Chiedere l’elemosina a Molinella (Jessy Simonini)

18622391_1375042829255006_5030835929790147034_n

Ogni sera, quando torno a casa ed è già buio, uscendo dalla fermata della metropolitana di Pont-Marie, vedo una lunga fila di senza fissa dimora che dormono, chiusi nei loro sacchi a pelo, sotto il portico della Maison des Arts. Sono alcune decine. Qualche giorno fa ho pensato a Valentino Zeichen, alla sua vita da senza fissa dimora a Roma, alla sua “metafisica tascabile” che oggi assume, nella mia vita, la forma di un’edizione arancio fluo degli Oscar Mondadori . E poi, mi è tornato in mente ciò che scrive Giorgio Agamben: il suo riferimento al musulmano e ai barboni di Parigi in una delle sue opere più controverse, Quel che resta di Auschwitz– L’archivio e il testimone: “la piccola vergogna del giovane poeta di fronte ai barboni di Parigi è come una sommessa staffetta che annuncia la grande, inaudita vergogna dei superstiti di fronte ai sommersi”.

Oggi, dopo aver letto che la Presidenza della Repubblica, recependo un parere del Consiglio di Stato sul ricorso formulato dall’associazione degli Avvocati di Strada, ha ribaltato l’ordinanza di un comune della provincia di Bologna che vietava l’accattonaggio in tutto il territorio municipale, non mi è tornata in mente né una poesia di Zeichen, né un saggio sul potere sovrano o su Benjamin e Schmitt. Mi è, invece, rimbalzata in testa una canzone.

 Noi lotteremo per il lavoro
per la pace, il pane, per la libertà
e creeremo un mondo nuovo
di giustizia e di nuova civiltà.
Questa bandiera gloriosa e bella
noi l’abbiam raccolta e la portiam più in su
dal Vercellese a Molinella
alla testa della nostra gioventù. 

 

La canzone si intitola Son la mondina, son la sfruttata. È una canzone politica e corale, a tratti feroce come sono le canzoni delle mondine, che sanno di fango e di lotte incredibili, di minacce e scontri. In alcune canzoni, le mondine, senza paura, non esitano ad invocare Mao e Stalin, o ad auspicare la morte violenta dei “crumiri” che lavorano durante gli scioperi. In questo caso, Son la mondina, son la sfruttata è una canzone di pace, e la “bandiera gloriosa e bella” potrebbe essere la bandiera di una lega sindacale, della Federbraccianti, o, forse, del Partito Comunista italiano. E non è un caso che la bandiera venga portata fino a Molinella, sul margine nord-orientale della provincia di Bologna, poco prima delle valli infinite del Ferrarese.

È proprio in quella cittadina di circa quindicimila abitanti, una storica roccaforte del PSDI in una pianura tenacemente comunista, che una giunta del Partito Democratico ha approvato, un paio d’anni fa, un’ordinanza che prevede il divieto di chiedere l’elemosina, in particolare fuori dai luoghi di culto o di assistenza, su tutto il territorio municipale. In base a tale ordinanza, se Padre Marella fosse ancora vivo e scegliesse di chiedere l’elemosina davanti alla stazione di Molinella, verrebbe multato.
Già, perché la punizione prevista per i questuanti era una multa e il sequestro delle monete raccolte.

La bandiera non è più così “gloriosa e bella”.

Certo, potrebbe trattarsi di qualsiasi altro paese, nell’hinterland di una grande città segnata dalle occupazioni e dagli sgomberi, nella quale il quotidiano locale più letto, Il Resto del Carlino, non esita a definire la presenza di questuanti nel centro della città una vera e propria “invasione”. Siamo a Bologna. Non nella Carinzia degli Haider, non nell’Ungheria di Fidesz, non nel profondo Veneto leghista, con le sue panchine progettate in modo che i senzatetto non possano dormirci sopra.

Ma a Bologna, nella sua provincia. In questa terra che, alla fine degli anni Quaranta, Anna Maria Ortese definisce come una “terra promessa”. Forse è questo che dovrebbe farci riflettere di più. E che dovrebbe, poi, spingerci ad un’indignazione ancor più grande.

Perché questa ordinanza si rivela qualcosa di più di un semplice atto a garanzia dell’ordine pubblico; nelle pieghe del linguaggio burocratico c’è, in primo luogo, il tentativo di confinare chi è in difficoltà o in uno stato di marginalità in una zona grigia in cui sembrano non valere più i diritti di cittadinanza; le istituzioni, rivelandosi non del tutto capaci di trovare soluzioni alternative e di garantire l’universalità dei diritti sociali (e le ragioni non possono certo essere ascritte alla sola politica municipale!), scelgono all’opposto di bandire dalla città tutti coloro che non possono vivere dignitosamente e che si azzardano a chiedere aiuto agli altri nei luoghi in cui, ad ogni latitudine, normalmente si chiede l’elemosina. Chiese, ospedali, stazioni, centri commerciali.

L’ordinanza non lascia spazio a dubbi, è scabra ed essenziale, limpida nei suoi presupposti e nei suoi obiettivi pratici: chi è povero, chi per questo motivo chiede aiuto agli altri, non è il benvenuto in quel territorio. La sua presenza, il suo stesso corpo, turbano l’ordine e devono, perciò, essere messi ai margini. La scelta politica è chiara: multare chi è povero significa scegliere di criminalizzare e punire l’indigenza; e, di riflesso, considerare i diritti dei più deboli come diritti deboli, che possono essere sospesi temporaneamente con un ordinanza del sindaco, giustificata da ragioni di ordine pubblico e di sicurezza.

E, allo stesso tempo, significa anche fare un uso politico del decoro. Lo spiega bene la sociologa Tamar Pitch, nel suo Contro il decoro; il decoro urbano, divenuto paradigma di governo, anche a livello locale, giustifica la discriminazione e l’esclusione di soggetti che esprimono una marginalità indisciplinata. In questo caso, la marginalità viene addirittura sanzionata, da 25 a 500 euro, e le poche monete raccolte possono anche essere confiscate.

Judith Butler, in un suo recente saggio (“Vita buona e vita cattiva” ne L’alleanza dei corpi), si chiede chi abbia diritto ad una buona vita. Il suo discorso è molto più ampio, e articolato su altre categorie. Ma la sua riflessione merita di essere evocata. “Quali vite” si domanda Butler “sono importanti? Quali vite non sono importanti in quanto vite, non sono riconoscibili come viventi, o lo sono soltanto in maniera ambigua?”

 

Le vite dei questuanti, a Molinella, Parigi o Mirandola, sono importanti e vanno riconosciute: nello spazio di una comunità dalla quale non possono essere esclusi per ordinanza, ma di cui fanno parte anche se non lo si vorrebbe o lo si vorrebbe nascondere con un atto amministrativo, che non risolve i problemi di chi è povero, ma che semplicemente lo esclude dalla vista di chi, invece, non lo è. Sono corpi che non contano. Che non possono trovare spazio nella città perché la loro presenza testimonia di un fallimento, racconta la marginalità di una vita precaria.

Cosa succede quando la politica sceglie di sanzionare questi corpi per la loro condizione economica momentanea? Cosa succede quando un sindaco utilizza uno strumento amministrativo eccezionale- l’ordinanza- per escludere qualcuno dallo spazio urbano invece di utilizzare gli strumenti della politica per restituirgli dignità?

Succede qualcosa di grave, indipendentemente dalle risposte del Consiglio di Stato e del Presidente della Repubblica. E l’ordinanza di questo sindaco continua a interrogarci, a chiederci dove sia finito il diritto, dove sia finito il primato dell’etica, anche nelle scelte politiche degli amministratori locali.

 

Jessy Simonini, aprile 2017

per gentile concessione dell’autore, dal suo blog https://jessysimoniniblog.wordpress.com/2017/04/08/chiedere-lelemosina-a-molinella/

 

Foto in evidenza di Teri Allen-Piccolo.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

Pagina archivio del macchinista