Come una pietra senza pianto – Alberto Frigo recensisce “L’azzurro e l’obliquo” di Maria Luisa Colosimo

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“L’azzurro e l’obliquo” di Maria Luisa Colosimo – parte 1

La raccolta di Maria Luisa Colosimo, edita nel 2017 da Lebeg, si colloca indubbiamente in un filone per così dire intimista, ammesso e non concesso che la poesia – e l’arte in generale – debbano necessariamente essere inserite in categorie al fine di poterne parlare correttamente. Approcciando la questione da una prospettiva nominalista, il problema si riduce tuttavia notevolmente, e possiamo proseguire in questa direzione senza troppi intoppi.

È in primo luogo doveroso spendere due parole su quella che è la struttura della raccolta in questione, che risulta essere, a differenza della forma, ben chiara e distinta. Due sezioni: un poema, intitolato “Come una pietra senza pianto” e una raccolta di diciannove poesie, intitolata appunto “Diciannove poesie”, numerate ciascuna secondo la scrittura numerica romana.

“Come una pietra senza pianto”

Il testo si apre con la dedica “a Lucia”. Epigrammatica. Solida. Irremovibile. Segue la citazione di un testo di Rumi, poeta mistico sufi del XII secolo, che introduce il carattere intimistico dell’opera  – “La sofferenza d’amore è diversa da tutte le altre sofferenze: l’amore è l’astrolabio dei misteri di Dio” – , ma assolve al contempo anche il ruolo di dichiarazione di poetica per le sezioni successive, in particolare per il poema. La strofa del mistico persiano “Qualsiasi cosa possa dire per parlare dell’Amore e per/ spiegarlo, quando giungo all’Amore mi vergogno della/ mia spiegazione” introduce in maniera esemplare quello che è il rapporto tra linguaggio e contenuto nell’opera di Colosimo. Un rapporto umbratile, vorticoso, che si deve avvalere di strumenti metalinguistici, senza tuttavia mai permettere di cogliere con precisione ciò che, per dirla con Ungaretti, accade nel “porto sepolto” dell’inconscio dell’io lirico. Un linguaggio tutt’altro che trasparente, il suo, tutt’altro che lineare, chiaro, preciso, normativo.

Inevitabilmente il lettore si trova spaesato. Ed è costretto a percorrere e ripercorrere incessantemente le liriche di Colosimo avanti e indietro, e a compiere al contempo un lavoro di introspezione, al fine di ricostruire il significato alle melodie della poetessa.

A leggere il poema “Come una pietra senza pianto” si ha l’impressione di ascoltare un’opera musicale, e al contempo di assistere a una danza di colori su di uno schermo, o per utilizzare una figura meno contemporanea, osservare un quadro impressionista. La Colosimo fa ampio ricorso a immagini e colori, organizzandole però in maniera musicale, alla stregua di un componimento di musica classica. Frequente l’utilizzo dell’anafora e delle ripetizioni (“Ritorno a casa/ come un tempo/ normale/Senza pioggia/ senza sole/ senza luce/ senza buio/ senza notte/ senza giorno/ senza ore/ senza tempo), a donare una grande musicalità al testo, in aggiunta a frequenti allitterazioni e consonanze, riprese di versi, che non sono però mai eccessive, che non stonano mai, ma sono invece magistralmente integrate nella musicalità complessiva del testo.

Il corpo riveste una centralità nel poema, come traspare sin dall’incipit dello stesso “Come giovani/ capelli neri/ il ricordo/ dell’uomo/ scivolava/ sulle / mie/ ciglia”. È davvero incredibile la frequenza dei riferimenti al corpo dell’io lirico, come anche a quello dell’oggetto del desiderio perduto: “Sul palmo della mano,/ in una goccia,/ i tuoi denti./ Con me e con te/ non bisogna parlare./ Ci trasmettiamo parole/ su esili capelli).

Ogni immagine nell’opera della Colosimo oscilla tra il letterale e il simbolico, quasi allegorico. Ogni colore sembra alludere uno stato psichico o emotivo profondo, ma allo stesso tempo viene intessuto con una semplicità disarmante nella trama del testo: “Nelle tue/ esili dita / metto / il mio buono/ e il mio verde / le mie parole / e il mio/ nero”.

Ampio utilizzo, inoltre, di immagini della quotidianità. Una quotidianità per lo più passata, ricordata, tinta di nostalgia, ma anche una quotidianità presente che manca però di splendore. “Un po’ di silenzio/ sul tavolo/ un po’ di silenzio/ nell’angolo. //  È rimasta sul muro/ la sabbia con l’oro/ il rosa gentile/ sul grigio fiorito”.

Ed è proprio in questo continuo intrecciarsi di immagini, nel loro costante richiamo, nei loro molteplici risvolti, ora sotto una sfumatura, ora sotto un’altra, che si svolge l’esperienza lirica e poetica della Colosimo. Un’esperienza in cui si disvela quella “sofferenza d’amore”, quell’ “astrolabio ai misteri di Dio”, richiamati in apertura dai versi di Rumi. Dolore che sorge dal profondo, che permea il tempo passato e presente, che si arresta in un attimo senza scampo. “Vienimi vicina/ anima, / in questa ora/ dove/ i capelli mi crescono/ come la notte/ e il cuore/ mi diventa/ come una pietra/ senza pianto.”

Un poema, questo, in cui cade ogni distinzione di spazio e tempo, in cui i confini della ragione e della logica vengono trascesi, come anche lo stesso linguaggio. Il poema di Colosimo rappresenta il coraggioso e riuscito tentativo di far parlare il silenzio, quel silenzio che però è solo esteriore, in quanto la parola ordinaria non può che fallire, e quindi tacere, nel tentativo di esprimere in termini chiari e distinti, cartesiani, il complesso gioco di emozioni, ricordi, simboli che si svolge nell’anima che soffre.

 

L’azzurro e l’obliquo – parte 2

DICIANNOVE POESIE è l’epigrammatico titolo della seconda parte de “L’azzurro e l’obliquo”, diciannove poesie per l’appunto, che paiono diciannove pietre lanciate in uno stagno nel silente buio della notte. Enumerati con cifre romane, senza orpelli, questi incisivi componimenti risaltano uno per uno nella loro peculiare essenza e individualità. Rispetto al poema, il linguaggio si fa nelle poesie più diretto, secco, quasi disilluso; ma mai tradisce l’ampia portata metaforica che caratterizza i versi della Colosimo, né si riscontra una variazione nelle tematiche, semmai un arricchimento, o meglio, un’esplicazione.

Per restare nella chiave di lettura offerta nell’apertura dell’opera, parrebbe ora che il mistico, sceso a patti con la sua umana finitudine, si ricollochi in una dimensione più contenuta, delimitata. Ed ecco che l’io lirico è costretto a porre dei confini, a numerare e denominare – seppur sommariamente – il fluire dei versi, a ordinarlo e confinarlo in una dimensione più tangibile, misurabile e quotidiana. E infatti la quotidianità stessa sembra costituire un continuum tra i componimenti, come una coordinata messa lì a delineare uno spazio-tempo in cui l’io lirico si disvela nella sua forma umana, intrappolata inevitabilmente tra le fitte maglie delle contingenze di una vita comune, umana e storicamente determinata.

La Colosimo si pone tuttavia ben lontana da un atteggiamento poetico che vede nella quotidianità una qualche forma di positività o riconciliazione. Le giornate ordinarie sembrano pesare come un macigno sulla voce poetica, che oscilla tra un sarcasmo quasi sprezzante (“maschere pressate/ sulle segreterie telefoniche. / Sorelle ballerine/ bionde/ mogli felici/ segreterie telefoniche” ) e aperte dichiarazioni di sconforto:

“Giornate lente/ come accademismi/di/destra.//  Giornate/pesanti/come/mantelli bucati” (XVIII)

e ancora

“Potessi cancellare/ le chiacchiere / e la vita / che non mi appartiene” (II)

Formalmente, le diciannove poesie mantengono il ritmo cadenzato, spezzato, del poema. Così come restano i richiami alle immagini, ai suoni, ai colori, che alla stregua di misteriosi simboli vanno a definire il carattere estremamente ermetico dei versi. Vi sono quindi delle continuità rilevanti con il poema della prima parte, ma l’attenzione sembra ora allontanarsi dall’oggetto dell’amore perduto e pare sostare e distendersi su un difficile e sofferto, disincantato, presente. Al contempo, alcuni tratti restano misteriosi, inattingibili, indecifrabili. Si prenda ad esempio la conclusione della poesia “XVIII”:

“Potessimo prepararci/ un grande pascolo,/ potessimo darci / un grande pascolo. // Dai alla tua vacca / un / grande / pascolo/.”

Resta quindi evidente il carattere fortemente intimista della poesia di Maria Luisa Colosimo, la quale sembra danzare – forse giocosamente? –  in un incerto ed evanescente limbo di disvelamento e reticenza, manifestazione e occultamento. Ed è forse questa sorta di dance macabre a fare di questa opera una sfida per il lettore, un piccolo gioiello racchiuso in uno scrigno di significati. Scrigno che, proprio come una matrioska, ne contiene al suo interno innumerevoli altri. Se da un lato emerge quindi l’inattingibilità dell’interiorità dell’io lirico, nascosta sotto innumerevoli veli di simboli e significati, dall’altro certe esperienze interiori vengono rappresentate con una schiettezza quasi disarmante:

“Non voglio più / vedere / mia figlia” come recita la poesia “XV”, oppure la conclusione di “VII” : “Io/sono/sola/”

La solitudine, il rapporto difficile con la figlia, la tristezza e il dolore sono le tematiche che emergono senza filtri da questa seconda parte dell’opera della Colosimo, che si delinea magistralmente come un gioco di ombre, un chiaro-scuro caravaggesco tra ciò che è celato e ciò che è disvelato, a richiamare l’esperienza del mistico sufi che, mano a mano che squarcia i veli che lo separano da Dio, è costretto a frapporne di nuovi per non essere abbagliato dalla luce di quest’ultimo. In definitiva, l’opera della Colosimo è l’incarnazione lirica di una dialettica non solo psicologica, ma anzi esistenziale e spirituale tra ombra e luce, che è anche – e soprattutto – una dialettica tra detto e non detto, tra il silenzio da cui la parola nasce, e la parola in cui il silenzio, culminando, perisce.

“La mia parola/ è la parola / non detta / è quella che sta / nella pancia / ed esce nera / dai capelli.” (IX)

 

Qui trovate una selezione di poesie da L’azzurro e l’obliquo dal numero 10 de La Macchina Sognante.

 

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Mi chiamo Alberto Frigo e sono nato a Bolzano nel 1997. Chitarrista rock-blues e studente di filosofia presso l’Università degli Studi di Trento, sono appassionato di arte, in particolare di musica e poesia. Ho collaborato con il quindicinale Qui Bolzano dove ho recensito, tra il resto, diverse opere letterarie e poetiche di autori locali. Occasionalmente scrivo per l’Universitario, la rivista online degli studenti dell’Università di Trento. Avendo scelto un percorso di studi incentrato sui temi etici, politici e religiosi, sono stato fortemente influenzato dallo studio dell’islam, nonché dalle teorie critiche della società. Ho avuto il piacere di vincere due volte il premio Dante della Società Dante Alighieri, nel 2011 la prima volta  e nel 2015 la seconda.

Attualmente laureando, le mie giornate oscillano incessantemente tra formazione accademica e formazione musicale, ma dedico sempre un certo spazio alla lettura della poesia e alla composizione di versi.

Ho lavorato in contesti fortemente interculturali a stretto contatto con profughi e rifugiati politici. Credo fortemente nel ruolo emancipatore dell’arte, per questo mi sono avvicinato da diversi anni alla cosiddetta “letteratura del migrante”.

 

Immagine di copertina: Foto a cura della Fondazione Pino Pascoli.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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