Brani scelti da Il mondo nel palazzo di Michela Turra (Einaudi Ragazzi 2011) nota di lettura di Bartolomeo Bellanova

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In un palazzone di edilizia popolare collocato nella periferia anonima di una città italiana volutamente non identificata dall’autrice, vivono famiglie provenienti da vari Paesi del mondo, con differente anzianità di presenza in Italia. I protagonisti di questo romanzo corale sono soprattutto gli adolescenti del palazzo, l’italiana Silvia, la sua  amica di confidenze la turca Denise, i gemelli marocchini Ayman e Khalid, tanto diversi tra loro, il timidissimo Ostap arrivato da poco dal’Ucrania, il cinese Xin già commerciante esperto nonostante la sua giovane età ecc …

Ognuno di loro vive in mondi distanti e separati con pochissime occasioni di contatto fino a quando un giorno Tair Berisha, albanese di sessantasei anni che non aveva mai visto il mare, si concede qualche ora di riposo e arriva a un fiume di periferia. La vista dell’acqua che scorre lo incanta e decide di scendere sul greto. Qui, all’improvviso, è oggetto di un’aggressione con spranghe, calci e pugni da parte di un gruppo di naziskin e a malapena riesce a trascinarsi fino al condominio dove, malconcio e sanguinante, crollerà davanti all’entrata.

Questo episodio di violenza razzista è determinante per la svolta nei rapporti di vicinato tra le famiglie che inizieranno a parlarsi senza più pregiudizi e si divideranno i compiti per assistere Tair: chi lo accompagnerà in taxi in ospedale, chi gli preparerà la cena, chi lo aiuterà in casa ecc..

Gli adolescenti che fino ad allora non si erano degnati di uno sguardo inizieranno a frequentarsi e scoppieranno diversi flirt anche i più inimmaginabili.

A dispetto dei suo otto anni dalla pubblicazione “Il mondo nel palazzo” di Michela Turra è quanto mai vivo e attuale in un contesto storico in cui assistiamo a un crescendo di violenza e discriminazione razziale e una sempre maggior diffidenza e indifferenza verso il vicino di pianerottolo o verso chi incontriamo per strada in situazione di difficoltà.

Come nello svolgimento del romanzo l’unico modo giusto di affrontare le proprie paure nei confronti di chi ci appare diverso per abitudini e opinioni è la conoscenza dell’altro e l’ascolto senza erigere barriere o chiudere porte in faccia in questo condominio che è la metafora della vita comune di ogni giorno.

Bartolomeo Bellanova

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[…]

Tair Berisha aveva cinquantasei anni e non aveva mai visto il mare. Non sapeva come fosse. Non lo immaginava, né aveva voglia di provarci. Trasportava in un sacco ferraglie e rot­tami e li depositava in posti diversi; a volte, temporanea­mente, anche nel piccolo appartamento al decimo piano di quel grande palazzo che gli aveva dato l’ufficio alloggi di edilizia popolare.

La notte, spesso, andava su e giú per le stanze, perché non riusciva a dormire. Viveva solo. Le sue finestre dominavano il parco, un parco ancora abbastanza integro, con molto verde nonostante il cemento.

– Lavorare, bisogna, – sospirava da solo, in albanese, ogni mattina.

La finestra si apriva su quel paesaggio, un’alba di città.

Lui, da quando era nato, aveva conosciuto solo le piccole montagne dell’Albania: solide, dotate di spessore e confini. Non come questa distesa informe di case che era la città, dove lo aveva trascinato suo figlio in cerca di fortuna.

– Oggi vado al mare, – gli disse in ascensore il rumeno ve­nuto da poco ad abitare accanto a lui. – Vieni con me?

– No, non mi interessa, – rispose Tair gentilmente.

Altro che mare: desiderava salite, discese, sentieri, alberi. Rimpiangeva la sua terra, le montagne Cermenike nel Nord  del Paese e la sua casa. Soprattutto oggi, che era domenica. Vide partire i due giovani rumeni sull’utilitaria, diretti a una delle spiagge che lui non conosceva. Li salutò con la mano. Quella notte aveva dormito poco, infastidito dall’abbaiare del cane del suo vicino, impaurito dal muro troppo vicino al suo corpo sdraiato. Da quando si trovava in Italia era preda di sensazioni strane, temeva il vuoto del risveglio.

Si diresse al bar piú vicino. Ci andava per la prima volta: il barista e gli avventori lo squadrarono con curiosità. La sua presenza era insolita lí dentro. Lui, che non sopportava di sen­tirsi gli occhi addosso, bevve in fretta il cappuccino e uscí.

Cominciò a camminare, in quello che gli sembrava un inizio di giornata piú difficile del solito. Non sapeva dove sarebbe andato. Non faceva mai passeggiate: era sempre diretto in qualche luogo, da qualche parte, per recuperare il ferro o il rame.

Quando si trovò davanti un ponte, con sotto il fiume, si sentí frastornato, impreparato a quella vista. Lo colpí l’acqua che scorreva: un corso simile c’era anche al suo paese. Gli piaceva e cercò una discesa per raggiungere la riva. Si fermò sul greto a osservarla, a rimpiangere il passato e, un po’, anche a immaginare il mare. Doveva essere cosí, ma piú grande. Si bagnò il viso.

L’urto lo sorprese alla nuca e poi fu una gragnola di colpi, in viso e sul corpo. Scorse delle figure nere intorno a sé, cercò di urlare, ma loro furono veloci a zittirlo con le botte. Forti, tante, finché fortuna volle che un passante si affacciasse, come aveva fatto lui, a guardare l’acqua di sotto. Vide la scena e urlò contro i teppisti, che abbandonarono la preda e se la diedero a gambe.

– Maledetti naziskin! Addirittura con le spranghe! – esclamò l’uomo intervenendo in aiuto di Tair che, malconcio, perdeva molto sangue. – Chiamo subito un’ambulanza! E la polizia!

– No… no… – riuscí a balbettare Tair. Era sicuro di farcela ad arrivare a casa: una volta lí, avrebbe pensato a riposare e medicarsi.

L’uomo, sospettando che quell’anziano avesse problemi di permesso di soggiorno e non volesse avere a che fare con le istituzioni e le autorità, desistette dal suo intento. Lo aiutò a ritornare sul ponte e lo guardò avviarsi con passo incerto.

Aveva la sensazione che non avrebbe dovuto abbandonarlo, ma, dopotutto, per lui qualcosa aveva già fatto. Sperò che ora fossero altri a intervenire, e riprese a guardare l’acqua con i gomiti appoggiati al parapetto.

[…]

Se non avesse ceduto alla voglia di libertà, se non si fosse abbandonato per un attimo all’incanto dell’acqua, dei ricordi e dei sogni, non avrebbe incontrato quel drappello di giovani dalle teste ra­sate che lo aveva pestato senza pietà.

Berisha arrancava, semitramortito dalle botte e sanguinante, tra i pochi passanti che, sconcertati, si limitavano a fissarlo. Il dolore a una spalla si acuiva sempre piú, e anche quell’ultimo calcio in testa non era stato da poco. Proprio quando vide il palazzo familiare stagliarsi a pochi metri da lui, cedette di schianto, cadendo a terra privo di sensi, sopraffatto dal dolore e dalla stanchezza.

Per sua fortuna, qualcuno lo vide pochi minuti dopo. Xin era sceso a vuotare la spazzatura e si accorse subito di quel corpo piegato che giaceva nei pressi dei cassonetti, alla stregua di un oggetto di scarto. Il giovane si chinò sull’uomo, che co­nosceva di vista, senza sapere bene cosa fare. Indugiò con il cellulare in mano, in attesa di ricordarsi il numero giusto, quando vide arrivare i due gemelli arabi quasi identici in­sieme al padre. Allora si sbracciò, indicando loro il povero fagotto umano che giaceva sull’asfalto. La famiglia Chakri ac­corse prontamente in soccorso del condomino, che oltretutto era musulmano come loro.

– A toccarlo non vorrei che facessimo peggio, – disse Ridha, mentre suo figlio Aymen, con il telefonino, chiamava un’am­bulanza.

– Diciamo a sua famiglia, – intervenne il cinese.

– Vive da solo, – replicò Ridha. – Ma i rumeni e quello con il cane stanno spesso con lui. Khalid, vai a suonare i campa­nelli, sono quelli del decimo piano.

– Chi può averlo ridotto cosí? – chiese Khalid, sospettando subito che la causa delle condizioni dell’uomo fosse un atto di violenza. A differenza del fratello, era convinto che in Italia le cose non fossero poi cosí meravigliose e che nella cultura occidentale dominassero la vanità, la crudeltà e la mancanza di valori. La pensava, in sostanza, come suo padre.

– Forse… un incidente… – balbettò Xin.

– Tutto può essere, – consentí Aymen, sempre alle prese con il telefono. – Ma… niente polizia?

Il padre scosse la testa, mentre Khalid si allontanava in cerca dei vicini amici del poveretto. Ridha cercò di togliere con un fazzoletto il sangue rappreso dalla fronte dell’uomo.

Khalid ricomparve dopo poco insieme a Cristiano Cuccu­rullo, un sessantenne di origini pugliesi che aveva familiariz­zato con Berisha.

– Oddio! – esclamò l’uomo vedendo l’amico ridotto in quelle condizioni e chinandosi su di lui. – Tair, Tair, mi senti?

Nessuna risposta.

– Ha perso conoscenza, – spiegò Ridha, commosso e turbato.

Provava una profonda pietà nei confronti di quel vecchio solo, costretto ad arrabattarsi nella metropoli ostile e sconosciuta,

L’urlo della sirena sempre piú vicino annunciò l’arrivo dell’ambulanza, che poco dopo si fermò proprio accanto a loro spalancando le porte al malcapitato di turno.

– Questo è stato picchiato, – sentenziò il barelliere, siste­mando insieme al collega l’anziano sulla lettiga.

L’altro gli sentí il polso. – È vivo. Voi siete parenti?

– Siamo vicini di casa, o meglio amici, – rispose Cuccurullo.

– Qualcuno di voi viene in ospedale? – domandò il portan­tino.

– Io adesso non posso, è venuta mia figlia a trovarmi con mia nipote, non le vedo mai, – si rammaricò Cuccurullo allar­gando le braccia. – Ma, per sapere se è grave, cos’ha, sarebbe bene che qualcuno venisse…

– Neanche noi possiamo, – fece eco Ridha Chakri. – Ab­biamo un impegno importante.

– È proprio solo, non ha nessuno, qui, – soggiunse Cuccu­rullo.

Aymen fece un passo avanti, ponendo fine all’imbarazzo. – Vado io con lui.

[…]

 

Silvia si svegliò in preda all’emozione, terrorizzata da quello che l’attendeva. All’esame era stata ammessa, ma nelle prove scritte e anche all’orale non se l’era cavata granché bene. Oggi avrebbe saputo l’esito: sí o no, vacanza o castigo, libertà o punizione.

Vacanza e libertà significavano che per questa estate aveva ottenuto di non scendere al Sud, dai nonni. Un sollievo: in cambio della promozione niente Calabria, ma un soggiorno studio presso dei lontani parenti, a Londra, per perfezionare l’inglese, la sua bestia nera. Lo aveva chiesto lei, questo pre­mio: non certo per comunicare con Ostap, che era tutto di Denise, quanto perché lo smacco di quella conversazione mancata le era servito da monito per il futuro. «Conoscere l’inglese è avere il mondo in mano» le aveva detto piú volte suo padre, spronandola allo studio. E ora Silvia stessa si era resa conto che sapere le lingue le avrebbe aperto nuove possi­bilità di conoscenza. Dunque, quale migliore combinazione di una vacanza in un Paese straniero, soprattutto per lei che all’estero non era ancora mai stata? Cosí, i suoi le avevano promesso, se fosse stata promossa, di accontentarla. Non che l’idea di partire le sorridesse troppo: le piaceva tanto stare con Aymen, vederlo, parlarci, salire in moto con lui e anche baciarlo, che tutto il resto passava in secondo piano. Ma per la capitale britannica sarebbe partita in agosto e ora poteva goderselo. Tremò al pensiero che, con la bocciatura, avrebbe perso anche lui: perché, in quel caso nefasto, avrebbe dovuto andare subito al Sud con la madre che, con le buone o con le cattive, come aveva assicurato, l’avrebbe messa sotto a stu­diare e a fare lavori di casa. Silvia si vestí e si lavò in fretta: a vedere i risultati l’avrebbe accompagnata proprio Aymen che, euforico per l’insperata promozione, malgrado qualche debito, e convinto che anche Silvia ce l’avrebbe fatta, voleva festeggiare con lei lo scampato pericolo.

Sul portone incontrò Sedat, il fratello di Denise: aveva un bicchiere di carta e un sacchetto in mano.

– Porti la colazione al rom? – gli domandò Silvia.

– Sí, – rispose il ragazzino, piú smilzo della sorella, gli stessi grandi occhi intenti a guardarsi intorno.

– E Denise dov’è?

– Dorme ancora, – rispose Sedat. – Io invece mi alzo presto.

– Oggi ho fatto anch’io come te, non vedo l’ora di sapere se sono stata promossa…

– Io sí, sono passato in seconda media.

Vedendo Aymen poco lontano, Silvia lo liquidò con un cenno. Stava parlando con Cuccurullo e la signora Pina: chissà, pensò, cos’aveva da parlamentare con quei due.

– Ecco la miss del palazzo, – esclamò il ragazzo vedendola avvicinarsi.

In effetti, con quell’aderente vestito rosa, Silvia era partico­larmente carina.

– Eh, già, – convenne Cuccurullo, con un inchino galante. – Ma anche la mamma non è da meno.

– Quando ha visto mia madre? – chiese Silvia, scoccando un bel sorriso al suo quasi fidanzato.

– Ieri sera, alla riunione per scrivere i Patti di convivenza, – rispose l’uomo.

Silvia trasecolò: – I che?

– Eh, questi ragazzi di oggi non sono attenti alla vita di con­dominio, – fece Pina.

– Veramente è proprio il contrario… – Silvia guardò di nuovo Aymen.

– Allora dovresti sapere, – riprese Cuccurullo in tono sac­cente, – che in questo stabile è in corso un’iniziativa pilota: noi inquilini abbiamo scritto i Patti di convivenza, una spe­cie di regolamento che indica come comportarsi all’interno del palazzo.

– Ah! – Silvia, che non stava nella pelle dal desiderio di ap­prendere la sua sorte scolastica, cercò di fare capire con gli occhi al suo amico che era urgente terminare quel dialogo.

– Quello che succede con Tair, – aggiunse la signora Pina, – ne è già un’anticipazione pratica. Vero, Cristiano?

– Sí, proprio cosí. Tutti, a turno, ci stiamo occupando di lui: gli puliamo casa, gli portiamo i pasti… Anche se ormai non ce n’è quasi bisogno, perché si è rimesso.

– Ma, – disse ancora Pina, – i Patti di convivenza non parlano solo di aiuto reciproco fra residenti. Ci sono comportamenti precisi da rispettare.

– Per esempio, caro giovane, – disse Cuccurullo rivolto ad Aymen, – non puoi avviare la motocicletta sotto il porticato, come stai facendo. Abbiamo messo tutto per iscritto e affig­geremo il regolamento in bacheca.

– Eh, vedremo se servirà a qualcosa, – riprese Pina, – se gli indiani che mangiano sul prato porteranno via le cartacce. Gliel’ho detto tante volte, eppure… Ieri uno di loro c’era, all’assemblea, ma non ha capito niente…

– Mi spiegherà tutto del regolamento mio padre, – disse Aymen, tirando la moto verso l’esterno, seguito da Silvia. – Lui c’era, no?

– C’era, c’era. Insieme a tuo fratello, che è un ragazzo proprio in gamba. Aveva con sé il giornale, dove proprio ieri si parlava di una banda di naziskin arrestati per pestaggi a rom e immi­grati. Magari sono quelli che hanno conciato male Tair, – li informò Cuccurullo.

– Magari…

– Vorrebbe dire che li hanno presi, – conclusero i ragazzi da lontano.

 

con il mondo nel palazzo

Michela Turra, scrittrice e giornalista, vive e lavora a Bologna. Laureata in Scienze politiche, ha pubblicato sette romanzi, “La donna fantasma” (ed. Booksprint 2018), “Gli effetti del ricordo” (ed. Montag 2015), “Il mondo nel palazzo” (ed. Einaudi ragazzi 2011), “Il gioco rubato” (ed. Mondadori Signorelli 1997, più volte ristampato, nel 2008 per Le Monnier collana Salani), “Giardino for ever”, (ed. Campanotto 2005), “Gli inconcludenti” (ed. Giraldi 2007), e  “L’azzurro intorno” (ed. Agalev 1987).  Nel 2009 per le edizioni Biblioteca testi brevi è uscita, a seguito del primo posto al premio Patrizia Brunetti, la raccolta di poesia “Domicilio conosciuto”, mentre altri suoi testi poetici sono presenti in antologie e riviste. Ha inoltre ottenuto riconoscimenti in occasione di concorsi letterari di narrativa, ultimo dei quali il premio Tridacna 2017. Per il teatro ha scritto opere rappresentate in teatri bolognesi e a Roma, e ha pubblicato l’atto unico “Vino rosso sulla neve”. Ha lavorato per importanti quotidiani e periodi; attualmente è direttrice della rivista di poesia Le Voci della luna, scrive su una rivista d’arte, Art  journal, e insegna nella scuola.

 

 

 

 

Immagine in evidenza:  Dipinto di Hassan Vahedi. Trittico, olio su tavola, 46 x 64 cm., 2019.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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