CARLINO (parte seconda) – romanzo di Stuart Hood (traduzione di Walter Valeri e Serena Russo)

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E’ una strana sensazione mettere piede in un paesaggio. Per mesi hai vissuto come uno scarabeo su una foglia; limitato da qualche tropismo a un minuscolo raggio di attività. Il paesaggio ti ha circondato da ogni lato, ma tu non ci hai messo piede; così che, da principio, vi cammini con cautela. Nel paesaggio vi entriamo dopo l’appello della tromba. Squillò lungo i corridoi del nostro orfanotrofio; rimbalzando sul muro del convento, mettendo in agitazione le suore di clausura. Poi si distese sulla pianura verso gli uommini nei campi, e verso le donne nelle fattorie.

Allinearsi a destra

Allinearsi a sinistra

Allineare tutti i gruppi

Ci allineammo per l’ultima volta in fila per tre, poi, in ordine sparso uscimmo dal recinto attraverso i campi. Le torri di guardia erano vuote. Accanto al muro del cimitero un paio di guardie appostavano una mitragliatrice leggera per proteggere l’accesso al villaggio. Proseguiamo lungo un piccolo ruscello. Al nostro passare dei ranocchi saltarono nell’acqua con un tonfo. Un paio di donne si avvicinarono per guardarci. Sorrisero ma non dissero nulla. Mezzogiorno era appena passato.

Era settembre ed era venuto il tempo della raccolta del granoturco. A settembre le pannocchie fanno un cumulo arancione sul pavimento del granaio. Sospese sui gambi, bruni e scheletrici nei campi; e le foglie come pergamene a brandelli. Gli uomini attraversano questa giungla inconsistente e sgombrano il terreno per l’aratro. Il lavoro è facile, piacevole; come tutte le distruzioni autorizzate. Un colpo ben centrato separa le radici dalla terra e il gambo si piega; spezzandosi nel cadere. Nei granai le donne e i bambini, i vecchi e i vagabondi, siedono in circolo attorno ai mucchi di pannocchie, sfogliandole. Secche, le foglie riempiranno i materassi del contadino. Nei campi gli uomini ammassano i gambi e vi appiccano il fuoco. Il fuoco è alto, ma come invisibile nel sole. Per tutta la pianura le fiamme si alzano e si abbassano in un cerchio di cenere. Gli altri fuochi si può solo immaginarli, dato che ogni campo è chiuso in se stesso; circondato dai salici, da viti che si snodano fra un tronco, e dai pioppi. E’ un paesaggio rigoglioso e claustrofobico ricco d’acqua – fossati, campi di riso, canali d’irrigazione – interrotti qua e là da profondi solchi di scolo (ricchi di acacie ed erbacce maleodoranti); completamente dominati dal cielo. In estate quel cielo è un sottile diaframma, teso al massimo sulla pianura, che trattiene riflette il calore. A luglio o ad agosto il cielo può oscurarsi all’improvviso; le nuvole si ammassano in nimbi, neri di sotto, scendendo in bianchi paraventi di ghiaccio e di grandine. La pioggia attraversa la pianura in un lungo velo grigio. I tuoni rimbombano qua e là. Ma a settembre il tempo è stabile e non cambierà sino alla vendemmia, sino all’inizio dell’aratura. A ottobre il tempo cambia di nuovo.

Il paesaggio è dominato dal cielo. Ci sono alcuni punti elevati: i campanili delle chiese color giallo chiaro; un torrione che si alza dal fossato che circonda un villaggio, un convento e un orfanotrofio. Ma anche dal quarto piano di un orfanotrofio diventato prigione, la prospettiva cambia poco. Si può vedere un po’ più in là, un po’ più di verde. Si può vedere anche un altro campanile, una parte di collina e i piloni dove i cavi elettrici scavalcano il Po. Per vedere la pianura davvero bisogna raggiungere le colline; uscirne. Allora, ampia e deserta la si può vedere declinare lievemente verso l’orizzonte. Interrotta da una ferrovia e da un’antica strada romana, venata da corsi d’acqua e chiazzata di villaggi, paesi e fattorie. Ci si sente liberi sulle colline, e si domina la pianura. Fu questa la ragione per cui noi andammo verso le colline.

Noi: due uomini sui trent’anni, con niente in comune; eccetto lo choc della cattura e la noia della prigionia. Quando nacque suo padre era già morto – ucciso a Kut-el-Amara, combattendo coi turchi. Attraversando Londra per andare a scuola in bicicletta lui aveva chiaro davanti a se il suo destino: il Reale Collegio Militare e un incarico nei Gurka. Senza padre aveva appreso rapidamente il lato pratico della vita. Io avevo bighellonato durante i miei anni di scuola, cavandomela con una certa pappagallesca facilità di parola. Camminando lungo le ampie spiagge deserte del Nord avevo fantasticato sulla mia vita, per la quale non avevo né bussola né punti di riferimento. Tutto quello che sapevo lo afferravo per istinto; ciò che facevo era seguire le mie intuizioni.

Due generi di ricordi. I suoi: della Frontiera, dei “jeels”, i laghi del Kashmir, della mensa e dei campi da gioco. I miei: della politica universitaria, del latte per la Spagna, della Corazzata Potemkin e del leggero turbinare della polvere di gesso nelle classi.

Due esseri fisicamente diversi: Ted, grosso ed energico, scuro di carnagione e un non so ché di asiatico, con mustacchi sottili e neri; del tutto simile ai suoi soldati tarchiati. Mentre eravamo in fila per l’appello della mattina o della sera, potevo vedere al di sopra della sua testa.

Io: alto, magro, “stenico”; con la testa sottile come quella di un cane “collie”.

Avevamo0 deciso di dirigerci insieme verso le colline. Ma non subito. Per un paio di giorni restammo nascosti in un canalone verde: dormendo e facendo piani al sole. Gli altri se ne andarono a gruppi di due o tre. Seduti al sole guardavamo gli uomini sgombrare i campi di granoturco e fare progetti pigramente; ci domandavamo in quale punto sarebbero sbarcati gli alleati – la foce del Po, la Riviera, Viareggio; tagliando fuori i tedeschi con una grande manovra a tenaglia. Se avessero tardato più di qualche giorno avremmo iniziato a muoverci. Nel frattempo, durante le ore del giorno, si restava ad osservare gli oumini al lavoro nei campi: e di notte ci recavamo nella fattoria più vicina, chiamata Toccalmatto. Ironicamente il cognome della famiglia che l’abitava era ‘Tedeschi’.

Se riduci la vita ai suoi bisogni essenziali, sono: calore, cibo, e un posto per dormire. Tutti e tre li puoi soddisfare in una casa di contadini. Specialmente in cucina. L’antica grotta primordiale. In fondo un fuoco di frasche stende le sue dita rossastre intorno alla pentola. Scende velocemente in un letto di cenere calda, grigia, ma ancora ardente al centro. Il pavimento è di lastre. In un angolo c’è l’acqua; tirata su dal pozzo in brocche di rame, per bere o lavare. Dal soffitto, alla larga dai topi, sono appesi: qualche salame, un prosciutto crudo stagionato e un pezzo di sego per ungere gli stivali. La luce viene da una lampada a carburo che sibila dolcemente sul tavolo. Prima si siedono gli uomini, mentre le donne servono una minestra di brodo leggero; o della polenta versata come lava dorata su un vassoio di legno. Il pane viene tagliato dall’uomo di casa che mantiene la pagnotta contro il petto, ricavandone fette con il suo coltello a serramanico. Il vino è aspro. Col formaggio si finisce la cena; a volte con in più una manciata di noci, un grappolo d’uva, una misera pera o una nespola. Nel focolare le fascine di legna sibilano e scricchiolano, lasciando cadere la loro linfa nella cenere. Dopo cena il fuoco muore; la lampada comincia a tremolare; uomini donne escono soli o a coppie a dare un’ultima occhiata ai buoi, e a fare il loro bisogni nella stalla. Poi vanno a coricarsi.

Ma quelli che non fanno parte della famiglia – vagabondi, braccianti, forestieri, giovani garzoni – dormono coi buoi, bianchi o chiazzati di grigio o marrone; dalle corna lunghe e dagli enormi occhi umidi; dal muso gocciolano muco e saliva. Per tutta la notte c’è un languido rumore metallico, di catene attaccate all’anello sul muro; un rumore di spostamenti continui mentre ruminano il fieno e sognano. Dal loro stomaco vengono lunghi brontolii; rutti, mentre digeriscono il foraggio spezzettato, fatto di foglie e di erba. Lo sterco schizza sul pavimento e imbratta gli uomini addormentati negli angoli, sui sacconi di paglia. Alla mattina l’aria è calda e densa per l’alito degli animali; l’atmosfera pesante di ammoniaca. Quando si torna nell’aia all’aperto gli occhi lacrimano. Un getto d’acqua schiarisce la mente. Nella cucina la donna soffia sul fornello per far bollire una pentola di latte annacquato. I bambini, affamati, che sanno ancora di sonno, di orina e panni sporchi, entrano ed escono correndo. Il capo famiglia rientra in casa. Ha già dato da mangiare alle bestie. È taciturno mentre scorre nella sua mente il lavoro da fare durante la giornata. La colazione è fatta di pane casereccio, spezzettato in una scodella di latte caldo, addolcito con un po’ di zucchero grigiastro. Il contadino allontana la sua scodella. “Anduma”, dice.

Giorno dopo giorno andavamo nei campi e tagliavamo i gambi del mais. Le mani ci divennero dure e callose. I muscoli ci dolevano; poi più niente. Un giorno riconoscemmo che lo sbarco non sarebbe avvenuto. – perlomeno non subito; e a mezzanotte ci avviammo verso le colline.

Uno dei figli del padrone ci faceva da guida. Ted aveva lasciato un anello d’oro dicendo che dopo la guerra sarebbe tornato a riprenderselo. Giunti ai binari della ferrovia la guida ci lasciò. Eravamo vestiti da contadini – una vecchia giacca, vecchi pantaloni, una camicia senza colletto. Sulle spalle in un sacco portavamo la nostra divisa; la lanciammo al di là del reticolato e cominciammo a strisciare sotto il filo spinato. Scricchiolavano arrugginiti nei loro ganci. Lontano, nella pianura, un cane abbaiava. Ci appiattimmo trattenendo il respiro e ascoltando. Con infinita attenzione trascinammo le gambe tra i fili e andammo carponi sul ciglio d’erba, salendo poi sulla massicciata che ci segava le giunture delle gionocchia. Al tocco le rotaie erano fredde. Appoggiai l’orecchio sull’acciaio ricordandomi improvvisamente di come da piccolo ascoltavo, ad un passaggio a livello, l’arrivo dei treni; lontani lungo la linea ferrata. Attraversammo i primi binari. La punta metallica del mio stivale militare risuonò contro la sbarra di ferro. Ci rannicchiammo aspettando un grido, una sfida, uno sparo. Lontano si intravedevano delle luci – una cabina di segnalazione o un passaggio a livello. Proseguimmo. Finalmente la siepe d’erba. Superammo il secondo reticolato meno cautamente del primo. Al di là una strada bianca, polverosa, senza parlarci ancora, ma felici ed eccitati. Camminammo il resto della notte verso sud; con le colline che crescevano davanti a noi, promettendoci asilo. Il castello era il nostro orientamento.

Sull’aia i cani si svegliarono. Correvano avanti e indietro e guaivano. Sapevamo che al collare avevano  attaccata una corda; che scorreva lungo un anello sul filo di ferro, teso fra la grondaia della casa e un palo all’angolo del cortile. Non potevano raggiungerci. Delle oche ci starnazzavano dietro risalendo da uno stagno. Delle anatre si muovevano nella penombra. Verso l’alba un asino ragliò come colto da un orgasmo lacerante. Con la prima luce scegliemmo un fienile; ci gettammo tra la paglia e il muro e ci addormentammo.

Eravamo in collina al riparo, nei luoghi alti, che ci venivano in soccorso. Il fatto che, dopo una settimana, siamo scesi in pianura era il segno che cominciavamo a gurdare in faccia la realtà. Ancora prima dello sbarco, dopo tutto, avremmo avuto bisogno di cambiarci i calzini.

Il nostro bucato era dalle monache di clausura. Guardavamo giù dall’alto dlle colline. Si poteva distinguere il loro campanile distante una ventina di chilometri, al di là della ferrovia e dell’antica strada romana. Dopo colazione mi incamminai stabilendo i miei punti di riferimento, sperando di trovare una via diritta che tagliasse la pianura con i pioppi che facevano da paravento alle coltivazioni; coi suoi salici e l’uniformità autunnale dei campi. Giunto alla via Emilia mi sedetti sul ciglio della strada. Osservavo il traffico: camion tedeschi e macchine di uficiali superiori mimetizzate in modo strano. Sembrava che nessuno mi notasse. Verso mezzogiorno, a un passaggio a livello attraversai i binari. La moglie del casellante mi guardò con curiosità. Io la salutai e proseguii. All’una il villagio era in vista. Avevo fame e decisi di magiare. Riconobbi la cascina  per certi segni e intuizioni. Mi piaceva il suo aspetto. Mi piaceva il suo cane. L’uomo sembrava bendisposto. Non fece domande. Semplicemente mi disse di entrare e di mangiare. Parlammo della fattoria e della guerra. Ormai mi ero  abituato al dialetto emiliano. Dissi che venivo dal nord, dai pressi di Bolzano; il che giustificava il mio accento. “Qua non parluma italiano”, mi dissero quelli della casa. Io li ringraziai e continuai il cammino. Nesuno sostò a guradarmi mentre mi allontanavo – buon segno. Mi voltai verso le colline. Erano parecchio lontane. A un centinaio di metri dalla fine del villaggio una bicicletta mi raggiunse furtivamente sulla strada polverosa e un uomo ne discese. I carabinieri di solito perlustravano la zona in bicicletta. Mi chiedevo se voltarmi o meno. Avevo già provato quella strana sensazione che mi assalì improvvisamente – memorie che tornavano dai giorni dell’infanzia, quando a casa ero costretto a mentire, o quando a scuola mi picchiavano; oppure quando un chirurgo inesperto mi ruppe l’osso del setto nasale. Sentivo quel distacco che dà agli avvenimenti tutto il tempo per accadere. Tutto quello che facevo lo facevo con molta riflessione; ciò che seguì avvenne con la lentezza dell’incubo. Osservavo tutto come ne fossi al di fuori. Era uno stato d’animo che mi faceva paura per due ragioni – per le reazioni che di solito ne seguivano e perché sapevo che, in quelle circostanze, sarei stato capace di qualsisi eccesso.

L’uomo stava proprio dietro di me. Potevo sentire il tichettio del pignone e della ruota libera sul perno della bicicletta. Mi venne accanto e mi parlò. Un semplice contadino, ben rasato, che andava nei suoi abiti da festa ad una riunione di famiglia, per vedersi con l’avvocato; per discutere con un burocrate. Conoscevo la strada per Busseto? Ricordandomi delle piantine fatte per quelli che tentavano di fuggire dal campo gliela indicai. Mi ringraziò. Salì nuovamente sulla bicicletta e si avviò pedalando silenziosamente per un po’ al mio fianco. Ci separammo all’incrocio. La strada del villagio era deserta e bianca. L’ora della siesta. Mi diressi verso la chiesa del convento ed entrai nel cortile. C’era un frate domenicano sui gradini. “Padre, sono venuto per il mio bucato”. Mi guardò e disse: “Entra nel parlatorio”.

Tre delle pareti del parlatorio erano ricoperte di pannelli di legno scuro. C’era un crocifisso nero e un quadro della Vergine – una bambola azzurra con in testa un diadema scintillante e un bambolotto fra le braccia. Dovevano pur stare da qualche parte, in qualche cappella piena di ex-voto – braccia, gambe, mani, cuori – le immagini scolpite della fede meridionale; per le quali, in fondo, non riuscivo a sentire la ripugnanza del vero protestante. Alla fine mi sembravano meno pericolose di quelle che avevamo inventate per noi stessi: le paterne figure della dittatura. Il fatto poi che fossero così primitive deponeva a loro favore. La quarta parete invece era una grata di bronzo. Il prete se n’era andato. Ero solo. C’era odore di muffa nell’aria – di pavimenti di pietra appena lavati; di legno verniciato e di corridoi senz’aria: era questo l’odore della santità. Da dietro la grata si sentiva un cinquettio di voci. Quasi mi pareva di vedere i loro zoccoli bianchi.

Qual’era il numero del mio bucato? La voce era giovane e fresca.

Glielo dissi.

E quello del mio amico?

Dissi anche quello.

E lui dov’era?

Sulle colline.

Il cicaleccio si fece cantilenante.

Da dove venivo?

Dalla Scozia.

Dove avevo imparato l’italiano?

All’Università.

Mia madre era ancora viva?

Sì.

Le voci s’alzavano e s’abbassavano incalzando angosciose.

Sposato?

Sì.

Figli?

Sì, uno.

Quanti anni aveva?

Tre.

L’avevo mai visto?

No.

Ci fu un ruomore come un frullio d’ali che s’alzavano in volo. Intanto un portello girevole da un lato della grata ruotò, mostrando sulle due mensole verniciate due fagotti: la biancheria di Ted e la mia. Raccolsi i due pacchetti e li misi nel mio sacco. Speravo di trovare le parole, tirar fuori un gesto, chiedere una benedizione, un qualche modo per mostrare la mia gratitudine. Alla fine le rigraziai come potevo e mi voltai per andarmene. Ci fu dell’agitazione al di là della grata. Qualcuno si precipitò lungo uno dei corridoi.

Rimanga un po’.

Così rimasi.

Eravamo della stessa opinione, che erano tempi difficili e che la guerra era orribile.

Dove avevo combattuto?

In Africa.

Un brutto posto.

Ero d’accordo.

Dove ero stato catturato?

Mersa Matruh.

Anche questo in Africa?

Sì, nell’Africa del Nord.

La mensola ruotò nuovamente mostrando un bicchierino di vermut e un piatto con su due savoiardi.

Gradivo assaggiarli?

Bevvi il vermut e sbocconcellai un savoiardo. Dietro la grata mi osservavano in silenzio. Dissi che i biscotti erano buoni e anche il vermut. Ringraziai una seconda volta. Di nuovo la mensola ruotò. Questa volta un pacchetto – una busta di biscotti per il mio amico su in collina. Ringraziai da parte sua e presi il pacco.

Ero cristiano?

Tergiversai e dissi che supponevo di esserlo.

Cattolico?

No.

Ci fu silenzio. Poi una voce più autoritaria delle altre – forse quella della Madre Superiora – disse che non importava.

La mensola ruotò per l’ultima volta. Ne raccolsi due cartoline per pellegrini. Erano due rozze riproduzioni della bambola azzurra che stava alle mie spalle – la Vergine Immacolata del Santuario di Nostro Signore del Santo Rosario. Su di ognuna un minuscolo pezzetto di seta azzurra, reliquie della sua tunica: per tenerci in salvo e ricondurci da coloro che ci amano.

Il domenicano mi accompagnò sino al sagrato e andandosene mi benedì. Avevo molta strada davanti a me per ritornare. La moglie del guardiano del passaggio a livello mi risalutò mentre passavo. C’era ancora un movimento di camion sulla via Emilia. Camminavo e continuavo a guardare verso il castello sulla collina. Di tanto in tanto mi fermavo a osservare i biscotti. Erano friabili. Mangiai i pezzetti rotti e proseguii. Mi fermai al margine della pianura per riposare un poco prima di iniziare la scalata. Mangiai l’utlimo biscotto di Ted e buttai via la busta di carta. La notte mi sorprese ai piedi della collina. Mi vennero i crampi. Mi sedetti e strofinai i muscoli delle gambe fino a quando si rilassarono, poi mi incamminai nuovamente. Le stelle scomparvero dietro una nuvola che lentamente si muoveva dalla cima dei monti. Cadde qualche goccia di pioggia, poi cominciò una pioggerellina costante.

Avevo sbagliato strada e finii in mezzo al terreno arato. In cima scorgevo la luce che doveva venire dalla nostra fattoria. Non avevo più elasticità nelle gambe ma potevo continuare a carponi. La collina sembrava salire come un tetto. Le mani scivolavano e frugavano nei solchi in pendenza. Al margine del campo mi riposai, poi mi alzai. Feci in piedi gli utlimi passi verso la porta.

Avevamo bisogno di cambiarci i calzini, per questo io ero sceso nella valle. In quel modo avevo razionalizzato un atto gratutito. In un pomeriggio umido ed appiccicoso, al Cairo – era la stagione del Khamseen avevo discusso a lungo il rapporto tra il sesso e la morte con H, ed il mio bisogno di confrontarmi con una situazione nella quale il bilancio della mia vita fosse messo in questione. Mi rispose che avevo letto troppo Malraux, e aggiunse che secondo lei l’idea stessa era “tres fasciste”. Lo stesso impulso sul perimetro di Matruh mi aveva fatto prendere a pugni il mio autista; fino a quando non condusse la jeep fra gli spari. Questo mio impulso era il desiderio di vedere all’opera la lama a rasoio della paura. Un rasoio taglia senza dolore.

(continua)

 

Foto in evidenza di Teri Allen-Piccolo.

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015). Collabora alla rivista teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge. Vive negli Stati Uniti e insegna al Boston Conservatory e MIT.

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