Candelaria Romero: La cantastorie che fa teatro – Intervista di Matilde Sciarrino

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Abbiamo scelto di presentare Candelaria Romero come ‘cantastorie che fa teatro’ perché questa ci sembra la definizione più adatta per comprendere la lunga e ricca attività di questa attrice e poetessa per cui il teatro è sostanzialmente narrazione.

Alla fine degli anni settanta, ancor bambina, è costretta a lasciare il paese natale, l’Argentina del dittatore Videla,  con la sorella e i genitori, entrambi  poeti. Studia teatro in Svezia dove la famiglia esule viene accolta. Dal 1992 vive a Bergamo dove scrive poesie mescolando le diverse lingue della sua quotidianità, lo spagnolo, lo svedese e l’italiano, e crea produzioni teatrali di impegno verso i rifugiati, le donne, gli emarginati. Dal suo cappello di maga Candelaria Romero estrae storie antiche che aiutano a comprendere il presente e ad immaginare un tempo migliore perché fatto di ascolto. Come un ragno l’autrice tesse una fitta rete di nodi e di intrecci di cui ciascuno si sente parte perché vi trova la giusta collocazione. E così le vicende personali di una viandante alla ricerca diventa la storia di tutti coloro che hanno intrapreso il cammino verso la conoscenza di sé e del mondo. E le sue storie diventano anche le nostre storie.

M.S. Nelle tue performance è molto stretta la relazione fra vita e teatro, cioè fra la tua esperienza biografica di migrazione e la tua attività teatrale. Sembra che il tuo teatro narrativo nasca da una cogente necessità di comunicare le radici, le vicende travagliate della tua famiglia, la tua storia personale.

C.R. Di certo il mio approccio verso il fare teatro è, per così dire, resiliente. Mi piace ricordare il bello che mi ha fatto crescere e che fa parte del mio modo di vedere il mondo. In futuro, forse, potrò raccontare cose lontane da me, ma oggi sento ancora la necessità di partire da me per produrre del materiale che, in seguito, diventa il sottotesto; le mie storie sono solo il punto di partenza che mi permette di raccontare altro. Così il tutto diventa una ricerca, come succede nel mio spettacolo ‘Affabulare’ in cui parlo della fuga della mia famiglia, ma parlo anche del raccontare in sé, del perché occorre narrare. Il personale viene così elaborato in modo tale da diventare universale. Adotto e adatto la struttura della fiaba classica, con l’eroe che affronta gli ostacoli e poi trova la sua strada. Parlo di me per parlare anche di altre persone.

Recentemente ho realizzato un lavoro richiestomi per l’inaugurazione di una biblioteca nel bergamasco intitolata a Rita Levi Montalcini e, in questo spettacolo, partendo dalla mia vicenda biografica, ho parlato di lei, una scienziata a cui apparentemente non mi accomuna nulla. Eppure, narrando si va scoprendo che la nostra vicenda umana è comune: anche lei è profuga, fugge dalle leggi razziali. Il cercare e il trovare la propria strada, ecco, è questo quello che io racconto e voglio raccontare.

M.S. C’è da considerare anche la tua attività poetica. Ti senti più poetessa o attrice? La ‘Compagnia delle Poete’ di cui fai parte insieme a molte altre poetesse di origine migrante, o ‘poete’ come amate definirvi, mette in scena spettacoli fatti di versi e di gesti, un connubio perfetto di due linguaggi, la parola poetica e il corpo.

C.R. Io mi sento più teatrante. La poesia la considero qualcosa di molto intimo perché scrivo per me, per mio piacere. Ho pubblicato solo due raccolte di poesie e non sento neanche tanta urgenza di pubblicare. Quando sono state pubblicate queste raccolte ho sfruttato il mio fare teatro per portare in giro la poesia in questo modo, aperto verso l’esterno. La ‘Compagnia delle Poete’ mi ha fatto sentire in sintonia con questa mia ricerca. L’esperimento della ‘Compagnia delle Poete’ è qualcosa di molto nuovo: non è fare teatro, ma il portare i versi in uno spazio che non è lo spazio scenico, ma comunque lo diventa perché ci sono luci, scenografia, gesti, parole. Noi non facciamo teatro. Noi diciamo la poesia ad alta voce; è poesia ‘detta’ senza interpretazione affinché arrivi in modo diretto all’ascoltatore. La poesia meno viene interpretata e meglio è. E’ ricerca di creare uno spazio scenico solo per la parola, per l’oralità. E’ una ricerca molto interessante, ma non è teatro. E’ sostanzialmente una sperimentazione, lo stare in scena insieme attraverso la poesia. E’ questa la poesia che voglio fare. Da figlia di poeti, sento la poesia come un linguaggio che mi appartiene. Ma la vedo ancora come una forma di espressione privata, una sorta di diario personale.

Comunque, adesso che sta per uscire la mia terza raccolta, credo che questo mio modo di fare poesia stia per cambiare. Mentre prima non pensavo al pubblico dei lettori, adesso mi sento costretta a farlo, soprattutto nella fase di correzione in vista  della pubblicazione del libro. Si tratta di un cambiamento di prospettiva. Per certi versi questo approccio funziona, per altri no perché mi sembra che l’idea originaria cambia.

M.S. I numerosi episodi di intolleranza, di razzismo e di fanatismo che riempiono le pagine di cronaca nera ci impongono un’attenta riflessione sul tema dell’accoglienza, dell’ascolto e dell’educazione. Ancora oggi la terra d’origine rappresenta un marchio di appartenenza che impone delle briglie a chi si sente e vive da cittadino del mondo per scelta o per costrizione. La terra è terra ed è ferma, ma gli uomini si muovono e per questo diventano ‘stranieri’. Come hai vissuto e vivi da migrante in Italia?


C. R.
Mi piace questa immagine della fissità della terra e del movimento delle persone, dei flussi migratori. Personalmente resto titubante e perplessa di fronte ai fenomeni di xenofobia. Siamo a ancora qui a parlare di integrazione, come se ci fosse qualcosa di estraneo che fatica ad inserirsi in un tessuto. In un certo modo è come se ci fosse una nazione, un luogo, un’identità, una cultura dove ci si deve inserire alla stessa stregua di qualcosa di esterno che vuole penetrare le maglie di un tessuto. Credo che si dovrebbe smettere di pensare in questo modo. Ci sono molti cittadini che, pur essendo nati ed avendo vissuto in Italia, si trovano al di fuori del suo tessuto socio-culturale. Naturalmente la situazione è più complessa quando si approda in questo paese con una lingua, una cultura diversa. Oggi più che mai l’identità è qualcosa di fluido, di liquido.

Anche le parole che si usano per narrare fatti di intolleranza sono inadatte: il noi e il loro, l’appartenenza, ma a cosa ci riferiamo? Al tricolore, alla regione, alla città, al quartiere? Con la pandemia è emersa in modo più forte questa fragilità. Mi ha recentemente colpito l’intolleranza, l’astio, la sensazione di non appartenenza dell’America di Trump  che è presente anche in Italia. Penso che il concetto stesso di integrazione vada al di là delle culture, e faccia riferimento all’idea di comunità. Questa idea di comunità sta alla base della didattica interculturale che cerca e crea scenari, immaginari, codici che possano appartenere a tutti per promuovere e facilitare la convivenza. Molti cittadini non hanno relazione con il proprio territorio.

Questo fatto di scoprire nuove fragilità laddove non credevi ci fossero l’ho toccato con mano nella mia attività di volontariato a Bergamo nel corso della primo lockdown. Molti cittadini si sono trovati per la prima volta costretti a rivolgersi ai servizi sociali e all’inizio molti non spaevano nemmeno a chi rivolgersi, cosa offrisse la città, quali servizi, quali gli uffici. Qual è la vera integrazione? Cosa significa integrarsi? Chi si deve integrare? Il sommerso emerge in questo periodo di emergenza. Senz’altro le difficoltà insegnano. Personalmente sono riuscita a crearmi delle relazioni molto positive in Italia e adesso lavoro in progetti di volontariato culturale che coinvolgono cittadini di Bergamo e provincia. L’obiettivo è rendere questa tragedia un’opportunità per migliorare le relazioni fra cittadini e tenere viva quella solidarietà nata dall’emergenza che dovrebbe, però, trasformarsi in azione permanente. Queste esperienze devono diventare una forza, un’occasione per capire il valore del prendersi cura uno dell’altro, come dice Papa Francesco.

M.S. Il mondo del teatro oggi è fra i settori più penalizzati dalla pandemia. Da teatrante, come vive il forzato blocco delle attività teatrali reso necessario dall’emergenza sanitaria?

C.R. In primo luogo c’è da dire che il discorso è più complesso di quanto si immagina in quanto si tratta di un universo eterogeneo. Spesso si mettono nello stesso contenitore diverse categorie quando in realtà ci sono situazioni molto diverse fra loro, da chi è stabilmente assunto dai teatri stabili alle piccolissime compagnie di promozione culturale. I liberi professionisti lavorano con fattura, altri indipendenti sono meno tutelati. E di questo bisogna tener conto quando si parla di bonus. Il covid ha messo in evidenza la fragilità di tutti i lavoratori in generale. Questa fragilità ha a che vedere con un apparato statale molto antiquato e da un mondo della cultura fatto anche di zone grigie, di sottobosco e di sfruttamento. Chi ha sofferto sono stati e sono tuttora i lavoratori che non hanno contratti fissi, coloro che appartengono a piccole realtà e coloro che lavorano con i progetti scolastici. Gli esperti esterni hanno perso la possibilità di proporre laboratori teatrali nelle scuole, nei comuni, nelle biblioteche. E’ anche vero che nella prima fase si è mossa la solidarietà da parte delle fondazioni e dei sindacati verso tutti i lavoratori dello spettacolo. Ricordiamo che attorno al teatro gravita tutto un mondo di lavoratori che noi non vediamo: costumisti, parrucchieri, macchinisti.

Nella mia città, Bergamo, noi lavoratori dello spettacolo siamo stati inizialmente ascoltati dalle istituzioni pubbliche. Poi abbiamo cercato di collaborare fra di noi, di fare gruppo, di metterci insieme e di fare proposte concrete per affrontare l’emergenza.  Per alcuni sono arrivati gli aiuti pubblici e con l’estate sono arrivati anche i lavori. A settembre la seconda ondata ci ha colto di sorpresa e già stanchi. Nonostante ciò, abbiamo affrontato il problema di trovare spazi adeguati, alternativi, ed è stato un lavoro immane. Alla fine, con la chiusura, tutto si è rivelato inutile e questo è stata causa di un’enorme frustrazione.

 

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M.S. Alcuni attori hanno proposto il ‘teatro a domicilio’, una sorta di palliativo, ma pur sempre un modo per far sopravvivere, se non vivere appieno, il teatro. Interessante, comunque, perché si è riportato il teatro alle sue origini, come spettacolo di strada, performance itinerante.

C.R. Un’alternativa è anche il teatro in streaming: si sta sul palco senza pubblico, si fa lo spettacolo e lo si fa vedere; in alcuni casi anche dietro pagamento di un biglietto. Qui a Bergamo nel nostro splendido teatro Donizetti, riaperto recentemente dopo lunghi lavori di ristrutturazione, è stato offerto uno spettacolo in streaming. Ma il teatro è un’altra cosa. A distanza viene a mancare la parte più bella dello spettacolo teatrale, il rapporto con il pubblico.

M.S. Anche tu fai teatro fuori dallo spazio scenico canonico del palcoscenico.

C.R. In realtà è sempre stato così per me. Dai miei esordi teatrali ho sempre cercato di portare il teatro in spazi non convenzionali. Le occasioni per fare teatro le ho cercate nel sociale. Nei primi anno 90 si facevano molti progetti con istituzioni di tipo sociale, ho lavorato con la Caritas in centri di accoglienza per persone senza fissa dimora. Con il tempo per me questa è diventata una scelta. Per esempio,  lavoro molto nelle biblioteche, spazi culturali per eccellenza, vivi e ricchi anche se privi di un vero e proprio spazio scenico. Il mio teatro è semplice e povero e non necessita di grandi spazi. Per me quello che conta è portare il teatro nella quotidianità della gente, nelle strade, nei cortili, anche nelle case. Ho avuto pure esperienze di collaborazione con compagnie grandi, strutturate, con poetiche e scelte artistiche ben precise. Si tratta di esperienze completamente diverse, con teatri stabili e spettacoli con testi ben definiti, luci, musiche, scenografie. Ovviamente è qualcosa di completamente diverso da ciò che faccio da sola, ma sono esperienze molto arricchenti.

Il mio lavoro di teatro semplice e casalingo nasce dall’esigenza di non avere nessun ostacolo per poter fare teatro. Ciò nasce dalla mia esperienza di vita, di migrante in giro per il mondo che impara a convivere con gli ostacoli e le difficoltà. Questo è un grande insegnamento che ho ricevuto dai miei genitori. Quando eravamo profughi, durante la fuga dalla dittatura argentina e il trasferimento dall’America latina qui in Europa, visitavamo musei, ci nutrivamo di cultura. Ricordo una breve permanenza a Madrid e la visita al museo del Prado. Ecco, i miei genitori mi hanno insegnato a trovare nella cultura una forma di salvezza. La cultura ti salva anche e soprattutto nei momenti più bui della tua vita.

Il mio modo di fare teatro ‘casalingo’ per così dire, significa portare il teatro sempre e comunque alla gente, offrire occasioni culturali nonostante tutto. Questo mi appartiene molto sia per l’educazione che ho ricevuto sia per la formazione teatrale. Ho studiato all’Odin Teatret, la compagnia fondata da Eugenio Barba in Norvegia. Il mio è un teatro che lavora sul corpo, sull’attore creatore di scene, di azioni, di gesti e di parole tramite cui esprimersi. Il prodotto finale che ne è il risultato è tutto opera dell’attore, il regista è colui che fa il montaggio. Per questo fare l’attore è un continuo lavoro di raccolta di materiale, di esercizio, di allenamento. Questo è il teatro che ho studiato in Svezia e in Danimarca; questo è il mio modo di fare teatro, che è sostanzialmente una scelta di vita.

 

 

 

Mattia Savia Matilde Sciarrino nasce nel 1961 a Marsala, consegue la laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’università degli Studi di Palermo nel 1984. Da allora e fino al 2004 insegna ininterrottamente inglese presso diversi licei, prima in Veneto e in Lombardia, poi nella sua città natale. Nel 2004 inizia a lavorare come lettrice di lingua italiana presso istituzioni accademiche straniere su nomina del Ministero degli Affari Esteri italiano: dal 2004 al 2007 presso l’Accademia degli Studi Superiori di Tripoli (Libia), dal 2007 al 2009 presso l’Università di Amman (Giordania) dove dirige anche l’Ufficio Culturale della locale Ambasciata d’Italia. Nel 2009 consegue il Master di II livello per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dal 2011 al 2015 ricopre l’incarico di lettore presso l’Università del Saarland (Germania). Nei tre anni successivi si occupa a tempo pieno di letteratura della migrazione e, nel 2018, consegue il dottorato di ricerca con una tesi dal titolo: “Geografie di orme nascoste. Paesaggi dell’esilio nelle opere di Gëzim Hajdari”. Attualmente insegna inglese presso una scuola superiore di Marsala e continua ad occuparsi di letteratura organizzando convegni e concorsi letterari con autori migranti.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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