Come l’Ambi si trasformò in Paisley (Shailja Patel)

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da: Migritude: un viaggio epico in quattro movimenti. Prima parte: Quando parla il Sari-La Madre

1. Come l’Ambi si trasformò in Paisley

Tutto ebbe inizio con una lacrima versata nella città di Babilonia. Dove Astarte, invereconda dea della fecondità femminile, diffonde per la prima volta al mondo la luce. Il boteh. La versione stilizzata dell’immagine della palma, l’albero della vita, simbolo della fertilità che attraversa danzando l’arte celtica per arrivare oltralpe, accompagnata dal passo pesante dei legionari romani. Si butta poi a capofitto nel sottosuolo per sfuggire all’ira di Marte e di Giove, tronfi araldi dell’Impero.

Tra gli storici vi è chi sostiene che dall’Inghilterra vittoriana viaggia verso le corti Mughal indiane, forma fogliacea dell’erbario. Nel 18esimo secolo si trasforma in cono e poi in girino. Secondo però una leggenda del Kashmir, l’ambi altro non è che l’orma della dea Parvati, stampata sulla terra mentre fugge per le montagne dell’Himalaya nell’alba dei tempi.

Ambi. La forma del mango – il frutto che matura e marcisce nei sogni di coloro che in tutto il mondo emigrano dal Sud al Nord. La forma di una penna di pavone. La metà di un cuore inciso su una curva armoniosa a ‘S’. Una cosa che sta bene nella mano, rotonda nel palmo come un seno sodo, che si stringe poi in una punta acuminata che mette alla prova il polpastrello. Un’immagine che perfino un bambino sa disegnare a mano libera, con un unico movimento, producendo tuttavia qualcosa di elegante.

Avete mai provato a tagliare un cuore a metà? Quale dei due pezzi decidereste di tenere?

Esisteva un’arte tessile. Fabbricatori di mussola, un tessuto che prendeva il nome dalla città di origine, Mosul, in Iraq. Un tessuto così sottile che se ne potevano stipare lunghezze di 30 metri in una scatoletta di fiammiferi. Gli antichi egizi la utilizzavano per avvolgerci le mummie. Nella Roma imperiale veniva importata e drappeggiata in maniera seducente attorno al corpo delle nobildonne. Due città indiane assursero a fama immortale cavalcando l’onda della mussola: Masulipatnam nell’India meridionale e Dhaka nel Bengala.

C’era un tempo una forza chiamata capitalismo. Armata di coltello e destinata a cavare il cuore da quell’arte, a separare i fabbricatori dai frutti del proprio lavoro.  A strappargli di mano il mango per riproporglielo poi in un sogno lontano. Nel 1813, nonostante venisse venduta con un profitto del 75%, la mussola di Dhaka in vendita a Londra era meno costosa dei tessuti prodotti in Inghilterra. Allora i britannici gli imposero un dazio dell’80%. E come non bastasse, costrinsero l’India ad acquistare la “mussola” made in Great Britain. Fu così che, ancora una volta, si udirono per i vicoli di Dhaka i passi pesanti dei legionari, britannici questa volta anziché Romani, a caccia di tessitori atterriti a cui mozzare l’indice e il pollice.

In quanti modi si può clonare un impero? Tagliare a pezzettini un popolo, dito per dito?

Nel 1846 la Gran Bretagna costrinse all’annessione la valle del Kashmir, leggendaria per la sua bellezza, per venderla poi al Maharaja Gulab Singh di Jammu per un milione di sterline.

Come si dà un prezzo ad un paese? Come si calcola il valore dei suoi monti e laghi, il profumo dei suoi alberi, i colori delle sue albe? Che margine di guadagno ci può essere sulle forme della frutta nei sogni del popolo che li coltiva?

Articolo 10 del Trattato di Amritsar, 1846: Il Maharaja Gulab Sigh riconosce la supremazia del Governo Britannico e nel rispetto della stessa  si impegna a presentare ogni anno al Governo Britannico: un cavallo, dodici capre (sei maschi e sei femmine) di razza approvata per la produzione di lana da scialli. Tre paia di scialli di Cashmere.

Scialli del Kashmir. Tessuti a mano su telai, producevano la figura dell’ambi, ricca, soffice e piena di fiorescenze come la nebbiolina che si alzava sui giardini a terrazza del Kashmir. Trafugati dapprima da banditi britannici, noti anche col nome di ‘mercanti’ della British East India Company, la trama e l’ordito di questi scialli si intessevano tra i sogni delle mogli vittoriane, come l’orma di una dea che nessuno ardiva immaginare.

Avete mai sentito sulla pelle l’ardente desiderio di una consistenza misteriosa, a cui non sapete dar nome? Avete mai provato a sentire contro la guancia un tessuto sconosciuto che vi fa sobbalzare il cuore?

C’era una volta un villaggio in Scozia chiamato Paisley. Un paesino di tessitori che aveva acquisito fama di covo di sindacalisti irriducibili. La tessitura è un mestiere lento che incoraggia chiacchiere pericolose. I tessitori di Paisley impararono a imitare la figura dell’ambi producendone una versione clonata dagli scialli del Kashmir, senza però farsi mozzare l’indice e il pollice.

Tutto ciò portò allora alla trasformazione del Kashmiri in cashmere, della mosuleen in muslin (in inglese, mussola in italiano), dell’ambi in Paisley, e avanti così, finché più tardi nella storia, il chai diventa una bevanda inventata in California.

In quanti modi diversi si può intrecciare la storia? Mettere un paese nel listino prezzi? Spezzettare un popolo? Tranciare un cuore? Ciò che è stato cancellato lo si può lusingare, e convincere a tornare dentro una storia? Migritude.

 

Tratto da “Migritude: un viaggio epico in quattro movimenti- Parte prima  Quando parla il sari: la madre, LietoColle, 2008, pagina 21, traduzione di Marta Matteini e Pina Piccolo. Per gentile concessione dell’autrice.

Per saperne di più su Shailja Patel vedere l’articolo “Emmanel Iduma intervista Shailja Patel” ripresa e tradotta in questo contenitore,  uscita originariamente  nella rivista Wasafiri http://www.lamacchinasognante.com/wp-admin/post.php?post=80&action=edit

 

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How Ambi Became Paisley

It began as a teardrop in Babylon. Where the sunlight came from Astarte, shameless goddess of the fecund feminine. The boteh. Stylized rendition of the date palm shoot, tree of life, fertility symbol. It danced through Celtic art, until the heavy feet of Roman legionaries tramped over the Alps. Then it fled the wrath of Mars and Jupiter, dove underground as Empire rose.

 

Some historians claim it travelled to Mughal courts from Victorian England, as the foliaged shape of the herbal. Evolved in the 18th century into a cone, then a tadpole. But a legend in Kashmir calls it the footprint of the goddess Parvati, as she ran through the Himalayas at the dawn of time.

 

Ambi. Form of a mango – fruit that ripens and rots the dreams of all South-to-North immigrants. A shape like a peacock feather. Half a heart, sliced on a smooth s-shaped curve. Something that would feel good in the hand, round to the palm like a solid breast, narrow to a sharp point to test the pad of the finger. Image a child could draw in a single stroke, free form, and still produce something elegant.

 

Have you ever sliced a heart on a curve? Which piece would you keep?

 

There was a craft of weavers. Makers of mosuleen, named after its city of origin, Mosul, in Iraq. A fabric so fine, you could fit a 30 yard length of it into a matchbox. Egyptian pharaohs used it to wrap mummies. Imperial Rome imported it for women of nobility to drape seductively around their bodies. Two Indian cities rose to glory and fame on the waves of mosuleen: Masulipatnam in South India. Dhaka, in Bengal.

 

There was a force called capitalism. Armed with a switchblade, designed to slice the heart out of craft. Separate – makers from fruits of labor. Spirit – mangoes out of their hands into the realm of dream. In 1813, Dhaka mosuleen sold in London at seventy-five percent profit, yet was still cheaper than the local British fabric. The British weighed it down with eighty percent duty. But that wasn’t enough. They needed to force India to buy British textiles. So down the alleyways of Dhaka stamped the legionaries – British, this time, not Roman. Hunted down the terrified weavers, chopped off their index fingers and thumbs.

 

How many ways can you clone an empire? Dice a people, digit by digit?

In 1846, Britain annexed the vale of Kashmir, fabled paradise of beauty, and sold it to Maharaj Gulab Singh of Jammu for one million pounds. How do you price a country? How do you value its mountains and lakes, the scent of its trees, the colors of its sunrise? What’s the markup on the shapes of fruit in the dreams of its people?

Article 10 from the Treaty of Amritsar, 1846: Maharaj Gulab Singh acknowledges the supremacy of the British Government and will in token of such supremacy present annually to the British Government one horse, twelve shawl goats of approved breed (six male and six female) and three pairs of Cashmere shawls.

 

Kashmiri shawls. Woven on handlooms, patterned with ambi, rich and soft and intricate as the mist over Kashmir’s terrace gardens. First taken to Britain by bandits, aka ‘merchants’ of the British East India Company, they wove themselves through the dreams of Victorian wives, like the footprint of a goddess no one dared imagine.

 

Has your skin ever craved a texture you could not name? Have you ever held strange cloth to your cheek, and felt your heart – thud?

 

There was a village in Scotland. Paisley. Tiny town of weavers who became known as radical labor agitators. Weaving offers too much time for dangerous talk. Weavers of Paisley learned how to turn out imitation ambi, on imitation Kashmiri shawls, and got to keep their index fingers and thumbs. Until Kashmiri became cashmere, mosuleen became muslin, ambi became paisley, and even later in history, chai became a beverage invented in California.

 

How many ways can you splice a history? Price a country? Dice a people? Slice a heart? Entice – what’s been erased – back into story?

 

My-gritude.

Have you ever taken a word in your hand, dared to shape your palm to the hollow, where the fullness falls away? Have you ever pointed it back to its beginning, felt it leap and shudder in your fingers like a dowsing rod, jerk like a severed thumb, flare with the forbidden name of a goddess returning? My-gritude.

 

Have you ever set out to search for the missing half? The piece that isn’t shapely, elegant, simple. Won’t drop neatly onto a logo, slot into a market niche, make the perfect exotic motif to Chanel’s Spring Collection? The half that’s misshapen. Ugly, itchy, heavy, abrasive. Awkward to the hand, gritty on the tongue, platypus of history – stage of how we got here that we’d all prefer to ignore. But it’s here. Living, breathing creature that bewilders and irritates: it’s not what it should be. It births its young in a shell – then suckles them. It’s a mammal – but lives deep underwater. It lay hidden for centuries. Have you ever feared what the missing half would reveal? Migritude.

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autrice adi Heather Lewis.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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