Da “Forme dell’interregno. Past Imperfect di Nuruddin Farah tra letteratura post-coloniale e world literature” Aracne, 2018, Lorenzo Mari

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Ambientata durante la guerra civile somala, iniziata negli anni Novanta del secolo scorso e ancora fonte di instabilità e insicurezza in tutto il paese, la trilogia di romanzi Past Imperfect (2003-2011) di Nuruddin Farah si colloca in un interregno dove, secondo la definizione gramsciana, «il vecchio non muore, il nuovo non può nascere» e «si verificano i fenomeni morbosi più svariati». L’analisi della trilogia consente quindi un’ampia riflessione che verte, da un lato, sulle complesse relazioni tra istituzioni post-coloniali e processi neo-coloniali e, dall’altro, sull’odierno campo di transizione e transazione tra critica della letteratura post-coloniale e critica della world literature.

 

Nell’esercizio di analisi e interpretazione che riguarda la letteratura contemporanea, vi è, in genere, almeno una dimensione estremamente problematica della quale tener conto, ossia il grado di storicizzazione ambivalente e fortemente instabile con il quale è opportuno misurare la propria relazione con i testi e i contesti in questione. A questo, nel caso della letteratura contemporanea di marca post–coloniale, si aggiunge il rischio preliminare ― per un esercizio di lettura che si voglia consapevolmente posizionato e comunque portatore di una determinata prospettiva critica ― di ricadere in una visione eurocentrica o anche, per usare il termine reso famoso da uno dei più importanti esponenti degli studi post–coloniali, Edward W. Said, “orientalista”[1].

Per parlare di un rischio analogo, la scrittrice di origini nigeriane Chimamanda Ngozi Adichie ha coniato l’espressione “The Danger of a Single Story” (“Il pericolo di una storia unica”) all’interno dell’omonimo TED Talk, realizzato nel luglio 2009[2]. Per “storia unica”, Adichie intende tanto la produzione discorsiva, di matrice coloniale, a proposito dei soggetti ex–colonizzati quanto la concezione, altrettanto stereotipica, ma diffusa più trasversalmente, di “autenticità africana”[3]. In questo senso, una delle affermazioni principali di Chimamanda Ngozi Adichie nel corso del suo intervento pubblico è: «The single story creates stereotypes, and the problem with stereotypes is not that they are untrue, but that they are incomplete».[4]

A tal proposito, la scrittrice di origini nigeriane propone un radicale cambiamento epistemologico (e, di conseguenza, anche culturale e politico), rispetto al “pericolo di una storia unica”, cambiamento che implica il seguente corollario: «Start the story with the failure of the African state, and not with the colonial creation of the African state, and you have an entirely different story»[5]. Il riferimento, con ogni probabilità, è al discorso ideologico di matrice neo–coloniale sul “fallimento nazionale”, in voga dall’inizio degli anni Novanta e diventato un’immagine stereotipica da associare alle nazioni post–coloniali e, in particolare, stando alle parole di Chimamanda Ngozi Adichie, alle nazioni africane. Abbraccia una prospettiva storica analoga anche l’opera letteraria oggetto di analisi di questo libro, ossia la trilogia di romanzi Past Imperfect (2003–2011) dell’autore somalo in lingua inglese Nuruddin Farah: decostruire la categoria di “fallimento nazionale” implica uno sguardo verso il “passato imperfetto” della nazione post–coloniale somala (includendovi anche il periodo coloniale, nonché l’epoca pre–coloniale) che non può essere ricondotto entro i limiti della “storia unica” della Somalia costruita in epoca coloniale e successivamente aggiornata da prospettive neo–coloniali.

Nascendo, quindi, da una necessità di riscrittura della storia (sia nazionale sia trans–nazionale), la trilogia Past Imperfect si presenta fin da subito come un’opera in grado di sviare, moltiplicandoli, i problemi di storicizzazione che segnano l’analisi e l’interpretazione della letteratura contemporanea post–coloniale. Ciò non significa, peraltro, che Past Imperfect non sia anche fortemente legata alla storia contemporanea della Somalia: la guerra civile, iniziata nel 1991 e ancora in corso, è l’ambientazione principale di tutti i romanzi che compongono la trilogia, e la decostruzione del concetto di “clan” (spesso indicato come primo motore del conflitto) costituisce uno degli assi portanti della trilogia. Past Imperfect, inoltre, trova collocazione nei pressi di uno degli snodi cruciali della temperie culturale trans–nazionale dell’ultimo ventennio, evidenziando i processi di transizione e transazione che si sono instaurati, nella lettura critica, tra letteratura postcoloniale e world literature[6].

In virtù di questi aspetti, combinati con la riscrittura di un “passato imperfetto”, Past Imperfect sembra fornire una rappresentazione della Somalia contemporanea che coincide con la descrizione gramsciana dell’interregno, nella quale «il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati»[7]. La situazione di crisi delineata da Gramsci nei Quaderni dal carcere sembra riprodursi nella crisi politica che è descritta, da una prospettiva neo–coloniale, come “fallimento della nazione”, e che si manifesta attraverso le violenze della guerra civile; il pericolo dell’avvento del regime mussoliniano, individuato da Gramsci come conseguenza della crisi, si manifesta, nel caso somalo, con il rischio, ad oggi ancora possibile, che le forze politico–militari emerse nel corso del conflitto ― in un primo momento, le fazioni claniche; successivamente, l’islamismo politico–militare propugnato, tra gli altri, da al–Shabaab ― acquisiscano una sorta di potere incontrastato.

 

(Introduzione, pp. 9-12)

 

  1. 2.

 

Vi è […] almeno un significato della “ricchezza del passato” della Somalia al quale Nuruddin Farah non intende rinunciare, come si evince dalla lettura di […] “Of Tamarind & Cosmopolitanism”. Come recita il titolo stesso, infatti, il primo obiettivo di un testo che, rispetto a Yesterday, Tomorrow, mostra una vocazione più chiaramente saggistica, è quello di ricollegare la città di Mogadiscio ― tra le varie etimologie proposte per il nome somalo della città, Xamar, vi è appunto quella di “tamarindo”[8] ― e la sua tradizione pre–coloniale, ormai irrimediabilmente perduta, di cosmopolitismo. Nuruddin Farah associa il genius loci cosmopolita della città all’area del mercato cittadino, significativamente designato come “Tamarind Market” e creato, secondo l’autore, da quella «small cosmopolitan community»[9], insediatasi a Mogadiscio attorno al x secolo d.C., che avrebbe dato vita, nei secoli successivi, al cosiddetto “sultanato di Mogadiscio” (xii-xiv sec.) e poi al “sultanato di Ajuuraan” (xiv-xvi sec.). Materialmente distrutto dal saccheggio della città operato da alcune popolazioni di tradizione pastorale calate sulla città nel xvi secolo, il “Tamarind Market” sarà definitivamente cancellato, anche a livello simbolico, dalla decisione del governo di Siad Barre, negli anni Settanta del secolo scorso, di ribattezzare il luogo “Bakhaaraha Market”, ovvero, secondo la traduzione fornita da Nuruddin Farah, “mercato dei silos”[10].

Nuruddin Farah opera un recupero elegiaco del cosmopolitismo perduto di Mogadiscio che agisce contro la retorica del “fattore clanico”, vigente sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali. Il rinvio alla lunga tradizione mogadisciana di coesistenza pacifica per individui e gruppi di diversa provenienza nazionale, etnico–culturale o religiosa serve, infatti, a evidenziare, per contrasto, la ristrettezza e la miopia di un’identità basata soltanto sull’appartenenza, non già nazionale, etnico–culturale o religiosa, ma clanica. Inoltre, Nuruddin Farah enfatizza come sia stato il pragmatismo ideologico del governo socialista di Siad Barre a cancellare definitivamente le vestigia del “Tamarind Market”, completando la propria critica storica del saccheggio della città da parte delle popolazioni nomadi di tradizione pastorale (considerate, dall’autore, come il crogiuolo ancestrale delle divisioni claniche) con la critica politica del regime di Siad Barre. Ciò induce anche a retrodatare il presunto “fallimento della nazione” somala, indicando una delle sue maggiori cause nell’autoritarismo decisionista, ma privo di solide prospettive storico–culturali, di Barre.

 

(Cap. 2, pp. 72-73)

 

3.

L’interregno nel quale si muovono le narrazioni contenute in Past Imperfect non coincide perfettamente con lo scenario delineato dalla definizione di “post-nazionale”, attagliandosi piuttosto a una riconsiderazione “trans–nazionale” dei fenomeni storico–politici e culturali su scala globale. Tale cambio di prospettiva vale anche per l’analisi letteraria: facendo riferimento all’analisi della world literature di Vilashini Cooppan in Worlds Within (2009), si può osservare come l’immaginario nazionale possa essere definito «a moving target», rispetto al quale «[w]hat the structure of national identification conceives of as the outside ― the world beyond the border, the cultural other outside the compact ― is in fact always already inside, always already present in the very moment and process of national formation»[11]. In altre parole, secondo Cooppan, ciò che viene pensato come il “fuori” della struttura dell’identificazione nazionale è da sempre al suo interno, sin dai processi embrionali di formazione di una nazione, e tale argomentazione può essere sostenuta sia in merito alla storia culturale e politica somala, sia nei confronti di altre tradizioni e storie.

Se si esclude un’interpretazione “post–nazionale” tout court, si può anche osservare come la situazione di interregno, in Somalia, non prefiguri, di per sé, uno spazio culturale e politico di tipo “post–post–coloniale”. Ciò che ne deriva, piuttosto, è uno sguardo alla storia pre–coloniale, coloniale e post–coloniale che ne illumini le “imperfezioni” (secondo la dizione presente nel titolo della trilogia di Nuruddin Farah), allo scopo di ri-articolare il nesso tra “post” e “coloniale” all’interno della definizione stessa.

 

(Conclusioni, pp. 176-177)

 

 

Lorenzo Mari è assegnista di ricerca in Anglistica presso l’Università degli Studi dell’Insubria. È curatore, con Gabriele Proglio e Valeria Deplano, dell’antologia di saggi Subalternità italiane. Percorsi di ricerca tra letteratura e storia (Aracne, 2014) e, con Mimmo Cangiano, Paolo Desogus e Marco Gatto, de Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi (Galaad, 2018).

 

[1] Cfr. E. W. Said, Orientalism, Pantheon Books, New York 1978.

[2] Cfr. C. N. Adichie, “Chimamanda Ngozi Adichie at TEDGlobal 2009 – The Danger of a Single Story”, TED, ottobre 2009 (disponibile online: https://www.ted.com/talks/chimamanda_adichie_the_danger_of_a_single_story/transcript, ultimo accesso: 20/10/2017).

[3] Il rifiuto della concezione di “autenticità africana” operato da Adichie si inserisce nel recente dibattito sulla categoria dell’Afropolitanism (“afropolitismo”), sostenuto, tra gli altri, dalla scrittrice Taiye Selasi, cfr. T. Selasi, “Bye–Bye Babar”, The LIP Magazine, 03/03/2005 (disponibile online: http://thelip.robertsharp.co.uk/?p=76, ultimo accesso: 20/10/2017).

[4] C. N. Adichie, “The Danger”, cit. In realtà, anche la tesi di Adichie sembra essere incompleta, se si analizzano le immagini stereotipiche funzionali alle discorsività e alle pratiche coloniali nel loro insieme. Vi si possono includere, infatti, figurazioni prive di un qualsiasi contenuto di verità, come ad esempio i procedimenti retorici di animalizzazione dei soggetti colonizzati o l’affermazione della loro incapacità costitutiva di autodeterminazione.

[5] Ibidem.

[6] Nonostante vi siano diverse alternative di traduzione in lingua italiana (dove “letteratura mondiale” è da preferirsi rispetto a “letteratura globale”, perché ciò che si designa come world literature si espande oltre i limiti spazio–temporali della cosiddetta “globalizzazione”, comunemente limitata agli ultimi due o tre decenni), all’interno del saggio si accorderà preferenza all’espressione world literature, per segnalare le linee di filiazione teorica e culturale di tale dibattito accademico rispetto a una matrice accademica anglosassone e, in particolare, statunitense, pur ricusando allo stesso tempo – talvolta parzialmente, talvolta completamente – l’egemonia culturale di quest’ultima (come si segnala attraverso l’uso delle minuscole in luogo delle più correnti maiuscole, in inglese). Allo stesso modo, si useranno i termini “post–coloniale”, in luogo di “postcoloniale”, e “trans–nazionale”, in luogo di “transnazionale”, allo scopo di evitare una qualsiasi forma di “naturalizzazione” e opacizzazione di relazioni storiche, politiche, economiche e culturali che possono essere altrimenti ri–articolate. Si darà infine conto di alcuni nomi propri – in primis, quello dell’autore, Nuruddin Farah – citandone sempre tutte le componenti, in ossequio alle regole di formazione degli antroponimi proprie della lingua somala e di altre lingue che non prevedono una differenziazione tra “nomi” e “cognomi” (usando l’ultima parte alla stregua di “cognome” soltanto nelle indicazioni bibliografiche, per questioni di uniformità di stile).

[7] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Q3, §34, cfr. A. Gramsci, Quaderni dal carcere, vol. I, Einaudi, Torino, 1975, p. 311.

[8] Si veda, ad esempio, questa interpretazione etimologica, pure se notevolmente incerta: «Xamar means tamarind in Somali. It is not clear whether the city got its name from the tamarind tree, or refers to the reddish–coloured sand that is particular to Mogadishu’s beaches» (R. Warah, M. Dirios e I. Osman, Mogadishu Now and Then, AuthorHouse, Bloomington 2012, p. 5).

[9] N. Farah, “Of Tamarind”, cit., p. 72.

[10] Ivi, p. 76: «For me, there was a cause to mourn: the murder of the cosmopolitan spirit of the Market. In its place, another market to serve the needs of a city now largely emptied of cosmopolitans has been created: the Bakhaaraha Market. At this newly established “Market of Silos,” for that is how its name translates, market forces prevail, and “the clan” reigns supreme. It is the height of a nation’s tragedy when those who pillaged and therefore destroyed a city’s way of life are allowed to turn murder into profit. Militarised capitalism is on the ascendancy, and the idea of cosmopolitanism is dead and buried. The destruction of the Tamarind Market augurs badly if, like me, you’ve invested in the metaphoric truth implicit in the notion of Tamarind, an evergreen tree of the pea family, native to tropical Africa. The seeds of the edible fruit are embedded in the pulp of the tamarind, which is of soft brown or reddish black consistency, and used in foods as much as in medicines. Not so the Bakhaaraha Market. To me, a silo suggests an entity that takes pride in its separateness, intolerant, parasitic and unproductive».

[11] V. Cooppan, Worlds Within: National Narratives and Global Connections in Postcolonial Writing, Stanford University Press, Palo Alto 2009, pp. xvii–xviii.

 

Immagine in evidenza: Foto del Mali, dalla pagina facebook di Aboubacar Souhomoro.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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