mele,

ma così per sport, e per affinare i nostri poveri cervelli di stupidi bambocci,

 

e come non bastasse c’era tutto quel baccano di cicale e di grilli

ad annegare la tiepida aria settembrina, in lontananza la partita dei Phillies

alla radio, quel debole sferragliare del motore verso cui correvamo a crepacuore.

 

 

 

Il mondo così come lo hai lasciato

Nella spazzola fili di capelli e

sul cuscino la forma della tua testa, nel letto il tuo cane

che russa, sul comodino quel messaggio

non proprio gentile e la rosa di seta rossa

lasciata per noi dai tizi che vengono a ritirare il corpo, le tende

piene di polvere, agitate dal vento, mentre un uccello atterra

su un muretto di pietra, preme la cappa

della calura estiva, e dal laghetto si levano in volo

otto anatre, su una scavatrice

ferma, a motore acceso, un tizio fuma e in lontananza

l’incessante ronzio delle macchine,

e un aereo da turismo libera un deltaplanista

nel pomeriggio, nella quiete

di tutto quello spazio che si apre.

 

Tutto quello spazio che si apre

nella quiete del pomeriggio, mentre sopra le nostre teste,

un aereo da turismo libera un deltaplanista,

e nella distanza il ronzio incessante

delle macchine, e più vicino, il tizio che si accende

la sigaretta, la scavatrice accesa, mentre le anatre

si levano dal laghetto, preme come una cappa

la calura estiva, un uccello sul muro,

le tende piene di luce e di polvere

nella stanza in cui i tizi che vengono a ritirare il corpo

hanno lasciato la rosa di seta. C’è un messaggio non proprio gentile

sul comodino, il tuo cane che russa

sul letto, la forma della tua testa lasciata sul cuscino,

e quattro fili di capelli nella spazzola.

 

Nord

 

Quando morì mia madre, decise di lasciarci

con semplicità, senza fanfare, come si diceva, una volta,

 

della gente che viveva all’estremo nord, gente che teneva

il tempo dentro il corpo fino a quando non lo lasciava andare.

 

Menzionò il gatto per nome, girò la faccia

a ovest, chiuse gli occhi una sera nel caldo di agosto.

 

Quello lo so. So anche che si incamminò da sola,

all’alba, calpestando la neve fresca, vestita,

 

ma oltre la fame, non completamente abbandonata, ma sì,

scelta, e scegliendo di andare a nord, verso un freddo ancora più freddo,

 

in un luogo spoglio e puro, senza odori o suoni.

Nord, dico perché per anni ho sognato di viaggiare

 

tanto lontano a nord da trovare pace e silenzio, e di nuovo,

mi ha battuto, girò la faccia e chiuse gli occhi.

 

Perdo le sue orme nella neve, non ci posso arrivare in tempo,

dove la morte accade di nuovo, a lei e a me.

 

 

Ti saluto dall’oggi

 

E quando la vicina tornò a casa con quegli altri due bebè,

e li osservava con quella faccia stupefatta,

e un po’ più giù un altro vicino tirò le cuoia

tutto a un tratto, e in quella casa dietro alla nostra si sentono due gridare,

ma sempre alle tre di notte

e gli elicotteri, con il loro shlup shlup

che arrivano a mezzogiorno perché i ragazzi seduti in alto sui rami

lanciano la cacca su quelli che vengono ad abbattere le sequoie.

 

Come avresti riso, con la tua fame di sentire

le notizie di questa vita. Tu con i tuoi ettari di pascolo,

Che ne sapevi tu, pensavamo una volta, del mondo

e i suoi vortici tempestosi e le guerre, un mondo misterioso

che si svela. Adesso stiamo invecchiando anche noi e osserviamo;

siamo granelli di sabbia che brillano nel palmo della mano

di qualcun altro. Ritorna e dicci quello che ci serve sapere.

 

In questa oltrevita

Camminano, ma non sono davvero passi

direi piuttosto che si avvicinano, con fervore, non esattamente

 

come te li ricordi , ma in qualche modo

migliori –rilassati- essendo arrivati a quell’agio

essenziale che agognavano, davvero difficile da ottenere

in vita, e adesso spogliati di tutta

 

quell’esistenza affrettata, caleidoscopica, hanno

acquistato una semplice presenza e mentre

ti avvicini, è chiaro che ognuno di loro è diventato

quello che avevi sperato, come sicuramente anche tu

 

sei diventata la persona che essi avevano in mente,

le tue sciocchezze ed evasioni, compresa la tua rigidità,

ma mentre osservi nella loro faccia

una calma infinita, dove una volta c’era noia

 

o rabbia, adorazione o divertimento,

nessuna di queste cose importa, che è di per sé un piccolo dolore,

che la loro vecchia fame

di ascoltare le tue battute, il loro insistere che te ne stessi seduta con loro un’altra ora,

 

e che tu dessi da mangiare ai loro cani sbavanti, adesso non c’è più, e non c’è

niente che tu possa offrirgli, e niente

che tu possa portarti indietro di loro.

 

Dedalo

 

Vado avanti, che altro resta da fare a un artefice. Piango. Vado avanti,

il mio prodotto sciolto e sfigurato davanti ai miei occhi, oltre

qualsiasi bellezza e funzione come si osserva nel colibrì, nell’avvoltoio

 

ma era nato dal mio brodo primordiale, era il mio puledro, il mio dolce cretino

che ho lanciato e ha fallito, anzi è stato un fallimento per entrambi.

 

Per ogni cosa che riesco a fare, un’altra si disfa.

 

Lanciato verso ovest – vecchio artefice – ho srotolato le punta delle mie dita che agognavano

la prossima meraviglia che era loro destino liberare,

 

perché queste sono le mani che hanno fabbricato questi- alzacielo, setacciatori d’aria –

la cera presa a pugni e pizzicata, ogni nervatura perfettamente articolata, condannato come sono

a sopravvivere alla mia nuda brillantezza. Mica colpa mia

che sia nato così, ottuso come dei martelli in un sacco, ma mio era, e mio

 

era il giorno. Io incontenibile come l’aria,

lui terra, e della più deperibile. Di scriccioli

 

passeri, falchi—le tante brutte cose morte da cui ho appreso –il gufo

come pure lo storno. Gli ho insegnato a librarsi in volo, a usare il vento

a galleggiare, a penetrare le nuvole, ma ha rovinato tutto

 

e non è stata colpa mia, giusto? C’erano campi dorati

ed ero destinato a vederli tutti.

 

Padre ero, ma artefice pure. E poiché queste sono le ali

più perfette al mondo, non prenderò il volo con altre, mai più.

 

E così iniziammo l’ascesa, e non era poi tanto cretino, solo distratto,

e l’ho seppellito. L’ho pianto. Sono andato avanti.

 

Ho fissato fila dopo fila di piume, con precisione, così come nell’occhio

della mia mente vedevo il viaggio, già in esistenza, che mi diceva

di seguirlo. Che cosa feroce, la mente.

 

 

Traduzione dall’inglese di Pina Piccolo,  Licenza Creative Commons  Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Tratte dalla raccolta The World As You Left It, Sixteen Rivers Press, 2015, per gentile concessione dell’autrice

 


The Year with a Hole in the Center

 

He walks with a cane so as to chase the gravel,

which trips him up. Who am I,

he asks. Who are you, do I know you?

Tip-tap of the cane; I could live on chocolate and air.

 

The summer sun through the damp air is a greasy stain,

the whole sky sliding through its chosen universe.

 

If there’s any heaven at all, I’ve got my ticket,

if there’s no heaven, I’ve still got my ticket,

I’m going there too.

 

 

My father takes back his adoration for the world, refusing

to name the dog Max, the horse Hawk, the smell

of bacon, the nearly weightless ice clinking in the tea.

 

Even the six stars — count them — six stars at night,

and downstairs, the fireflies,

aren’t they just a whole cityscape, as seen from above,

on a long flight home from far away?

I remember almost nothing of childhood, and neither does he.

 

 

But oh, was he precise about how to clean a horse’s tail:

never with a brush, Use your goddamn fingers, one strand

one hair at a time, until you’re combing

through silk.

 

To be world-weary is to want to die, but never before sunset.

To grieve alone is to fester, but to grieve in public

is to enter the tide.

 

A waste of life and talent is really no matter.

 

At the end when his mind slithered out of time, he wound

the fat rubber bands, twenty, thirty-five,

around his hospital cane. Around five hospital canes.

To protect them.

 

 

In the hospital he was tied like a madman, hands and feet to the bed.

 

I was summoned from my hotel and he called out,

Did you bring the knife to cut me out of here?

Well, no— and he said, You stupid, goddamn

silly nitwit of an idiot, to which gesture

 

there was only one answer — to grab his shoulders and looking

into his green eyes, say, You stupid son of a bitch, don’t ever

fucking talk to me like that. Like that.

 

It might have been exhilarating, but no, of course, it was

a sad and very small thing to do and to be.

 

 

In two months he could walk the fence line, the cane in one hand,

the broom in the other.

 

Four old bay geldings gallop to the fence, wheel and halt.

Hawk whinnies, Chinook rolls on one side, jumps up

and rolls on the other. You own them, I say. — Oh yeah?

 

In spring, to keep his balance, he counts the buttercups underfoot,

in summer, to keep ahold of his mind, he counts the dandelions.

Only when a life is done

does it claim its shape from the myriad possible shapes

it has been choosing all along.

 

Twice a day, the gravel must be swept, and again, and although

there is no blessedness to grow toward, there surely is,

and this must be, purgatory. For those of us

who are summoned to watch and wait.

 

His fear recedes except when the leaves lift up, not a breeze

to be felt for miles, his eyes tighten against the onrush,

to the brink, to the wham, the kaput, the empty.

Though the four bay geldings call out to him, he cannot name them.

 

 

Late, he was always late, his pickup squealing

around the corner, and to really piss me off, the hay bales

stuck with pitchforks, two yowling mutts,

the cigarette throwing yips of flame,

but alas, I’m the only wrong one here — wrong coat, wrong hair,

wrong shoes, all wrong to that smug suburban-kid life — and him

shrugging, To hell with the lousy lot of them.

 

He drops my brother and me at the orchard, with a gunnysack,

to crawl under the barbed wire, to loot the ripest apples,

and watch out for the bees, the yellow jackets, the wasps,

the owner and his friggin’ dogs,

 

not because, I much later realized, we couldn’t afford the apples,

but for pure sport, and to sharpen our poor, dumb-ass kid brains,

 

and we had all the racket to boot, the cicadas and crickets

drowning the warm September air, the distant Phillies game

on his radio, the tinny engine we were forever running toward.

 

 

 

 

The World as You Left It

 

The strands of hair in the brush and

the indentation in the pillow, your dog

snoring on the bed, the unkind note

on the dresser top, the red silk rose

the body guys left for us, the curtains

full of dust, swinging, as a bird lands

on the stone wall, the summer heat

bears down, and eight geese take off

from the pond, and as his backhoe idles,

the guy smokes, while in the distance

there’s the endless hum of cars,

and a small plane sets loose a glider

in the afternoon, into the quiet

of all that space opening out.

 

All the space opening out

in the afternoon quiet, as overhead,

a small plane sets loose a glider,

and in the distance the endless hum

of cars, and nearer, the guy lighting

his smoke, his backhoe idle, as geese

rise from the pond, the summer heat

bearing down, a bird on the wall,

the curtains full of sunlight and dust,

in the room where the body guys left

a silk rose. An unkind note

on the dresser top, your dog snoring

on the bed, the indentation in the pillow,

and four strands of hair in the brush.

 

 

North

 

When my mother died, she chose to leave us

simply, without much fanfare, as they once said

 

of people who lived in the far north, who held

time within their bodies until they relinquished it.

 

She mentioned the cat by his name, turned her face

west, closed her eyes one evening in the August heat.

 

This I know. I also know that she set forth alone,

at daybreak, stepping out into fresh snow, clothed,

 

but past hunger, not wholly abandoned, but yes,

chosen, and choosing to go north, into more cold,

 

into a stark place and pure, without scent or sound.

North, I say, because for years I dreamt of traveling

 

far enough north to find silence and peace, and again,

she beat me to it, turned her face and closed her eyes.

 

I lose her tracks in the snow; I can’t get there in time,

where death happens again, to her and to me.

 

Greetings to You from Today

 

And when that neighbor had two more babies,

she brought them home with such a puzzled look

on her face, and down the street another neighbor

dropped dead, and out back two others yell at night,

but only at 3 a.m., and the helicopters, they shlup-shlup

the air at noon because of the redwood tree-sitters

who’ve been pelting the arborists with poop.

 

How you would have laughed, hungry to hear of this life

with its goings-on. You with your acres of pasture,

What did you know, we once thought, about the world

in its handbasket of storms and wars, this unfolding

mysterious world. We’re growing old now, peering out;

we’re glittering bits of sand in the palm of someone

else’s hand. Come back and tell us what we need to know.

 

In This Afterlife

 

They walk, but it’s not quite walking —

I’d say they approach, with eagerness, not exactly

 

as you remember them, but somehow

better — at ease — having arrived at the essential

comfort they longed for, so unattainable

in life, and now stripped of all

 

that onrushing, kaleidoscopic existence, they’ve

acquired a simple presence, and as you step

closer, it’s evident they have each become

what you hoped for, as you have surely

 

turned into someone they envisioned,

your silliness and evasions, your rigidity included,

but as you observe in their faces

an endless calm, where once there was boredom

 

or rage, adoration or bemusement,

none of this matters, which is in itself a small sorrow,

that their old hunger for you

to say something funny, sit for another hour,

 

and feed their slavering dogs, that’s all gone now, and there

isn’t a thing you can offer them, and nothing

you can take back with you.

 

Daedalus

 

I go on, and what else is a maker to do. I mourn, I go on.

My handiwork melted and disfigured before my eyes, beyond all

beauty and function as observed in the hummingbird, the vulture,

 

but he was my spawn, my foal, my own sweet fool

whom I launched, and he failed us both, he did.

 

For everything I make, something’s unmade.

 

Hurled west — old artificer — I unfurled my fingertips, which ached

for the next thing of wonder fated for me to set loose,

 

as with my hands I made these — air lifters, sky sifters — pummeled

and pinched the wax, articulated each sinew, doomed as I am

 

to survive through my own sheer brilliance. Not my fault

he was dumb as a bag of hammers, but mine he was, and it was

 

my day. I’m uncontainable as air,

while he was of the more perishable earth. Of wren,

 

sparrow, hawk — the many nasty dead things I learned from — the owl

as well as the starling. I taught him to soar, to use the wind shift,

to float, dip, slice through clouds, but he screwed it up

 

 

and it wasn’t my fault, now, was it? There were fields of gold

and I meant to see them all.

 

A father I was, but a maker too. And since these are the world’s

perfect wings, I won’t take flight with others, not ever.

 

And so we ascended, and he wasn’t all that dumb, just heedless,

and I buried him, I mourned, I went on.

 

I fixed row upon row of feathers, precisely, as I saw

the journey, in my mind’s eye, already existing, and it telling me

to follow. Fierce thing, the mind.

 

Excerpted from  Helen Wickes,  “World As You Left It”, Sixteen Rivers Press, 2015, with the author’s permission

 

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Helen Wickes è cresciuta nella parte sud-orientale della Pennsylvania, in una famiglia di allevatori di cavalli. Ha frequentato Vassar University e ha conseguito il Ph.D. in psicologia. Vive da diversi decenni a Oakland, in California, città in cui ha esercitato la professione di psicoterapeuta. Nel 2002 ha conseguito un Master in Narrativa dai Bennigton Writing Seminars. La sua prima raccolta di poesia, In Search of Landscape, è stata pubblicata nel 2007 da Sixteen Rivers Press, la seconda, Dowser’s Apprentice, e la terza, Moon Over Zabriskie, sono stati pubblicate da Glass Lyre Press, mentre l’ultima, World as You Left It, uscita nel 2015, è stata pubblicata da Sixteen Rivers Press. 

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo

Foto dell’autrice a cura dell’autrice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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