‘Come raccontare la guerra in Siria?’ – Matilde Sciarrino intervista Yousef Wakkas

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MATILDE SCIARRINO:  Con l’ultimo romanzo “Sulla via di Berlino. La marcia” Lei sembra voler comunicare il Suo bisogno di elaborare la drammatica guerra che da quasi nove anni attanaglia la Siria. Alla base della Sua scrittura ci sono degli obiettivi ben precisi, consapevoli o non? Quali effetti pensa che possa avere sul lettore questo romanzo complesso, contorto eppure così coinvolgente, paragonabile ad un cammino tortuoso, a tratti anche faticoso come la vicenda su cui è imperniato, la marcia di un gruppo di profughi verso l’Europa?

YOUSEF WAKKAS: Quando ho varcato la frontiera turca alla fine del 2014, dopo quattro anni di assedio ad Aleppo, avevo in mente un obiettivo ben preciso: raccontare il dilemma di un intero popolo brutalmente costretto alla diaspora. La marcia dei siriani in fuga attraverso la Turchia, il Libano e la Giordania, per arrivare poi in Europa ed altri paesi del mondo, rimane tuttora una cicatrice aperta, dolorosa, senza alcun segno che questa possa a breve rimarginarsi. La struttura del romanzo, l’andamento dei personaggi e degli eventi, malgrado la complessità della trama, tuttavia, riflettono fedelmente il cammino tortuoso di milioni di persone che hanno subito per mano di un feroce dittatore tutta la brutalità immaginabile, dai barili zeppi di esplosivi gettati a casaccio sui centri abitati, fino all’uso spregiudicato delle armi chimiche. Quando mi sono messo a scrivere questo romanzo, mi tornavano alla mente le centinaia di scene delle quali sono stato testimone, apici della ferocia umana. Spesso stentavo a continuare, mi venivano le lacrime agli occhi dalla rabbia. Allora, mi alzavo e facevo due giri nel giardino pubblico per calmare la mia emotività. Scrivevo sulla panchina, anche nelle giornate fredde e ventose e le idee mi venivano come un fiume in piena. C’era poi il problema di come presentare questa guerra: raccontarla come una cronaca o usare tecniche diverse, tra cui il realismo magico e il surrealismo? Alla fine, prevalse la seconda opzione che è, a mio parere, il modo più efficace e più adatto all’assurdità di questa guerra. In quei momenti, non pensavo né agli effetti né alle conseguenze che potrebbero avere ciò che era rimasto dei miei familiari in Siria. Avevo desiderio impellente di trascrivere almeno una parte di questo immenso dilemma. Poi, dopo la pubblicazione del romanzo, le reazioni dei lettori furono contrastanti: chi riteneva che fosse complesso e spiazzante e chi parlava di un’opera profonda e toccante che spinge a porsi domande e soprattutto riflettere sull’inutilità della guerra, di qualsiasi guerra.

M.S: In guerra tutto cambia. La natura perde i suoi colori, anche l’arcobaleno diventa grigio come tutta la realtà che ne fa da scenario. I paesaggi della guerra, delle città devastate, delle macerie nel Suo romanzo vengono descritti nei dettagli. Dal percepito al rappresentato: in cosa consiste questo passaggio?

Y.W.: La guerra divora tutto, non risparmia né paesaggi né esseri umani, o esseri viventi in generale. Un giorno, mentre stavo in un quartiere completamente distrutto dalle cannonate e dai missili terra-terra, nella parte est di Aleppo, mi hanno colpito profondamente le parole in rima di alcuni contadini radunati intorno alle macerie delle loro povere case: è una guerra contro la gente (Bà’shàr), contro le pietre (Hà’jar) e contro gli alberi (Shà’jar). Da lì deriva la mia ossessione di ricapitolare quel paesaggio come una entità indivisibile, visto che questi tre elementi, gli umani e le pietre e gli alberi, hanno un legame molto forte tra loro sin dagli albori della nostra storia. Quelle macerie e quei palazzi sventrati, come ne “Le notti bianche” di Dostoevskij, non smettevano mai di ripetere i nostri sogni infranti, parlando la lingua del corpo, con enormi occhi col fondo nero. Addirittura, sono diventati oggetti di pittura e di foto d’autore, set cinematografici e campi da gioco per i bambini e fonte d’ispirazione per scrittori e poeti. Widad Nabi, una giovane poetessa, ha scritto questi versi che riassumono il senso di questa rovina:

La felicità è sognare la tua casa distrutta

E la mattina al risveglio

trovarsi con le mani imbrattate di polvere.

 

M.S.: “Era una bella giornata di primavera, e il cielo era pieno di stormi di uccelli migratori. Alcuni andavano verso nord, intervallandosi ad altri che si dirigevano invece verso sud. Tutti facevano fatica a schivare gli aerei e gli elicotteri che affollavano il cielo della Mesopotamia. Una scena divertente, più o meno come nelle favole raccontate ai bambini ribelli! Giunsi alla stazione ferroviaria poco prima che il treno partisse per Monaco, però non avevo soldi per pagare il biglietto.”

Parlando di guerra non si può non parlare delle sue vittime innocenti, i bambini. Lei è autore di favole e ha tradotto Pinocchio in arabo. Possono esistere le favole per i bambini siriani? Che ne è di loro, bambini di otto anni che non conoscono che guerra? Che ruolo ha l’immaginazione, la parola, il racconto in Siria oggi?

Y.W.: : Se io scrivo oggi e riesco a esprimermi in qualche modo, il merito, in parte o del tutto, va a mia madre, contadina analfabeta che veniva dalle montagne di Toros (regione annessa alla Turchia nel 1939, con la complicità della Francia che all’epoca aveva il mandato sulla Siria). Mia madre abitava in un villaggio tipico della zona, a ridosso della cima della montagna, dove la neve non si scioglieva neanche durante l’estate. Ogni sera, dopo cena, ci raccontava una favola, citando tutti i nomi dei fiori e degli animali che affollavano i boschi intorno a loro. L’orso che veniva a chiedere un pezzo di carne essiccata in prestito quando la neve gli impediva di andare giù a pescare per i suoi cuccioli, o i cervi che si offrivano di indicarle la strada per la loro casa quando si perdevano nel labirinto del bosco, sono soltanto due esempi della sua creatività incredibilmente ricca. Soprattutto mia madre ha seminato dentro di noi l’amore per gli animali, per la natura, e ovviamente verso il prossimo che, nel giardino delle meraviglie (cioè il paradiso) verrà a renderci omaggio e racconterà a tutti della nostra bontà. Da lì nasce la mia passione per le favole, e la mia consapevolezza della loro importanza nello sviluppo dei bambini. Purtroppo, malgrado le tante iniziative individuali e collettive, ci sono ancora migliaia di bambini che non hanno l’opportunità di accedere alla scuola, specialmente in Libano e in Giordania. Ho incontrato un caso addirittura qui in Italia, tre anni fa. Era una bambina di otto anni, viveva in un capannone nella periferia di un paese a nord di Milano. Non sapeva né leggere né scrivere, e non la si poteva iscrivere a scuola perché tanto lei quanto sua madre erano prive di documenti. Entrambe avevano attraversato a piedi la Macedonia, la Serbia e la Slovenia per raggiungere il padre in Italia. Abbiamo fatto una fatica enorme io e un signore del posto per metterla in regola e quindi darle la possibilità di ricevere istruzione. Ora lei è tra i primi della classe e, cosa strana, malgrado siano passati tre anni, vuole andare a scuola anche la domenica! Abbiamo risolto anche questo problema, facendola frequentare, quando è possibile, l’oratorio della chiesa.

 

M.S.: Dal Suo romanzo vorrei citare questi due brevi brani:

“Tranne le galline, uccidevamo tutti gli esseri muniti di anima, di facoltà primitiva o sapiente, applicando alla lettera il responso non so di quanti veggenti.”

e

“Ma sono dei civili?!», protestai, «come osi bombardare gente inerme?» Adel fece una risata spontanea ma cauta. Presto, il viso tornò ad assumere l’espressione di una volta, quando ballava all’ombra del lanciamissili Katiuscia, detto anche“Organo di Stalin”, ammirando le sue quaranta bocche che sputavano fuoco come un drago preistorico. «Uuh!…Uuh!…» gridava, alzando il fucile in alto, e battendo i piedi al ritmo dei missili che sfrecciavano nell’aria, «Dio, dove sei?… Vieni a fermarmi!»E Dio rispondeva: «Eccomi figliolo, guardami in faccia se hai coraggio!». Allora Adel smetteva di parlare e diventava molto triste, perché non poteva guardare Dio in faccia. «Milad», mi chiamò dopo un attimo, «è il loro destino, non capisci?”

Sembra che per Lei l’uomo non abbia, non possa più avere il coraggio di guardare Dio. Eppure, questa è, o viene percepita, anche come guerra di religione. Nel Suo romanzo ci sono musulmani, sciiti e sunniti che combattono fra di loro, ma ci sono anche cristiani fra cui padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita impegnato nel dialogo interreligioso con il mondo islamico e nel promuovere la pace, rapito in Siria nel luglio del 2013 di cui non si è saputo più nulla. La religione nel mondo arabo, nei paesi in guerra, sembra essere solo ideologia non più religiosità, per sua natura ecumenica. Adesso, come Lei scrive, la parola viene ‘rinsaldata’ dal denaro, un mazzo di dollari o lire siriane. È andata, dunque, smarrita la religiosità musulmana, quel codice etico dettato dal Corano che si basa sull’accoglienza, la fratellanza, la parola data?

Y.W.:  È da molto tempo che l’uomo non ha più il coraggio di guardare Dio in faccia, o metaforicamente parlando, guardare dentro se stesso, riflettere sulla sua esistenza come essere pensante. Spesso, durante gli attimi più salienti di questa guerra, mi soffermavo, meravigliato, accanto a quella “povera” gente che, malgrado tutta l’atrocità, continuava ad inneggiare alla guerra e al suo simbolo incontrastato, colui che ha detto a chiare lettere fin dall’inizio: o io o brucio il paese. In realtà, la gente non è smarrita e non ha perso nemmeno i principi sani cui ha creduto sempre, religiosi o laici che siano, ma la propaganda e la paura contano e il lavaggio del cervello, che è durato più di sette decadi, ha fatto il suo effetto. Tuttavia, malgrado tutti gli sforzi delle potenze regionali e mondiali di trasformare la rivolta del popolo in conflitto religioso e di far passare addirittura il presidente attuale come protettore delle minoranze e della laicità siano stati vani, formazioni come l’ISIS e Jabhat Al-Nusra non rappresentano né il popolo siriano né l’Islam. Erano e sono tuttora degli strumenti per servire gli interessi di tutte le forze straniere sul campo, incluso il regime che, non a caso, alla fine del 2011 ha liberato più di tremila di questi estremisti che sono diventati poi i capi di queste formazioni. In seguito alle atrocità di questi fanatici e ai loro slogan che invocano la fine di tutti gli infedeli e si proclamano rappresentanti di Dio sulla terra, gli Stati Uniti sono intervenuti per combattere il terrorismo, la Russia per soccorrere le minoranze, l’Iran per difendere i luoghi santi dei sciiti, la Turchia per proteggere il suo confine dagli attacchi dei curdi e via dicendo. Dunque, il codice etico dettato dal Corano e dal Vangelo non è andato smarrito, casomai rinsaldato; quello che è stato perso davvero invece sono i diritti umani garantiti dalla Carta delle Nazioni Unite e firmata dagli stessi governi che si sono spartiti tra loro la Siria sotto gli occhi di tutti.

 

M.S.: Cito ancora:

“Perché la morte è una sciocchezza spaventosa, uno scherzo maligno che può capitarti in qualsiasi momento. Ma finché è imprevedibile è ben accetta da tutti. Quando diventa invece una minaccia incombente, mette panico tra la gente. Ecco perché gli esseri umani hanno molta paura di morire.”

Le chiedo come si vive quotidianamente in compagnia della morte.

Y.W.: Nel romanzo; il protagonista Milad Ben Kanaàn diventa quasi un amico di Èzraìl, l’angelo della morte. Questo spiega, in parte, il rapporto che la gente ha instaurato con la morte. È il retaggio di una cultura millenaria e ben radicata dove la morte è considerata come un fatto scontato, fatale, la volontà di Dio:”La morte vi coglierà ovunque sarete, foss’anche in torri fortificate. Se giunge loro un bene, dicono: “Viene da Allah”. Se giunge un male, dicono: “Viene da te”. Di’: “Tutto viene da Allah”. Ma cos’hanno queste genti, che non comprendono nemmeno un singolo evento?”-(Corano, Sura IV – – Le Donne (An-Nisâ’)– Versetto 78)

 

M.S.: Lei scrive che «Dai tempi degli Assiri la disgrazia è sempre stata all’ordine del giorno» nel Suo paese. Com’era la Siria prima della guerra, com’è oggi e quali possibilità di futuro riesce a intravvedere?

Y.W.: Questa frase, riassume un po’ la tragedia dei giorni nostri e un po’ le tragedie del passato: questa terra è stata da sempre oggetto di invasioni, grandi civiltà e messaggi divini. Da qui, il titolo del mio romanzo che parafrasa la folgore che colpì San Paolo (Bolus in arabo) sulla via di Damasco. Una connessione obbligatoria in funzione di richiamo per chi ha perso la strada ed è smarrito e sconvolto dalla sua stessa esistenza. Per il momento non vedo nessuna possibilità di una soluzione pacifica che potrebbe ridare al paese una prospettiva concreta perché la causa principale, il regime, è ancora al suo posto, il quale tutt’ora rifiuta qualsiasi riforma politica o sociale, anzi non vuole neanche sentirne parlare. Intanto il livello della vita sociale e economica è giunto ormai al punto della disgregazione totale.

 

M.S.: Secondo Adel, il coprotagonista del romanzo, gli «sradicati costituiscono un genere a sé, folli e maledettamente desolati, e soprattutto privi di creatività». Condivide l’opinione del Suo personaggio? Come vive Lei da esule in Italia? Ritiene che ci sia posto per l’accoglienza? Patria, appartenenza, dis-patrio, sradicamento: cosa significa tutto ciò per l’uomo di oggi? E soprattutto per i migranti che vivono nel nostro Paese?

Y.W.: Ho messo queste parole in bocca del coprotagonista Adel come un atto estremo della disperazione che più di una volta ho provato sulla mia pelle. Da un lato la condivido, dall’altro la rifiuto perché non voglio che sia l’ultima spiaggia per nessuno. A dire il vero, non vivo bene come esule. Mi manca la mia terra, i miei luoghi, i miei parenti. Tutto questo, all’improvviso si accumula ed esplode; non in rabbia, ma in un profondo silenzio davanti agli ostacoli e soprattutto quando qualcuno ti fa sentire che sei un escluso, un soggetto che non appartiene a questa terra. L’accoglienza verso chi arriva da lontano è testimoniata dai testi fondanti delle nostre civiltà, dall’epica ai testi sacri, a partire dalla Grecia antica. Secondo i dati dell’Agenzia Onu per i Rifugiati, oggi nel mondo sono circa tre milioni e mezzo i richiedenti asilo, dei quali quasi la metà provenienti dalla Siria. Arrivano in Europa con uno zaino sulle spalle e tante speranze, ma spesso vengono percepiti come una minaccia e un fattore di destabilizzazione, un pericolo da allontanare quanto prima. Il concetto stesso dell’accoglienza è diventato oggetto di feroci scontri alimentati da individui spaventati dall’idea di perdere la loro supposta superiorità a cui, per fortuna, si contrappone chi sostiene i valori dell’accoglienza. Bisognerebbe pensare invece ai civili che si trovano in mezzo di conflitti geopolitici ed economici, dove non viene mai considerato il fattore umano.

 

M.S.: Parliamo di lingua, di lingue, l’arabo e l’italiano che Lei padroneggia con maestria e sapienza. Come convivono nella Sua quotidianità e nell’atto creativo? In una parola, cosa significa essere scrittore trans-lingue o, come ha sottolineato Daniele Combierati, studioso del fenomeno letterario, ‘scrivere nella lingua dell’altro’?

Y.W.: Fin dall’inizio, vista la mia passione per le lingue, ho vissuto questo fenomeno con molto entusiasmo, anche perché si tratta di due fra le più ricche lingue del mondo, l’arabo e l’italiano. Le mie ricerche, il viaggio nel “bosco incantevole” delle parole, hanno cambiato il mio modo di guardare la composizione di ogni lingua. Le parole non sono più semplici vocali e consonanti, ma dietro ognuna di esse si nasconde una storia pressoché infinita: lunghe trasferte, adattamenti, trasfigurazione e combinazioni che vanno oltre ogni immaginazione. I termini italiani come quando si dice “Essere in “Auge”,”Auĝ” (“Altezza”, “sommità”), e “Darsena”, (dar al-sinaà), (“Officina”, “Fabbrica”), derivano dall’arabo, e le parole arabe e “Fatura” e “Màchiina”, vengono a loro volta dall’italiano “Fattura” e “Macchina”. Questi solo esempi di transizioni da una lingua all’altra. Ma essere scrittore trans-lingue comporta anche il privilegio di vivere due esistenze, fondere due culture, attraverso voci e temi diversi, un fenomeno che è ormai diventato una vera e propria corrente della letteratura italiana. Per anni, e talvolta mi accade ancor oggi, pensavo in arabo e scrivevo in italiano. Le lingue coinvolte vengono così travolte da questo processo che accade nella mia mente, e finiscono per travolgere anche regole e concetti.

 

M.S.: Nel Suo romanzo uno dei personaggi principali sembra rappresentare l’anima della Siria mentre Adel, il coprotagonista, è un guerriero spietato. I personaggi femminili non mancano e agiscono anche in maniera determinante. Secondo Lei, esiste una modalità femminile e una modalità maschile di percepire, di vivere, di subire la guerra?

Y.W.: In un capitolo del romanzo scrivo: “sembra che le donne abbiano creato i mari e gli oceani con le loro lacrime”. Le donne, da sempre, hanno giocato un ruolo molto importante durante la pace e la guerra. Ishtar, la dea della fertilità presso gli assiri, evocava, nel pronunciare il suo nome, la rinascita e la speranza. Era presente nei campi coltivati e, con lo stesso vigore, nella stanza del parto, simbolo e segno di uno sguardo più ottimista sul futuro. Sono cambiate tante cose da quell’epoca remota, ma permangono ancora tante tracce, in particolare nei borghi sorti sulle rovine di quelle civiltà, come intorno alla mitica città di “Ebla” nel nord della Siria.

 

M.S.:“Sulla via di Berlino. La marcia” è un romanzo spiazzante sulla crudeltà della guerra, sulla Morte che ci viene sbattuta in faccia ad ogni piè sospinto con sparatorie e uccisioni, tradimenti e torture, ma c’è anche tanta vita, declinata nelle sue forme più belle ed esaltanti come bisogno di vitalità, di comprensione, di amore, anche di sesso. Nonostante tutto, il Suo può essere considerato un messaggio positivo, di fiducia nella capacità dell’uomo di dare e di ricevere amore?

Y.W.: Spinto del mio incurabile ottimismo, credo di essere stato quasi sempre positivo sia nei miei scritti che nella mia vita quotidiana. Sono perfettamente consapevole della dispersione interiore dell’umanità, perché non è riuscita da quando esiste sulla terra a digerire e comprendere tutta questa meraviglia che l’attornia. È un conflitto spietato tra etica e depravazione, utopia e distopia, bene e male, guerra e pace. Malgrado tutto, direi che ha fatto qualche passo avanti, grazie alle riforme politiche e alle scienze, ma purtroppo non potrà mai sfuggire al suo destino che sarà, come si addice alla sua intelligenza, opera delle sue mani.

 

M.S.: Che ruolo ha oggi per Lei, scrittore e traduttore, la letteratura? E che ruolo si auspica che abbia nella società odierna dove imperano i social e si legge sempre meno?

Y.W.: Sembra che la delusione sia diventata il dettame a cui dobbiamo sottometterci, dimenticando che, nella stessa misura, la speranza sorge ogni giorno con i primi raggi del sole. Aumentano le crisi interne dell’uomo, imperano nuovi fattori di vita, tra cui i social, cambiano mentalità e orientamenti, s’inclinano verso soluzioni estreme e ci allontaniamo sempre di più dalla ragione, noi che, da secoli, ne esaltiamo la forza. Perciò l’attività letteraria nel suo complesso, che sia scrittura o mera fruizione, dovrebbe avere un ruolo molto importante nella società umana, perché potrebbe essere l’elemento decisivo per salvaguardare il nostro futuro. Col tempo, attraverso le varie esperienze che ho avuto in questo campo, questa mia convinzione si è rafforzata, aprendomi la strada verso nuove prospettive sotto tutti gli aspetti, specialmente quelli che riguardano la mia visione della vita e del prossimo. Immutata poi è sempre stata la mia abitudine di dormire abbracciando un libro. I social hanno allontanato la gente dall’elemento che ha dato un significato concreto alla nostra esistenza, cioè la scoperta dell’alfabeto e quindi la scrittura e la lettura. Questo ha portato a gravi danni nelle relazioni interpersonali. Ora la gente parla con messaggi, non sopporta un discorso di pochi minuti e si chiude sempre di più in quello spazio azzurro, dove le immagini correlate con post a volte occhieggianti scorrono all’infinito.

 

Wakkasfoto

Per ripercorrere l’evoluzione letteraria di Yousef Wakkas è utile leggere questo articolo apparso nel portale “Lombardi nel mondo”.

 

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Mattia Savia Matilde Sciarrino nasce nel 1961 a Marsala, consegue la laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’università degli Studi di Palermo nel 1984. Da allora e fino al 2004 insegna ininterrottamente inglese presso diversi licei, prima in Veneto e in Lombardia, poi nella sua città natale. Nel 2004 inizia a lavorare come lettrice di lingua italiana presso istituzioni accademiche straniere su nomina del Ministero degli Affari Esteri italiano: dal 2004 al 2007 presso l’Accademia degli Studi Superiori di Tripoli (Libia), dal 2007 al 2009 presso l’Università di Amman (Giordania) dove dirige anche l’Ufficio Culturale della locale Ambasciata d’Italia. Nel 2009 consegue il Master di II livello per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dal 2011 al 2015 ricopre l’incarico di lettore presso l’Università del Saarland (Germania). Nei tre anni successivi si occupa a tempo pieno di letteratura della migrazione e, nel 2018, consegue il dottorato di ricerca con una tesi dal titolo: “Geografie di orme nascoste. Paesaggi dell’esilio nelle opere di Gëzim Hajdari”. Attualmente insegna inglese presso una scuola superiore di Marsala e continua ad occuparsi di letteratura organizzando convegni e concorsi letterari con autori migranti.

Immagine in evidenza: Arte grafica di Irene de Matteis.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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